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Di Vittorio riformista improbabile?

La sua vicenda politica e umana è strettamente legata alla storia di reiterata negazione della tradizione riformista; una storia drammatica che ha caratterizzato per un lungo periodo la sinistra italiana, impedendole di assolvere la funzione che in Europa hanno svolto i partiti socialdemocratici

Di_Vittorio_Levi

A sessant’anni dalla morte, Giuseppe Di Vittorio suscita ancora interesse e curiosità. Ed è un bene perché la sua vicenda politica, sindacale ed umana è parte integrante della nostra storia nazionale. L’aura mitica che ha avvolto, per un lungo periodo, la memoria del leader della Cgil spinse, molti anni fa, Antonio Bassolino ad accostare la figura del sindacalista a quella di padre Pio, come poteva accadere sulle pareti di una casa contadina di una volta.

Quando Antonio Carioti pubblicò il suo Di Vittorio (Il Mulino, Bologna 2004), per la prima volta ci trovammo così tra le mani uno studio critico e per nulla agiografico. Il volume di Carioti colmava finalmente una lacuna. I giudizi che l’autore esprime si possono condividere oppure no; ma gli va dato atto che la ricostruzione della vicenda del dirigente sindacale è meticolosamente effettuata mediante originali ricerche d’archivio.

Il periodo giovanile è tratteggiato senza indulgere agli aspetti eroici ma evidenziando la singolarità della sua concezione del sindacalismo rivoluzionario. Già allora, infatti, gli appartiene una visione dell’unità dei lavoratori svincolata da ogni legame politico o credo religioso, ma saldamente fondata sulla pregiudiziale anticapitalista. A questa impostazione unitaria è collegata coerentemente la sua adesione all’interventismo, una posizione distinta da quella neutrale dei socialisti e dalla linea pacifista che predominava tra i sindacalisti rivoluzionari. “Prevale in lui  – scrive Carioti – l’anima nazionalpatriottica, che da ragazzo ne aveva fatto un ardente ammiratore di Garibaldi e che del resto è destinata a riaffiorare anche in seguito”. Tuttavia, egli condivise con altri socialisti pugliesi la scelta di ispirarsi a Georges Sorel e di uscire dal Psi e dalla Cgl. In modo ancor più largo, dunque, anche rispetto ai turatiani, si manifestò la sua estraneità alla riflessione revisionista, che in quegli anni era in pieno svolgimento in Europa, e la sua totale avversione al riformismo.

Anche il periodo successivo, che vede Di Vittorio tra i massimi dirigenti del Pcd’I è descritto con equilibrio: sono posti in rilievo sia gli allineamenti agli schemi ideologici leninisti ed a quella peculiare concezione del partito che ne faceva un feticcio a cui sacrificare ogni aspetto privato e pubblico della propria esistenza, sia i dissensi quando emergevano e qualche volta si  manifestavano apertamente in un turbinio di sentimenti contrastanti. In tale quadro, l’autore ci parla del sodalizio di Di Vittorio con Ruggero Grieco, iniziato nel 1924. In essi è comune la consapevolezza della specificità delle categorie agricole meridionali rispetto al resto del proletariato delle campagne.  Ed è proprio sulla base di un’attenta verifica delle differenziazioni sociali che essi danno vita all’Associazione di difesa fra i contadini del Mezzogiorno, distinta dalla Federterra. Insomma, si manifesta in modo originale nei due dirigenti comunisti la preoccupazione di garantire ai coltivatori e ai produttori agricoli una struttura autonoma da quella edificata per i braccianti e i mezzadri. Una sensibilità che contrasta con l’ortodossia del pensiero marxista-leninista e che  deriva non tanto dalla loro riflessione intorno alle tesi di Lione, come spesso si sostiene impropriamente, ma dalla profonda conoscenza della realtà delle campagne pugliesi.

Stranamente, però, non faranno valere questa loro convinzione, quando, rientrati in Italia dopo gli anni bui del fascismo, non si opporranno con la necessaria energia e capacità di convinzione alla richiesta dei cattolici di organizzare nella Cgil unitaria anche i coltivatori. Carioti riporta il dissenso di Di Vittorio su questa soluzione, ma non precisa se vi fu debolezza o sottovalutazione, da parte del dirigente sindacale, nel non farlo valere. Potrebbe, invece, essere utile un approfondimento della vicenda per comprendere meglio come i condizionamenti ideologici disegnassero anche la collocazione politica dei diversi insediamenti sociali, nonché come riducessero le opportunità per la sinistra di accrescere il consenso elettorale e, dunque, di alimentare la sua maturazione in senso riformista attingendo  ad una più composita rete di rapporti con gli interessi economici e i bisogni sociali.

Predominava a sinistra, infatti, l’idea che ai coltivatori andava proposta l’alleanza con gli operai; ma una volta che il movimento operaio avesse conquistato il potere  i produttori agricoli andavano neutralizzati. Una tesi aberrante, estranea alla concezione che Grieco e Di Vittorio avevano del rapporto che doveva intercorrere tra gli operai e i contadini, ma che prevaleva tra i comunisti e i socialisti e le cui conseguenze in termini organizzativi portavano a scelte sbagliate. Un errore, dunque, che i due dirigenti dovettero condividere quando si pose mano alla riorganizzazione della Cgil.

Ma perché tanta remissività? Si possono fare solo delle ipotesi. A seguito del loro tormentato rapporto coi vertici staliniani, il peso che essi esercitavano nel partito si era ridimensionato. Della nuova Direzione comunista formatasi nel 1943 Grieco era solo membro candidato e Di Vittorio era del tutto escluso. Il primo pagava  così la sua azione “conciliazionista” nei confronti dei fascisti “ingannati e traditi dalle promesse demagogiche” di Mussolini e che gli era già costata la segreteria del partito nella clandestinità; l’altro scontava il dissenso manifestato sul patto Molotov-Ribbentrop. Ma il silenzio sulle cause che avevano determinato quella retrocessione nella gerarchia del Pci segnala l’aspetto drammatico della concezione che all’epoca si aveva del partito. E spiega forse la relativa facilità con cui le loro posizioni più ardite venivano isolate.

Sta di fatto che solo nel 1951 si riproporrà la questione di principio di organizzare i coltivatori in forma autonoma, fuori della Cgil e della Federterra, e si darà vita all’Associazione dei contadini del Mezzogiorno e delle Isole. Ma bisognerà attendere il 1955 per vedere l’Associazione coltivatori diretti del Centro Nord distaccarsi dalla Confederterra e dalla Cgil e confluire con altre organizzazioni agricole nell’Alleanza dei contadini, il cui primo presidente fu appunto Grieco. La Federmezzadri resterà ancora affiliata al sindacato fino alla metà degli anni ’70. Le resistenze venivano dalla Cgil e, in particolare, da Luciano Romagnoli, che in giovane età era diventato segretario della Federbraccianti e riusciva a condizionare il confronto sul tema dell’autonomia dei contadini dai sindacati dei lavoratori dipendenti, nonostante l’opinione favorevole che Di Vittorio aveva maturato sull’argomento già decenni prima sulla base della propria esperienza pugliese.

Quel ritardo costò alla sinistra un ridotto insediamento nelle campagne tra i coltivatori e permise ad una organizzazione confessionale e paternalistica come la Coldiretti di stabilizzarsi per un lungo periodo nelle aree rurali del Paese. Le conseguenze di quell’errore, tuttavia, solo apparentemente furono organizzative. E  finora purtroppo così sono state lette, suscitando scarso interesse tra i pochi studiosi che se ne sono occupati. In realtà, come acutamente ha rilevato Aldino Monti nel suo I braccianti (Il Mulino, 1998), quei ritardi ebbero una valenza prettamente politica, addirittura influenzando negativamente gli stessi caratteri identitari del Paese. Le rigidità ideologiche e la scarsa attitudine a leggere i dati della realtà preclusero, infatti, alla sinistra la possibilità di comprendere la portata storica dei provvedimenti di riforma agraria, che avrebbero arrecato modifiche profonde all’intera struttura produttiva nazionale. Essa commise l’errore di votare contro quelle leggi. Così facendo, non solo disconosceva i risultati dei movimenti che essa stessa aveva organizzato e diretto, ma si precludeva irrimediabilmente anche la possibilità di gestirne le conquiste. Tant’è che fu molto titubante se organizzare gli assegnatari delle terre di riforma in modo autonomo dai lavoratori dipendenti. Lasciò, di fatto, alla Dc e alla Coldiretti l’assolvimento di tale funzione. Sicché il processo di formazione di un nuovo ceto proprietario nelle campagne, cioè di imprenditori agricoli professionalmente capaci, venne gestito da una parte politica contro l’altra – che paradossalmente si opponeva a qualcosa che essa stessa aveva rivendicato e conquistato – e non determinò, dunque, un rafforzamento dei vincoli di appartenenza alla nazione, che aveva mobilitato le risorse per le operazioni di riforma.

Una  siffatta distorsione ebbe conseguenze gravissime  nel nostro Paese, dal punto di vista sociale, culturale e direi perfino antropologico. E non poteva essere altrimenti,  se si considera che l’accesso alla terra è storicamente alla base delle democrazie dell’Occidente. Dalla rivoluzione americana a quella francese e poi negli altri Paesi europei, la proprietà coltivatrice e l’ordinamento repubblicano sono state le due facce della stessa identità nazionale. Ma nel caso italiano l’accesso alla terra non ha avuto l’effetto di rinvigorire e stabilizzare l’identità nazionale. E ciò  determinerà, negli anni ’60, anche quel distacco – ancor più profondo di quanto era avvenuto in altri Paesi – che la società italiana, raggiunti più elevati livelli di urbanizzazione  e industrializzazione, marcherà dalle proprie radici agricole e rurali.

In Grieco il nesso tra distribuzione della terra e consolidamento dell’identità nazionale era chiarissimo. Concludendo, nel dicembre 1951, l’Assemblea costituente dell’Associazione dei contadini del Mezzogiorno d’Italia, il dirigente comunista propose l’iniziativa per l’autonomia delle forme di rappresentanza dei coltivatori  come azione a favore di una grande causa nazionale e pronunciò parole di rara sensibilità politica e culturale : “Qualcuno di noi ha detto ieri che qui è come se fosse e parlasse la vera patria. Ci vogliono dei contadini per dire cose profonde e poetiche insieme. Sì, la patria è la terra. Senza la terra non vi è patria, per nessun uomo. Voi custodite la terra dei nostri padri, la amate, ne soffrite le vicende. Voi siete le scolte della patria”. Quell’accorato appello di Grieco alla sinistra perché desse all’autonomia dei contadini ed alla proprietà diffusa della terra il valore di arricchimento dell’identità nazionale cadde nel vuoto proprio per l’opposizione della Cgil di Di Vittorio e, bisogna aggiungere, anche per  l’indifferenza dei partiti.

Carioti racconta in modo particolareggiato la fase di ricostruzione del sindacato e pone bene in evidenza come il Patto di Roma dia vita ad una unità fittizia, poiché prevale, nelle diverse componenti, la colleganza politica e ideologica ai partiti e, in quella maggioritaria, il rapporto di dipendenza con l’Unione Sovietica. E spiega perché ineluttabilmente, dopo il 18 aprile 1948, la Cgil si divide in tre sindacati distinti. Nell’impegno incessante di Di Vittorio volto a scongiurare tale esito, l’autore rileva un certo “semplicismo”, dal momento che il leader sindacale sembra non prendere sul serio il peso delle posizioni anticapitaliste e dei legami con Mosca, gravante sulla sinistra, nel determinare l’impossibilità a convivere nella stessa casa. Si muove con grande generosità per evitare la rottura, senza prendere atto che la causa è nella propria parte politica. Perciò, Carioti presenta la separazione in modo convincente come lo sbocco coerente e inevitabile per tutte le  componenti dinanzi all’inamovibilità delle posizioni della sinistra. La responsabilità di quanto accadde è fatta  ricadere giustamente su coloro che quelle posizioni e quei legami internazionali non rimossero.

Questo passaggio viene ulteriormente chiarito dall’autore mediante una minuziosa descrizione del complesso meccanismo leninista della “cinghia di trasmissione” tra il Pci e la Cgil. Ma anche attraverso un  pertinente confronto tra siffatto congegno e la qualità dei rapporti che intercorrevano tra la Confederazione prefascista di Rinaldo Rigola ed il Psi, da cui viene in risalto la capacità di quella Cgl di mantenere col partito “un vivace rapporto dialettico” ed “un’aperta divergenza strategica”. E tale differenza si può spiegare soltanto con l’influenza decisiva esercitata dalle teorie leniniste sulla politica sindacale dei comunisti. Su questo punto nevralgico si manifesta in Di Vittorio addirittura una sorta di rimozione fobica della vera origine della teorizzazione della “cinghia di trasmissione”, che il sindacalista attribuisce erroneamente alla socialdemocrazia ed al Congresso di Stoccarda della Seconda Internazionale, tenutosi nel 1907, e non invece, al Lenin del 1920.

In tale quadro sono collocati i due episodi più significativi della singolare vicenda di Di Vittorio: il Piano del lavoro proposto dalla Cgil nel 1949 e  la condanna, da parte dello stesso sindacato, dell’intervento dell’Armata Rossa volto a stroncare la rivoluzione ungherese del 1956.

Per quanto riguarda il Piano del lavoro, il leader sindacale appare nella strana veste di chi propone al paese un new deal, fatto di ingenti investimenti per stimolare l’espansione e l’occupazione, sfidando così il governo centrista e la Confindustria sui problemi concreti dello sviluppo e tentando in tal modo di far uscire la Cgil dall’isolamento. Ma le resistenze verso questa iniziativa egli le incontra soprattutto nel suo partito, che dà una lettura riduttiva del Piano, come di “un complesso di soluzioni transitorie, di parole d’ordine su questioni che interessano le masse”. Ciò che indispettiva la dirigenza comunista era la disponibilità offerta da Di Vittorio ad appoggiare un governo che si impegnasse ad attuare il Piano e la sua apertura a tollerare sacrifici a carico dei lavoratori per facilitare il reperimento di risorse utili a quello scopo. E Carioti sottolinea come la sensibilità verso le ipotesi riformatrici d’intervento pubblico in economia è manifestata dal dirigente sindacale anche successivamente,  in occasione della sua vana insistenza perché il Pci votasse a favore della Cassa del Mezzogiorno, che gli appariva come un risultato della battaglia per il Piano del lavoro.

Nel riferire il secondo episodio, l’autore racconta il contrasto insanabile  tra Di Vittorio e Togliatti nel corso della crisi che si apre nel 1956, prima in Polonia, dove una rivolta operaia viene repressa nel sangue dalle forze dell’ordine, e poi in Ungheria, dove la folla insorta contro il regime si ritrova davanti i carri armati sovietici. Di Vittorio, con tutta la Cgil, deplora l’intervento dell’Armata Rossa e ravvisa nella rivolta ungherese “la condanna storica e definitiva di metodi antidemocratici di governo e di direzione politica”. Si attira così le simpatie dei 101 intellettuali comunisti, che sono critici verso la linea togliattiana di mera difesa dell’operato dell’Urss e dei governi dei paesi dell’Europa dell’est e che lo invitano a partire per Budapest. A seguito di una così esplicita e ferma presa di posizione, nel Pci si apre un “processo a Di Vittorio” in piena regola. E il discrimine diventa la scelta se considerare prioritaria la fedeltà al movimento comunista internazionale o  quella alla classe lavoratrice che si oppone ai regimi autoritari sedicenti socialisti. Togliatti propende decisamente per la prima e Di Vittorio per la seconda. Ma nel braccio di ferro, il segretario della Cgil alla fine fa prevalere il suo legame molto saldo con il Pci e ritratta pubblicamente le sue posizioni, sostenendo di avere approvato il comunicato della Cgil solo per evitare divisioni nel sindacato.

È a questo punto che Carioti propone un problema storiografico di rilevante interesse, interrogandosi se talune persistenze nella lunga vicenda di Di Vittorio, come l’ostinata difesa delle ragioni dell’unità sindacale e l’apparente assenza nel suo pensiero del nucleo essenziale del leninismo, cioè del primato dell’avanguardia illuminata del partito sul proletariato, possano legittimare l’ipotesi di interpretare il suo percorso come “quello di un uomo dall’intima e per molti aspetti inconscia vocazione riformista”. La questione è avvincente perché si tratta di una personalità che si scontra non solo con Togliatti ma anche con uomini come Amendola, che in quel frangente condivide pienamente la posizione del segretario del partito, ma  successivamente maturerà convincimenti che lo faranno considerare la figura più emblematica del “riformismo” comunista. Già altri, come Piero Craveri ed Emanuele Macaluso avevano scorto in Di Vittorio una venatura “riformista”, sebbene originale ed ante litteram. E anche Gianni Cervetti, recensendo il libro di Carioti su Le ragioni del socialismo, sembra condividere siffatta interpretazione.

L’argomento più forte a sostegno di questa tesi pare consistere nel nesso molto saldo, presente nel pensiero e nell’azione del dirigente sindacale, tra “classe” e “nazione”, tra il “fare gli italiani” e l’”emancipare i lavoratori”. Inoltre, Carioti lo definisce “antidogmatico per eccellenza” e sottolinea la sua capacità di “immedesimarsi costantemente nei lavoratori che vivono e subiscono la modernizzazione”. Queste caratteristiche avrebbero consentito a Di Vittorio “di intuire per tempo le novità” e messo al riparo il sindacalista “dagli schemi del marxismo scolastico”.

A me pare che le cose non siano così lineari come possono apparire. Di Vittorio, infatti, ha mantenuto costantemente fermo l’orizzonte finale della fuoriuscita dal capitalismo e soprattutto – come Carioti opportunamente sottolinea – è stato portatore, in linea con la cultura comunista dell’epoca, di una visione sbagliata del capitalismo italiano, considerato ormai decrepito proprio alla vigilia della fase più intensa della sua crescita. Un errore drammatico che impediva di cogliere i dinamismi sociali e le conseguenti  possibilità di miglioramento delle condizioni dei più deboli, senza abbandonarsi all’impotente attesa del crollo del capitalismo. Non si comprende come lo avrebbero potuto aiutare a leggere meglio le trasformazioni sociali personalità come Vittorio Foa e Bruno Trentin – da lui “piazzati” nell’Ufficio Studi della Cgil – i quali dimostravano di ignorare completamente quanto di nuovo stava avvenendo proprio in quegli anni nell’elaborazione teorica e nell’azione di governo della sinistra socialdemocratica europea.

Di Vittorio appare estraneo anche a quella che Umberto Ranieri definisce una “storia di minoranza” nel Pci, prima che si sveli l’amendolismo degli anni ’60. Una storia fatta di esperienze non solidali tra loro, spesso spezzate, e comunque portatrici di “un impulso nel partito ad una possibilità piena di esplicitazioni della scelta riformista”. Si tratta di esponenti significativi di un revisionismo esplicito, che va da Tasca a Silone, da Spinelli a Cucchi, da Magnani a Giolitti ed Onofri. Li accomuna la ricerca di una via per uscire dagli schemi ossificati del leninismo e il giudizio non liquidatorio sulla socialdemocrazia, elementi che mancano nell’esperienza di Di Vittorio.

Il leader sindacale, invece, orienta la sua ricerca originale in altre direzioni: l’insistenza sulla responsabilità nazionale spettante al movimento operaio ed il carattere non corporativo e classista del sindacato. Ma si tratta, a ben vedere, di elementi che sono presenti anche in Togliatti, che può essere definito lo stratega della prima e riuscita conciliazione tra classi povere e nazione nella storia d’Italia. In Di Vittorio questi elementi sono utilizzati per allargare lo spazio di manovra del sindacato, come dimostra l’iniziativa sul Patto per il lavoro. Ma non si inquadrano oltre una impostazione meramente tattica e soprattutto priva di un quadro teorico coerente. In sostanza, manca in Di Vittorio un approccio effettivamente revisionista.

Carioti conclude la sua ricerca tentando di fornire una spiegazione del cedimento di Di Vittorio al partito sulla questione ungherese. “Il Pci – sostiene l’autore – non sarebbe riuscito a mettere radici così salde, in un paese profondamente cattolico e segnato da vent’anni di fascismo, se non si fosse presentato come un partito-chiesa, detentore di un’ideologia salvifica; d’altro canto, la determinazione e il coraggio con cui la base comunista affrontava il travaglio di una battaglia politica strenua derivavano anche dalla certezza, confortata dai dogmi del marxismo-leninismo, di percorrere la strada maestra della storia”. E attribuisce alla consapevolezza, da parte di Di Vittorio, di questo intreccio la ritrattazione pubblica “quando il dilemma tra la voce della coscienza e le ragioni del partito si fa più doloroso e stringente”.

È una spiegazione che contraddice, a mio avviso, il tentativo di presentare la figura del dirigente sindacale come quella di un “antidogmatico” e nasce da una considerazione dell’Italia post-bellica  che non mi pare accettabile. Non era affatto obbligatorio che la sinistra italiana dovesse essere dominata da un partito-chiesa. Lo stesso Cervetti  reputa insufficiente questa tesi. “La risposta – egli scrive nel testo già citato – si fa più convincente se si considera la scelta politica di fondo del Pci, una scelta democratico-nazionale, intesa come inserimento delle masse popolari quali artefici della costruzione dello Stato democratico; questa scelta permise all’interno del partito una convivenza ed una dialettica tra diverse culture e, quindi, uno sviluppo di tendenze riformiste”. Entrambe le spiegazioni, a mio avviso, non vanno al cuore del problema. Non fanno i conti con il limite di fondo della sinistra italiana: il disprezzo della socialdemocrazia.

Di Vittorio, come altri dirigenti comunisti della sua epoca, era profondamente convinto che il Pci stesse svolgendo una funzione essenziale nell’inserire appunto le masse popolari, da  protagoniste, nel processo di costruzione dello Stato democratico e che quella funzione si potesse esercitare solo con un forte ancoraggio internazionale. Egli, tuttavia, a differenza degli altri suoi compagni, aveva anche perfettamente chiara l’idea che un sistema che costringeva i lavoratori a versare il proprio sangue per farsi ascoltare non poteva considerarsi socialista. Ora, è evidente, che per difendere fino in fondo quel punto di vista e salvaguardare ad un tempo la funzione che il partito svolgeva egli avrebbe dovuto scegliere un nuovo ancoraggio internazionale, coerente con le esigenze di emancipazione dei lavoratori e con la crescita democratica del paese. Avrebbe dovuto indicare  la socialdemocrazia come punto di riferimento. Una  scelta simile era del tutto fuori del suo orizzonte politico? Davvero la Cgil non aveva alcun rapporto coi sindacati socialdemocratici europei? Andrebbe fatto un supplemento di indagine. Quel che è certo è che quella scelta era la sola a poter dare, in alternativa al legame con Mosca, un respiro strategico alla funzione nazionale che i comunisti si erano ritagliati. Essa avrebbe comportato l’avvio di una revisione critica  dell’itinerario che aveva visto protagonista per circa un cinquantennio il leader sindacale, nonché della cultura politica dei comunisti che lo avrebbero seguito. Mancò a Di Vittorio il coraggio di fare questo passo? Ci sono occasioni che si presentano una volta ogni tanto per avviare processi di rinnovamento e quella fu certamente un’occasione  mancata. Anche i suoi più stretti collaboratori, che avevano condiviso i suoi tormenti e, dopo la sua morte, entreranno con Agostino Novella nella segreteria della Cgil, per lungo tempo in seguito continueranno ad eludere il cuore del problema, contribuendo a ritardare l’enuclearsi di una cultura riformista nella sinistra italiana.

Uno di essi, Vittorio Foa, ha di recente ripercorso quel periodo in un libro scritto con Carlo Ginzburg dal titolo Il dialogo e ci ha fornito una sua risposta al  perché negli ambienti di sinistra si evitava di criticare lo stalinismo. “Vi sono casi – egli scrive – in cui tu senti di non essere creduto, senti l’inutilità di dire certe cose, non solo, senti che dicendo certe cose tu perdi una fiducia possibile nel futuro dei rapporti con gli amici e con i compagni”. E continua: “Io non voglio qui difendere l’opportunismo, voglio cercare di confessare in che cosa può consistere l’opportunismo, perché quello era certamente opportunismo”. “Però tu sentivi benissimo – conclude Foa – che se uscivi allo scoperto entravi in un altro mondo, eri immediatamente protetto da qualcun altro che era la Cia”. Eppure c’era già allora un mondo diverso da quello comunista che in Europa si riferiva al socialismo liberale e poteva essere anche il mondo a cui, con tante buone ragioni, la  sinistra italiana avrebbe potuto guardare.

Di Vittorio morì nel 1957, solo un anno prima che l’Italia diventasse un Paese non più prevalentemente agricolo bensì prevalentemente industriale. E con quella trasformazione epocale si esauriva anche quella funzione nazionale, esercitata dal Pci e dal Psi, di educare le masse più diseredate alla democrazia. Funzione che i socialisti, in altri Paesi dell’Europa occidentale, avevano assolto molti decenni prima. La parte più avveduta dei socialisti e dei comunisti si andava rendendo conto che una nuova funzione nazionale si sarebbe potuta individuare solo nel governo della modernizzazione del Paese.

Lo aveva compreso per tempo la Dc, che provvide a varare la riforma agraria, ad istituire la Cassa per il Mezzogiorno e ad avviare l’industrializzazione del Paese. Ma quel partito nel bene e nel male aveva un solido ancoraggio internazionale e potè esercitare una funzione essenziale per modernizzare l’Italia, anche se in un quadro di moderatismo e di relativa soggezione alle gerarchie cattoliche. Alla sinistra, invece, mancava del tutto un riferimento internazionale credibile nella presuntuosa ricerca di una via nazionale che facesse a meno della lezione revisionista. Ma un riformismo che non sia revisionista non si comprende cosa possa essere. I comunisti, infatti, si sono attardati fino al crollo del Muro di Berlino a mantenere un qualche legame con Mosca. I socialisti non hanno fatto seguire alla loro rottura con lo stalinismo una revisione profonda della loro cultura politica. E quando l’hanno seriamente tentata non si sono ancorati tenacemente alla socialdemocrazia europea. È proprio questa storia di reiterata negazione della tradizione riformista, storia di cui Di Vittorio fu uno dei protagonisti principali, a far sì che nel nostro Paese abbiamo dovuto attendere la nascita del partito democratico per avere finalmente un soggetto politico che possa assolvere la funzione che in Europa svolgono i grandi partiti socialdemocratici.

(La foto riproduce il dipinto di Carlo Levi “Ritratto di Giuseppe Di Vittorio” donato dalla Cgil al suo leader in occasione del suo 60° compleanno)

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