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Sviluppo: mainstream o nuovo approccio?

La crisi dell’economia fordista e di tutto l’apparato politico e sociale, costruitovi addosso, e l’emergere, in forme nuove e sempre più diffuse, di una ruralizzazione e artigianalizzazione della società, che si combina con una coinvolgente e creativa produzione sociale non più gerarchizzata, hanno reso inservibile la teoria economica mainstream. Le nuove economie non possono essere riassorbite in essa, aggiungendo qualche paragrafo ai vecchi manuali. Va interamente riscritta: non già nel chiuso delle accademie e dei circoli intellettuali, bensì nel vortice quotidiano della sperimentazione concreta dello sviluppo locale partecipativo e dell’ibridazione pluridisciplinare della conoscenza scientifica coi saperi esperienziali

Borgo Antico

Fino agli anni Settanta, pur con tutti i suoi limiti, la teoria economica mainstream sembrava in grado di spiegare i fenomeni fondamentali della società. Il mondo economico “reale” veniva plausibilmente schematizzato con l’immagine di una società fondata su una rete fittissima di scambi di merci standardizzate tra aziende produttrici e famiglie consumatrici. I fenomeni economici venivano spiegati guardando essenzialmente il prezzo e la sua capacità di segnalare agli operatori le condizioni di scarsità o di abbondanza di una data merce.

Poi tutto questo è finito e la teoria economica mainstream non riesce più a spiegare quasi nulla. In particolare, una novità è venuta ad un certo punto a sconvolgere lo schema: il mercato si allarga solo attraverso una continua moltiplicazione, frammentazione, ricombinazione dei bisogni. E questo ha comportato una crescita dell’importanza della domanda effimera di beni differenziati e personalizzati che ha spiazzato la classica concorrenza di prezzo. O meglio, il prezzo continua a segnalare l’ispessimento o il diradamento della concorrenza, ma lo fa non più in generale, bensì nelle diverse aree dei bisogni. Da una prevalente concorrenza di prezzo si è passati, così, ad una prevalente concorrenza di qualità, in passato del tutto accessoria.

Nel nuovo scenario, i bisogni umani non sono più come ce li consegna la storia. Ma evolvono continuamente perché, in base alla loro percezione, si ricombina costantemente la loro graduatoria. Solo indagini sociologiche accurate possono dar conto dei cambiamenti nella percezione dei bisogni delle persone e delle potenzialità di mutamento che gli individui esprimono. Assume importanza il processo culturale della percezione dei bisogni. E tale processo avviene nei contesti in cui le persone vivono e si relazionano con le altre.

Questo cambiamento è sopraggiunto quando si sono verificati due processi interdipendenti tra loro: da una parte, si sono affermati, a livello di massa, gli standard di base dei consumi da parte dei ceti medi di tutte le società industrializzate e in via di sviluppo e, dall’altra, si è avviata, gradualmente, una spontanea consapevolezza della crisi ecologica, dovuta all’erosione del capitale sociale e alla rottura del rapporto osmotico tra conoscenza scientifica e sapere contestuale.

Tale cambiamento si è intrecciato con altri due fenomeni: la globalizzazione e la rivoluzione tecnologica fondata sul digitale, la robotica, le nanotecnologie e la bioeconomia. Siamo ormai alla Fabbrica 4.0 che vede i bit trasformarsi in atomi, i consumatori diventare produttori, la materia assumere nuove forme e i consumi personalizzati da nicchie ristrette ampliarsi a livello di massa.

Questi sconvolgimenti segnano la crisi definitiva dell’economia fordista e di tutto l’apparato politico e sociale, costruitovi addosso (Welfare State), e l’emergere, in forme nuove e sempre più diffuse, di una ruralizzazione e artigianalizzazione della società che si combina con una coinvolgente e creativa produzione sociale non più gerarchizzata.

I caratteri dell’economia fordista

Nell’economia fordista il fattore strategico della competizione era dato dalla capacità di incrementare la produttività del lavoro. Tutto dipendeva, per le fortune dell’impresa, dai suoi ritmi di accumulazione del capitale e dalla connessa introduzione di progresso tecnico. L’educazione in generale e l’investimento in formazione tecnica e professionale dei lavoratori, tutta mirata alla specializzazione, erano modellate sulle esigenze di un processo produttivo ben definito.

Nell’economia fordista, i “luoghi” erano quasi del tutto inessenziali all’analisi. Solo per progettare le grandi aree metropolitane era necessario qualche contatto tra analisti economici e urbanisti: si trattava di concordare come e dove concentrare i poli della conoscenza, le aree produttive, gli ipermercati, i quartieri residenziali, le aree verdi e quelle per i servizi socio-sanitari, la cultura e il tempo libero; come separare tali funzioni in compartimenti stagno, secondo lo schema della grande fabbrica fordista, e come renderli comunicanti  mediante un sistema complesso di mobilità. Ma gli altri “luoghi” rimanevano irrilevanti per il pensiero economico e urbanistico mainstream. Per tale cultura, il mercato si allargava o si restringeva mediante un’intensificazione o un diradamento dei contatti fra monadi individuali, che si incontravano solo nella grande fabbrica o sul grande mercato. Le comunità locali non entravano in gioco. I modi e i luoghi in cui la gente viveva la sua vita costituivano solo il presupposto dell’analisi economica, che se ne sbarazzava, rinviandone, con grande sollievo, la spiegazione ad altri settori della conoscenza sociale. La gente comune riceveva una qualche attenzione  solo se si organizzava in sindacati, per condizionare il prezzo del fattore lavoro, o in associazioni consumeristiche, per responsabilizzarsi nelle proprie opzioni di acquisto delle merci.

I caratteri delle nuove economie

Nelle nuove economie a domanda differenziata e variabile il fattore strategico della competizione è la sua capacità di modificare continuamente le proposte di prodotto, rispettando, comunque, certi vincoli di costo totale e di prezzo di vendita. In ogni stagione bisogna cambiare proposta per soddisfare una clientela esigente e conservarne i favori.

Nelle nuove economie ci vogliono impianti flessibili e una versatilità neo-artigianale e neo-contadina, su una base, beninteso, sempre più alta di conoscenze generali, resa necessaria dal maggiore, rispetto al fordismo, livello tecnico-scientifico degli apparati produttivi materiali.

I sistemi locali sono i luoghi dove si addensano queste competenze (di piccoli e medi imprenditori, professionisti, lavoratori saltuari, ecc.), pronte ad inserirsi, con breve preavviso, nei processi in espansione delle nuove economie. E sono anche i luoghi – sia nelle metropoli che nelle aree rurali – dove i possessori di tali competenze amano vivere e socializzare, mettendo completamente in discussione le forme dell’abitare e, dunque, lo statuto dell’urbanistica come disciplina e come professione.

I sistemi locali – del tutto insignificanti nell’economia fordista – nelle nuove economie a domanda diversificata e variabile diventano, nella loro totalità complessa, una forza produttiva. Ma non sistemi isolati, impauriti, autarchici e autoreferenziali, bensì consapevolmente condizionati nel ritmo del cambiamento dai vincoli che discendono dalla partecipazione, sempre peculiare e specifica, dei diversi luoghi al vortice della divisione mondiale del lavoro.

Il segreto del successo di un sistema locale siffatto è l’ancoraggio ad una cultura dominante della popolazione, non volta a conservare staticamente le tradizioni, quanto invece a riprodurre un complesso di valori, conoscenze, istituzioni, sia per capire più rapidamente il cambiamento e “sacrificare razionalmente”, secondo una filosofia costi-benefici interiorizzata nel tempo, pezzi di tradizione che sono di ostacolo all’adattamento; sia per misurarsi coi mercati mondiali.

Un sistema locale competitivo è, dunque, un sistema produttivo e, al tempo stesso, auto-educativo. Un sistema relazionale, istituzionale e di autoapprendimento collettivo atto a riprodurre una comunità plastica, curiosa, realisticamente ambiziosa, capace di adattarsi continuamente alle mutevoli condizioni esterne. Un sistema competitivo fondato sull’innovazione sociale, cioè sulla capacità di crescere in relazione con altri sistemi locali, scambiando idee, esperienze, conoscenze e non soltanto prodotti e servizi.

La dimensione territoriale e quella dell’internazionalizzazione non sono in alternativa. La rivoluzione tecnologica in atto offre enormi opportunità per individuare percorsi di sviluppo, costruire reti che si diramano nei territori e nel mondo. L’importante è che i sistemi locali restino fedeli a se stessi, al proprio carattere originario, che è quello di riprodurre beni relazionali e legami comunitari per fare in modo che gli individui e i gruppi possano consapevolmente adattarsi al cambiamento in atto nel mondo.

Non c’è più spazio per la teoria economica mainstream: le nuove economie non possono essere riassorbite in essa, aggiungendo qualche paragrafo ai vecchi manuali. Va interamente riscritta: non già nel chiuso delle accademie e dei circoli intellettuali, bensì nel vortice quotidiano della sperimentazione concreta dello sviluppo locale partecipativo e dell’ibridazione pluridisciplinare della conoscenza scientifica coi saperi esperienziali.

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