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RIFORMISMO. Una parola fraintesa

Un vasto fronte politico e sociale è ancora raggrumato in un conservatorismo sordo che viene da lontano. Si rifiuta di prendere atto che l’identificazione e l’appartenenza (all’ideologia, all’utopia, alla morale del partito) non ci sono più e che l’unica strada praticabile è quella di esaltare la laicità e la responsabilità della scelta, l’esercizio della cittadinanza nello Stato. Insomma, si ostina a sbarrare il passo alla pratica del riformismo liberale e socialista, incurante del fatto che tale ossessione blocca inesorabilmente il paese


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Origine storica del termine

La parola “riformismo” viene utilizzata nel gergo politico italiano senza una chiara e condivisa connotazione concettuale e spesso in modo ambiguo. È sicuramente la più inflazionata del dibattito politico e politico-culturale italiano. Ma il termine ha un’origine storica ben precisa. Viene introdotto in Inghilterra, tra la fine del XVIII e l’inizio del XIX secolo, nel corso della campagna per l’allargamento del suffragio universale culminata nel Great reform bill del 1832. Il riformismo ha, dunque, innanzitutto a che fare con la democrazia e con le istituzioni democratiche liberali. È poi ripreso all’interno della complessa vicissitudine del movimento operaio e socialista, se non più specificamente nel marxismo. Una vicenda che si è sviluppata compiutamente in Germania, in Gran Bretagna e nei paesi scandinavi, da cui l’Italia, in un delirio di autarchia teorica e presuntuosa autosufficienza, si è mantenuta culturalmente e politicamente estranea.

L’idea di “riformismo”, nel senso europeo del termine, si afferma quando diventa necessario distinguere a sinistra una prospettiva di mutamento politico e sociale esplicitamente non rivoluzionaria in contrapposizione al rivoluzionarismo. Il suo significato è, pertanto, dicotomico, nel senso che contraddistingue concettualmente una chiara visione ideale rispetto ad un’altra. L’espressione viene per lo più usata per richiamare la politica di welfare state o stato sociale dei paesi capitalistici occidentali a tutta presenza socialdemocratica. Dalla fine degli anni Trenta, con l’incontro tra il socialismo non leninista e il liberalismo progressista (Keynes, Green, Beveridge, Myrdal), la socialdemocrazia è divenuta la forma di pensiero progressista della società aperta.

La stagione revisionistica del riformismo europeo

Per essere più precisi, forse bisognerebbe distinguere due stagioni del riformismo europeo. La prima è quella revisionistica: il marxismo viene corretto alla luce degli imprevisti sviluppi del sistema capitalistico (aumento del benessere e dei ceti medi, delle libertà e delle opportunità di tutti) e l’avvento della società futura rimandata ad una seconda fase. Le correzioni della teoria marxista permettono di concentrarsi su riforme graduali e perfezionamenti parziali, mentre l’idea della società futura agisce solo come richiamo simbolico e ideale. Per dirla con Bernstein, uno dei primi e il più grande riformista di ogni tempo, “il movimento è tutto e il fine è nulla”.

La stagione liberalsocialista del riformismo europeo

La seconda stagione del riformismo europeo coincide con l’acquisizione che capitalismo e democrazia liberale, lungi dal rappresentare il negativo rispetto al positivo di una società pianificata e senza classi, sono valori in sé, sistemi storici da correggere e migliorare ma non da trasformare. Nemmeno in un domani più o meno lontano. Il che ha significato, in sostanza, l’abiura del marxismo. Nel partito socialdemocratico tedesco tale atto si compie con il Congresso di Bad Godesberg nel 1959. Da quel momento il riformismo di tipo socialdemocratico è concepito come introduzione di riforme utili ad incivilire il capitalismo ma non ad abbatterlo.  E s’incontra con l’esperienza dei democratici americani maturata soprattutto attraverso il New Deal roosveltiano e che si è caratterizzata sempre più nel senso dell’inclusione e dell’affermazione dei diritti di gruppi e individui prima emarginati o in qualche modo subordinati.  Inoltre, si riallaccia al socialismo liberale, libertario, umanistico ed etico antecedente a Marx e che in Italia ha avuto tra gli esponenti di maggiore spicco Garibaldi, promotore con Victor Hugo e John Stuart Mill della Lega per la Pace e la Libertà.

Il riformismo pratico italiano

Nel linguaggio politico italiano, il termine “riformismo” ha tutta un’altra storia che non coincide con quanto è avvenuto nei paesi europei e occidentali. Da noi, i significati di questa parola sono molteplici e riguardano periodi storici e forze politiche diverse. Il primo significato è il più semplice, quello della passione e azione concreta per il miglioramento sociale inteso come finalità autosufficiente: le riforme legislative, amministrative, autogestionali (cooperative, sindacati, municipi) alla Turati, Treves, Canepa, Montemartini, Schiavi, Prampolini, Zibordi, Altobelli, Buozzi, ecc. È il significato che attribuivano alla parola i protagonisti di quella prassi.

Un’analoga pista si può intravedere nel riformismo produttivista e sociale di Nitti che nel 1894 assume la direzione della rivista Rassegna di scienze sociali e politiche e la trasforma in La Riforma Sociale sul modello delle riviste inglesi. Uno strumento per formare una moderna classe dirigente adeguata a costruire e regolare una efficiente società capitalistico-borghese mediante una cultura della trasformazione e una scienza al servizio della modernizzazione. Tra le figure più significative che emergono in questo filone ci sono Loria, Salvioli, Colajanni, Luzzatti, Ferraris, Mosca, Michels, Beneduce, Einaudi, Albertini, Giuffrida, Serpieri. Le radici culturali rimandano a Cattaneo e al meglio del liberalismo progressista europeo. Le riforme riguardano l’industrializzazione di Napoli fondata sull’utilizzazione pubblica dell’energia elettrica, la sistemazione dei bacini idraulico-forestali dei bacini montani, la costituzione del corpo forestale dello Stato, lo sviluppo delle irrigazioni, la bonifica, la lotta alla malaria, l’abolizione dell’analfabetismo, l’eliminazione della religione dalle materie d’insegnamento nella scuola elementare, la costituzione dell’INA (Istituto nazionale delle assicurazioni), l’istruzione professionale. I luoghi applicativi del riformismo nittiano sono il ministero di Agricoltura, Industria e Commercio, quello del Tesoro e la presidenza del Consiglio. Durante il fascismo (con Nitti esule in Svizzera e poi in America) i luoghi del riformismo produttivista e sociale diventano la Direzione generale delle Bonifiche con Serpieri e l’IRI (Istituto per la ricostruzione industriale) con Beneduce in perfetta continuità con la fase precedente. A quel filone riformista dialogante con gli artefici del New Deal rooseveltiano si deve, nel primo decennio della Repubblica, uno degli apporti non irrilevanti al complesso di realizzazioni economico-sociali finanziate con il piano Marshall in Italia.

L’incontro di quel filone di cultura laica e liberale con il cattolicesimo democratico e con gli eredi del riformismo pratico socialista del periodo precedente al fascismo non produce, tuttavia, l’ideazione di un welfare state assimilabile, anche lontanamente, a quello che si realizza in altri paesi europei e occidentali E ciò avviene essenzialmente per due ragioni. La prima riguarda le rigidità dell’impianto ideologico di quelle due culture (cattolica e marxista): entrambe sono portatrici di visioni che portano a forme superiori e totalizzanti di società e tali visioni le rendono fortemente concorrenziali. Esse collaborano nel definire l’impalcatura della nostra Costituzione ma in un contesto politico-culturale fortemente condizionato dal “complesso del tiranno”, ovvero dal timore di una nuova dittatura o, quanto meno, di una insufficiente capacità della giovane democrazia italiana di resistere a nuove spinte autoritarie. Quel complesso era indotto, per un verso, dal ricordo ancora vivido del fascismo, che aveva travolto le fragili difese dello stato monarchico e liberale. E, per altro verso, dal timore che incuteva una sinistra guidata dal più grande Partito comunista d’Occidente, organicamente legato all’Unione Sovietica, sia pure nelle modalità originali e nazionali pensate e volute da Togliatti. Il complesso del tiranno produce così una Costituzione sbilenca: la prima parte, quella programmatica e di principi, è fortemente avanzata e ambiziosa; la seconda, quella che delinea l’architettura delle istituzioni, è fondata su un governo debole e privo di una leadership e su un bicameralismo perfetto e, pertanto, frenante. Una condizione che impedisce di dar vita al riformismo perché la eventuale volontà della Dc e del Pci  di ideare e attuare riforme al massimo si ferma alle enunciazioni. Ma, poi, nel concreto operare quella volontà si arena tra i vincoli istituzionali frapposti dalla forte reciproca diffidenza quanto ad affidabilità democratica.

La seconda ragione che ostacola l’ideazione di un vero e proprio welfare state è che, con l’avvento di Fanfani alla guida della Dc, si avvia la degenerazione di quel partito verso forme inaccettabili di clientelismo e corruzione. Tale situazione è aggravata dal fatto che la “guerra fredda” impedisce un’alternanza al governo tra forze e coalizioni diverse e un ricambio di classi dirigenti.

Il riformismo nel Pci

Le cose si complicano se si vuole applicare il termine “riformista” ad alcuni filoni politico-culturali che sono maturati nel Pci. Un tentativo è stato fatto, prima da Ranieri e Minopoli e poi da Morando, per il “programmismo” di Amendola e dei suoi eredi, in cui si esprimono a tratti elementi di un’alternativa di linea politica e culturale del partito togliattiano e poi berlingueriano. Tali elementi si possono sintetizzare in quattro punti: 1) la definizione di una strategia per l’accesso al governo come costruzione di una nuova maggioranza e come alternanza tra moderati e sinistra; 2) l’abbandono della schematica alternativa tra “amministrazione” o “trasformazione” dell’esistente per l’adozione del “programma a medio termine”; 3) la tensione verso la riunificazione della sinistra, con la presa d’atto della definitiva eclisse delle ragioni della divisione degli anni Venti; 4) la polemica verso il corporativismo nei conflitti sociali e la deriva movimentista. Il tutto nasce con il manifestarsi, tra Amendola e Togliatti, di un contrasto strategico sulla valutazione del crusciovismo e sulle conseguenze da trarre dalla destalinizzazione e si conclude con il contributo determinante alla politica economica del periodo 1976-79 di quei dirigenti (Napolitano, Peggio, Chiaromonte, Colajanni, Macaluso e altri) più sensibili alla rigorosa lezione amendoliana.

È solo successivamente che da questa componente viene la sollecitazione ad affrontare il nodo più delicato e irrisolto dell’elaborazione del Pci: il giudizio e il rapporto con l’esperienza socialdemocratica europea. Ma tale sollecitazione si scontra con il particolare intreccio tra la storia del Novecento e lo strumento-partito, il mito della sua unità e il dogma del suo governo dal centro, per cui il sostanziale rispetto della geometria delle forze riduce la possibilità di effettive innovazioni. In sostanza, al Pci (strutturato secondo una logica leninista) manca una regola interna che permette ad una componente di dare battaglia per introdurre un’innovazione e di poterla vincere. Così fallisce il tentativo di operare una sintesi fra tradizione comunista e cultura liberale e socialista che, come si è visto, è la forma storica concreta del riformismo che si afferma in Europa e in Occidente. E il fallimento avviene nonostante lo sviluppo di un europeismo non più di maniera, ma convinto, e l’ingresso nell’Internazionale socialista.

L’uso ambiguo del termine “riformista”

Al suo “programmismo” Amendola può apporre solo l’aggettivo “riformatore” perché “riformista” ha un valore penalizzante. E usarlo avrebbe avuto l’effetto di attirarsi l’epiteto spregiativo di “socialdemocratico”. È per questo che il termine utilizzato da tutti nel Pci fino alla fine è “riformatore”. Viene accettata l’espressione “riformista” solo quando, col declino storico della prospettiva comunista, prevale ormai nel Pci e nelle “Cose” successive (Pds e Ds) l’intento, non già di fare i conti con la socialdemocrazia europea, ma semplicemente di espropriare lo spazio politico occupato dai socialisti. Il termine “riformista” viene così utilizzato da Occhetto e da D’Alema in modo terribilmente ambiguo. È polemico, quindi contrappositivo, ma non veramente dicotomico, nel senso che non contrappone chiare visioni teoriche o politiche, ma è solo una sorta di licitazione euristica, cioè speciosa e cavillosa, dei meriti e demeriti di forze politiche concorrenti. Si tratta di una semplice insistenza retorica, appoggiata, più che sul concreto perseguimento di obiettivi determinati, su un tono di azione politica, che si vuole innovativo, incisivo, comunque generosamente aggettivato (forte, nuovo, strutturale, ecc.) e che viene contrapposto ad un vero o presunto moderatismo dei socialdemocratici.

Come ha rilevato in modo convincente Cafagna, la strumentalità dell’uso della parola “riformismo” discende dalla tattica della Internazionale Comunista degli anni tra le due guerre. Anche allora, dal semplice ripudio ideologico del riformismo si passa ad usare attivamente l’agitazione per le riforme come un lancio di parole d’ordine transitorie verso una crescente tensione rivoluzionaria. È una tattica che contrappone costantemente la richiesta di misure più forti, più avanzate, più “strutturali” a quelle, sempre accusate di insufficienza e di intenti politicamente soporiferi, dell’azione socialdemocratica. Si contrappone “riforma di struttura” a “riforma riformista” o meramente migliorativa. Solo che, via via, allo scopo tattico dell’accrescimento della tensione rivoluzionaria si viene sostituendo quella del rafforzamento politico temporeggiatore. Si conserva il carattere “tattico”, pur nell’abbandono (più o meno reticente) della prospettiva rivoluzionaria e nel progressivo sfumarsi della nozione gramsciana di “egemonia” in quella di “autorità” politica permanentemente temporeggiatrice. L’uso del termine è di tono, più che di contenuti, perché allude piuttosto ad un tipo di azione. I contenuti concreti restano irrilevanti, effimeri e mutevoli perché strumentali e occasionali. Essi non danno mai luogo a “passioni” riformiste (la passione resta riservata al calcolo, magari divenuto infinitesimale, del potere), a una cultura specifica, tecnicamente dedicata a questa o quella riforma.

L’eccezione della riforma agraria

C’è una importante eccezione nella storia del Pci: quella della lotta per la riforma agraria nel Mezzogiorno d’Italia. Essa sì, che dà luogo a passioni reali e a una cultura specifica. Non a caso è proprio in quel germoglio di riformismo pratico che si sviluppa il “programmismo” amendoliano. Ma il mancato dialogo con la cultura liberaldemocratica e quella socialdemocratica paradossalmente impedisce ai comunisti di gestire i risultati di quel movimento.  Votano contro le leggi che essi hanno conquistato con lotte epiche solo perché le considerano parziali e insufficienti, precludendosi la possibilità di mostrarsi credibili nel gestirle. È la Dc a prendere in mano l’iniziativa con esiti solo in parte positivi per l’eccesso di statalismo e per uno spregiudicato esercizio clientelare del potere. Anche nella Dc pesa negativamente il mancato incontro con la cultura liberaldemocratica e con quella socialdemocratica.

Il riformismo non riuscito del primo centrosinistra

Fino al Congresso di Venezia, che si svolge nel 1957, il Psi aveva, per circa dieci anni, condiviso sostanzialmente le impostazioni comuniste. Ma con la crisi apertasi nel mondo comunista, a seguito del rapporto di Chruščëv al XX Congresso del Pcus, Nenni coglie l’occasione per presentare una nuova linea politica che auspica la formazione di un governo di centrosinistra: spera in una Dc più orientata a sinistra e in un Partito socialista unificato con i socialdemocratici di Saragat. I congressisti di Venezia lo applaudono, ma poi votano per una maggioranza legata al pensiero di Rodolfo Morandi, un socialista, scomparso due anni prima, convinto che la concorrenza ai comunisti si dovesse fare imitandoli. Quella maggioranza circonda e tormenta Nenni, impedendogli per anni di attuare quella sua politica.

Solo nel 1963 i socialisti entrano nel governo presieduto dal democristiano Moro. Ma già l’anno precedente avevano sostenuto dall’esterno un governo presieduto dal democristiano Fanfani. Il quale aveva realizzato alcune importanti riforme: la scuola media unica, la gratuità dei libri scolastici, la riduzione della censura sugli spettacoli, la riduzione della leva militare, l’istituzione della programmazione economica, nonché – si elencano per ultimi – la nazionalizzazione dell’energia elettrica e l’introduzione della cedolare secca sui titoli azionari. Questi erano i prezzi più cari chiesti dai socialisti: simboleggiavano il fatto che un governo, ancorché non marxisticamente socialista, e solo a semplice “collaborazione” socialista, potesse agire “contro” gli interessi capitalistici. Come se il centrosinistra dovesse essere un fatto ideologico e non la premessa di miglioramenti materiali per i ceti popolari. La nazionalizzazione dell’energia elettrica e la tassazione dei titoli azionari non avevano nulla a che vedere con la vita quotidiana dei lavoratori, ma avevano la singolare capacità di allarmare e impaurire la gran parte degli operatori economici e di provocare, quindi, turbamenti nell’economia, i cui effetti finivano col ripercuotersi negativamente, in un modo o nell’altro, su tutti i cittadini, di ogni ceto sociale. Il riformismo, proprio perché riformismo e non rivoluzionarismo, allarga progressivamente e con intelligenza i propri poteri di controllo in modo da fronteggiare le reazioni a eventuali proprie mosse turbative. Quindi deve regolarsi in modo da evitare quei contraccolpi: deve operare in modo da poter convivere con un’economia non statizzata e che continui a funzionare e produrre, anzi, più surplus da destinare a riforme. E deve, al tempo stesso, porsi obiettivi che favoriscano la formazione del consenso popolare.

Nelle elezioni del 1968 il Psu (Nenni più Saragat) perde oltre il 5 per cento dei voti a vantaggio dei comunisti e delle sinistre estreme. Insomma, a sinistra il centrosinistra è un fallimento clamoroso. E la ragione di quel fallimento non può che cercarsi nell’impostazione programmatica dei socialisti. Inoltre, le elezioni erano state precedute da una cospicua rivendicazione sindacale in materia pensionistica. Il governo di centrosinistra, prima delle elezioni,  non aveva ritenuto che si potesse far fronte a quella richiesta. Dopo la lezione del voto la coalizione di centrosinistra si affretta a fare ammenda, concedendo tutto. Ma, forse, facendo così fa pure peggio (il calcio in faccia era ormai arrivato e il voto era alle spalle) perché dà, con i nuovi provvedimenti pensionistici, una bella spinta a quella “crisi fiscale dello Stato” che affligge l’Italia negli anni settanta e ottanta e, di cui, nonostante l’euro mozza-interessi, non ci siamo ancora liberati.

A Nenni, dunque, il riformismo non riesce perché invece di coadiuvare socialmente lo sviluppo impetuoso nei tempi dovuti (e cioè prima del 1963, anno in cui finisce il “miracolo economico”) e impostando una politica di vero welfare state (cioè costruzione di case, ospedali, scuole, ecc.) si preoccupa di introdurre misure simboliche anticapitalistiche che, per giunta, ai lavoratori non portano nulla. E non riesce anche perché manca la capacità di ridurre l’accesa conflittualità e di allargare il consenso verso i socialisti.

Il riformismo craxiano senza partito

Il riformismo non riuscirà nemmeno a Craxi negli anni ottanta, nonostante lo sforzo notevole dei socialisti italiani di impostare, almeno sul piano teorico, una effettiva sintonia con il riformismo europeo. Memorabile resta la conferenza organizzata da Martelli a Rimini nel 1982: quella in cui si lancia l’idea dell'”alleanza tra merito e bisogno”. In quella riflessione emerge una nuova visione del conflitto economico e sociale: non più partiti interpreti, sul piano politico,  del conflitto di classe – in questo senso, partiti o coalizioni  di partiti  come espressione di un blocco sociale di riferimento, formatosi nella società  del capitalismo fordista -, ma un progetto politico ispirato dagli eterni valori della libertà, della solidarietà e dell’eguaglianza, capace di selezionare nella società le forze interessate a farsene interpreti e potenzialmente in grado di assumere una funzione egemone nel processo di cambiamento. A Rimini il Psi di Craxi esprime la più ambiziosa delle intuizioni che i vari riformismi italiani manifestano nell’intero arco del Novecento: quella di interpretare le domande di modernizzazione che emergevano dalla società post-fordista, con l’affermarsi di un nuovo individualismo di massa, della rivoluzione di genere, della nuova consapevolezza dei limiti ecologici alla crescita e dell’economia dei servizi.  Ma a sbarrare la strada a quell’obiettivo è la drammatica distanza, che sarebbe emersa qualche anno più tardi, tra l’ambizione del progetto e la natura stessa del soggetto – il partito Psi –  che l’aveva elaborato e avrebbe dovuto farsene interprete e realizzatore.

Il mancato riformismo dell’Ulivo

Se si va ad esaminare bene l’evoluzione del centro-sinistra a cavallo tra la fine del Novecento e l’inizio del nuovo secolo, l’Ulivo non contempla mai la presenza significativa di cultura liberale e neanche socialista. L’asse culturale rimane post-comunista e post-cattolico democratico. Con l’aggravante di una reticenza programmatica e di un primato della convenienza tattica sul merito strategico.  Si scontrano due strategie contrapposte: quella di Prodi con il tentativo di trasformare l’Ulivo da coalizione-movimento a partito coalizionale, il Partito democratico italiano, più simile al modello americano che a quelli europei; e quella di D’Alema con il tentativo speculare di omologare l’Italia alla regola europea, facendo del suo Pds, nel frattempo diventato Ds, l’equivalente italiano dei grandi partiti socialisti, socialdemocratici e laburisti d’Europa. Nessuna delle due strategie ha successo e il “ciclo riformista” che l’Italia non ha mai conosciuto non si mette in moto nemmeno con l’Ulivo.

Il riformismo ossimorico di Veltroni

Con la fondazione del Pd, il termine “riformismo” subisce un’ennesima evoluzione. Il suo fondatore, Veltroni, predilige la retorica degli ossimori e dei paradossi e conia le espressioni “riformismo radicale” e “riformismo rivoluzionario”. Non è una semplice e tattica aggettivazione alla Occhetto o alla D’Alema. C’è ora un intento più profondo e sincero di apportare una vera innovazione. Richiamandosi a Bobbio, Veltroni afferma che “la sinistra, se è conservatrice, non è sinistra. Se difende l’equilibrio dato, con il suo carico di ingiustizie e diritti negati, viene meno al suo compito. Che è, non si abbia paura, un compito rivoluzionario, nel senso che proprio la tradizione liberale e socialista ha affermato”. La rivoluzione a cui allude è la “rivoluzione liberale” di Gobetti e precisa: “rivoluzione non violenta e interamente democratica di chi cerca consenso e governo per mutare radicalmente, nel segno delle opportunità sociali e della pienezza delle libertà, l’ordine di cose presente”. Un compito immane che presuppone, da parte delle culture politiche confluite, un vero e proprio lavoro critico su se stesse per far crescere una vera cultura di governo improntata al metodo liberale e socialista, capace di tenere insieme capitalismo, società aperta e comunità, così come sperimentato in altri paesi europei.

Anche l’intento innovativo di Veltroni fallisce. E il Pd è di fatto interpretato come un involucro informe dove far convivere distintamente post-comunisti e post-cattolici democratici con tutte le cianfrusaglie retoriche di cui quelle due culture non si sono mai liberate mediante severi bilanci critici. Qui si fa solo un piccolo elenco dimostrativo di siffatti residui retorici: l’idea che il compimento di una forma superiore e totale di civiltà venga prima delle riforme economico-sociali, il pregiudizio antiscientifico, il complottismo demo-pluto-giudaico-massonico, il terzomondismo che rifiuta la globalizzazione, l’ostilità per gli scambi commerciali e il mercato tout court, l’ecologismo contrapposto allo sviluppo, il federalismo scaduto a sovranismo e localismo, l’appello alla questione morale e al catastrofismo radicale per chiamarsi fuori dal sistema e dividere il mondo tra puri e impuri, ecc. A ben vedere è tutto questo armamentario “radicale” e “rivoluzionario” che ha alimentato e alimenta tuttora il consenso alla Lega Nord, all’Italia dei Valori, al M5S e, ultimamente, al movimento neoborbonico. Il che sta a dimostrare che le rivoluzioni e i movimenti radicali e fondamentalisti, anche quando non perseguono più la violenza fisica come strumento di lotta ma utilizzano spregiudicatamente tutti gli altri “mezzi di distruzione” e le “intransigenze armate”, si contrappongono sempre al riformismo che pretende, per sua natura, laicità come abito mentale, rispetto reciproco e dialogo costante nei comportamenti, capacità di stare accanto non solo al debole, ma anche a chi ha paura delle novità e delle situazioni incerte. E che il riformismo impossibilitato e in ritardo genera comunque mostri nel sonno della ragione. Non a caso, nell’epoca dei populismi e della post-verità, i fenomeni virali che in altri paesi si presentano solo come sintomi, in Italia diventano immediatamente malattie devastanti. E la causa – andiamo a vederla – è tutta dentro la storia del ritardo con cui maturano forze politiche riformiste.

La furia distruttrice del riformismo renziano

Con Renzi il riformismo italiano sembra finalmente assumere quei connotati liberaldemocratici e socialdemocratici che non ha mai avuto. Non solo è cospicuo l’elenco delle realizzazioni degli ultimi due governi: dal Job Act alla legge sulle unioni civili, dall’agricoltura sociale alle misure per affrontare l’autismo, dalla riforma del terzo settore alla legge sul “dopo di noi”, dal divorzio breve alla legge sul cyberbullismo, dagli “80 euro” alle norme che garantiscono più diritti e più tutele per 2 milioni di lavoratori, dall’Ape social al welfare aziendale, dalle misure per il Sud a industria 4.0, e via dicendo. L’elenco è ricco e lungo ed è inutile negarlo. Ma c’è dell’altro non meno rilevante. Il leader del Pd si esprime e agisce con l’intento esplicito di liquidare il vecchio mito della “crisi ineluttabile” della società capitalistica. È consapevole che viviamo in una complicata transizione da cui emergerà un nuovo equilibrio geopolitico globale ed è questo il tempo in cui l’Europa definisce il suo destino. Ha l’ambizione di guidare l’Italia per renderla protagonista nella costruzione dei nuovi assetti sovranazionali e facendola uscire dalla marginalità. Parla agli altri leader mondiali con il linguaggio riformista liberal-socialista. Non parla mai come cattolico e non confonde fede e politica. Ricorda a tutti che ha giurato non sul Vangelo ma sulla Costituzione. Proclama la necessità di prendere atto di come stanno realmente le cose e di rinunciare a immaginare che il mondo possa essere mutato alla radice. Certo, si tratta di un discorso che appare come una furia distruttrice. Anche a quella parte del mondo cattolico convinto del carattere intrinsecamente disumano del capitalismo e sempre pronto a impugnare l’integralismo della testimonianza in contrapposizione all’etica della responsabilità.

È per questo che Renzi viene attaccato in tutti i modi dentro e fuori casa sua. Ma le vecchie culture politiche confluite nel Pd hanno avuto un quarto di secolo per rinnovarsi e non l’hanno fatto. E tutti gli oppositori della riforma costituzionale promossa dal governo Renzi e sottoposta al referendum del 4 dicembre 2016 si sono raggrumati in un conservatorismo sordo: si rifiutano di prendere atto che l’identificazione e l’appartenenza (all’ideologia, all’utopia, alla morale del partito) non ci sono più e che l’unica strada praticabile è quella di esaltare la laicità e la responsabilità della scelta, l’esercizio della cittadinanza nello Stato. Insomma, si ostinano a sbarrare il passo alla pratica del riformismo liberale e socialista, incuranti del fatto che questa loro ossessione blocca inesorabilmente il paese.

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One Response to RIFORMISMO. Una parola fraintesa

  1. Mario Campli Rispondi

    15 settembre 2017 a 12:43

    Una riflessione molto opportuna e, forse, mai sufficiente: una delle manifestazioni di questa “insufficienza” sta nelle quotidiane citazioni o tardivi rammarichi sulla esperienza dell’Ulivo (anche da parte dei protagonisti più importanti).Si percepisce quando parlano e/o “raccontano” che aborrano la parola “riformismo e riformista”…se ne tengono volentieri lontani. La lettura di questa rapida ricostruzione, peraltro, andrebbe opportunamente fatta anche rileggendo in contemporanea un precedente articolo di Pascale, consultabile in http://www.alfonsopascale.it/index.php/il-deficit-di-cultura-liberale-nei-cattolici/
    MC

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