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L’Europa è il tema, non la sinistra

C'è una costituente in atto che mette tutto e tutti in discussione: quella della nuova Europa con nuove strategie, nuove istituzioni e nuovi soggetti politici. Se discutiamo di questo, forse nel mondo e negli innumerevoli vicoli d'Italia qualcuno ci prenderà in considerazione; se, invece, continuiamo a litigare sugli album fotografici di famiglia, si farà più spessa e pesante la coltre di indifferenza che ci avvolge


italia-europa
All’ordine del giorno della Storia non c’è il nuovo centrosinistra italiano, che non interessa nemmeno al cittadino comune di casa nostra, ma la costituente di una nuova Europa al tempo di Trump e della Brexit per affrontare i problemi della sicurezza e della difesa. Da cui dipendono la coesione sociale, lo sviluppo e il ben-vivere delle persone.
 
È incredibile che personalità esperte come Prodi, Veltroni e Fassino non avvertano il dovere di richiamare tutti all’urgenza di fondo che sta dinanzi a noi: l’Europa. Che sovrasta ogni cosa ed è la condizione per affrontare adeguatamente qualsiasi tema, anche il più irrilevante.
 
Minniti lancia l’allarme che per l’accoglienza dei profughi e richiedenti asilo l’Italia ha fatto tutto quello che poteva fare. E se non ci sarà un impegno complessivo dell’Unione europea, saranno guai seri.
 
Macron e Merkel stanno discutendo come modificare i Trattati europei per avere una politica comune in materia di sicurezza e difesa. L’America di Trump e la Gran Bretagna non si faranno più carico, come prima, della nostra difesa. Ed è il giunto il tempo che dobbiamo fare da soli. Ma ci vogliono istituzioni europee più solide. E si pensa non più ad un’Europa a due velocità (celebrata dalla Dichiarazione di Roma del 25 marzo scorso), ma ad un’Europa che si sdoppia: una politica, più ristretta, e un’altra economico-monetaria, come quella attuale.
 
In Germania e in Francia si stanno stringendo “Patti per l’Europa”, con un forte baricentro interno europeista bi-partigiano, con forze di centrosinistra e di centrodestra. E la stessa cosa avviene tra i due Paesi. E questo perché una siffatta strategia richiede uno stabile consenso interno, nei singoli Paesi e a livello europeo.
 
Noi dovremmo fare la stessa cosa a casa nostra ed essere, così, interlocutori credibili in Europa. Ma abbiamo paura di gettare l’anima oltre la siepe perché temiamo di perdere qualcuno per strada alla nostra sinistra e di avviare il dialogo con forze di destra consapevoli e responsabili. Se prima viene l’interesse del Paese, come tutti ribadiscono, non dobbiamo avere alcun timore se a stringere il nuovo Patto per l’Europa saranno solo i riformisti e non ci sarà tutta la sinistra di una volta.

Noi siamo intenti a ricomporre le divisioni del Novecento: quelli che hanno proposto e approvato il Jobs Act e quelli che lo hanno contrastato; e, a destra, quelli che vogliono uscire dell’Euro e quelli che sono terrorizzati da tale prospettiva.

 
C’è, invece, una costituente in atto che mette tutto e tutti in discussione: quella della nuova Europa con nuove strategie e nuovi soggetti politici.  Se discutiamo di questo, forse nel mondo e negli innumerevoli vicoli d’Italia qualcuno ci prenderà in considerazione; se, invece, continuiamo a litigare sugli album fotografici di famiglia, si farà più spessa e pesante la coltre di indifferenza che ci avvolge. Da come il Partito democratico affronterà questo passaggio epocale, dipenderà la sua evoluzione e la sua identità: o sarà un moderno e forte soggetto politico europeo o si ridurrà ad essere un relitto della storia, destinato a finire tra le macerie del Novecento.

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