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Migrazioni e lavoro

Intervento svolto al Seminario "Agricoltura sociale e contrasto al caporalato" organizzato nell'ambito del Progetto "Radix - Alla radice del problema" il 13 luglio 2021 a Roma (sede di Confagricoltura - Sala Serpieri)

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Suddividerò il mio intervento in quattro punti:

  1. le connessioni tra il tema delle migrazioni e la questione demografica;
  2. l’emergere di una nuova centralità del Mediterraneo e, dunque, di una opportunità per l’UE di assumere un ruolo protagonista proponendo un grande progetto d’intervento in Africa;
  3. le potenzialità dell’agricoltura – per le sue caratteristiche di settore multifunzionale – di costituire un perno fondamentale di una politica economica e civile delle migrazioni;
  4. l’innovazione da produrre nel settore primario per fare in modo che una politica di cooperazione UE-Africa dia risultati in termini di sviluppo sostenibile.

 

1-ll tema delle migrazioni ha una valenza globale ed è connesso con la questione demografico. Secondo l’ultimo rapporto (Stime globali sulle migrazioni internazionali per lavoro: Risultati e metodologia) dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIL), nel 2019 i lavoratori migranti erano 169 milioni (164 milioni nel 2017). La gran parte era occupata nell’industria e nei servizi e il 7% nell’agricoltura. Più di due lavoratori migranti su tre erano concentrati nei Paesi ad alto reddito, con 63,8 milioni in Europa e Asia centrale e altri 43,3 milioni nelle Americhe.

A questi dati va aggiunto quello riguardante i profughi: 82,7 milioni secondo il rapporto Global Trends 2020 Unhcr, l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati.

Nel 2019, sulla Terra c’erano circa 7,7 miliardi di persone (Nel 1950 eravamo 2 miliardi e mezzo). Tra le cause principali di questa crescita demografica va considerato il veloce progresso scientifico e tecnologico che ha permesso il miglioramento dei sistemi di sanità pubblica e di welfare, e, quindi, dei sistemi economici e sociali.

Ma la popolazione non è cresciuta uniformemente in tutto il mondo. Europa e Oceania hanno registrato un incremento demografico trascurabile. Il Nord America un leggero aumento. L’Asia è cresciuta da 1 miliardo e mezzo a più di 4 miliardi e mezzo. L’Africa è passata da una popolazione simile a quella del Nord America all’attuale miliardo e mezzo circa. Nei prossimi decenni il grosso della crescita avverrà in Africa che raggiungerà i 2 miliardi e mezzo entro il 2050.

Il Rapporto Istat 2021 sulla situazione del Paese ci informa che nel corso dell’ultimo anno l’Italia ha perduto 400 mila abitanti. Tale esito è l’effetto della diminuzione delle nascite (solo in parte a causa della pandemia), dell’aumento dei decessi e della compressione dell’immigrazione. Il trend negativo era iniziato nel 2015 ed è continuato senza interruzione fino ad oggi. Nel 2021 avremo un’ulteriore erosione della sopravvivenza, un’accentuata flessione delle nascite, una parziale ripresa della mobilità.

Nonostante le narrazioni contrarie, le nostre minacce esistenziali provengono dall’interno: natalità tendente allo zero ed emigrazione dei nostri giovani fuori dai confini.

Per non essere travolti da un inesorabile declino, abbiamo davanti solo tre strade.

La prima: fare figli. Tuttavia, servirebbe qualche decennio per ripristinare l’equilibrio nati-morti.

La seconda strada: investire in tecnologie che consentono di sostituire la forza-lavoro umana. Ma c’è un limite: servono, comunque, nuovi imprenditori, professionisti e tecnici che siano giovani, capaci di inventare e di gestire.

La terza strada è quella di una politica economica e civile delle migrazioni.

 

2- C’è una grande opportunità da cogliere: il Mediterraneo è tornato ad essere centrale, strategico: sempre meno “mare nostrum”, sempre più esposto ad altri protagonismi (Turchia, Russia). Un Mediterraneo che chiama l’Europa a fare la sua parte nel governo di fenomeni demografici e migratori di grande portata, nel quadro di politiche di sicurezza e di sviluppo.

Lo storico Fernand Braudel in Civiltà e Imperi del Mediterraneo nell’età di Filippo II (Einaudi 1949) aveva trovato prove e testimonianze per smentire l’idea di un Mediterraneo ormai fuori della storia e prefigurava, all’inizio del secondo Dopoguerra, un nuovo protagonismo. Una intuizione che oggi si ripropone. L’Europa cresce poco o nulla, l’Africa cresce impetuosamente. Questo squilibrio va governato, non può essere subìto. Non può essere delegato alle “regole” odiose e inaccettabili dei trafficanti di esseri umani.

Va negoziato un nuovo accordo sul governo dei flussi migratori: a) corridoi umanitari verso l’Europa per chi ha diritto alla protezione internazionale, sotto l’egida delle Nazioni Unite; b) rimpatri volontari assistiti verso i paesi di origine, gestiti dall’Oim, l’Organizzazione mondiale per i migranti, agenzia collegata all’Onu; c) ingressi legali organizzati dei lavoratori migranti; b) regolarizzazione continua e personalizzata dei migranti, superando lo schema delle sanatorie e delle regolarizzazioni una tantum.

Serve la consapevolezza che l’immigrazione non è un’emergenza, ma è un fenomeno strutturale. Una questione, dunque, da affrontare in maniera sistemica e in rapporto con i paesi di provenienza e di transito.

È dentro questo approccio che si deve porre l’obiettivo di cambiare il trattato di Dublino, di ricostruire e mantenere forme effettive di solidarietà nella redistribuzione.

Collocare questo obiettivo dentro un progetto più ampio d’intervento nel Mediterraneo e in Africa può consentire che l’immigrazione non sia considerata un elemento di lacerazione interno all’Europa ma come una grande sfida cruciale dell’Europa.

Ma occorre una capacità decisionale che l’UE attualmente non ha su materie che sono di competenza nazionale. Il Trattato sull’UE andrebbe integrato da questo emendamento: “L’Unione persegue una politica demografica unionale, nel rispetto delle culture dei popoli e dei Paesi membri; e, in questo ambito, imposta e realizza una coerente ‘politica comune delle migrazioni’, che impegna l’Unione e ciascuno degli Stati membri”. Chi deve prendere l’iniziativa? L’articolo 48 del TUE dice che “il governo di qualsiasi stato membro, il parlamento europeo o la commissione possono sottoporre al consiglio progetti intesi a modificare i trattati…”.

 

 

3- L’agricoltura può costituire un perno fondamentale del progetto di cooperazione UE-Africa. È, infatti, un settore cardine della transizione ecologica per la neutralità climatica e dei programmi necessari per combattere la fame nel mondo. Ma questi due percorsi verso la sostenibilità – ambientale, sociale, economica e sicura dal lato degli approvvigionamenti – sono realizzabili a due condizioni: a) se si afferma l’Agricoltura 4.0 (digitalizzazione, utilizzo dei sistemi di geolocalizzazione precisa, intelligenza artificiale, nuove tecniche genomiche, ecc.); b) se si valorizza una funzione essenziale dell’agricoltura, quella di creare comunità mediante l’organizzazione di servizi educativi, sociali e socio-sanitari (Agricoltura sociale). Agricoltura sociale e Agricoltura 4.0 sono i due volti delle Agricolture del futuro.  

In Italia cresce il contributo di lavoratori stranieri in agricoltura. L’effettiva dimensione non è quantificabile a causa della presenza di lavoro irregolare. Il dato delle Forze di Lavoro dell’Istat registra un valore medio nazionale di 166 mila nel 2019 (18,3% del totale, in posizione dipendente nella stragrande maggioranza). Nello stesso tempo, le persone che nell’arco dell’anno lavorano in agricoltura, anche per periodi limitati, sono molto più numerose. Infatti, secondo i dati INPS 2019, gli operai a tempo determinato stranieri sono 360 mila (su un totale di quasi 966 mila).

Nel gruppo degli operai a tempo determinato stranieri, gli extra-unionali rappresentano la parte predominante, con un peso crescente (62,7%).

Per il 2020 manca ancora il dato preciso dei permessi di soggiorno. I nuovi flussi sono calati, per il blocco delle frontiere e il rallentamento della gestione delle pratiche amministrative (compreso l’esame delle domande di regolarizzazione dell’anno scorso).

L’occupazione in agricoltura è, dunque, caratterizzata da un’ampia presenza di operai a tempo determinato (965.641 unità nel 2019 senza contare il lavoro illegale che l’ISTAT stima in un quarto del totale), per lo più impegnati nelle operazioni di raccolta e mediamente per 51 giornate annue. 

 

Questi dati mostrano una relativa arretratezza del settore dovuta a una carenza di innovazione.   Un’arretratezza moderna che si comprende meglio se al termine “latifondo” non diamo il significato giuridico originario di grande proprietà con colture estensive, ma di agricoltura con un basso livello di innovazione. Allora oggi è latifondo un’area agricola in cui le aziende da decenni non fanno più investimenti e non innovano prodotti, processi e organizzazione. È latifondo il sistema di aziende tornate a praticare la monocoltura, prive di ricambio generazionale, incapaci di aprirsi alla multifunzionalità, alla diversificazione delle attività e alla differenziazione produttiva.

Nel Mezzogiorno, le aree più innovative negli anni Settanta – come esito delle trasformazioni agrarie avvenute con la diffusione dell’irrigazione – sono tornate ad essere latifondo nell’accezione data sopra. Dopo quegli investimenti iniziali, non ce ne sono stati altri. E soprattutto sono mancati un rapporto con la ricerca e un moderno sistema di trasferimento dei risultati della ricerca nel sistema produttivo. Si è, pertanto, consolidata una lunga fase (un quarantennio ormai) di stagnazione e immobilità. E dove c’è stagnazione e immobilità s’innestano inevitabilmente tutti i fenomeni negativi, compreso il reclutamento illegale di manodopera.

 

Il sociologo Enrico Pugliese, che ha studiato il fenomeno del caporalato per decenni, scrive in Terra di Lavoro. Esperienze e riflessioni dai paesi di don Peppe Diana (Edizioni dell’asino, 2020) che:

-le attività illegali di reclutamento di manodopera in agricoltura sono poco redditizie ed è per questo che non sono infiltrate dalle organizzazioni criminali, anche se in esse si avverte una certa prepotenza di tipo camorristico;

-il caporalato in Italia ha molte analogie con quello della California – forma moderna di produzione basata sullo sfruttamento del bracciante che lo vive, comunque, come riscatto;

-la differenza è che in California – dove le aziende sono di grandi dimensioni – il fenomeno si può superare immettendo tanta meccanizzazione, da noi – prevalendo le piccole e medie dimensioni – serve una forte dose di innovazione e professionalità (oltre, ovviamente, le norme repressive e le misure che incoraggino l’emersione del lavoro irregolare).

 

Ci vogliono, dunque, massicci investimenti in conoscenza e connettività digitale. Le risorse vanno trovate nel PNRR (Next Generation EU) e nel Piano Strategico Nazionale (PAC 2023-2027). Si potranno così diffondere l’agricoltura di precisione, l’uso dell’intelligenza artificiale e della tecnologia satellitare. E ottenere una riduzione dei costi, un miglioramento della gestione del suolo e della qualità dell’acqua, un minore impiego di fertilizzanti e fitofarmaci, sempre meno emissioni di gas ad effetto serra.

Inoltre, bisogna sbloccare i problemi normativi che impediscono la sperimentazione delle nuove biotecnologie.

Le agricolture tecnologiche non sono in opposizione con quelle sostenibili perché la sicurezza degli approvvigionamenti di cibo è una componente fondamentale della sostenibilità. Per questo la produttività deve rimanere una priorità. E la produttività deve interagire con il perseguimento della sostenibilità ambientale delle agricolture tecnologiche.

 

Fare Agricoltura sociale non significa tornare a fare l’agricoltura di una volta. Con Agricoltura 4.0 le Fattorie sociali potranno meglio rendersi sostenibili sul piano economico, ambientale e sociale e accompagnare in modo consapevole e responsabile il necessario salto tecnologico del settore, non soltanto nelle aree pianeggianti, ma anche nelle aree interne del Mezzogiorno, colpite dai fenomeni di spopolamento.

Creando nuove conoscenze, competenze, professionalità e lavoro qualificato in agricoltura, la cooperazione Ue-Africa potrà ulteriormente irrobustirsi.   

 

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