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Partito dei Contadini ago della bilancia

Capitò una sola volta ai contadinisti nelle elezioni politiche del 1953 quando presero un numero di voti verosimilmente superiore ai voti necessari per far scattare il premio di maggioranza previsto dalla "legge truffa". Ma pur avendola approvata, al momento del voto popolare si trovarono dalla parte di chi voleva conservare il sistema proporzionale

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Anche in Italia c’è stato un partito contadino. Lo fondarono nel 1922 i fratelli Alessandro e Giacomo Scotti provenienti da una famiglia rurale di Montegrosso d’Asti. Erano stati eletti in Parlamento nelle liste del Partito Popolare. Ma a seguito delle lotte contro la nuova tassa sul vino, istituita dal governo Nitti, decisero di dar vita al Partito dei Contadini d’Italia, sciolto nel 1926 dal fascismo. Dopo aver subito violente aggressioni squadristiche, Giacomo si ritirò a vita privata e Alessandro riparò all’estero. Ma dopo alcuni anni tornò e insegnò presso l’Istituto Sociale a seguito di un provvedimento di residenza obbligatoria a Torino.

Durante la Resistenza, Alessandro Scotti fondò la “Colonna Rurale Monviso”, reparto partigiano cui aderirono subito circa duemila giovani, quasi tutti provenienti dai campi; a fianco ad essa formò le “Squadre rurali”, che coinvolgevano migliaia di famiglie contadine e che sostenevano l’impegno dei partigiani combattenti, svolgendo azioni e compiti di tipo logistico. Sia le prime che le seconde furono inquadrate all’interno di “Giustizia e Libertà”.

Nel dopoguerra Scotti rifondò il Partito dei Contadini d’Italia, operante tra le Langhe, il Monferrato e la Valtellina. E fu eletto all’Assemblea Costituente e poi alla Camera dei deputati, aggregandosi, nella prima, al Partito Democratico del Lavoro e, nell’altra, al Partito Repubblicano. Alle elezioni politiche del 1948 i contadinisti ottennero 96.025 voti, di cui 22.729 solo nella provincia di Asti.

Scotti, dunque, era parlamentare quando il 7 giugno 1953 si svolsero le elezioni per la Camera dei deputati. Ad esse si unirono quelle per il Senato, che si sarebbero dovute tenere nel 1954, per non fare due turni faticosi e costosi e per non trovarsi di fronte a un ramo del Parlamento che non rispondesse più al pensiero degli elettori espresso nell’altro ramo.

Il governo presieduto da Alcide De Gasperi elaborò un nuovo sistema elettorale, che voleva essere una rettifica del sistema proporzionale puro adottato nel 1946 per eleggere i membri dell’Assemblea Costituente e utilizzato nel 1948 con modalità di elezione differenziata per la Camera e per il Senato. A giustificare tale modifica era la coesistenza di tre blocchi di forze politiche, ispirati da tre contrastanti ideologie, dalla cui discordia sarebbe stata resa impossibile quella maggioranza omogenea ed efficiente, che a De Gasperi pareva necessaria per governare. La ricostruzione post-bellica, la collocazione internazionale e gli accordi stipulati con altri paesi richiedevano stabilità e governabilità.

Il nuovo sistema introduceva, per la sola Camera, l’attribuzione di un premio di maggioranza di 380 seggi alla lista o alla coalizione di liste che, in tutto il territorio nazionale, sarebbe riuscita a raccogliere il 50 per cento più uno dei voti, riservando i residui 209 alle altre liste.

La proposta fu combattuta sotto il nome di “legge truffa” con una virulenza senza precedenti dai partiti d’opposizione, i quali alla Camera ingaggiarono una battaglia ostruzionistica, durata 45 giorni e prolungata anche di notte, concludendola con una mischia furibonda nell’emiciclo. Quando la discussione si svolse al Senato, a causa del clima di tensione e per le ingiurie ricevute, il presidente dell’Assemblea Giuseppe Paratore, liberale, diede le dimissioni e fu sostituito, il giorno successivo, da Meuccio Ruini. Nel discorso d’insediamento, il nuovo presidente dichiarò: “Affronto quest’opera con la stessa fermezza con la quale andai, con i capelli già grigi, sul Carso”. La legge passò anche al Senato dopo che il governo ebbe chiesto il voto di fiducia.

Alessandro Scotti, anticomunista e assertore della collocazione atlantica dell’Italia, era fermamente convinto della bontà della nuova legge elettorale e la votò senza tentennamenti, trascinandosi una parte del suo partito.

La campagna elettorale fu una delle più violente ed intense. Votò il 93,78 per cento. Ma i risultati non furono quelli che si prevedevano. La DC riportò 10.859.554 voti, che, con quelli dei partiti collegati divennero 13.487.036; il PCI 6.122.638 e il PSI 3.440.222. Per lo scatto del premio sarebbero occorsi appena altri 57.000, facilmente reperibili tra le circa 1.300.000 schede contestate e non attribuite. Ma né la DC, né gli altri partiti chiesero questa verifica.

A far scattare il premio sarebbero bastati i voti del Partito dei Contadini d’Italia ma Scotti non si era potuto accordare per apparentare la sua lista alla DC e ai suoi alleati. Al Convegno della Ruralità, svoltosi a Torino il 23 novembre 1952, egli era stato autorizzato a chiedere l’apparentamento con altre formazioni politiche democratiche in conformità alla legge maggioritaria e sviluppare i necessari contatti politici con la DC. Ma contro tale indirizzo si era scatenata una dura reazione di base, capeggiata dall’ex maggiore degli Alpini Francesco Pianta di Nizza Monferrato e da Bobba di Vercelli, ostili al tentativo di appoggiare la “legge truffa”.

Svanita l’ipotesi di apparentamento del Partito dei Contadini per questa furiosa contestazione interna, Scotti lasciò intendere che sarebbe stato comunque disponibile a correre per la DC  nel sicurissimo collegio senatoriale di Asti, facendo convogliare i voti dei contadinisti. Ma tale offerta non giunse mai al politico astigiano. Una cosa alquanto strana. Il rifiuto di offrire la candidatura a Scotti maturò nella DC locale o a Roma? A questa domanda Oddino Bo, che ha raccontato l’episodio in L’Utopia Vissuta (Gribaudo 1999), non ha potuto rispondere per mancanza di documentazione. Forse nell’archivio della Coldiretti qualcosa si potrebbe trovare perché della vicenda si occupò personalmente Paolo Bonomi.

Il Partito dei Contadini d’Italia fece lista unica con il Partito Monarchico che era schierato contro la legge maggioritaria. Questa volta l’opposizione interna non poté impedire l’alleanza e Scotti fu eletto grazie alla sconfitta dei propugnatori della “legge truffa”. Ma il numero dei voti raccolti fu verosimilmente superiore al numero dei voti necessari alla DC per prendere il premio di maggioranza. Almeno per una volta, i contadinisti svolsero la funzione di ago della bilancia. La fecero, tuttavia, pendere dalla parte della conservazione.

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