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Un libero contadino che coltiva la Repubblica

Togliatti e le campagne. Come le peculiarità della cultura politica dei comunisti hanno influenzato non solo la vita democratica del paese ma anche l’evoluzione storica e mentale della società civile. Come l’elaborazione di politiche per l’agricoltura e la costruzione di iniziative di massa nelle campagne hanno preparato il passaggio da una società prevalentemente agricola ad una società prevalentemente industriale. Come in tale trasformazione un Togliatti inedito e poco studiato sorprendentemente si rivela protagonista di primo piano

Palmiro Togliatti

Palmiro Togliatti

A cinquanta anni dalla morte di Palmiro Togliatti e a settanta dal suo rientro in Italia, dopo diciotto anni di esilio in Unione Sovietica, è utile tornare a riflettere sul lascito politico e intellettuale di questa straordinaria personalità del novecento. La crisi di senso che da tempo viviamo dipende anche dal fatto che protagonisti del recente passato, i quali sono stati artefici di tradizioni politico-culturali che hanno contribuito fattivamente alla costruzione delle istituzioni repubblicane, ma anche delle culture e delle mentalità oggi più diffuse nel nostro paese, siano stati del tutto dimenticati. Eppure sono convinto che tali tradizioni rappresentano, nel bene e nel male, le radici del nostro presente e continuano comunque a influenzarlo perché, volenti o nolenti, fanno parte del nostro DNA.

Le radici di noi italiani sono anche radici comuniste, socialiste e democristiane. È per questo che faremmo bene a rielaborarle, criticamente e consapevolmente, senza pietosi occultamenti o struggimenti nostalgici. Per quanto riguarda le radici comuniste, dovremmo imparare a distinguere gli errori del PCI (il più tragico dei quali è stato quello di non dissociarsi per tempo dal dispotismo di Stalin e dei suoi eredi e di non liberare del tutto l’idea di eguaglianza dal mito industrialista della socializzazione operaia) e gli aspetti ormai non più servibili o incompatibili di quella cultura con le nostre odierne sensibilità da tutto ciò che, invece, ancora oggi può costituire linfa vitale a cui attingere per guardare con ragionevoli speranze al futuro.

Togliatti era nato a Genova in una famiglia tipica della piccola borghesia piemontese. I genitori erano maestri elementari e lui era terzo di quattro fratelli. Nel retro della casa di Sondrio, dove si erano trasferiti quando lui era ancora bambino, c’era un orto, a cui la mamma Teresa accudiva per integrare il bilancio familiare. Lì Palmiro e i suoi fratelli avevano imparato ad allevare ogni sorta di animali e a coltivare fiori e ortaggi. Per due mesi dell’estate andavano a vivere a duemila metri in un fienile affittato per poche lire e si nutrivano del cibo dei pastori. Nei pochi giorni di riposo concessigli dal lavoro, il padre Antonio faceva da guida ai ragazzi in lunghissime gite.

L’amore per la terra e la passione per le escursioni in montagna non lo abbandoneranno mai più. I nonni paterni vivevano a Coassolo Torinese ed erano proprietari di poco più di un ettaro di terreno, coltivato a prato e a pascolo e con qualche albero da frutta; qualche pecora e pochi animali da cortile completavano il loro magro patrimonio.

Col suo puntiglio storico e filologico, il futuro capo del PCI andrà alla ricerca delle origini della sua famiglia e scoprirà che fin dal 1300 i suoi antenati  erano “liberi contadini”. “Come vede – scrive a Carlo Trabucco – non mi mancano i titoli di nobiltà, e quella vera”.

Le radici comuniste degli italiani

Togliatti ha avuto il merito di rifondare il PCI nel secondo dopoguerra facendone una forza politica completamente diversa da quella che era stata costituita a Livorno, nel 1921, da una costola del vecchio partito socialista di Filippo Turati. Da partito leninista di quadri, qual era stato durante il fascismo, a moderno partito di massa. E così, coltivando questa pianta con l’amore che egli solo poteva dedicarle, ha contribuito in modo determinante a ricostruire la democrazia italiana che era stata decapitata dal fascismo. Lo ha potuto fare perché, sviluppando la riflessione gramsciana sul ruolo dei contadini e dei cattolici in Italia, si convince della fattibilità di un progetto di trasformazione del PCI in un partito capace di coinvolgere milioni di persone e di educarle alla democrazia. Un progetto realizzabile solo a condizione di rompere con il leninismo la cui tradizione teorica assegnava al partito una funzione demiurgica e di avanguardia, di superare le “Tesi di Lione” del 1926 con cui erano stati battuti e superati Amadeo Bordiga e il bordighismo e di adottare una visione dell’egemonia fondamentalmente diversa rispetto a quella consegnataci da Antonio Gramsci nei suoi Quaderni del carcere.

Senza il PCI con le sue feconde discontinuità, la tenuta sociale e il tessuto culturale della democrazia italiana sarebbero risultati tanto fragili, da non poter nemmeno esistere. Difficilmente questo dato di fatto potrebbe essere messo in discussione. E una vasta letteratura storiografica ne ha fornito prove inconfutabili. Ma la ricostruzione dell’apporto di Togliatti al rilancio delle istituzioni democratiche in età repubblicana  non può limitarsi alle rotture e alle innovazioni, sebbene siano state significative e determinanti nell’opera di costruzione della democrazia nel nostro paese. È interessante tentare di rispondere anche alle seguenti domande: la peculiare conformazione politico-culturale e organizzativa del PCI ha contribuito a dare una particolare curvatura alla democrazia italiana e a segnare nel profondo il profilo stesso del tessuto civile e mentale del paese? E in cosa consiste tale apporto? Non si può, infatti, trascurare che una parte dei classici a cui si sono richiamati i comunisti  distingue in modo netto un’eguaglianza formale, politica e giuridica, e un’eguaglianza sostanziale, sociale ed economica, considerando la prima un inganno borghese e la seconda realizzabile solo in un’economia non più capitalistica (il mito industrialista della socializzazione operaia). Si è potuto così tradurre l’idea di eguaglianza solo in meccanismi redistributivi che hanno prodotto modelli di welfare frenanti per il sistema produttivo ed eccessivamente costosi per i bilanci pubblici. Ma il principio di eguaglianza resta come criterio fondamentale da integrare con il principio di libertà se si vuole davvero migliorare la vita delle persone. Un’eguaglianza che non appiattisca le differenze ma valorizzi le diverse capacità delle persone. Il binomio libertà/eguaglianza intrecciato con il valore della fraternità è alla base di un ethos del mercato che vede le relazioni economiche tendenzialmente paritarie e non assoggettate alla logica dei rapporti di forza e del “diritto del più forte”. Non sto parlando solo della cooperazione ma anche di un tessuto diffuso di piccole e medie imprese fortemente legate ai contesti locali. Un siffatto ethos affonda le radici in antiche culture rurali ed è stato sviluppato alla fine dell’ottocento dai pionieri del socialismo italiano nelle campagne. E questa impronta agricola ha costituito una tipizzazione di tale tradizione politica ereditata e metabolizzata, nel secondo dopoguerra, soprattutto dalla cultura comunista.

Non si può, inoltre, ignorare che i dirigenti e i militanti comunisti – ed io tra questi in qualità di protagonista e testimone – per tutta la durata del percorso di vita del proprio partito hanno accettato consapevolmente e alla luce del sole una sorta di schisi: da una parte, stare in una formazione politica di fatto non democratica ma con profondi connotati oligarchici e “totalitari” – derivanti da specifiche regole di vita interna fondate sul governo del “centro” (togliattiano prima e poi berlingueriano) e sull’impossibilità delle posizioni di “destra” e di “sinistra” di prevalere anche a causa del profondo convincimento che porta a ritenere un’insopportabile ferita il contarsi e dividersi e, invece, una virtù la disponibilità ad annullare la propria posizione individuale nella sintesi che ne fa il “centro” – e, dall’altra, lottare per affermare la democrazia politica come terreno migliore per costruire la prospettiva rivoluzionaria; un terreno da imporre sostanzialmente agli avversari ritenuti per lo più refrattari a perseguire il metodo democratico, nonostante siffatto valore costituisse elemento centrale delle loro rispettive ideologie.

Da una tale scissione – qualcosa di simile a una ferita nascosta – derivano per i comunisti una peculiare concezione della difesa della democrazia e della lotta per il suo allargamento come definizione della scena e delle regole per imporre la propria egemonia e, nello stesso tempo, come un’assunzione di responsabilità nazionale. A siffatta concezione va attribuita la scelta comunista di esaltare il ruolo del Parlamento e delle assemblee elettive in cui far valere il proprio peso numerico con una dinamica competitiva e conflittuale e, al tempo stesso, compromissoria e sistemica. Insomma, al pieno compimento della conflittualità liberaldemocratica come anima della democrazia, i comunisti preferiscono il superamento organicistico di tale conflittualità fisiologica mediante forme di mediazione e di compromesso. Non a caso, dagli inizi degli anni cinquanta, si crea una stabile diversità tra maggioranza governativa e maggioranza legislativa a causa dell’abnorme produzione di leggine proposte dai governi e approvate all’unanimità dopo essere state emendate dai gruppi parlamentari di opposizione. Una sorta di scambio e di spartizione dei compiti di rappresentanza che in qualche modo si fonda sul riconoscimento e la legittimazione reciproca dell’area di consenso e insediamento conquistata e difesa dall’avversario politico e, nel tempo,  divenuta relativamente impermeabile.

Alla costruzione di uno stile democratico fondato sul riformismo, sul pragmatismo, sul controllo delle procedure pubbliche, sulla reversibilità delle alternative, sull’etica della cittadinanza e della diversità, sull’idea di un’eguaglianza dinamica e aperta come parità delle opportunità nella fluidità – delle posizioni, delle carriere, delle competenze – nella continua rimessa in gioco di ogni acquisizione, il PCI preferisce far crescere l’enfasi ideologica anticapitalistica, l’assoluto primato del fine sui mezzi, l’idea statica e chiusa di eguaglianza intrinsecamente e irriducibilmente alternativa al merito e alla competizione, la rigidità classista, la concezione della politica come sfera totalizzante dell’individuo, la visione statalista delle funzioni pubbliche e la progressiva metamorfosi del modo di percepire i doveri di solidarietà, che prima attenevano quasi esclusivamente alla sfera della responsabilità individuale e comunitaria, verso una concezione che vede tali doveri ricondotti totalmente nell’ambito pubblico, con un’accentuazione di logiche assistenzialistiche, egalitarie e spersonalizzanti.

E tuttavia il PCI costituisce una comunità concreta di persone capillarmente presente in ogni angolo del paese, una grande agenzia formativa di coscienze critiche, di animatori sociali e di amministratori pubblici competenti  e capaci di assumersi materialmente su di sé le sofferenze di tanti, divenendo anche per questo motivo elemento imprescindibile di comunità più ampie. Una volta esclusi dal governo nazionale, i comunisti avviano una fattiva attività di governo dei comuni che si affianca e si intreccia all’azione per la conquista di maggiori spazi politici e normativi, riallacciandosi al socialismo municipale prefascista, che aveva per primo rivendicato e concretizzato un ampliamento del campo d’intervento degli enti locali. Ma i comunisti vanno oltre quell’impostazione e pongono l’attenzione all’uso concreto della normativa a disposizione – per il governo “qui ed ora” – che invece i socialisti avevano rifiutato sulla base di una gestione dei comuni antagonistica nei confronti dell’apparato statale.

Di siffatti ingredienti si sostanzia quella peculiare educazione alla politica e quella particolare nazionalizzazione democratica delle masse popolari che si sono potute realizzare in una forma-partito non solo di massa ma anche di tipo comunitario e che costituiscono – proprio per questo – un’innovazione di incalcolabile peso nella storia sociale e mentale degli italiani.

Esaminerò le ricadute di queste peculiarità della cultura politica dei comunisti sulla vita democratica del paese e sull’evoluzione storica e mentale della società civile non già in termini generali ma guardandole da una particolare visuale: quella dell’apporto di Togliatti all’elaborazione di politiche per l’agricoltura e alla costruzione di iniziative di massa nelle campagne.  Restringere il campo di osservazione a siffatto ambito non significa scegliere un modo più agevole per indagare una questione complessa, ma vuole essere un modo per mettere a fuoco uno snodo essenziale della modernizzazione del paese: il passaggio da una società prevalentemente agricola ad una società prevalentemente industriale. E in tale trasformazione un Togliatti inedito e poco studiato sorprendentemente si rivela, come vedremo, protagonista di primo piano.

Ma prima vediamo in cosa consistono le principali novità introdotte dal capo del PCI, come queste si siano venute delineando nella maturazione del suo pensiero politico, soprattutto nel periodo della sua permanenza a Mosca, e come si traducono nelle scelte di politica agraria e nella costruzione del rapporto con le masse rurali.

L’innovazione togliattiana

Quando rientra in Italia dall’URSS il 27 marzo 1944, “il Migliore” (come, riconoscendone la statura intellettuale, avrebbero chiamato Togliatti gli avversari politici) ha dinanzi a sé un compito immane: contribuire alla legittimazione del PCI come forza determinante della nascente repubblica italiana e, nello stesso tempo, mantenere il legame con Mosca aderendo di fatto alla sua politica estera. Questa duplice lealtà influenzerà necessariamente la sua iniziativa. Lo ammette egli stesso esplicitamente nella relazione al congresso della federazione di Torino nel novembre 1945: “Permettetemi qui di svelare uno dei famosi segreti della tattica del partito comunista: tutta la tattica del partito dal momento in cui si è iniziata la guerra e particolarmente dal momento in cui si è delineata la disfatta del fascismo è stata in prima linea ispirata da motivi di politica internazionale (…). La chiave di questa nostra politica è che abbiamo sempre avuto di mira la situazione internazionale come si veniva sviluppando”. Ed è per questo che si può comprendere pienamente il doppio legame, senza né banalizzarlo né enfatizzarlo, solamente se si aggancia strettamente la lettura della vicenda nazionale a quella delle dinamiche internazionali.

Tuttavia, non c’è esclusivamente il vincolo esterno di parte comunista ad assoggettare il sistema politico italiano riorganizzatosi nel secondo dopoguerra. C’è anche la collocazione strategica dell’Italia nell’area d’influenza americana a giocare un ruolo rilevante nelle scelte sia di Togliatti che di altri leader politici a partire da Alcide De Gasperi. E accanto al vincolo esterno e intrecciato con esso, c’è un vincolo interno che pochi studiosi hanno finora approfondito nella sua complessità. È difatti indubbio che tra il PCI e la DC si conduce nell’immediato secondo dopoguerra una competizione politica fondata sulla capacità di entrambi i partiti di agganciarsi a quei filoni culturali e politici i quali,  dall’Unità d’Italia in poi, si erano caratterizzati per la loro radicata, diffusa e attiva presenza nei movimenti popolari e, principalmente, in quelli contadini e rurali sia d’ispirazione socialista e laica, sia d’ispirazione cattolica nella sua duplice accezione democratica e liberale. Negli appunti presi da Maurizio Valenzi mentre ascolta l’intervento di Togliatti al consiglio nazionale del partito, che si tiene a Napoli qualche giorno dopo il suo arrivo dalla Russia, è condensato il programma della rifondazione del PCI: “Attenzione alla Democrazia Cristiana, compagni. Quali sono i partiti che, se lavorano bene, possono essere domani i più forti? Noi e la Democrazia Cristiana. Essa forse arriverà prima di noi a organizzare le masse contadine e la piccola borghesia (Chiesa). Evitiamo quindi oggi un conflitto che potrebbe essere dannoso (due anime: masse contadine e Vaticano)”.

Agli albori della Repubblica, si compie, in sostanza, una lotta politica che vede in palio l’eredità delle culture popolari prefasciste e la capacità di porle alla base, rinnovandole, dei valori e dei principi della Carta costituzionale e, nello stesso tempo, dei valori e dei principi dei rispettivi progetti di ricostruzione dei partiti e delle organizzazioni della società civile. Vincolo interno e vincolo esterno s’intrecciano e si sovrappongono ma sono entrambi essenziali per comprendere i caratteri originari della nostra Repubblica. E i tratti storico-culturali di una società civile prevalentemente rurale – per i particolari e specifici rapporti tra città e campagne esistenti in Italia – e, nello stesso tempo, prevalentemente cattolica – anche per la presenza del Vaticano nella penisola – sono i connotati che segnano, in modo indelebile, l’arena in cui questo confronto/scontro  – certamente condizionato anche da fattori esterni – si svolge e dà vita al particolare sistema politico italiano del secondo dopoguerra.

Quando sbarca a Napoli, Togliatti trova una società civile fortemente disgregata in tutte le sue pieghe, drammaticamente sconvolta dalla guerra e politicamente diseducata da vent’anni di fascismo. E pone la necessità di lavorare innanzitutto alla sua ricomposizione. A tale fine, indica immediatamente tre elementi di novità: 1) il carattere nazionale del partito; 2) la partecipazione attiva, non soltanto come critica, ad un governo nazionale; 3) il carattere di massa e popolare che deve avere il partito.

Il 22 aprile 1944 si forma a Salerno il secondo governo Badoglio con la partecipazione dei sei partiti del Comitato nazionale di liberazione. L’esecutivo è il frutto di un’iniziativa politica che vede Togliatti tra i maggiori protagonisti. Nelle trattative con gli altri partiti egli accantona il problema istituzionale della monarchia per dare priorità a quello di fornire una guida al paese con il concorso di tutte le forze impegnate nel movimento di liberazione per porre termine al più presto all’invasione tedesca e liquidare i residui del regime fascista. Siffatta proposta passa alla storia come la “svolta di Salerno” dal nome della città dove si costituisce il nuovo governo.

Già nei suoi primi discorsi, il capo del PCI torna più volte sul concetto di “popolo” per precisare che non si tratta soltanto della parte più povera della popolazione, come potevano essere i braccianti appena tornati dal fronte nelle proprie contrade e centri rurali,  ma anche di settori estesi della piccola e media borghesia urbana e degli intellettuali. Il suo progetto si fonda su una ricomposizione tra città e campagne e tra nord e sud del paese mediante la ricerca di “una via nostra, la via italiana, la via che è dettata dalle particolarità, tradizioni e condizioni del paese nostro, di sviluppo della democrazia e di lotta per la realizzazione delle più avanzate riforme democratiche e per il socialismo”.

Togliatti introduce nel dibattito politico il concetto di “via italiana al socialismo” già nel 1947 a Firenze, in occasione della conferenza di organizzazione del PCI. E connette questa impostazione alla sua idea di democrazia. Un’idea che tiene insieme strettamente legati istituti giuridici e formali e modifica dei rapporti economici e che, dunque, si sostanzia di nuovi contenuti sociali. Ed è per questo che la riflessione sulle condizioni economiche e sociali delle campagne e sui caratteri diversificati dei territori rurali diventa decisiva per delineare i tratti distintivi della “democrazia progressiva”, la quale “sarà in Italia quella che distruggerà tutti i residui feudali e risolverà il problema agrario dando la terra a chi la lavora” , come afferma nel suo discorso al Teatro Brancaccio di Roma il 9 luglio 1944.

Nel pensiero politico che Togliatti elabora  immediatamente dopo il suo esilio all’estero, il progetto di “partito nuovo”, di “democrazia progressiva” e di “via italiana al socialismo” non è mai concepito come un elemento tattico, strumentale, provvisorio che egli delinea per consentire alla sua parte politica di prendere il potere, rimandando ad una fase successiva la costruzione di una società nuova. Quando, nel 1956 all’ottavo congresso del PCI si porrà in modo esplicito il tema del rapporto tra democrazia e socialismo, l’enfasi deriva dalla necessità di correggere innanzitutto un errore di interpretazione del progetto di “via italiana al socialismo”, concepito in larghi settori del partito come progetto da realizzare in due tempi. Ma il tema era già stato posto in termini chiari dal capo del PCI fin dal suo rientro in Italia dall’URSS. E vive fecondamente in tutto il periodo della costruzione del “partito nuovo” e della Costituente per essere, poi, accantonato ed eclissato quando si avvierà la “guerra fredda” e la divisione del mondo in blocchi contrapposti.

È evidente che nella concezione della democrazia come via al socialismo è insita una sorta di doppiezza. È lo stesso Togliatti a rilevarlo per primo: “Siamo lieti che si discutano problemi di principio – sostiene nel rapporto al comitato centrale del giugno 1956 – perché questo contribuirà a liberarci una volta per tutte da una certa atmosfera di doppiezza”. Egli si riferisce a quanti nel partito considerano la lotta democratica per la trasformazione della società italiana “una specie di trucco, qualcosa che noi adoperavamo per ingannare il nemico”. Ma come scrive Antonio Giolitti nella sua autobiografia, si tratta comunque di doppiezza, di “una doppiezza teorizzata, dichiarata, ben diversa dal volgare trucco di dire una cosa e pensarne un’altra”.  La formula che sembra poter superare l’incompatibilità, dissipare le ambiguità, conciliare gli opposti, scansare la doppiezza, è quella della democrazia progressiva, ben distinta dalla democrazia popolare di marca sovietica. E a ulteriore chiarimento Giolitti così continua: “Con quell’aggettivo, la democrazia viene accettata, anzi propugnata, senza riserve: cioè non purché sia progressiva, ma perché deve esserlo e il PCI se ne fa garante”. Ecco dunque il capolavoro di Togliatti, descritto con le parole dello stesso Giolitti: “far coesistere quasi senza attriti (almeno fino al 1956) due finalità, due motivazioni: l’utopia comunista e conseguentemente il legame di ferro con l’URSS (…) e il condizionato impegno per la democrazia, imposto dalla realistica collocazione dell’Italia nell’area europea occidentale, ma assunto – io ritengo e sostengo – senza riserva mentale, senza doppiezza intenzionale, ipocrita, furbesca (…). La doppiezza è in re ipsa ed esiste dunque nelle motivazioni e nelle finalità, non nel programma e nell’azione politica”.

Se non si fa riferimento alle scelte strategiche innovative che, in questo lasso di tempo, Togliatti riesce a far digerire a un riluttante gruppo dirigente del suo partito, diventano del tutto incomprensibili alcuni risultati straordinari: il concorso determinante del PCI alla liberazione dal nazifascismo e alla vittoria nel referendum istituzionale, nonché il compromesso di alto profilo raggiunto nell’Assemblea costituente. E non si capirebbe soprattutto come un partito di 15-20 mila iscritti nel periodo del governo Badoglio raggiunga, nel 1944, i 311 mila iscritti nell’Italia liberata e i 90 mila tesserati nelle zone della resistenza al Nord, per poi arrivare a contare un milione e 770 mila iscritti nel 1945 e 2 milioni e 245 mila nel 1946, cioè oltre la metà degli elettori comunisti. Insomma, non può avvenire, senza una grande politica, che un piccolo partito di “rivoluzionari di professione”, poco più di una setta, si trasformi in pochissimi anni nel più grande e radicato e originale (così originale che il Migliore stesso lo paragona a una giraffa) partito comunista dell’Occidente.

I problemi delle campagne nella cultura di Togliatti

In questa fase della vita nazionale, Togliatti mostra di avere nel suo partito le idee più chiare sul rapporto tra democrazia e socialismo e sulla “via italiana”. E questo perché egli aveva a lungo riflettuto sui problemi economici e sociali in età risorgimentale, sulle origini rurali del movimento operaio in Italia, sulla funzione democratica del partito popolare e sui caratteri del fascismo nelle campagne. Riflessioni che si collegano all’intenso sodalizio intellettuale e politico con Gramsci. Insieme avevano elaborato le Tesi di Lione del 1926 che, come documento di maggioranza da sottoporre al congresso del partito, assegnavano al fascismo un posto rilevante ma non centrale. La parte terza del documento si intitolava “Tesi agrarie” e costituiva un’elaborazione originale per quei tempi nell’ambito del comunismo internazionale. E non deve stupire, dunque, se si riscontrano alcune analogie tra determinate riflessioni contenute nei “Quaderni del carcere” e quelle di Togliatti nel periodo in cui i due sono stati separati.

Fin dagli inizi degli anni trenta, con l’avvicinarsi del decimo anniversario del PCI, Togliatti aveva avviato una riflessione sul Risorgimento e sui connotati molteplici del sovversivismo delle masse popolari italiane, rivedendo la valutazione essenzialmente negativa propria della lettura ordinovista. Nella prefazione all’edizione italiana delle Memorie di un barbiere di Giovanni Germanetto – che è del febbraio 1931 – egli scrive: “ Il socialismo italiano non è stato solo proletario. È stato anche artigiano e piccolo-borghese, è stato contadino, anti-feudale e anticlericale. È stato il risveglio, la rivolta di un popolo intiero contro tutto ciò che lo opprimeva, che lo sfruttava, che gli impediva di vivere: contro il carabiniere e contro l’agente delle imposte, contro il padrone, contro l’ipocrisia dei preti e delle monache, contro lo Stato. In questo consistette la sua forza, e qui fu anche l’origine delle sue debolezze. Ma una cosa si può dire: che quando il socialismo nasce e si afferma nella società italiana, allora nasce e si afferma nella società italiana, pure fra tutte le debolezze, il ‘carattere’”.

A Togliatti è presente il percorso educativo nei confronti dei ceti contadini messo in atto  dai primi socialisti per favorire l’acquisizione di una capacità a far valere in modo efficace i propri diritti. Ma sa bene anche che l’incontro tra i contadini e i primi seguaci delle idealità socialiste si è rivelato utile anche a questi ultimi per arricchire la propria sensibilità – almeno al fine di comprenderne il valore – sui temi del primato dell’individuo rispetto al collettivo soprattutto in riferimento alla terra come bene comune. Intuisce che a incuriosire i primi socialisti sono le vestigia delle plurisecolari tradizioni civili di reciprocità e di mutuo aiuto, che hanno contraddistinto le campagne italiane. E ne resta egli stesso indelebilmente affascinato a tal punto da rivendicare l’eredità della tradizione socialista così come si era venuta consolidando nelle regioni rosse tra l’ultimo decennio dell’ottocento e il primo ventennio del novecento.

Come si evince da alcune lettere a Luigi Longo, in questo medesimo periodo Togliatti rilegge Carlo Cattaneo e rivaluta il suo ruolo nel Risorgimento, la sua “visione non reazionaria dei rapporti fra la città e la campagna”, il suo sostanziale “giacobinismo”, la sua comprensione del problema contadino e la necessità da lui posta di distruggere radicalmente l’assetto feudale. Egli mostra così di possedere una visione ampia della vicenda risorgimentale che gli deriva dai suoi studi giovanili sul liberismo e dalle inchieste sociali condotte in Sardegna in collaborazione con Gramsci. Non è solo la letteratura meridionalista, da Sidney Sonnino a Gaetano Salvemini, ad averlo influenzato nei suoi studi e ricerche. È soprattutto l’incontro con Luigi Einaudi con cui aveva scelto di sostenere, nel periodo universitario, la tesi di laurea avente per tema “Il regime doganale delle colonie”.

Il corso sugli avversari

Se si va a rileggere la trascrizione, effettuata dagli allievi, della conferenza ai quadri italiani all’estero, tenuta dal capo del PCI a Mosca nel 1935, presso la scuola leninista internazionale, su “Il partito nazionale fascista”, ci si rende conto della vastità della sua riflessione sui conflitti politici, sociali e istituzionali della storia d’Italia, entro cui egli scioglie alcuni dei tratti conflittuali rinvenibili nel fascismo. Un nucleo tematico in questa direzione è sicuramente nelle considerazioni circa l’assenza di un partito della borghesia italiana nell’età liberale. Togliatti ragiona sull’incapacità della classe dirigente di svolgere un ruolo politico egemone sul piano nazionale e di dare all’organizzazione dello Stato una forma stabile e sufficientemente equa e aperta per non subire contraccolpi distruttivi. La spiegazione è forse troppo economicistica (l’assenza di uno sviluppo industriale adeguato) ma contiene considerazioni interessanti sulla frammentazione del liberalismo politico, sui limiti della massoneria e la frequenza delle rotture della legalità in età liberale. Una nettezza di pensiero si riscontra nei giudizi sul partito popolare, presentato come un fenomeno nuovo nella società italiana. In tale partito, Togliatti individua la rappresentanza politica degli strati della piccola borghesia urbana e rurale e dei contadini; la vocazione clericale e antisocialista che convive con una indubitabile funzione democratica. Emerge e si amplia la riflessione gramsciana sul ruolo propulsivo dei contadini nel partito popolare come “unica classe piccolo-borghese che abbia conservato una funzione produttiva nella società italiana” e capace di “unificarsi politicamente e introdurre un elemento nuovo nel Parlamento, mutando radicalmente i termini tradizionali dell’equilibrio democratico”.

Riflettendo, inoltre, sulla crisi del tradizionale assetto politico, sociale e istituzionale, emerge nel capo del PCI una comprensione più matura e moderna dei movimenti di massa e, in particolare, di un aspetto che sfugge ad una lettura ancorata al conflitto sociale: la forte attitudine del regime fascista alla mobilitazione. Le masse – una volta identificabili dal punto di vista sociale, ideologico o territoriale – diventano in tale lettura la massa, un’unica immensa forza nazionale organizzata dalle strutture del regime senza più distinguerla per gruppo sociale o categoria.

Il Migliore arriva, infine, a delineare con precisione i caratteri dell’organizzazione dello Stato corporativo: a) fattore determinante di tutta la vita sociale, nei suoi aspetti più diversi; b) origine di ogni diritto; c) organismo che sta al di sopra delle classi; d) luogo in cui i diversi fattori della produzione – proletari, semiproletari e borghesi – collaborano direttamente e organicamente allo scopo di cercare il miglior assetto da darsi alla produzione e il sistema più equo di distribuzione dei prodotti. E significativamente si chiede se un’organizzazione siffatta fosse una tendenza necessaria e vitale delle moderne comunità industriali.

Un’altra conferenza importante ha come tema “Il fascismo nelle campagne”, che mette in risalto quanto profonda e particolareggiata sia la conoscenza della società italiana da parte di Togliatti. Egli si chiede: “Da chi era rappresentata la base del fascismo nelle campagne quando esso è andato al potere?” E a questa domanda risponde: “Prima di tutto (il fascismo) si appoggia sugli agrari i quali danno la spinta. Ma il fascismo non si appoggia solo sugli agrari. Ciò che dà al fascismo una certa base di massa nella campagna, specialmente nell’Emilia, è proprio il fatto che esso si poggia su alcuni strati di contadini medi, più o meno arricchitisi in quel torno di tempo e tendenti ad estendere e a rafforzare la loro azienda attraverso l’acquisto di nuove terre”.

Togliatti è perfettamente consapevole che nel primo dopoguerra si è ulteriormente ampliata la proprietà contadina.  “Se voi prendete – egli dice – le cifre relative alla distribuzione della popolazione italiana nella campagna, cifre che si riferiscono al 1911 e al 1921, voi trovate (…) un aumento del numero dei proprietari nella campagna, non solo un aumento in generale, ma anche un aumento numerico dei piccoli e medi proprietari”.

E tale consapevolezza porta il dirigente comunista a porsi un’altra domanda: “Perché questi strati si volgono verso il fascismo?” E la risposta è: “Perché nella situazione del dopoguerra essi si trovano sotto la pressione del movimento dei braccianti e del movimento che nella campagna veniva diretto dal Partito socialista su una linea sbagliata, linea che respingeva questi strati dall’alleanza con il proletariato della città e con le masse della campagna. (…) Il fascismo prende una posizione contro il movimento rivoluzionario; posizione aperta, posizione, starei per dire, che prima ancora che contro gli operai è diretta contro il movimento dei braccianti e contro lo sviluppo del movimento rivoluzionario nella campagna. È in questa direzione che il fascismo porta il suo colpo principale: impedire lo sviluppo e l’estensione della tendenza ad una rivoluzione agraria. E appoggia, in questo momento, la via della riforma agraria”.

Come si può notare, egli distingue la rivoluzione agraria dalla riforma agraria. La rivoluzione agraria è la spinta a creare una piccola proprietà per mezzo dell’appropriazione, dell’occupazione delle terre. La riforma agraria è, invece, la tendenza alla formazione della piccola proprietà attraverso l’acquisto della terra. E Togliatti attira l’attenzione sulla scelta operata dal fascismo di impedire lo sviluppo della tendenza ad una rivoluzione agraria e di appoggiare la via della riforma agraria. Scelta determinante per attrarre il consenso dei contadini al regime fascista.

Il capo del PCI invita, pertanto, gli allievi a non sottovalutare ma a studiare attentamente i caratteri e gli esiti della politica agraria del fascismo: la battaglia del grano, la bonifica integrale e l’organizzazione economica dell’agricoltura. A lui preme far comprendere come le politiche socio-economiche vadano ad incidere profondamente negli assetti di potere e nei rapporti tra i diversi ceti sociali e, dunque, come gli esiti dell’azione di governo siano diversi a seconda degli interessi e dei bisogni da cui essa prende le mosse. E, in tale quadro, indica le aree sociali ed economiche delle campagne dove cresce il malcontento a causa di una politica che di fatto favorisce essenzialmente l’industria e la grande proprietà. Ma mette in guardia da atteggiamenti faciloni. “Le forme di controllo – egli dice – che prima erano nella campagna molto più deboli che nella città sono state oggi considerevolmente rafforzate. (…) E ciò pone di fronte a noi dei compiti vasti e difficili”.

Togliatti coglie le opportunità che si presentano nelle campagne italiane, già a metà degli anni trenta, per spostare dal fascismo al suo partito il consenso di ceti rurali ben più variegati e che vanno ben oltre i proletari agricoli e i contadini poveri, indicati nelle Tesi di Lione come i possibili alleati della classe operaia. E già allora avverte che tale alleanza non va più concepita in modo rigidamente gerarchico, bensì come capacità di comprensione reciproca delle specifiche aspirazioni e dei diversi interessi delle forze in campo da unificare in un medesimo progetto politico di trasformazione della società.

Le campagne e la costruzione del partito nuovo

E così quando torna in Italia, il dirigente comunista vuole immediatamente toccare con mano le diverse realtà agricole del paese per comprenderne l’evoluzione e approfondire i problemi che nel frattempo si erano ulteriormente aggravati. Colpisce la sua capacità di cogliere gli aspetti più minuti della vita delle campagne e di ricavarne indicazioni preziose per il lavoro politico.

Emblematico è, a questo proposito, il suo viaggio in Basilicata subito dopo la formazione del secondo governo Badoglio in cui ricopre la carica di ministro senza portafogli. E sorprende la sintonia che immediatamente riesce a creare con Michele Mancino, figlio di bracciante e bracciante egli stesso, comunista fin dalla scissione di Livorno, costruttore e animatore del partito negli anni della dittatura, segregato nelle carceri fasciste dove può avvicinarsi ai precursori del movimento comunista sotto la guida di illuminati maestri, come Emilio Sereni e Velio Spano.  Sono proprio figure temprate come quella di Mancino che egli intende promuovere alla direzione del partito nuovo. Ma prima vuole rendersi conto di persona delle loro reali capacità e sensibilità.

È Mancino stesso a raccontare l’incontro con il Migliore e i preparativi per la sua partecipazione al congresso della federazione comunista di Potenza. Nella ricostruzione dell’episodio, il capo del PCI appare come una figura carismatica e soprattutto mostra evidenti capacità educative e una spiccata propensione a trasmettere tali attitudini ai dirigenti di base. “Volle vedere la relazione che avevo preparato – scrive Mancino in un suo libro di memorie Lotte contadine in Basilicata – e rimase sorpreso quando gli comunicai che in effetti non avevo fatto nessuna relazione essendo rientrato il giorno prima dal Melfese; disponevo solo di una serie di appunti, il resto lo avevo in mente; mi propose allora di abbozzarla insieme la mattina seguente”.

Messo alla prova da Togliatti, il dirigente lucano mostra di conoscere perfettamente le varie forme di contratto agrario più diffuse nella provincia di Potenza e lo stato dei rapporti tra i contadini e i proprietari. Al congresso si scontrano i delegati del capoluogo di provincia che volevano egemonizzare la direzione del partito e quelli che venivano dalle altre zone. Deve intervenire più volte Togliatti per invitare a votare Mancino alla carica di segretario e a respingere la candidatura dei potentini che vogliono eleggere un professore che non ha mai avuto la tessera del partito e, soprattutto, ha rifiutato l’iscrizione in momenti difficili come quelli attraversati durante il periodo fascista.

Prima di ripartire per Napoli, Togliatti riserva a Mancino, appena eletto segretario, una parola di conforto e alcune raccomandazioni: “Non ti scoraggiare se ci sono state resistenze alla tua elezione. L’uomo non inizia mai un’attività, un lavoro, un’opera importante che sia bella e perfetta. In politica si inizia con quello che si ha, con ciò di cui si dispone, e poi via via, nel corso degli anni si modifica, si migliora, si perfeziona ma senza mai giungere alla fine con le primitive idee e i primi programmi perché questi si modificano in base al mutamento delle condizioni, e le nuove situazioni dovute alla nostra attività, che tu devi ancora orientare e modificare, mutare forme di lavoro, tattica e nuovo programma, sia per le parti che realizzi come per i problemi nuovi che sorgono dalle lotte delle masse contro gli avversari di classe. Idee chiare, costanza e non commettere errori, questi sono i vostri compiti del momento. (…) Le masse si educano nella lotta e i quadri si formano nella lotta, nello studio e nel lavoro. Ma occorre tempo, molto tempo, degli anni, per formare un quadro politico che non si realizza solo attraverso le lotte, il lavoro e l’esperienza; occorre soprattutto lo studio”. E l’ex bracciante conclude il racconto di quell’incontro straordinario con queste parole: “ Ci separammo, ma la sua figura, le sue parole, i suoi consigli sono rimasti sempre con me quasi come un collegamento ideale fino e oltre la sua scomparsa, non ho mai dimenticato nulla dei suoi insegnamenti e in ogni circostanza li ho sempre attuati”.

Emerge in questo episodio l’approccio eminentemente pedagogico di Togliatti nella costruzione del partito nuovo. Per assumere dimensioni di massa, il PCI deve fondarsi su quadri fortemente radicati nel tessuto sociale, scelti indipendentemente dalla propria condizione professionale, purché perfettamente consapevoli di dover compiere un percorso costante di apprendimento individuale e collettivo e, al tempo stesso, sufficientemente capaci di leggere la realtà in cui operano e di estendere continuamente le alleanze politiche e sociali.

Un comunista al ministero dell’Agricoltura

Quando il 4 e il 5 giugno del 1944 Roma viene liberata, Togliatti considera una priorità strutturare l’impegno del partito nelle campagne. Pertanto, accetta immediatamente la richiesta di Pietro Grifone di occuparsi dei problemi agrari. L’esponente comunista aveva iniziato a svolgere un’intensa attività politica nelle campagne del Lazio e del Mezzogiorno già agli inizi degli anni trenta prima di essere arrestato e confinato in Sardegna e poi nell’isola di Ponza. E da pochi anni aveva completato la stesura di un importante saggio sul capitalismo finanziario in Italia. Togliatti lo avverte però che l’incarico doveva considerarsi provvisorio in quanto la responsabilità della politica agraria spettava a Ruggero Grieco, appena questi sarebbe rientrato in Italia.

Infatti, era stato Grieco negli anni venti ad aver impostato, operando a stretto gomito con Gramsci e con Togliatti, le linee di un’azione dei comunisti nelle campagne del tutto innovative rispetto alla politica socialista, sia riguardo ad un più articolato ventaglio di figure sociali da coinvolgere, sia per quanto concerne l’esigenza di costituire un’organizzazione autonoma dei contadini rispetto al sindacato dei lavoratori agricoli dipendenti. Ma Togliatti, come si è visto, stava maturando idee nuove per affrontare in modo più efficace i problemi delle campagne alla luce delle riflessioni sul fascismo. E tuttavia vuole che sia Grieco a dirigere il lavoro del partito sulla politica agraria in continuità con l’impostazione precedente. Intende produrre l’innovazione politica combinando in modo originale l’impegno dei comunisti nel governo, l’attività del partito al centro e la direzione dei movimenti di massa nel territorio.  È per questo che, al momento della costituzione del governo Bonomi (giugno 1944), Togliatti considera l’affidamento del dicastero dell’Agricoltura a un comunista come una conditio sine qua non dell’intesa con gli altri partiti e, in particolare, con la DC. E conferma nell’incarico il calabrese Fausto Gullo – già ministro dell’Agricoltura nel precedente governo Badoglio – perché la situazione in Calabria è quella più incandescente. Negli anni precedenti, il movimento contadino locale aveva sviluppato uno scontro duro con il fascismo ed ora mantiene aperto un conflitto molto aspro con la grande proprietà terriera.

Quanto l’agricoltura sia importante per Togliatti lo dimostra anche l’aspra polemica epistolare che egli sostiene l’anno successivo con De Gasperi sulla figura da scegliere come commissario della Federconsorzi, un’organizzazione importante che gestisce e controlla la distribuzione dei mezzi tecnici ai contadini e dei rifornimenti alimentari. Il capo del PCI rivendica quel posto al proprio partito, accusando De Gasperi di non rispettare lo spirito dell’alleanza governativa. Dietro i nomi, ovviamente, stanno le diverse strategie, condizionate dal potere di veto degli angloamericani della Commissione alleata di controllo, critici verso l’ipotesi di assegnare a un comunista il ruolo di commissario della Federconsorzi e di modificare la struttura di un’organizzazione essenziale per i rifornimenti militari. Il braccio di ferro tra i due segretari e gli angloamericani non impedisce la nomina a commissario del comunista Francesco Spezzano, anch’egli calabrese come il ministro.

Nel ricostruire recentemente l’intera vicenda che vede impegnati i comunisti nel dotarsi di una strategia di conquista dei ceti medi produttivi nelle campagne in competizione con la DC, Emanuele Bernardi mette bene in evidenza la sincronicità delle decisioni ai diversi livelli, “dall’alto” e “dal basso” e dimostra in tal modo come il tutto si possa ricondurre ad un disegno politico ben preciso.

Gullo avvia immediatamente il varo di una complessa serie di decreti riguardanti la proroga e la modifica dei riparti nei contratti agrari in senso più favorevole ai contadini, l’assegnazione delle terre incolte o malcoltivate alle cooperative agricole, il divieto del subaffitto, la riforma degli usi civici. Ma è soprattutto il provvedimento sulle terre incolte a costituire una risposta formidabile alla forte pressione del movimento contadino calabrese. La strategia messa a punto dai comunisti locali, d’intesa con il ministro e con il segretario del PCI, è quella di non compiere atti di forza ma di rimanere sul terreno della legalità. E il decreto Gullo serve proprio a questo scopo. In caso di mancato “bonario” accordo, la decisione sarebbe spettata ad una commissione presieduta dal prefetto e composta da un rappresentante dei proprietari terrieri e da uno delle organizzazioni contadine. Non appena il provvedimento è pronto per essere varato, il Pci calabrese, d’intesa con la direzione centrale e con Gullo, avvia l’occupazione di 4 mila ettari di terre.

Togliatti segue personalmente la vicenda attento soprattutto a collocare l’iniziativa di lotta nell’alveo della legalità. È qui l’aspetto più innovativo che egli vuole introdurre nello scenario politico. Nella sua visione, “riforme” e “rivoluzione” non sono più in alternativa come era accaduto nel primo dopoguerra, bensì si fondono in un’azione politica che è contestualmente di lotta e di governo, costruendo un ponte tra le istanze radicali e potenzialmente anarchiche dei contadini e il nuovo Stato che si andava definendo. Al capo del PCI l’applicazione del decreto Gullo serve per sperimentare una particolare modalità di costruzione del partito nuovo: i comunisti stanno nel governo per introdurre riforme socio-economiche e si fanno forti, nella negoziazione con gli altri partiti alleati, dell’iniziativa “dal basso” coordinata e controllata “dall’alto” per evitare le spinte centrifughe.  Quando a Caulonia, in Calabria, agli inizi del 1945, i contadini insorgono contro antiche e nuove ingiustizie con manifestazioni violente e ribellistiche, Togliatti commenta i fatti ed esprime solidarietà ai lavoratori nel corso del suo intervento al Consiglio nazionale del PCI. Ma afferma con nettezza: “La sola via per frenare le forze reazionarie è quella di un’azione ampia, legale, ordinata e disciplinata; un’altra strada non esiste”.

Non a caso è proprio su questo punto che si apre una divergenza di posizioni politiche nel gruppo dirigente comunista. Gullo e Di Vittorio condividono l’impostazione di Togliatti nel vedere nella legge e nelle nuove istituzioni che si vanno formando – come il Parlamento e la Repubblica – occasioni per il movimento contadino di acquisire importanza politica e di ottenere concessioni economiche, muovendosi all’interno e nel rispetto di tali nuovi istituti.

Invece, Grieco, che nel frattempo è rientrato da Mosca e ha assunto la guida, insieme a Gullo, della commissione agraria del partito, vede nella veste legalitaria dei decreti una limitazione alle potenzialità del movimento, che avrebbe dovuto essere indirizzato – a suo parere – verso una costante mobilitazione classista, potenzialmente rivoluzionaria e non necessariamente orientata a raggiungere accordi con la controparte. A questa posizione critica si accodano, pur con differenze tra loro, Sereni e Grifone.

Il confronto è serrato. Gullo vede il suo decreto come uno strumento di lotta, legalmente riconosciuto, che viene affidato ai contadini. Di Vittorio giunge a chiedere alla presidenza del Consiglio di concedere alle cooperative e alle leghe dei contadini le terre incolte su parere del ministero dell’Agricoltura, il quale avrebbe potuto risolvere la questione in pochi giorni inviando un proprio ispettore.  E chiarisce il suo pensiero affermando che “l’auspicata soluzione legale del problema della terra sarà tanto più possibile e relativamente facile, in quanto da parte di tutti gli interessati si rinuncerà nella misura necessaria ad una concezione retriva, tradizionalista e statica del diritto”.  Si avverte in queste parole l’ispirazione togliattiana alla “legalità” e alla “progressività”. Emerge, in sostanza, una visione dinamica del movimento di massa come processo educativo dei ceti popolari alla democrazia e come strumento di pressione, che non deve mai scadere nella violenza dalle conseguenze politiche dannose, ma deve avere la forza sufficiente per scavare nella coalizione di governo varchi lungo i quali introdurre progressivamente elementi di riforma. Una linea di condotta che risponde ad una ben definita strategia di costruzione del partito nuovo e, nel contempo, di avanzamento della democrazia progressiva. A siffatta strategia si contrappongono, da parte di coloro che non la condividono, argomenti fragili, tesi a sottolineare il carattere moderato del decreto e la distanza tra l’esigenza di ridefinire nuovi rapporti sociali e i modesti risultati che si sarebbero ottenuti con la sua applicazione.

Ma c’è un altro motivo che spinge Togliatti a muoversi sul terreno del gradualismo: ai movimenti di occupazione delle terre partecipano anche i cattolici democratici e, dunque, le sinistre devono sapersi muovere sul terreno della competizione politica ma anche mantenendo viva l’ispirazione unitaria. Tutti i documenti approvati dai congressi della DC e i programmi elettorali di questo partito, nonché le lettere pastorali del vescovato meridionale e i programmi delle Acli prevedono l’intervento dello Stato per ampliare il numero dei piccoli proprietari e per favorire l’affermazione delle cooperative beneficiarie delle terre incolte. D’altronde, tra il 1945 e il 1947 PCI e DC condividono – come meglio vedremo più avanti – una concezione della democrazia monistica e totalizzante, che esclude l’idea di un’alternanza di potere e si fonda sulle capacità di mediazione politica e rappresentanza sociale del blocco antifascista nel suo complesso: una sorta di vero e proprio blocco nazionale capace di coagulare e sanzionare istituzionalmente la quasi totalità dei consensi.

Durante il governo Parri, insediatosi nel giugno 1945, l’attività in campo agrario è diretta a fronteggiare la penuria di prodotti cerealicoli e principalmente assorbita (e, quindi, paralizzata) dall’assillante ricerca di risolvere la vertenza mezzadrile. In quell’anno il raccolto del frumento tocca la punta più bassa di tutto il periodo della guerra, appena 41 milioni di quintali, e il quantitativo consegnato all’ammasso raggiunge la cifra di appena 10 milioni e mezzo. Di qui l’impegno primario e costante del governo di provvedere al fabbisogno alimentare con misure assunte da un comitato ristretto presieduto da Parri e composto dai ministri dell’Agricoltura, Gullo, e dell’Alimentazione, Molè.

Ma sono tutti provvedimenti congegnati a fatica, disorganici, lenti e imperfetti nell’attuazione, malamente accolti.  L’economista agrario Manlio Rossi-Doria, all’epoca legato al Partito d’Azione, critica la politica alimentare del governo e suggerisce di esentare dall’ammasso le partite minime, di adeguare i prezzi o legare il conferimento alla consegna di concimi e di altri beni strumentali e, infine, di “snellire, demolire, cambiar ritmo alla macchina fradicia degli UPSEA, della SEPRAL e dei consorzi” per ridar fiducia agli agricoltori”. Gli UPSEA  – uffici preposti alla disciplina degli ammassi – vengono spesso assaliti e devastati dalle popolazioni locali. Il disagio è diffuso e non si riescono a trovare soluzioni efficaci.

L’attenzione del governo e delle forze politiche e sociali è rivolta prevalentemente alla mobilitazione dei mezzadri per la modifica del contratto. Sono due milioni e mezzo di persone. E la vertenza si ripercuote anche sugli ammassi e sul problema dell’approvvigionamento alimentare. I partiti di sinistra e la DC sostengono le rivendicazioni dei mezzadri volte ad ottenere miglioramenti economici nel riparto delle quote e modifiche normative. Liberali e monarchici sono dalla parte dei concedenti. I tentativi di conciliazione esperiti dal governo, anche mediante la predisposizione di provvedimenti di sostegno alle imprese agricole, non vanno a buon fine. Il motivo sembra essere più politico che sindacale. Nei giorni in cui Parri sembra aver chiuso positivamente la vertenza, il PLI decide di attaccare frontalmente il governo di cui fa parte. All’origine della presa di posizione è l’insoddisfazione per il cambio della moneta e l’applicazione dell’imposta straordinaria sul patrimonio. E la Confida, legata a doppio filo ai liberali,  non se la sente all’ultimo momento di dare soddisfazione a Parri e non accoglie la sua proposta di conciliazione, benché sia stata formulata con il loro fattivo concorso.

Nelle polemiche che seguono la rottura delle trattative, salta fuori anche un’altra notizia che viene presa a pretesto dalla Confida per criticare aspramente il governo: Togliatti, in qualità di guardasigilli, è intervenuto sulla magistratura per evitare l’arresto di mezzadri accusati di aver trattenuto la quota di riparto. Si tratta, non c’è dubbio, di una grossa montatura politica. Il ministro dichiara che l’episodio debba restringersi a più modeste proporzioni. In due casi concreti – chiarisce Togliatti – in cui era da temersi un eccessivo acutizzarsi della situazione per l’imputazione di taluni mezzadri, egli aveva telegrafato al procuratore generale del re di Perugia e al procuratore generale di Terni per comunicare che, essendo in corso la soluzione generale della vertenza mezzadrile (poi fallita), di tale dato fosse tenuto conto. E aggiunge di aver agito nei limiti dell’ordinamento giudiziario: di essersi rivolto, cioè, agli organi del pubblico ministero che esercitano la loro funzione “sotto la direzione del ministro”.

Ma la polemica non si placa. In difesa dell’operato del ministro di Grazia e Giustizia, lamentando la condotta della Confida e auspicando la ripresa delle trattative per la soluzione della vertenza mezzadrile su basi locali, scende in campo anche Rossi-Doria con un articolo il cui titolo “nostalgie fasciste della Confida” è anche più acre del suo contenuto. Poco più tardi, la Federterra rivolge un caldo appello ai mezzadri a riprendere la mobilitazione per una più equa ripartizione dei prodotti e rinfaccia ai concedenti di non voler “rinunciare al costume fascista di aver un governo e dei ministri che siano ai loro ordini”. Oltre, però, alla difesa, puntuale di Togliatti, e generica del governo, non vi è nella presa di posizione della Federterra alcun riconoscimento aperto dell’attività mediatrice svolta da quest’ultimo e nessun invito ad intervenire nel conflitto sociale.

La vicenda si inserisce, quindi, nelle manovre politiche dei liberali, d’accordo coi democristiani e nel silenzio dei comunisti e dei socialisti, volte a sbarazzarsi dell’esponente azionista, inviso a vari ambienti economici per le misure che aveva intrapreso sulla moneta e sul patrimonio. E dimostra come le organizzazioni della società civile, sia quelle imprenditoriali che sindacali, si muovono secondo logiche più propriamente politiche e non legate esclusivamente ai propri specifici interessi.

Il dibattito sulla Coldiretti

Le difficoltà incontrate dai comunisti nell’elaborare una politica agraria adatta alle specificità del nostro paese sono tutt’uno con quelle emerse nel riorganizzare la società civile nelle sue forme di rappresentanza sociale.  Nelle complesse trattative tra democristiani, socialisti e comunisti per la costituzione della CGIL unitaria – che si erano concluse nel giugno 1944 con il Patto di Roma – Di Vittorio aveva proposto la costituzione di un’organizzazione dei contadini autonoma dal sindacato. Era un’indicazione già presente dal 1924 nel programma agrario dei comunisti. Ma i democristiani Giovanni Gronchi e Achille Grandi, che avevano partecipato agli incontri, volevano sistemare i contadini nella CGIL unitaria per poter bilanciare la maggiore influenza che la sinistra avrebbe avuto tra i lavoratori dipendenti e finirono per avere partita vinta.

In realtà, i vertici democristiani non la pensano allo stesso modo. De Gasperi è convinto che i coltivatori abbiano il diritto di organizzarsi autonomamente rispetto ad altri ceti sociali per far valere il proprio protagonismo nella società. Ma accanto a questa posizione di principio c’è anche un timore politico rafforzato dal modo come i comunisti si stanno muovendo nella preparazione e gestione dei decreti Gullo. Nel settembre di quell’anno confida a Luigi Sturzo – il quale da New York si fa latore delle preoccupazioni americane circa la riorganizzazione della rappresentanza dei lavoratori – che la soluzione sindacale era “precipitata”, nonostante egli avesse consigliato di “procedere per gradi”. De Gasperi scrive al fondatore del partito popolare: “Ora bisogna vedere di lavorare per completarla dall’interno. Posizione difficile e rischiosa (…) ma io non sono riuscito a cavare da Grandi, convertitosi sentimentalmente a un unitarismo quasi mistico, Gronchi assorbito dal ministero e altri pochi amici impreparati uno sforzo maggiore”. Paventando il rischio di venire egemonizzati dalle sinistre, De Gasperi e i suoi più stretti collaboratori, con l’appoggio del Vaticano e dell’Azione cattolica, promuovono dunque la nascita della Coldiretti, oltre che delle Acli, col chiaro disegno di ritagliarsi uno spazio di autonomia nello scenario sindacale.

La Coldiretti viene costituita alla fine di ottobre del 1944. In una nuova lettera a Sturzo, De Gasperi scrive: “Stiamo provvedendo per: a) rinforzare con qualche collaboratore la posizione di Grandi; b) promuovere la federazione dei piccoli proprietari coltivatori diretti, che dovrà appoggiarsi all’unità sindacale, ma con maggiore autonomia; c) appoggiare l’ICAS (Istituto Cattolico per le Attività Sociali) a costituire le associazioni dei lavoratori cristiani, non specificatamente sindacali, ma di cultura professionale”.

In casa comunista la nascita della Coldiretti viene vissuta come un “atto scissionistico”. Ma in realtà, la vera scissione la Coldiretti la compie a danno della Confagricoltura, dove la costituzione della nuova organizzazione provoca un serrato dibattito sul se e come rispondere all’operazione favorita da De Gasperi.

Di Vittorio aveva, dunque, ceduto sulla sua proposta originaria di organizzare i coltivatori autonomamente dalla CGIL, commettendo un gravissimo errore a cui i comunisti non cercano di riparare nemmeno adesso che nasce la Coldiretti. In verità, nonostante gli orientamenti abbastanza isolati di Grieco e di Di Vittorio maturati già negli anni venti, la parte maggioritaria del gruppo dirigente comunista è mossa dall’idea che i contadini potrebbero conseguire un miglioramento delle proprie condizioni solo a patto che la loro azione si svolga all’interno del sindacato dei lavoratori dipendenti. In siffatto modo potrebbero contenere – secondo tale visione – il loro naturale individualismo sotto la guida della classe operaia, l’unica capace di esprimere – in base a questa impostazione – una funzione dirigente.

Ne è prova il dibattito che si sviluppa nella Direzione del giugno 1945 sulla base di una informativa di Di Vittorio sugli atti compiuti dalla CGIL per rintuzzare la nascita della Coldiretti. “I democratici cristiani – egli dice – hanno così una comoda situazione: un’organizzazione con noi e una propria. Nella nostra possono fare anche del sabotaggio. Tale situazione non può durare (…) necessità di studiare il problema dell’organizzazione dei contadini”. Le ipotesi poste sul tappeto sono due: sciogliere la Coldiretti e immettere i suoi organizzati nella Federterra; oppure sdoppiare la Federterra in due federazioni, braccianti e salariati l’una, coltivatori diretti l’altra. Di Vittorio caldeggia ovviamente la prima ipotesi. Gullo a sua volta osserva: “Il problema è di vedere se bisogna mettersi dentro (la Coldiretti) o combatterla apertamente”. È Grieco a invitare il partito alla riflessione in termini autocritici. “Abbiamo subito – egli afferma – una piccola sconfitta che potrebbe diventare grande. Perché? Perché vi è stata una carenza nella Federterra. (…) È colpa nostra. (…) Bisogna fare qualcosa alla base; fare le sezioni distinte aprendo le porte a tutti i contadini coltivatori diretti; sopprimendo l’articolo (dello statuto della CGIL) che limita l’entrata ai coltivatori diretti”.

Togliatti è l’ultimo a intervenire con un’analisi meticolosa di quanto sta avvenendo e riconducendo il tutto alla linea più generale che il partito cerca di darsi per penetrare tra i ceti medi delle città e delle campagne in competizione con la DC. “Mi pare che la questione sia molto importante – egli attacca – perché è un problema che riguarda la conquista dei ceti medi. Se sbagliamo organizzativamente sbagliamo anche politicamente”. E continua in modo secco: “Noi non abbiamo seguito la linea che avevamo tracciato. La DC pensava con la massa dei contadini coltivatori diretti di controbilanciare la forza degli operai e dei braccianti. Difficilmente il contadino che impiega mano d’opera è possibile organizzarlo con i braccianti. È inevitabile in Italia la creazione di una organizzazione di coltivatori diretti”. Con parole esplicite avverte: “Non è possibile assorbire l’Associazione coltivatori diretti nella Federterra”. E poi indica una strada da percorrere: “Si può creare accanto alla Federterra un’associazione di coltivatori diretti. Il problema si risolve se creeremo delle organizzazioni di coltivatori diretti che abbiano un carattere regionale. Non bisogna avere la mania di centralizzare. Bisogna essere più elastici. In Italia le condizioni dei contadini cambiano da località a località. La base di tutto è di organizzare provincia per provincia i coltivatori diretti sulla base dei loro bisogni”.

La proposta di promuovere autonome forme organizzative dei coltivatori su basi locali, formulata da Togliatti, è perfettamente coerente con la sua impostazione della riforma agraria – lo vedremo tra poco – come processo di cambiamento sociale da far aderire ai diversi sistemi agricoli territoriali, a cui corrisponde la visione di un assetto istituzionale che in questo frangente appare basato su di un regionalismo spinto. Tuttavia, le indicazioni del segretario del PCI rimarranno lettera morta. La Coldiretti si consoliderà e la sinistra non darà vita per un lungo periodo ad un’autonoma organizzazione di coltivatori come sarebbe stato necessario. E il motivo lo ricorderà senza fronzoli Giorgio Amendola: “In fondo tutto il gruppo dirigente della Confederazione del lavoro non vedeva questa necessità: (i democristiani) facciano pure la loro confederazione di coltivatori diretti – dicevano – noi abbiamo la Federterra”.

Riforma agraria e autonomie locali nel pensiero di Togliatti

In tale clima convulso e contraddittorio la commissione agraria del PCI discute il progetto di politica agraria da proporre agli altri partiti della coalizione. Ed emergono immediatamente due linee. La prima, più radicale, prevede l’esproprio di tutta la proprietà assenteista, intendendo con questo termine non solo il latifondo ma “tutte le proprietà in cui il proprietario non esercita, conducendo in proprio il fondo, un’effettiva direzione”, quindi anche le proprietà date in affitto o condotte a mezzadria. I limiti di esproprio possono essere 100 ettari per le aziende nella Valle Padana e 200 ettari per quelle estensive del Mezzogiorno. Le terre espropriate dovrebbero essere assegnate a coltivatori singoli o associati in cooperative con esclusione quindi di ogni imprenditore che non coltiva direttamente. La linea alternativa prevede, invece, un intervento più moderato che esclude dall’esproprio i piccoli e medi proprietari non coltivatori.

Rispetto a tali proposte, Togliatti interviene nel dicembre 1945 per assumere una posizione favorevole all’ala moderata e respingere l’impianto rigidamente classista della linea più radicale. Sostiene in particolare che «l’espropriazione della terra senza discriminazione non può servire che a rinsaldare il blocco tra i medi e grandi proprietari del meridione» e si dichiara a favore di chi ha prospettato l’importanza di un intervento diretto soprattutto nei confronti del latifondo nel Mezzogiorno, contro il quale occorre portare un «grande colpo», senza compromettere i piccoli proprietari terrieri, coltivatori e non. Afferma, quindi, l’importanza di indebolire soprattutto il grande capitale monopolistico, ricercando ampie alleanze all’interno del mondo contadino allo scopo di isolare la grande proprietà terriera. Ribadisce, allo stesso tempo, alla luce della complessa articolazione dell’agricoltura italiana, l’importanza politica di intervenire sui contratti agrari.

Al V congresso del PCI, che si svolge a distanza di pochi giorni a Roma nell’aula magna dell’Università, il Migliore torna sull’argomento della riforma agraria nella sua relazione durata quattro ore. Si sforza di rappresentare quanto più possibile le attese delle aree più “avanzate” del partito, quando afferma l’importanza di difendere le piccole proprietà contadine e di attaccare il latifondo, ma anche di indirizzarsi lungo la strada della conduzione collettiva delle aziende agrarie in Emilia. Manifesta, in altre parole, la volontà di legare i processi riformatori alla “geografia” del partito, alla sua forza di proporre e imporre, se necessario, determinati cambiamenti nei rapporti tra le classi. In questa fase, prevale in Togliatti l’idea che le riforme dovrebbero adeguarsi alle diverse condizioni dei territori e dei sistemi agricoli locali. Una visione che si traduce, sul piano dell’assetto istituzionale, in un’impostazione basata su di un regionalismo spinto per poter cogliere tutte le potenzialità delle diverse articolazioni delle lotte agrarie a livello locale.

Nel pensiero politico di Togliatti l’idea di governo e del rapporto tra centro e periferia del sistema economico e politico – come anche del sistema elettorale – è legato alla sua concezione del partito nella società di massa e all’idea di egemonia che avrebbe dovuto caratterizzare anche la Costituzione. Il punto di partenza è l’aspirazione – dopo la soppressione fascista della libera dialettica d’opinione tra i partiti e tra questi e i diversi interessi organizzati nella società mediante la costruzione dello Stato totalitario e corporativo – al recupero da parte della politica, nella sua riconquistata dimensione democratica, di una funzione generale d’indirizzo e di fissazione di principi e valori condivisi, presidio di tutela e garanzia delle libertà democratiche.  Fissato il ruolo forte dalla politica, il rapporto della società civile con lo Stato è assunto nella dimensione non corporativa. E tale modalità è in questa fase per Togliatti il percorso per risolvere le disomogeneità territoriali della forza del partito, perseguire gradualmente ma unitariamente l’obiettivo delle riforme di struttura e avviare, allo stesso tempo, una linea politica competitiva con la DC.

Le differenziazioni della forza del partito a livello territoriale, d’altronde, sono anche il frutto di una estraneità alle leve del potere e ai meccanismi del sistema dell’amministrazione e della burocrazia. Leve e meccanismi che celano – per i comunisti – una propensione antidemocratica nei dirigenti pubblici, una concezione gerarchica del rapporto tra amministrato e amministratore e una visione autoritaria dell’istituzione. Ed è per questo che la partecipazione al governo è vissuta dal PCI anche come un’occasione per superare tale estraneità e introdurre direttamente processi di democratizzazione delle amministrazioni pubbliche.

Ma occorre aggiungere che per Togliatti l’evoluzione del rapporto tra i diversi livelli istituzionali è anche strettamente legata al carattere differenziato dei sistemi agricoli territoriali. Non a caso, nel comitato per lo studio della questione regionale che si costituisce a Roma alla fine del 1944, composto dai rappresentanti dei partiti di unità nazionale, per i comunisti partecipa Ruggero Grieco, responsabile della sezione agraria. D’intesa con Togliatti, egli sostiene in tale comitato che per affrontare il tema delle autonomie non “occorre partire dalla forma statuale teoricamente preferibile, ma dai principali e concreti problemi della ricostruzione nazionale – relativi all’industria, all’agricoltura, ai trasporti, agli alloggi, ecc. – e quindi risalire alla forma statuale più idonea alla risoluzione di quei problemi”. Per Grieco vi è dunque un legame non scindibile tra riforme economico-sociali e ordinamento dello Stato, e occorre – a suo avviso – che questo nesso venga rafforzato dalla Costituzione.

Durante il regime fascista, il PCI aveva aderito all’idea autonomistica quale strumento di disgregazione dello Stato, di accelerazione della crisi innescata dalla guerra e dalle contraddizioni del fascismo, di lotta al sistema capitalistico e monopolistico e di indebolimento dell’autorità centrale in favore di un potere appunto territoriale e delocalizzato in funzione rivoluzionaria. La stessa questione meridionale veniva posta nell’ottica del federalismo all’interno di un progetto di “Unione delle Repubbliche Soviettiste italiane”. Era una linea, nella sostanza, fedele alle osservazioni formulate da Lenin in Stato e rivoluzione, ove questi aveva sottolineato “l’importanza della lotta per il rafforzamento delle autonomie amministrative locali in uno Stato centralizzato borghese”.

Con la “svolta” di Salerno del 1944, il PCI avvia, invece, l’elaborazione di una linea di nuovo accentramento e di continuità degli ordinamenti, in un quadro di responsabilizzazione istituzionale, di partecipazione al governo e di accettazione delle logiche parlamentari, in funzione delle quali attivare forme di mobilitazione di massa e di conflitto sociale. La trasformazione della società, dell’economia e dell’ordinamento dello Stato assume, tra il 1944 e il 1947, nella concezione comunista questo preciso significato: intervento statale centrale e mobilitazione dal basso (nella prima fase più il primo che il secondo, caratterizzato dall’emergenza, e poi dal 1946, come vedremo, l’ordine di priorità si inverte), in stretto rapporto con la concessione di contenute autonomie, intese come strumento di modificazione degli assetti sociali, economici e politici e, per quanto riguarda la Sicilia e la Sardegna, mezzi di integrazione territoriale e di conservazione dell’unità statale contro i rischi del separatismo e del “vuoto” creatosi dopo la caduta del fascismo.

Una politica economica produttivistica e allo stesso tempo redistributiva, la difesa dell’unità nazionale e antifascista, la ripresa dell’attività politica nei comuni e nelle province e la concessione di una maggiore autonomia alle isole, sono in altre parole dal 1944 interventi concepiti contestualmente, come un insieme di provvedimenti giudicati più efficaci, rispetto alla semplice repressione, al fine di contenere le jaqueries e le spinte separatiste, forti soprattutto in Sicilia e Sardegna. “Con misure di polizia e ordinaria amministrazione la Sicilia la perdiamo”, annota Togliatti nel settembre 1944 nelle pagine del diario. E chiarisce: “Fare tre cose: a) democrazia; b) riforma agraria; c) autonomia locale”.

La proposta di un “nuovo corso” dell’economia italiana

L’affermazione dei tre grandi partiti di massa (DC, PSI, PCI) nelle elezioni politiche del 2 giugno 1946 e la contestuale nascita della Repubblica a seguito del referendum istituzionale segnalano che l’Italia si è immessa stabilmente sul terreno della democrazia e che, dunque, alcuni obiettivi essenziali della strategia togliattiana sono stati raggiunti.  Ma la strada si presenta irta di difficoltà. La percentuale dei voti comunisti (18 per cento) è, infatti, inferiore alle aspettative. E intervenendo in direzione Secchia addebita quel relativo insuccesso al moderatismo impresso da Togliatti alla linea del partito e all’isolamento in cui il PCI si trova in seno al movimento comunista internazionale a causa delle recenti prese di posizione a favore dell’italianità di Trieste. L’irrequietezza di una parte del gruppo dirigente rispecchia quella di settori non marginali del partito che, in un contesto di acute tensioni sociali non sono estranei a fenomeni come il «ritorno in montagna» di bande partigiane in Piemonte o a episodi di violenza tra i quali spicca la serie impressionante di delitti politici compiuti nelle province di Bologna, Modena e Reggio Emilia (il cosiddetto “triangolo rosso”).

In questo scenario, Togliatti sviluppa a partire dall’estate una vera e propria controffensiva politica. Sul piano internazionale, tenta di raggiungere un accordo con Stalin e Tito per assegnare Trieste all’Italia. Ma si rivelerà un boomerang poiché le proposte avanzate da Tito e riferite da Togliatti saranno immediatamente rifiutate dal governo italiano. Sul piano interno il segretario del PCI rilancia il tema della “riconciliazione nazionale”, che già era al centro dell’amnistia da lui elaborata in qualità di guardasigilli. La vera novità viene alla luce nella Direzione di luglio, quando Togliatti avanza la proposta di un “nuovo corso” nell’economia italiana. E la esplicita in modo del tutto irrituale per quel tempo: “Noi dobbiamo riuscire ad elaborare una specie di New Deal, cioè un programma di ricostruzione che serva a mettere il partito in condizione di dirigere tutte le forze nazionali (…) Bisogna (…) con l’appoggio delle masse elaborare un piano generale per la ricostruzione del paese. Da questo potrebbe sorgere un largo fronte democratico per la ricostruzione”. Il riferimento al programma del presidente degli Stati Uniti, Franklin Delano Roosevelt, provoca una discussione animata, nella quale si fanno sentire perplessità e incomprensioni. Molti dirigenti interpretano il “nuovo corso” come uno strumento di propaganda e quasi nessuno coglie il senso più profondo della proposta che vuole incidere nella fisionomia stessa del partito nuovo.

In tale contesto s’inserisce a settembre il discorso di Togliatti al Teatro municipale di Reggio Emilia sul tema “Ceto medio ed Emilia rossa”, in cui il capo del PCI argomenta a fondo le ragioni storico-culturali che impongono il superamento del classismo e la costruzione di un solido rapporto coi ceti medi. Colpisce, innanzitutto, l’approccio pedagogico dell’intervento. Egli si chiede: “Che cosa è questo ceto medio di cui si parla così a questo modo, designandolo con un termine così generico e quindi così comprensivo?” E risponde: “ Ceto medio, come dicono le parole, dovrebbe essere uno strato sociale che si colloca tra i due estremi della scala, comprendendo coloro che stanno in mezzo, fra chi è salariato e chi è proprietario dei mezzi di produzione cioè capitalista (…)”. Incomincia poi a fare un elenco di questi ceti, partendo da quelli delle campagne: “Appartengono dunque al ceto medio il mezzadro e il fittavolo che non sono proprietari di terra e per avere la terra pagano la rendita fondiaria, ma in pari tempo non sono salariati. Appartiene al ceto medio il piccolo e medio proprietario, che possiede (…) la terra che coltiva (…)”. Poi passa ai ceti urbani: “ Vi sono i gruppi intermedi cittadini, essi pure assai variati, dai commercianti piccoli e medi agli esercenti, agli artigiani, agli imprenditori di piccole e medie aziende. E infine vi sono gli intellettuali, che vanno dal maestro di scuola, dal sacerdote, dalle varie categorie di liberi professionisti, sino agli uomini di grande cultura, poeti, artisti, scienziati, scrittori. E conclude: “Se tutti questi gruppi possono a buon diritto essere considerati come economicamente facenti parte del cosiddetto ceto medio, è assurdo però pretendere che essi costituiscano una massa uniforme. (…) Stabilita questa prima verità, ne deriva immediatamente che è errato affermare che esista una specie di incompatibilità organica tra tutti questi gruppi sociali, così numerosi e così vari, e il partito comunista”. Dunque, per Togliatti, il PCI non è soltanto il partito dei lavoratori dipendenti ma anche dei ceti medi, che non costituiscono una massa uniforme ma vanno individuati nelle loro specificità e culture diverse. Per il Migliore è questa molteplicità di nuovi gruppi economici e sociali ad irrompere sulla scena tra la fine dell’ottocento e gli inizi del novecento e a trasformare radicalmente una regione come l’Emilia persino nel suo aspetto esteriore. “Si tratta – egli sostiene – di una nuova ondata di sviluppo del capitalismo, che (…) nelle campagne dell’Emilia si manifesta con vivacità singolare. (…) Sono gli investimenti e le accumulazioni di lavoro e di capitale nella terra che hanno fatto dell’Emilia ciò che essa economicamente è (…)”. E qui Togliatti fa un parallelo molto efficace tra le condizioni di partenza di questa regione, che erano di miseria e di forti disuguaglianze, con quelle ancora esistenti nel Mezzogiorno per affermare l’inesistenza in ogni parte dell’Italia di “una naturale infecondità”. “La ricchezza e lo stesso aspetto esteriore della terra di questa regione emiliana – egli afferma – sono creazione delle popolazioni che abitano e lavorano sopra di essa”. Se si fa leva sulle forze vive di un territorio, dai braccianti fino ai ceti intermedi della società – sembra dire Togliatti – dappertutto si può innescare un processo di sviluppo senza trasferire modelli perché ogni territorio ha una sua storia.

Dopo aver dissolto l’idea di una sorta di inconciliabilità tra il partito e i ceti medi, il segretario passa ad un altro tema scottante: l’iniziativa privata. E lo affronta parlando del “nuovo corso” di politica economica da imprimere all’azione di governo. Egli così incalza: ”Ci si accusa di voler sopprimere l’iniziativa privata; ma la cosa non è vera. Noi vogliamo che venga lasciato un ampio campo allo sviluppo dell’iniziativa privata, soprattutto del piccolo e medio imprenditore. In pari tempo però chiediamo che lo Stato intervenga per dirigere tutta l’opera della ricostruzione, per coordinare le iniziative private e indirizzarle, legandole organicamente le une alle altre a seconda delle necessità nazionali, e impedendo che la sana iniziativa privata venga soffocata e alla fine distrutta dal prevalere dei gruppi plutocratici e della speculazione”.

Esprimendo questi concetti, Togliatti si colloca nel solco della tradizione del movimento socialista italiano, la cui eredità viene infatti apertamente pretesa. Allo stesso tempo, egli rivendica l’originalità e la modernità del partito nuovo rispetto al vecchio riformismo proprio nella capacità di andare oltre l’impianto particolaristico e classista che aveva spinto il PSI a privilegiare le ragioni dei braccianti a scapito di quelle dei mezzadri e dei piccoli proprietari, contribuendo a determinare una frattura sociale in cui si sarebbe inserito il fascismo.

Successivamente, il capo del PCI apre su Rinascita, la rivista che lui dirige, una tribuna libera sul “nuovo corso di politica economica”. Il primo ad intervenire è Franco Rodano che spiega come l’obiettivo delle nazionalizzazioni delle industrie più importanti possa raggiungersi indirettamente, con una politica del credito di enti e istituti statali. In breve tempo, però, in corrispondenza con la crisi del maggio 1947, il dibattito sulla rivista comunista si trasforma significativamente in una speciale rubrica che non ha più il titolo “Discussione sul nuovo corso di politica economica”, bensì il più generico e meno impegnativo “Discussioni sui problemi economici”. Al dibattito partecipano solo esterni al partito da Epicarmo Corbino a Luigi Einaudi, da Angiolo Saraceno a Manlio Rossi-Doria.

L’invito di Togliatti all’economista agrario incaricato da Parri, nel 1945, a indicare al governo una soluzione tecnica alla vertenza sulla mezzadria e, successivamente, chiamato da Segni a presiedere la commissione ministeriale per lo studio dei contratti agrari non è privo di significato. Egli interviene per auspicare la stipula di nuovi patti mezzadrili con un approccio moderato e realistico, senza il quale – avverte – si incontrerebbe la più accanita opposizione non tanto dei grandi proprietari, quanto di “vasti strati di piccola e media borghesia (…) senza la cui attiva collaborazione, senza la cui profonda democratizzazione è inutile sperare il consolidamento della democrazia in Italia. E quella moderna ricostruzione della nostra agricoltura (…) fondamentale condizione per la risoluzione di tutti i nostri problemi sociali (…) è inutile sperare nella possibilità di realizzare (…) (la) riforma agraria”. Per Rossi-Doria la riforma agraria non ha soltanto un intento egualitario ma è anche affermazione di un intervento pubblico in agricoltura che non contraddice ma rafforza l’idea di una società aperta al mercato. E in tale ottica, modernizzatrice, imprenditoriale e produttivistica, egli affronta anche il tema dei contratti agrari scontrandosi con la visione liberista di stampo ottocentesco della Confida e con la Federterra schierata su posizioni massimaliste. La storia della mezzadria – spiega Rossi-Doria – è quella di “una situazione bloccata, irrigidita, ancora dominata dai contrasti e dal provvisorio, ancora chiusa alla risoluzione”. Per lo studioso, la vertenza sulla mezzadria, con le azioni e reazioni suscitate, contribuisce solo, in definitiva, al formarsi e consolidarsi delle organizzazioni degli agricoltori e dei lavoratori agricoli e le lotte contadine sono, in complesso, inconsistenti e disordinate.

Un democristiano al ministero dell’Agricoltura

Nella seconda metà del 1946 la situazione internazionale si evolve rapidamente, nel senso di un progressivo inasprirsi dei rapporti URSS-USA, e di un conseguente “raffreddamento” dell’insieme delle relazioni est-ovest. La cosiddetta guerra fredda si afferma gradualmente, sino a fissarsi saldamente, nell’anno successivo, come la forma stabile del confronto tra le due maggiori potenze: una forma destinata a durare molto a lungo, poiché si può dire che avrà fine solo con la caduta del muro di Berlino e il crollo dei cosiddetti paesi socialisti alla fine degli anni ottanta.

È in siffatto contesto che si forma un secondo governo presieduto da De Gasperi. Il PCI ne fa parte con quattro ministri: ma questa volta Togliatti non vi entra e il dicastero dell’Agricoltura è assegnato al democristiano Antonio Segni. Per quanto riguarda il mancato ingresso del segretario del PCI, egli stesso motiverà la decisione con la volontà di poter esprimere senza remore la posizione del partito sulla politica estera. Aldo Agosti, autore di una bella e documentata biografia del Migliore, rigorosa sul piano del metodo storico, suggerisce un’ulteriore motivazione: la previsione di un rapido deterioramento della situazione internazionale avrebbe indotto Togliatti a privilegiare l’impegno a consolidare il radicamento del PCI senza più avvalersi di una postazione nel governo. Forse il segretario comunista sente farsi prossima la rottura tra i due maggiori partiti per iniziativa del DC e vuole prepararsi alla nuova fase per tempo.

Riguardo all’avvicendamento al ministero dell’Agricoltura, va detto che tale esito della trattativa nella coalizione è sicuramente il frutto dell’alleanza “concorrenziale” che si era stabilita tra il PCI e il partito democristiano, entrambi impegnati a conseguire un disegno egemonico nelle campagne italiane.

Siffatte novità non inducono Togliatti a modificare la linea politica ma solo a rivedere in qualche modo lo schema  di costruzione del partito nuovo: la perdita di una postazione importante come il ministero dell’Agricoltura e l’indebolimento della presenza comunista nel governo contribuiscono a maturare una presa di distanza dall’esecutivo e a mutare il rapporto tra il centro e il territorio a favore del primo elemento.

D’ora in poi, il capo del PCI non parlerà più dell’esigenza di articolare la riforma agraria e il movimento contadino su basi regionali e prevarrà nella sua impostazione una visione unitaria e centralizzata che si tradurrà, come vedremo tra poco, anche nelle proposte di assetto istituzionale. In esse viene in modo netto respinto il regionalismo spinto che è sembrato emergere nelle precedenti posizioni.

Da un attento esame di questa vicenda, sembra dunque che al PCI sia applicabile solo parzialmente la cosiddetta “legge della reversibilità”, individuata da Roberto Ruffili, per cui chi è al governo è tendenzialmente centralista e chi è all’opposizione viceversa autonomista; regola generale motivata dallo studioso con il fatto che il problema dell’articolazione amministrativa dello Stato tra centro e periferie sarebbe prima di tutto un problema di distribuzione del potere.

In realtà, il PCI sconta la contraddizione tra l’esigenza di mantenere la sua natura centralistica e la necessità di democratizzare lo Stato anche attraverso un sistema diffuso di autonomie. Esso deve, da una parte, affermare la sua egemonia attraverso la via democratica al socialismo e, pertanto, rafforzarsi omogeneamente evitando di concedere spazi politici alle proprie articolazioni territoriali che potrebbero adottare impostazioni programmatiche eccessivamente differenziate. Dall’altra, deve tendere a creare le condizioni per avviare un reale decentramento amministrativo inteso anche come redistribuzione del potere a garanzia della tenuta democratica del paese. Una spinta autonomistica troppo accentuata a livello istituzionale viene, dunque, percepita come un pericolo per l’unità del partito qualora dovesse indurre impostazioni politiche centrifughe.

Tale antinomia porterà il PCI a oscillare continuamente sul tema del regionalismo almeno fino agli inizi degli anni sessanta. E come dimostra la ricostruzione – effettuata da Guido Fanti e Gian Carlo Ferri – del processo di rinnovamento dei comunisti emiliani in connessione con il formarsi di una cultura istituzionale innovativa nelle regioni rosse già a partire dagli anni cinquanta, l’ondeggiamento è fortemente legato alla dialettica tra il partito centrale e le sue articolazioni locali e alla capacità di quest’ultime di farsi portatrici – proprio sull’onda di esperienze amministrative di successo – di istanze di cambiamento anche sul piano politico più generale.

È da dire che l’attività di Segni non è in netta discontinuità con quella del suo predecessore: la proroga dei contratti agrari, il lodo De Gasperi, un nuovo decreto per l’assegnazione delle terre incolte sono tutti provvedimenti che continuano il corso segnato da Gullo. Ma ora il banco di prova dei comunisti è più difficile perché le condizioni economiche e sociali delle popolazioni tendono a peggiorare. E ciò impone una maggiore capacità di direzione centrale e una migliore articolazione e tenuta dei movimenti nei territori.

È per questo che, in una riunione del comitato centrale del PCI nel settembre 1946, Togliatti manifesta forte attenzione per gli umori della base, di cui critica lo spontaneismo ma di cui avverte anche il malcontento per l’insufficienza dell’azione governativa. Il segretario richiama la funzione politica del partito sul doppio livello: “la nostra azione è duplice: da un lato noi siamo nel governo e sviluppiamo un’azione governativa ma d’altra parte noi siamo delle masse e sviluppiamo un’azione in favore di esse”. E poco più avanti, “quando sorgono problemi nuovi dalle masse come la necessità della occupazione delle terre per esempio, noi non possiamo non esprimere queste nuove aspirazioni e farle sentire in modo urgente e in una forma che è di pressione”.

Questa particolare attenzione alle lotte contadine e alle sue forme sarà costante in Togliatti anche negli anni della “guerra fredda”. Nell’ottobre 1949, a Melissa in provincia di Catanzaro, nel fondo Fragalà occupato dai contadini che si apprestano ad iniziare i lavori per la semina, la polizia tenta di scacciare con la forza i manifestanti dalla terra e questi ultimi resistono: alla fine dello scontro si contano tre contadini morti. L’intera opinione pubblica rimane scossa e frastornata dall’episodio di violenza e il governo si vede costretto ad approntare un progetto di riforma agraria per la Calabria. Nel gruppo dirigente del PCI si avverte un senso di smarrimento, quasi una difficoltà a cogliere il senso di quella vicenda. E il Migliore interviene nella direzione comunista del 23 novembre giudicando quanto stava accadendo “un grande fatto positivo che ha imposto a tutto il paese il problema della terra”.

A differenza di altri dirigenti del suo partito, egli non critica per nulla la conduzione dell’iniziativa di lotta che ha portato allo scontro violento. Il punto critico che egli rileva è la disorganizzazione della Costituente per la Terra e “il fatto che noi siamo rimasti sorpresi da riserve di combattività tra i contadini che non conoscevamo”. Ma al di là delle autocritiche, il crudo realismo di Togliatti lo porta a considerare gli scontri di Melissa un momento altamente significativo, perché un fatto violento stava innescando la disarticolazione del blocco sociale e politico della Dc e del governo. “La lotta per la riforma agraria – egli afferma – comprende anche fasi aspre, cruenti e non dobbiamo meravigliarci: queste semmai sono le violenze giuste e non quelle sporadiche violenze individuali”.

Torna, come si può notare, il tema della violenza politica nel dibattito interno al PCI connesso con quello della doppiezza. E l’inquietante distinzione tra “violenze giuste” e “sporadiche violenze individuali” offrirà ulteriori argomenti su cui costruire un’analisi della doppiezza togliattiana più vicina a quella del “volgare trucco” che a quella – a mio avviso più penetrante – di Giolitti.

Togliatti e la Costituzione. La riforma agraria

L’Assemblea che esce dalle elezioni del 1946 nomina una “Commissione per la Costituzione” (Commissione dei 75) per la redazione di uno schema da sottoporre all’Assemblea. Detta Commissione si suddivide in tre Sottocommissioni: 1) Diritti e doveri dei cittadini; 2) Ordinamento costituzionale della Repubblica; 3) Diritti e doveri economico-sociali. Le Sottocommissioni lavorano separatamente, con il proposito di sottoporre poi all’esame della “Commissione dei 75” gli schemi elaborati. La distribuzione dei compiti e l’autonomia dei procedimenti produce però alcuni inconvenienti: ad esempio una parziale sovrapposizione tra i testi elaborati dalla prima e dalla terza Sottocommissione. Le diverse formulazioni saranno amalgamate dal Comitato di redazione in un unico testo sottoposto successivamente all’esame della Commissione dei 75 e poi dall’Assemblea costituente.

Togliatti fa parte della I Sottocommissione ed è relatore sui “Principi dei rapporti sociali (economici)”. Il correlatore è il liberale Roberto Lucifero che presenta proposte diverse. Il segretario del PCI sostiene che non basta sancire “nella Carta il diritto al lavoro, al riposo, e così via, se poi la vita economica continuerà a essere retta secondo i principi del liberalismo, sulla base dei quali nessuno di questi diritti mai potrà essere garantito. Un inizio di garanzia si avrà invece quando nella Costituzione stessa venga indicato che la vita economica del paese sarà regolata secondo principi nuovi, i quali tendano ad assicurare che l’interesse egoistico ed esclusivo di gruppi privilegiati non possa prevalere sull’interesse della collettività e tutta l’attività economica del paese venga guidata in modo che consenta la realizzazione di nuovi principi di giustizia sociale”. E tra i principi che egli propone figura anche “la necessità che la distribuzione della terra nel nostro paese venga profondamente modificata, in modo che sia limitata la grande proprietà terriera e vengano protette e difese la proprietà piccola e media, e in modo particolare l’azienda agricola del coltivatore diretto”.

Il Migliore precisa il valore che devono assumere i principi dei rapporti socio-economici. “È inevitabile in queste condizioni – egli afferma – che elementi programmatici, non di previsione ma di guida, siano introdotti nella Carta costituzionale, e questa venga ad assumere il valore non più di un patto fra popolo e sovrano, per limitare l’arbitrio di questo e garantire i diritti di quello, ma quasi di patto esclusivo tra le diverse correnti politiche e i diversi gruppi sociali, e che impegna questi e quelle ad avviare la ricostruzione della Patria distrutta per un binario che porti a un rinnovamento audace, profondo, di tutta la struttura della nostra società nell’interesse del popolo e nel nome del lavoro, della libertà e della giustizia sociale”.

Tra gli articoli che egli propone formula anche quello di interesse agricolo in questi termini: “La legge stabilisce entro quali limiti la terra può essere proprietà del privato, fissando il massimo di estensione dell’azienda agricola privata. Lo Stato protegge o difende il piccolo e medio proprietario  di terre, e interviene per facilitare il benessere e accrescere la prosperità dell’azienda agricola del coltivatore diretto”.

Come si può notare, la proposta presentata da Togliatti indica le linee della riforma agraria secondo la posizione che egli aveva sostenuto al V congresso del PCI. Ma non c’è più alcun riferimento ad una articolazione del processo di cambiamento sociale da far aderire ai diversi sistemi agricoli territoriali. Prevale un’impostazione unitaria e centralizzata della riforma agraria imperniata su tre elementi ritenuti irrinunciabili: 1) l’imposizione di un limite massimo alla proprietà privata della terra; 2) la difesa del piccolo e medio proprietario non coltivatore; 3) il favore per l’azienda agricola del coltivatore diretto. Si tratta della versione moderata della proposta comunista formulata nei suoi termini essenziali.

Nella III Sottocommissione si discute, d’altro canto, la proposta presentata da Paolo Emilio Taviani, più articolata ma sostanzialmente analoga a quella di Togliatti. Nel settembre 1946, il parlamentare democristiano annota nel suo diario: “È necessario parlare della riforma fondiaria nella Costituzione? Ritengo di sì. In un territorio fortemente popolato sarebbe altrimenti illusorio parlare di possibilità di accedere alla proprietà. La possibilità per il contadino di accedere alla proprietà della terra che coltiva è un principio ormai adottato da tutti i partiti di massa. (…) Ho dunque proposto il seguente articolo: «La Repubblica ha il diritto di controllare la ripartizione e l’utilizzazione del suolo, intervenendo al fine di svilupparne e potenziarne il rendimento nell’interesse di tutto il popolo; al fine di garantire ad ognuno – che ne abbia la capacità e i mezzi – la possibilità di accedere alla proprietà della terra che coltiva. A questi scopi la Repubblica impedirà l’esistenza e la formazione di grandi proprietà fondiarie. Il limite massimo della proprietà fondiaria sarà fissato dalla legge». Le ultime espressioni dell’articolo danno all’economia italiana quell’aspetto di rinnovamento sociale che gli elettori hanno mostrato di desiderare”.

Nel dibattito successivo che si svolgerà nella Commissione dei 75 e nell’Assemblea sono aggiunti tre ulteriori elementi per specificare il carattere che dovrà avere l’intervento legislativo: 1) promuovere e imporre la bonifica; 2) trasformare il latifondo; 3) ricostituire le unità produttive. Si chiarisce che il limite all’estensione della proprietà terriera privata va individuato secondo le regioni e le zone agrarie.  Viene posta, inoltre, l’esigenza di disporre provvedimenti a favore delle aree montane, mentre si trasferisce in un altro articolo l’indicazione di favorire la proprietà diretta coltivatrice. Einaudi partecipa attivamente al dibattito e l’Assemblea accoglie alcuni suoi emendamenti per rendere la norma meno rigida. Sicché l’articolo è approvato non solo dai tre grandi partiti di massa ma anche dai liberali.

È significativa l’indicazione della duplice finalità della norma: “Al fine di conseguire il razionale sfruttamento del suolo e di stabilire equi rapporti sociali…”. In altre parole, per i padri costituenti le riforme in agricoltura devono servire a creare le condizioni per una utilizzazione razionale del territorio e una maggiore giustizia sociale. E in tal senso è un’indicazione perenne per conseguire costantemente sostenibilità ambientale e inclusività nell’uso della terra mediante continui interventi legislativi che si rendessero necessari qualora tale utilizzo dovesse discostarsi dai due criteri individuati.

Togliatti e la Costituzione. Le autonomie locali

Come si è visto, già durante la seconda metà del 1946 e poi in modo sempre più determinato nel 1947, Togliatti abbandona la visione della riforma agraria e delle forme organizzative dei coltivatori da realizzare su basi locali – così come era stata espressa al V congresso del PCI – quale risposta alle differenti esigenze dei sistemi agricoli territoriali – legandosi in ciò alla lezione di Carlo Cattaneo – e ai diversi livelli di forza del partito per passare a un’impostazione più organica e unitaria. Intervenendo nell’Assemblea costituente nel marzo 1947, egli afferma di non vedere positivamente un regionalismo spinto e una riforma agraria – a questo collegata – che andrebbe a localizzarsi esclusivamente nelle aree di maggior forza del proprio partito, come potrebbe essere l’Emilia: ciò avrebbe, infatti, impedito il collegamento tra le varie parti del paese, bloccate ulteriormente da un processo riformatore selettivo e incapace di dare unitarietà alle lotte, in continua espansione.

Partendo da una critica al regionalismo così come viene accolto nel progetto di Costituzione in discussione, Togliatti sostiene che “il problema agrario è uno dei più gravi fra quelli che la Repubblica deve affrontare e risolvere. Ma cosa faremo per risolvere le questioni agrarie, cioè che riforma agraria faremo seguendo la strada indicata da questo progetto? Faremo le fattorie collettive in Emilia e manterremo il latifondo in Sicilia e la grande proprietà terriera nel Salento? Questo può derivare da un’applicazione della Costituzione regionalista che ci viene presentata (…). La verità è che il nostro paese non è economicamente e socialmente tutto allo stesso grado di sviluppo. Una parte, forse, sarebbe già matura per trasformazioni di tipo socialista, mentre l’altra parte no, l’altra non ha ancora compiuto la rivoluzione antifeudale. È necessario quindi che le trasformazioni economiche e sociali si compiano tenendo conto di questo dato di fatto. E non vedete che questo è ciò che stiamo facendo noi, partito più avanzato della classe operaia, e delle masse lavoratrici, appunto per evitare che da questa situazione possa uscire una rottura della unità nazionale? Per questo indichiamo a una parte del fronte dei lavoratori la necessità di segnare il passo, allo scopo di poter far avanzare tutto il fronte insieme, altrimenti corriamo il rischio di perdere un bene che è prezioso per tutti noi e deve essere la base di tutto il progresso politico del Paese: l’unità politica e morale della nazione”.

Si tratta – come si può ben vedere – di una visione fortemente centralistica in nome dell’interesse nazionale a cui sacrificare ogni cosa, anche a costo di far “segnare il passo” a quei movimenti a livello regionale che si presentassero in forme più avanzate rispetto a quelli di altre regioni. Forse a favore di questa posizione gioca anche il timore che l’ordinamento regionale possa sottrarre una quota di poteri al Parlamento, la cui centralità è per Togliatti un perno fondamentale su cui costruire l’impianto costituzionale.

E alla Conferenza organizzativa di Firenze è ancora più esplicito nell’indicare il pericolo che “lo spezzettamento” del paese finisca per “porre una barriera alla penetrazione in tutta l’Italia di quello spirito di democrazia avanzata che proviene dalle regioni più progredite”, favorendo l’aggregazione nel segno del localismo degli interessi più reazionari.

Ma questa posizione critica verso il regionalismo viene rivista quando effettivamente i partiti di sinistra stanno per essere esclusi dal governo. Nella riunione del gruppo comunista tenutasi alla fine di maggio del 1947 avviene uno scambio di riflessioni tra Gullo e il segretario del PCI da cui emerge con estrema chiarezza la particolare concezione delle autonomie coltivata dai due dirigenti.  Dopo che Togliatti ha affermato che anche il comune può divenire un “organo di decentramento autarchico”, Gullo dice: “Se si lascia al comune una potestà di autonomia, non può essere un pericolo, ma se si dà alla regione questo è pericoloso. Quindi larghissima autonomia ai comuni, niente alle province”. E Togliatti incalza: “Nel caso che vengano esclusi dal governo centrale i partiti più avanzati della democrazia come adesso avviene, il governo di determinate regioni popolare e democratico può essere conveniente anche se non deve mai giungere al federalismo”. Ma Gullo rimanda: “È difficile fare i profeti, ma il risultato sarebbe questo: la divisione del territorio nazionale in due con una disparità enorme fra il Piemonte e la Calabria ad esempio”. Dopo vari altri interventi, la discussione si conclude con il richiamo di Togliatti a considerare “il problema della regione in rapporto alla situazione politica generale dove non vi è una chiara linea di sviluppo democratico. La soluzione della regione può eventualmente costituire una nuova forma della democrazia nell’eventualità di un governo centrale reazionario”.

Come ha perspicacemente osservato Emanuele Bernardi, quel che colpisce in questa discussione è, in primo luogo, la repentinità: rispetto alla risoluzione della crisi governativa da parte di De Gasperi, che dopo la direzione Dc del 27 maggio si orienta decisamente verso una formazione politica senza i comunisti e i socialisti nenniani, il 28, cioè il giorno successivo, Togliatti esprime immediatamente la possibilità di un mutamento di posizione in materia regionale del gruppo parlamentare comunista alla Costituente. Il governo non è ancora formato, in altre parole, non è ancora nota l’assegnazione dei dicasteri, l’esatta coloritura politica del nuovo gabinetto e già il segretario del PCI interpreta la probabile esclusione del proprio partito e il venire meno della partecipazione al potere politico centrale come strettamente connesso all’ipotesi regionalista. È emblematico il contenuto di un bigliettino che Togliatti passa a Sereni durante una riunione della direzione del partito: “Secondo me anche il pervicace antiregionalismo del nostro gruppo si fonda su una posizione di esagerato legalitarismo nazionale”.

Si tratta di un giudizio politico che esprime innanzitutto una grande duttilità nel concepire i progetti di organizzazione dei diversi livelli dello Stato senza mai farsi imprigionare da astratte architetture slegate dai processi politici reali. Ma anticipa anche una visione dello sviluppo del partito che negli anni successivi diventerà più chiaro. Come la centralità del Parlamento può costituire lo spazio politico-istituzionale per una forte iniziativa nazionale di elaborazione e definizione di riforme economiche e sociali, così anche i poteri locali possono diventare centri propulsori di democrazia e di partecipazione e favorire nuovi equilibri politici complessivi. Come del resto avverrà nei fatti di lì a qualche anno nelle province e nei comuni delle regioni rosse con sperimentazioni innovative sul piano istituzionale da essere additate da tutti come pratiche di buongoverno.

E di lì a breve, come è noto, il PCI, subito appoggiato dal Psi, cambia effettivamente posizione in materia regionale nel dibattito in corso all’Assemblea Costituente, dichiarando apertamente di aver mutato parere a seguito dell’evoluzione del quadro interno e di non vedere quindi più alcun motivo di diffidenza verso la dimensione regionale delle riforme.

Appare evidente che la posizione assunta da Togliatti in materia di autonomie nel 1944-47 matura in un determinato contesto internazionale, in funzione della partecipazione al governo, attraverso il quale conservare la struttura unitaria dello Stato, realizzare le riforme di struttura e sostenere le municipalità in parallelo alla costruzione di un partito territoriale ma nazionale. E quindi il contenuto tecnico delle proprie proposte è ispirato essenzialmente ad una linea tattica, che può mutare in funzione dei cambiamenti degli assetti politici interni o internazionali. Se si tiene conto della continuità di linea osservata da Togliatti anche dopo il maggio 1947, pur caratterizzata da una maggiore conflittualità, la svolta sulle regioni è, da un lato, un mutamento di posizione, dipendente dall’esclusione dall’area di governo, “senza la quale – come ha scritto Ettore Rotelli – la tesi regionalista non avrebbe trovato alla Costituente la maggioranza indispensabile per passare”; dall’altro, anche la conferma della strategia del doppio livello – basso e alto – inaugurata nel 1946 e dal maggio del 1947 diretta in modo esplicito contro lo Stato e il governo.

Nella crisi del 1947, infatti, la Regione viene subito intesa da Togliatti quale strumento di difesa ma non nell’ottica difensiva che si affermerà con il centrismo. Pur subendo l’iniziativa della DC, i comunisti non hanno ancora sperimentato la durezza dei controlli che il ministero dell’Interno avrebbe esercitato durante la guerra fredda. Eppure parlano insistentemente di difesa delle istituzioni e delle conquiste ottenute dalle masse; e ciò perché il tema difensivo non è solo determinato da una possibile involuzione reazionaria, ma, associato alla lotta a livello locale per risalire alle problematiche nazionali, è già tutto interno alla strategia del partito di governo e di opposizione, ai poteri dei prefetti e, in una certa misura, dello Stato centrale, nonché espressione dell’attenzione del partito ai rapporti di forza e ai risultati della mobilitazione dal basso.

Togliatti e la questione cattolica

L’attenzione di Togliatti ai problemi della campagne e dei ceti rurali, che costituiscono la componente più estesa della società italiana, s’intreccia sempre con la sua visione dell’Italia come paese in cui il cattolicesimo ha un profondo radicamento. Con Gramsci condivide l’idea che “la quistione contadina in Italia (…) per il determinato sviluppo della storia italiana ha assunto due forme tipiche e peculiari, la quistione meridionale e la quistione vaticana”. Ma si pone nettamente in discontinuità con il pensatore sardo quando afferma che “il problema della coscienza religiosa, del suo contenuto, delle sue radici tra le masse, e del modo di superarla, deve essere posto in modo diverso che nel passato, se vogliamo avere accesso alle masse cattoliche ed essere compresi da loro”. E altrove precisa che “la coscienza religiosa può essere un elemento che spinge alla conquista di un impegno per il rinnovamento della società”.

Queste posizioni sono strettamente legate al voto favorevole espresso sull’articolo 7 della futura Costituzione, il quale afferma esplicitamente che i rapporti tra lo Stato italiano e la Chiesa sono regolati dai Patti Lateranensi del 1929, e successivamente, quando incomincia la “guerra fredda” tra il blocco americano e quello sovietico, all’impegno del PCI sul terreno della “distensione internazionale” per salvare la civiltà da una guerra catastrofica.

Fin dal suo ritorno in Italia, Togliatti aveva accettato nella sostanza il Concordato e si era limitato a richiedere il mutamento della firma e una “revisione bilaterale degli articoli che maggiormente urtavano contro i principi di una Costituzione laica e democratica. Già nel 1920, Gramsci aveva asserito in un articolo pubblicato su L’Ordine nuovo dal titolo “Dovremmo suscitare una guerra di religione?”: “In Italia, a Roma c’è il Vaticano, c’è il papa: lo Stato liberale ha dovuto trovare un sistema di equilibrio con la potenza spirituale della Chiesa: lo Stato operaio dovrà anch’esso trovare un sistema di equilibrio”. Così al V congresso del PCI Togliatti aveva esaltato la libertà religiosa e aveva proposto una collaborazione tra masse cattoliche e comuniste.

Non è dunque un fulmine a ciel sereno, la decisione di dissociarsi dalla posizione degli altri partiti di sinistra al momento del voto in Assemblea ma il punto di approdo di un orientamento strategico già delineatosi. Il capo del PCI non patteggia il voto, né lo esprime per garantirsi la permanenza al governo. È indotto a tale scelta per evitare che il delinearsi della rottura dell’unità nazionale antifascista assuma il carattere ancor più traumatico della frattura sul terreno religioso. Teme che il voto contrario dei comunisti possa dare la stura, in un paese poco secolarizzato come l’Italia, alla Chiesa cattolica di aggregare un consenso vastissimo, risucchiando in un progetto di conservazione sociale e di restaurazione autoritaria masse altrimenti sensibili al discorso della democrazia progressiva.

Nel discorso all’Assemblea costituente del marzo 1947, il Migliore, dopo aver enfatizzato la “pace religiosa” che si era realizzata durante il periodo della Resistenza, quando nelle unità partigiane c’erano operai cattolici, cappellani militari, sacerdoti e religiosi, affratellati coi militanti comunisti e socialisti, afferma che tale armonia deve essere riproposta anche a conflitto concluso, respingendo il pericolo di una “guerra di religione”, e differenziandosi anche in ciò dalle pratiche in uso nei Paesi dell’Est.

Ispiratore dell’articolo 7 è il democristiano Giuseppe Dossetti che, in un’intervista rilasciata poco prima della sua scomparsa, negherà qualsiasi suggerimento o pressione da parte vaticana nella stesura del testo, e ricorderà un incontro avvenuto con Togliatti a Botteghe Oscure in cui il Migliore suggerisce alcune modifiche alla traccia che gli sottopone. Tra Dossetti e Togliatti era maturata una simpatia reciproca nel corso dell’elaborazione della parte della Costituzione relativa soprattutto ai principi sociali ed economici.

A facilitare le relazioni del capo del PCI con il mondo cattolico è l’amicizia con don Giuseppe De Luca, il quale, già in un articolo pubblicato sul Frontespizio nel 1939, aveva iniziato una polemica antiliberale e antiborghese, che lo avrebbe portato alla conclusione secondo cui, dopo il fallimento del compito provvidenziale del fascismo, il cattolicesimo dovesse misurarsi con il comunismo. I due si erano incontrati la prima volta a casa di Franco Rodano e si frequenteranno con continuità. Poco dopo la morte del sacerdote lucano, Togliatti ricorderà come egli “cercava e metteva in luce la sostanza della nostra comune umanità; lo interessava che vi fosse in noi una comune coscienza dei problemi che alla umanità si presentavano, oggi in un momento così grave, così terribile della sua storia, come è il momento presente”.

Separati in casa

L’attenzione di Togliatti verso le masse cattoliche è motivato dalla ricerca di un incontro in profondità per “impedire che il mondo civile venga spinto sulla strada della distruzione totale” e perseguire insieme, cattolici e comunisti, precise posizioni e rivendicazioni: “il rifiuto del nostro paese di partecipare a qualsiasi sorta di armamento atomico, l’esplicita condanna della politica fondata sul famigerato equilibrio del terrore, la richiesta di un disimpegno, di una neutralità di fronte ai contrapposti blocchi militari e così via”. E arriva ad affermare che le masse comuniste e quelle cattoliche devono agire insieme per opporre alla “prospettiva di sviluppo del capitalismo anche nei paesi più avanzati, la prospettiva di avanzata verso una società socialista”, cioè “una società nuova, ricca per i consumi, per lo sviluppo dell’istruzione e della cultura, ma soprattutto per la fine dello sfruttamento e quindi della lotta spesso mortale tra gli uomini per il benessere e la ricchezza”; “una società il cui scopo è di fornire a tutti gli uomini beni necessari per vivere serenamente e in pace, per migliorare se stessi”; “una società che chiama tutti gli uomini a lavorare assieme, a collaborare per assicurare la soluzione dei problemi economici e sociali; che li chiama tutti a contribuire con l’opera loro per decidere il destino di tutta l’umanità”.

Come non mettere in relazione questi brani visionari di Togliatti con quanto scrive don Giuseppe De Luca nell’aprile del 1947 agli albori della “guerra fredda”?: “Il comunismo è più che un partito, è una religione. Una religione non la si combatte né con l’irreligione né con la violenza, così anzi la si fa riardere più potentemente. Ma il comunismo è anche un partito e una politica (…). Bisogna scindere tra i due elementi: la forza religiosa dell’idea, la forza politica di chi quest’idea ha monopolizzato. Questa bisognerebbe isolare e battere, nell’interesse stesso delle idee eccellenti, anzi ammirabili, che bisogna riconoscere nella predicazione comunista”. Forse questa percezione – come scrive con acume Giuseppe Vacca commentando lo scritto del sacerdote lucano – non è estranea alla mente dello stesso Togliatti almeno negli ultimi anni della sua vita, segnati da un profondo travaglio per la crisi del comunismo sovietico. Se così fosse, si potrebbe ipotizzare anche nel capo del PCI, così come è sicuramente in Sereni, un senso religioso dell’idea comunista. E comunque così viene percepita l’idealità di una società nuova nei militanti fino a confondere – in molti casi – comunismo e cristianesimo delle origini, collegandoli alle radici antiche del millenarismo.

A questo proposito, Togliatti in più occasioni dice in tono scherzoso, ma sapendo di esprimere una realtà di fatto, che egli è il segretario di un partito dove i cattolici sono la stragrande maggioranza. Sa perfettamente quello che i sondaggi Doxa rilevano fin dai primi anni cinquanta e cioè che, per la larghissima maggioranza dei simpatizzanti comunisti (76 per cento), il voto e l’iscrizione al partito non sono inconciliabili con le pratiche religiose. Non è mai venuta meno, del resto, la regola nel PCI di lasciare ampia libertà ai propri iscritti di aderire a qualsivoglia pensiero filosofico o credo religioso. Lo dichiara in modo esplicito il Migliore nel dibattito all’Assemblea sull’articolo 7: “Anche nel nostro partito esistono, e credo per la maggioranza degli iscritti, i cittadini cattolici e noi siamo assertori e difensori della libertà della loro coscienza religiosa. È vero, noi difendiamo questa libertà come partito democratico, moderno, progressivo, comunista se volte; ma ad ogni modo, la difendiamo”. E in una lettera non datata inviata da De Gasperi (tra la fine del 1944 e l’inizio del 1945) a un amico, probabilmente un ecclesiastico (Montini?), si trova questa considerazione: “L’altro giorno Togliatti mi tornava a dire che la Chiesa dovrebbe riconoscergli il merito di convogliare verso il rispetto della religione le masse che vengono spontaneamente al comunismo”.

Nella fase più acuta della “guerra fredda” si rilanciano e potenziano le iniziative del PCI volte ad agganciare le masse cattoliche attraverso le mobilitazioni contro la guerra e contro la bomba atomica. Ma, come osserva Giorgio Vecchio, nello scontro con la DC “il partito si pone anche sulla strada di una crescente commistione tra politica, ideologia e ‘religione’, proponendo una sorta di religiosità atea, con i propri riti ed i propri miti”. Gli argomenti dello scontro tra democristiani e comunisti appaiono “opposti ma somiglianti”; le analogie tra le due compagini sono forse maggiori delle pur notevoli differenze: “Nello sforzo di combattersi con più efficacia – scrive Vecchio – i due contendenti finiscono tuttavia per rendersi più simili l’uno all’altro. Cattolici e comunisti, spesso senza neppure accorgersene, sono condotti dalla forza delle cose e dalla logica del conflitto ad accogliere miti, tecniche, strutture omogenee tra loro, se non addirittura coincidenti, almeno specularmente”.

La centralità del mito sovietico nella cultura comunista di massa – l’identificazione con l’Armata Rossa vittoriosa nella guerra e l’appartenenza al campo dei paesi socialisti – è un veicolo di identità e consenso, un collante capace di tenere insieme figure sociali e culture altrimenti difficilmente compatibili tra loro. I sondaggi campionari della Doxa dimostrano la forte tenuta di questa centralità per tutti gli anni cinquanta. La poliedrica immagine dell’URSS diffusa dalla propaganda di partito – paese egualitario e tecnologico, frugale e avveniristico, solidale ed efficiente – si dimostra capace di intercettare il campo valoriale dell’avversario cattolico in contrapposizione ai pagani e ai divorzisti Stati Uniti. Ma anche di evocare moduli simbolici appartenenti agli strati più antichi e profondi della cultura rurale: il mito millenaristico dell’Eden e del Paese di Cuccagna. Allo stesso modo, il mito di Stalin si nutre di tre immagini – sacerdote, guerriero, produttore – che richiamano alla mente in modo trasparente le tre funzioni che uno storico delle religioni come Georges Dumézil mette a fondamento delle epopee dei popoli indoeuropei.

In entrambi gli schieramenti è presente l’idea che l’educazione delle nuove generazioni sia ormai un impegno ineludibile dal quale appare impossibile sottrarsi. Se ciò è vero per le forze cattoliche, diventa ancor più emblematico per il PCI. Negli anni di massimo scontro, infatti, “il PCI adotta lessico e strumenti operativi molto più vicini alla tradizione cattolica che a quella marxista-leninista”. L’esperienza dei Pionieri, per fare un solo esempio, è costruita imitando i metodi educativi delle organizzazioni cattoliche per l’infanzia e la gioventù: si prevede l’impegno ad “amare e rispettare i genitori”, ad “essere i primi nello studio ed aiutare i compagni di scuola”, ad “amare i lavoratori e gli oppressi”, a “salvare la pace e ad amare la patria”.

È evidente che tali analogie derivino dal comune influsso esercitato su entrambi dal fascismo e dalla Chiesa cattolica. E dunque le due appartenenze si inseriscono assai più all’interno dell’omogeneo retroterra nazionale che non nei rispettivi riferimenti e legami internazionali.

Fin dai primi anni della Repubblica, il PCI viene consolidando una fisionomia lontana dal modello leninista del “partito di quadri” e più vicina a quello socialdemocratico del “partito di integrazione sociale”. Anziché la struttura per cellule nei luoghi di lavoro di stampo terzinternazionalista si predilige quella per cellule territoriali, che permette di allargare le maglie del reclutamento.

Significativa è anche la creazione di cellule femminili, volute fortemente da Togliatti e giustificate, fra l’altro, con la persistenza di ampie sacche di arretratezza culturale e politica soprattutto fra le donne del Mezzogiorno. Una decisione non indolore in un partito in cui convergono visioni culturali plurime: militanti e dirigenti più segnate dall’esperienza antifascista e dalla partecipazione alla resistenza rivendicano il diritto ad un inserimento paritario all’interno del partito e non gradiscono la prospettiva di essere confinate nel “lavoro femminile”, che circoscrive la presenza  delle donne all’interno di una sfera separata. Una separatezza – ha scritto di recente Maria Casalini – imposta da una tradizionale visione di genere che la cultura comunista condivide, sia pure a livelli diversi, con quella cattolica. Ma nel ricordare quel dibattito, Leda Colombini – una bracciante emiliana che nell’incontro con il PCI diventa dirigente del sindacato e del partito e infine parlamentare – pur non sottovalutando le obiezioni, ritiene che solo la separatezza consenta a tante donne comuni di cominciare a parlare dei loro problemi, allentando così tradizionali soggezioni al “maschile” e aprendo nuovi varchi di autonomia all’interno dei rapporti di genere ancora arretrati.

La stessa vicenda dell’estensione del voto alle donne in Italia – così come è stata luminosamente ricostruita da Anna Rossi-Doria – si inscrive nel rapporto competitivo-collaborativo tra Togliatti e De Gasperi. Il tutto inizia nell’estate del 1944 con indicazioni ben precise ai rispettivi partiti sull’obiettivo del voto alle donne e del loro impegno fattivo in politica. Tra i primi atti del governo Bonomi costituitosi nel giugno 1944, figura infatti il decreto “Assemblea per la nuova costituzione dello Stato”, che all’art. 1 stabilisce: “Dopo la liberazione del territorio nazionale, le forme istituzionali saranno scelte dal popolo italiano, che a tal fine eleggerà a suffragio universale diretto e segreto un’Assemblea costituente per deliberare la nuova costituzione dello Stato”. Questo decreto abroga le norme precedenti sul suffragio universale maschile e pone le premesse giuridiche dell’estensione del voto alle donne. Tale previsione si realizza con il decreto del febbraio 1945 che ordina la compilazione delle liste elettorali femminili. E nel 1946 con il decreto “Norme per l’elezione dei deputati all’Assemblea costituente” viene prevista anche l’eleggibilità delle donne.

De Gasperi e Togliatti procedono in stretta concordanza nel cammino che porta dalla decisione assunta nel 1944 all’emanazione del decreto del 1945, popolarmente chiamato coi loro due nomi.  Un importante elemento comune alla scelta dei due dirigenti è rappresentato dal fatto che nella visione di entrambi le donne sono soprattutto un decisivo elemento di mediazione: nei confronti dei ceti medi e della Democrazia cristiana per Togliatti; della destra moderata e dell’opinione pubblica conservatrice per De Gasperi. Se è ben noto come il massimo timore del primo fosse in questa fase quello di una contrapposizione frontale tra partiti di sinistra e partiti moderati, Pietro Scoppola dimostra quanto il secondo avesse da temere il favore di alcuni ambienti di Curia alla ripresa di una linea clerico-moderata. La scelta del voto alle donne è, in sostanza, legata al fatto che i due grandi partiti di massa mirano a radicarsi nella nuova democrazia mettendo a frutto l’eredità fascista dell’organizzazione del consenso, che Togliatti – come abbiamo visto – aveva accuratamente analizzato nelle Lezioni sul fascismo del 1935 e che le capillari reti associative dell’Azione cattolica avevano negli anni trenta affiancato e spesso superato.

Il capo del PCI enuncia il nesso stretto tra emancipazione femminile e democrazia alla prima conferenza delle comuniste bel giugno 1945 a Roma: “Se la democrazia italiana vuole affermarsi come democrazia nuova, antifascista, popolare e progressista, deve emancipare la donna. (…) La democrazia italiana ha bisogno della donna e la donna ha bisogno della democrazia. Questo vuol dire che tutte le questioni legate alla formazione e affermazione di un nuovo regime democratico, sono strettamente legate anche alla emancipazione delle donne, all’avvento delle donne alla vita politica e alla libertà”.

Tra le novità del dopo-liberazione va, dunque, considerata la presa di parola pubblica delle donne. Patrizia Gabrielli ha ricostruito quel memorabile 1946, quando per la prima volta le donne partecipano al voto e si candidano: intervengono in spazi chiusi e aperti, misurano parole e toni, ricercano argomenti che possano colpire l’emotività oltre che la razionalità delle potenziali elettrici; spesso lo stile adottato è diretto, da donna a donna.

Il PCI sperimenta prima di altri una forma di intervento che avrà grande successo negli anni a venire. Poco prima delle votazioni amministrative a Roma, che si svolgono nel novembre 1946 – quando gli echi del concorso di miss Italia non si sono ancora spenti – Togliatti tiene un grande comizio nella cornice di una festa popolare che elegge la “bella repubblicana”: è l’inizio di una tradizione che si concretizzerà con l’elezione di Miss Vie Nuove e della più bella alle feste dell’Unità; “la politica del sorriso”, come la definirà diversi anni dopo Concetto Marchesi, ha il suo banco di prova con la nascita della Repubblica.

Si tratta di innovazioni non scontate che abbisognano di essere accompagnate da percorsi pedagogici per superare sacche di diffidenza e di vero e proprio rifiuto. Tra i comunisti è, infatti diffusa la convinzione che le donne siano conservatrici per il loro legame con il clero: “L’equivoco che (…) il voto delle donne – afferma Giglia Tedesco – equivalesse a voto moderato è un equivoco che abbiamo visto permanere a lungo; mi sono trovata per anni in molte assemblee, devo dire in genere di uomini, dove c’era sempre un cittadino che si alzava e diceva «In Italia le cose sarebbero molto diverse, ci ha rovinato Togliatti quando firmò il decreto per il voto alle donne»”.

Per questo il partito nuovo appresta un vero e proprio sistema educativo al proprio interno fondato su un complesso circuito di scuole innervate ai diversi livelli della struttura piramidale: cellule, sezioni, federazioni provinciali, organismi regionali, centro nazionale. Nel solo periodo 1945-1950 si organizzano 3.185 corsi rivolti a oltre 60 mila allievi: uno spaccato che non comprende le forme di alfabetizzazione politico-ideologica più massive rivolte ai propagandisti, ai dirigenti di base e ai semplici militanti, come la “scuola per corrispondenza” e, soprattutto, i “corsi brevi”, finalizzati alla trasmissione degli elementi base della dottrina comunista, dei valori e delle mete del partito, della sua visione su questioni nodali della società. La scuola centrale, articolata nelle sedi di Roma, Milano, Bologna, Reggio Emilia organizza corsi residenziali per formare élite dirigenti. Inizialmente i corsi sono misti, sebbene a netta prevalenza maschile. Dal 1947 si organizzano corsi riservati alle donne.

La DC adegua a siffatti schemi il proprio modello organizzativo in processi che sovente sono inconsapevolmente e reciprocamente imitativi. Sicché, comunisti e democristiani vivono tutto il periodo della “guerra fredda” come separati in casa; litigano e si guardano in cagnesco, ma in fondo si cercano e fanno valere, quando lo ritengono utile ad entrambi i partiti, le ragioni che li uniscono.  E questo perché esiste un po’ dappertutto nel paese – come osserva Pietro Scoppola – un “tessuto più profondo di rapporti umani e sociali che il conflitto ideologico non giunge a intaccare”.

Togliatti e il culto della personalità

In questo rapido exursus sulle modalità concrete con cui prende forma il nuovo partito di massa nel periodo post-bellico per iniziativa di Togliatti non può non mancare un cenno al tema dell’esaltazione del leader: un leit-motiv ricorrente in tutti i partiti comunisti dagli anni trenta fino alla conclusione dell’era staliniana. Nemmeno il PCI ne rimane immune. Nel 1937, in occasione del decimo anniversario dello Stato Operaio, Ruggero Grieco aveva scritto per la rivista un profilo apertamente agiografico del “capo del nostro partito”. La popolarità di Togliatti si accentua comprensibilmente e comincia ad assumere alcuni aspetti del “culto” dopo l’attentato e il suo ritorno alla vita politica. Raggiunge il culmine in occasione del suo sessantesimo compleanno. Rinascita gli dedica tre articoli: un ritratto, rituale ma abbastanza asciutto, di Pietro Secchia; un profilo, enfatico nel tono ma non privo di considerazioni acute, di Concetto Marchesi; e un vero e proprio saggio di Giorgio Amendola sul contributo di Togliatti per la rinascita del Mezzogiorno. L’Unità gli tributa l’onore della prima pagina, con un titolo a sei colonne: “Auguri di lunga vita a Togliatti, capo amato dei lavoratori italiani” a cui fa seguito un lungo messaggio del comitato centrale e della commissione centrale di controllo del partito. Nelle carte di Togliatti si trova un elenco dei doni ricevuti in quella occasione dalle organizzazioni di partito, e da semplici militanti: da un paio di scarpe da montagna con la gomma a un vestito manufatto degli operai tessili, da una fisarmonica a un merletto di Cantù, da un prosciutto a una xilografia di Stalin su marmo nero. Non mancano impegni assunti da militanti, come quello di “far votare la moglie per un partito di sinistra” o quello di “leggere il primo libro del Capitale”, indicativo dell’”ansia pedagogica” propria del modo in cui il PCI porta avanti il suo tentativo di “fare gli italiani”.

I comizi del capo del PCI sono seguiti dai militanti come riti religiosi in piazze stracolme dove si consuma lo spettacolo della mobilitazione con tricolori e bandiere rosse, con palchi e altoparlanti. Diventa usanza imitare la sua voce: si ride del suo strano accento che vede una commistione tra genovese, torinese e una cantilena da nenia russa che gli è rimasta dopo il soggiorno a Mosca.

Togliatti tollera il culto che monta intorno alla sua persona perché ritiene che un partito di massa si regga anche sui miti e sulle leggende che si costruiscono intorno al suo capo. Ne parla Ignazio Silone a proposito delle storie inventate di sana pianta sui primi anni di attività politica di Togliatti nell’ambito di rievocazioni che ne fa L’Unità. Incontrando il capo del PCI nei corridoi di Montecitorio ai tempi della Costituente, lo scrittore gli chiede se avesse letto i racconti fantasiosi che lo riguardano e perché permettesse simili falsificazioni. E la risposta, accompagna da un’alzata di spalle, è che un grande partito di massa ha bisogno di leggende.

Solo qualche volta il Migliore reagisce quando vede che si eccede. Nel 1954 si oppone fermamente, con una lettera alla segreteria, all’utilizzo del suo nome per indicare la scuola centrale di partito. Qualche anno dopo rifiuta l’invito a partecipare alla Festa dell’Unità di Roma per evitare “bagni di folla”, scrivendo a Bufalini: “Comprendo l’attaccamento ai dirigenti del partito, ma non comprendo che si debba esprimere in modo così brutale, con le spinte, il pratico impedimento a muoversi, le cento strette di mano, le decine di tentati abbracciamenti, il servizio di vigilanza che fa peggio degli altri, e così via. È questione di costume di partito e quasi di educazione”.

Non è  presa di distanza o contegno scostante ma ricerca di equilibrio per impedire che si esageri. Non si spiegherebbe altrimenti la grande disponibilità che Togliatti dimostra verso i problemi umani più diversi dei militanti che gli si rivolgono. Risponde personalmente a tutte le lettere indipendentemente dall’argomento: dall’angoscia per una unione di fatto che non può essere regolarizzata a un conflitto coi genitori, da una richiesta di assistenza medica a quelle di raccomandazione per un posto di lavoro. Anche in quest’ultimo caso risponde a tutti per dire che farà del suo meglio, anche se avverte che l’intervento del capo dell’opposizione rischia di avere l’effetto contrario a quello voluto. Emerge in questo la sua particolare concezione della politica come “quotidiano”, in altre parole come capacità di tradurre “in termini più elevati” gli “interessi di tutti i giorni”. E viene fuori anche la sua profonda umanità che lo porta, tra l’altro, ad adottare con Nilde Iotti la piccola Marisa Malagoli, figlia di mezzadri e sorella di una delle giovani vittime dell’eccidio di Modena del 1950, quando la polizia di Scelba spara su inermi operai in lotta per conservare il proprio posto di lavoro.

Aldo Agosti osserva che leggendo la corrispondenza con gli iscritti si comprende il legame fortissimo di Togliatti con il suo partito e la cura attenta che pone nel gestire questo strumento delicatissimo. Ogni dettaglio è valutato per rafforzare questa sua creatura, tenendo conto della sua complessità e varietà. C’è senza dubbio in questa pedanteria anche un’inesausta passione pedagogica. Ma forse anche un modo per affermare una diversità rispetto al resto della società, per auto-percepirsi ed essere considerati quasi come mondo a parte e tuttavia immersi profondamente nel mondo di tutti, per mostrare un rigore etico e uno spirito di sacrificio al limite del moralismo, per pretendere forse una superiorità da “eletti” dalla Storia con la maiuscola. E in questa attitudine si riconoscono così profondamente tanti dirigenti, militanti ed elettori comunisti da costituire un topos nella vetrina delle leadership politiche del dopoguerra.

Considerazioni conclusive

Dopo aver rievocato en passant un tratto problematico della figura politica di Togliatti a cui bisognerebbe dedicare più approfondite indagini per le evidenti connessioni con la recente evoluzione del nostro sistema politico, torno – per concludere – alla domanda iniziale: in che misura i caratteri culturali, politici e organizzativi impressi dal Migliore al partito nuovo hanno contribuito a creare alcune peculiarità della nostra democrazia e del nostro tessuto civile e mentale?

Va innanzitutto considerata la persistenza di un certo modo di concepire l’eguaglianza. È sicuramente da attribuire alle radici comuniste l’insoddisfazione per una concezione della democrazia meramente governante e la persistente sottovalutazione del riconoscimento del merito e delle diverse capacità. Per realizzare un’eguaglianza sostanziale, sociale ed economica – secondo quella tradizione – la democrazia deve fondarsi invece sul ruolo preminente dei partiti come soggetti di propulsione valoriale e mediazione politica all’interno delle istituzioni, di promozione della partecipazione dei cittadini e della rappresentanza pluralistica degli interessi; sulla redistribuzione della ricchezza e sui limiti da fissare alla proprietà privata. Questa particolare inclinatura del concetto di democrazia ha determinato nel tempo una degenerazione partitocratica; un declino della rappresentanza politica e sociale; un regionalismo conflittuale che sfocia nel localismo; un’evoluzione caotica dei comuni e delle province scollegata da una capacità impositiva; un approccio alla partecipazione di tipo burocratico e meramente formale che ne ha svuotato il valore propulsivo; un proporzionalismo nella distribuzione delle cariche pubbliche slegato dal principio di responsabilità; un rapporto malato tra pezzi di sistema politico, amministrazione pubblica e centri di potere economico; una produzione legislativa abnorme e caratterizzata da generiche enunciazioni programmatiche e da rinvii a norme regolamentari implementate da un’amministrazione autoreferenziale, irresponsabile e incurante dei bisogni reali dei cittadini; una visione delle politiche di sviluppo come intervento dall’alto sganciato da un’azione programmata e non spontaneistica di irrobustimento del capitale sociale; un modello di welfare redistributivo e assistenzialistico che drena risorse pubbliche oltre misura e frena le capacità di sviluppo dei sistemi produttivi.

Un ulteriore riflesso negativo delle radici comuniste nella concezione prevalente della democrazia politica è il suo carattere sdoppiato: un conto sono i partiti che possono non fondarsi sulle regole democratiche ma devono far leva esclusivamente sul collante ideologico e sulle leadership carismatiche; un altro conto sono le istituzioni che costituiscono il terreno dove imporre agli avversari la cultura democratica per poter affermare il proprio protagonismo. Come afferma con acume Aldo Schiavone, questa dicotomia non va considerata una scelta senza precedenti ma affonda, a sua volta, le radici in un’antica attitudine degli italiani: quella sedimentata convinzione della perenne relatività delle regole – qualunque esse siano – che sono da accogliersi solo fin quando obbligano gli altri; ma dalle quali, a nostra volta, non ci sentiamo mai davvero vincolati; o, almeno, mai sino in fondo.

Con questo non intendo dire che nei comunisti si celi una qualche forma di lassismo morale, ma il loro guardare per così dire “dall’esterno” alle procedure della democrazia politica, di cui la vita del proprio partito può fare a meno, conduce a quello stesso relativismo etico tante volte affiorato nella storia d’Italia, e di cui così spesso proprio il PCI accusava (e con ragione) i suoi avversari.

Vediamo, infine, come riassumere quei tratti positivi dell’esperienza comunista in Italia che costituiscono un humus necessario a cui l’intera società odierna potrebbe attingere per guardare al futuro in modo meno incerto. Innanzitutto, l’idea che la politica ha bisogno di alimentarsi di valori, di principi e di culture che si formano, si condividono e si contaminano in aggregazioni comunitarie multilivello. Non solo nelle comunità politiche, quali sono i partiti e le istituzioni, ma anche nelle comunità civili che precedono la politica senza per questo contrapporsi ad essa. E le relazioni interpersonali all’interno di tali ambiti si devono fondare su sentimenti di stima reciproca, fiducia, fraternità civile e solidarietà. Alimentando la fiducia e l’aiuto reciproco può avere spazio la politica, altrimenti non resta altro che l’autoritarismo, il totalitarismo, il populismo, la violenza e la sopraffazione. Per aprire spazi di libertà, prima ancora delle buone leggi sono necessarie le virtù dei cittadini: rigore critico, tolleranza e rispetto delle idee altrui, apertura al dialogo con chi la pensa diversamente, capacità di assumere su di sé le sofferenze di tanti.

Alla dimensione comunitaria della politica si lega, nella vicenda dei comunisti italiani man mano che verranno meno le rigidità ideologiche e i tradizionali legami internazionali, sia  l’attenzione alla pluralità delle culture, dei diversi ethos del mercato  e degli interessi, sia la capacità di dotarsi di una cultura di governo locale intrecciata con quella pluralità conflittuale non definitivamente ricomponibile delle entità e delle visioni del mondo. È forse proprio una simile attitudine a coltivare con mirabile equilibrio il conflitto e, al tempo stesso, il dialogo e la collaborazione il grande lascito di Palmiro Togliatti alle generazioni future.

 

Bibliografia

 

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(Il presente saggio è pubblicato nella Rivista culturale l’albatros,  n. 3/2014)

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