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Si esce dal complesso del tiranno

La Repubblica fondata sul complesso del tiranno trovava la sua ragion d’essere sul fatto che i partiti occupavano quegli spazi della società civile dove solitamente si riproducono valori, idee, culture, coscienze critiche. Ma quei partiti non ci sono più da trent’anni e resta, dunque, aperto il problema di come rivitalizzare questi spazi e come fare in modo che in essi si dia vita a nuove comunità di persone autonome e distinte dal sistema politico

Senato

Il primo passo è compiuto verso la riforma costituzionale: è abolito il bicameralismo indifferenziato, nasce la seconda camera di rappresentanza territoriale, si rafforza il governo in Parlamento, i decreti-legge sono limitati alle effettive necessità, Province e Cnel sono cancellati, i rapporti Stato-Regioni resi più fluidi.

Non è stato facile per il governo ottenere questo risultato al Senato dove il Pd è fortemente condizionato dagli altri gruppi. E in verità eravamo tutti un po’ scettici che i senatori potessero decidere una riforma che li riguardasse direttamente e in modo così incisivo. Ma tant’è. È avvenuto. E non si può che esprimere soddisfazione. Patetiche e gaglioffe le manifestazioni di dissenso. Teatrali, come si conviene ad una società dell’immagine, in cui la trovata ad effetto e l’atteggiamento decadentista tentano di nobilitarsi in “gesto politico”. Tuttavia, è solo il primo passo. E la traversata è lunga e irta di insidie. Ma prima si compie e meglio è per tutti. Altrimenti non si avvia il secondo tempo: quello delle riforme socio-economiche.

Con il primo sì alla riforma istituzionale termina la Repubblica fondata sul complesso del tiranno. La paura che tornasse il fascismo o si affermasse il comunismo condizionò in modo decisivo la stesura della nostra Costituzione. La quale, è bene ricordare, si divide in due parti fondamentali: la prima programmatica e l’altra istituzionale. Ma la seconda è del tutto incongrua per attuare la prima. Una Costituzione con ambizioni quasi giacobine avrebbe avuto, infatti, bisogno di prevedere governi democratici forti. E invece il presidente del consiglio dei ministri è solo un primus inter pares; il governo non dispone di alcun potere nel disporre l’agenda parlamentare se non quella che gli deriva dalla decretazione d’urgenza e dalla questione di fiducia; è previsto il bicameralismo perfetto che allunga enormemente il percorso di approvazione delle leggi. E tutto questo perché Dc e Pci si consideravano reciprocamente forze non affidabili dal punto di vista democratico. La paura è alla base anche della scelta del sistema proporzionale.

Ma una siffatta diffidenza reciproca poteva avere un senso nel dopoguerra quando i partiti erano comunità di persone, “nazioni” nella nazione, grandi agenzie di produzione di idee e di formazione di gruppi dirigenti. Dagli anni Settanta in poi i partiti hanno smesso di avere tale funzione e si sono lentamente trasformati in federazioni di comitati elettorali. Il carattere plebiscitario e populista della visione berlusconiana della leadership e del percorso di formazione della decisione politica ha prodotto, dagli anni Novanta in poi, una reazione che ha solo ritardato il processo di adattamento delle nostre istituzioni alla nuova realtà politica e culturale del paese. E la contrapposizione che ne è derivata ha ostacolato un ampliamento del dibattito sulla riforma istituzionale ad altri temi parimenti molto gravi che non vengono affrontati.

La Repubblica fondata sul complesso del tiranno trovava la sua ragion d’essere sul fatto che i partiti occupavano quegli spazi della società civile dove solitamente si riproducono valori, idee, culture, coscienze critiche. Ma quei partiti non ci sono più da trent’anni e resta, dunque, aperto il problema di come rivitalizzare questi spazi e come fare in modo che in essi si dia vita a nuove comunità di persone autonome e distinte dal sistema politico.

Nella Costituzione è previsto il principio di sussidiarietà che riconosce la funzione dei gruppi di cittadini operanti per l’interesse generale. Ma forse andrebbero ulteriormente rafforzati alcuni principi volti ad esaltare la funzione delle collettività, a partire dalla gestione diretta dei beni comuni. Aver solo rinfrescato alcuni istituti di democrazia diretta (referendum, iniziativa popolare legislativa) è troppo poco!

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