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Lavoro di cittadinanza con giovani e anziani

Relazione presentata al Convegno "Il BES nel DEF. Lavoro di cittadinanza - Staffetta intergenerazionale" organizzato da UNIAT a Roma il 20 giugno 2017

 

 

Passaggio-generazionale

 

Siamo una rete di Organizzazioni impegnate sulla cittadinanza attiva e lo sviluppo locale. In particolare, ci occupiamo dei seguenti temi: inquadramento del welfare negli assi di innovazione economica e sociale del paese; misurazione del valore prodotto dall’auto-organizzazione della società civile nei bilanci degli enti pubblici; trasformazione delle periferie in comunità-territori che ambiscono a diventare centri; sfide e opportunità dei flussi migratori negli interscambi tra paesi e nello sviluppo locale.

Alexis de Tocqueville ha scritto (in Memoria sul pauperismo, 1835) che “ci sono due specie di beneficenza: una, che porta ogni individuo ad alleviare, secondo i suoi mezzi, i mali che si trovano alla sua portata (…); l’altra, meno istintiva e più ragionata, meno entusiasta e spesso più potente, porta la società stessa ad occuparsi delle disgrazie dei suoi membri ed a provvedere sistematicamente ad alleviare i loro dolori”. Sempre lo stesso autore ha rilevato (in La Democrazia in America, 1835-40) che “presso i popoli democratici tutti i cittadini sono indipendenti e deboli, non possono quasi nulla da soli e nessuno di loro può obbligare gli altri a prestargli aiuto”, per concludere che “se non imparano ad aiutarsi liberamente, cadono tutti nell’impotenza”.

La lezione tocquevilliana ci fa cogliere un punto nodale: alla base dello spirito associativo che anima la società civile quando ritiene di doversi occupare direttamente – e in modo “meno istintivo e più ragionato” – dei problemi che affliggono la collettività, ci devono essere rapporti tra le persone fondate sulla reciprocità e il mutuo aiuto (“… se non imparano ad aiutarsi liberamente, cadono tutti nell’impotenza”).

I governi Renzi e Gentiloni hanno giustamente respinto la proposta di dispensare ai giovani mance di Stato (il cosiddetto reddito di cittadinanza), aprendo invece la prospettiva del lavoro di cittadinanza, da fondare sulla reciprocità e il mutuo aiuto. In tale ambito proponiamo un grande programma europeo di investimenti per lo sviluppo partecipativo, in cui progettare la staffetta intergenerazionale. Si tratta di mettere insieme giovani e anziani in percorsi congiunti per combattere l’inoccupazione giovanile, la disoccupazione di lungo periodo, la povertà.

Caratteristiche dei Progetti di staffetta intergenerazionale

L’idea è quella di realizzare Progetti per la durata di 12-24 mesi in cui impegnare giovani inoccupati di età compresa tra 18-30 anni e occupati e disoccupati over 55 (fino all’età pensionabile) che intendono scambiare saperi, competenze e abilità, avvicendandosi nel ruolo di “apprendisti” e “maestri”. Un modo per imparare insieme il “mestiere” di affrontare i momenti nodali della vita lavorativa. Un’esperienza che le comunità umane tradizionali coltivavano con cura e che nella modernità si è dispersa. Ma essa è essenziale per tornare a produrre beni relazionali e creare le condizioni per l’innovazione.

Il pediatra e psicanalista inglese Donald Winnicott scrive (in Gioco e realtà, 1968): “Gli adulti hanno da imparare dai giovani, ma anche questi hanno bisogno di adulti responsabili, non disposti ad abdicare. Il confronto intergenerazionale ha una forma propria e deve essere mantenuto, perché possa sussistere la libertà delle idee. La società complessivamente ha bisogno che si esprimano in pienezza sia gli ‘stati d’adolescenza’ che la saggezza degli anziani. E queste due condizioni diverse della vita devono necessariamente dialogare, in un contesto di rispetto, empatia, ascolto e accompagnamento reciproco, fare insieme, partecipazione”.

I Progetti di staffetta intergenerazionale, promossi in partnership da imprese private, finanza e mondo del Terzo settore, andrebbero pensati non come un costo a carico dello Stato, ma come investimenti pubblici e privati in una grande innovazione di servizi che riguardano la governance, la produzione e la manutenzione dei beni di comunità. Si tratta di re-inventare la grande tradizione della proprietà collettiva – né pubblica e né privata – e dei suoi usi sociali. Un’innovazione sociale volta a trasformare i beni di comunità da fattore di conservazione, freno alla crescita, in una delle leve strategiche per la produzione di nuovo valore, luogo di uno scambio positivo tra l’individuo e il suo contesto sociale. Un’innovazione sociale tesa a moltiplicare alleanze generative tra pubblico, privato e civile (terzo settore ed oltre), in grado di produrre “figli” nuovi, non di spartirsi il bottino tra “genitori” vecchi.

La modalità sarà lo scambio reciproco di saperi, competenze e abilità. I giovani apprenderanno  da chi  ha alle spalle una lunga esperienza di vita come muoversi concretamente nel contesto sociale per creare lavoro produttivo. Chi sta per andare in pensione imparerà da chi esce dall’adolescenza e dall’età scolastica quanto è necessario per affrontare nel migliore dei modi  la terza e quarta età (per certi versi simili ai primi stadi di vita degli individui).

Lo sviluppo partecipativo

L’obiettivo dei Progetti di staffetta intergenerazionale è lo sviluppo della società. Scriveva Giorgio Ceriani Sebregondi (in Lettera a padre Lebret, 1956): “Lo sviluppo non è semplicemente crescita economica ma costituisce un salto di civiltà. È, infatti, l’esito della combinazione dei cambiamenti mentali e sociali di una popolazione, che la rendono atta a far crescere in modo cumulativo e permanente il suo prodotto reale globale”.

Si tratta di promuovere una particolare forma di organizzazione dei cittadini che solleciti, guidi ed esprima il formarsi di un’autonoma capacità tecnica, politica e giuridica dei cittadini stessi a concorrere alla determinazione della politica di sviluppo economico e sociale. Il programma europeo di investimenti in cui progettare la staffetta intergenerazionale dovrebbe avere al centro una governance multilivello moderna.

 Sono cruciali le iniziative “bottom-up” a livello di comunità-territori per mobilitare: 1) la domanda da parte dei cittadini nell’uso individuale, familiare e di gruppo di nuovi servizi superiori a quelli esistenti; 2) la creatività e le capacità di progettazione di tali servizi.

Ci vogliono piattaforme immateriali capaci di mettere in rete i diversi attori in modo da sviluppare processi di apprendimento collettivo e di creazione di nuove conoscenze.

Il Benessere Equo e Sostenibile (BES)

Nel settembre 2009, la Commissione istituita da Sarkozy e presieduta dal premio Nobel Stiglitz, con la collaborazione dell’altro premio Nobel Sen e dell’economista Fitoussi, ha suggerito di corredare il Prodotto interno lordo (Pil) di altre informazioni sulla ricchezza prodotta e di affiancare alle misure macroeconomiche misure della qualità della vita e della sostenibilità.

Nell’agosto del 2016, il Parlamento italiano ha inserito nella riforma della legge di contabilità e finanza pubblica il Benessere Equo e Sostenibile  (BES) tra gli obiettivi della politica economica. Il Documento di Economia e Finanza (DEF) 2017 dedica un intero paragrafo al BES con un Allegato. Nel DEF è esaminato l’andamento del reddito medio disponibile, della diseguaglianza dei redditi, della mancata partecipazione al mercato del lavoro, delle emissioni che alterano il clima. Per le stesse variabili il DEF fissa anche gli obiettivi programmatici.  Per il triennio 2014-2016, la disuguaglianza mostra un calo significativo, frutto della crescita dell’occupazione e dell’efficacia delle misure messe in campo in questi anni. Il Governo si pone l’obiettivo di continuare a ridurre la diseguaglianza nel corso del prossimo triennio.

Tuttavia, il Rapporto Istat 2016 sul BES ci dice che tutti gli indicatori riguardanti i beni relazionali sono in discesa libera un po’ dappertutto. C’è una stretta correlazione tra presenza di beni relazionali e innovazione. Se guardiamo i dati riferiti al Mezzogiorno, ci accorgiamo che il calo di beni relazionali si manifesta in misura ancor più grave. E non a caso, nelle regioni meridionali, il numero di imprese innovative è molto più contenuto rispetto a quello del Centro-Nord. Se i beni relazionali non crescono, non si creano le condizioni per l’innovazione. I beni relazionali producono coesione sociale.

La coesione sociale è premessa dello sviluppo, non il suo esito

Lo sviluppo è l’esito della creazione di nuove attività produttive innovative e di reti di innovazione nelle economie e nelle comunità locali. Infatti, il suc­cesso di progetti innovativi dipende dalle capacità imprenditoriali, dalle competenze e dalle risorse umane e produttive che sono radicate nelle comunità-territori. Ma, nel contempo, è in esse che si esprimono i bisogni di un ambiente e di una qualità della vita migliori ed emergono opportunità di investimento in nuovi beni e servizi.

In un tempo contrassegnato da “carestia di speranza”, l’innovazione va intesa come creatività e speranza nel futuro. Si può cogliere questo significato dell’innovazione in un brano di Italo Calvino, tratto da Le città invisibili (1972):

“… Marco Polo descri­ve un ponte, pietra per pietra.

- Ma qual è la pietra che sostiene il ponte? – chiede Kublai Kan.

- Il ponte non è sostenuto da questa o quella pietra – risponde Marco  – ma dalla linea dell’arco che esse formano.

Kublai Kan rimane silenzioso, riflettendo. Poi aggiunge: Perché mi parli delle pietre? È solo dell’arco che mi importa.

Polo risponde: Senza pietre non c’è arco”.

Innovare significa imporre agli elementi (le pietre) nuove forme e nuovi ordini. Per creare novità occorre pensiero pensante, un pensiero cioè che sappia indicare la direzione di marcia; non basta il pensiero calcolante, che pure è necessario.

Inoltre, bisogna non avere paura del futuro, non temere che il ponte possa crollare. L’innovatore è un soggetto che si nutre di speranza, che non crede affatto che il futuro sia destabilizzante solo perché non è in nostro possesso.

Il Corpo Europeo di Solidarietà

Ernesto Rossi, autore con Altiero Spinelli e Eugenio Colorni del Manifesto di Ventotene, scrisse in carcere nel 1942 e pubblicò nel 1946 il libro “Abolire la miseria”. Nella prima metà del saggio egli quasi schernisce tutti gli interventi di “beneficenza” o di “soccorso incondizionato” con i quali ci si illude di debellare povertà e disoccupazione. Nella seconda parte propone la fondazione, a livello europeo, di un “esercito del lavoro”, reclutato in alternativa al servizio militare, che provveda ad assicurare, a spese della collettività, i mezzi essenziali di sussistenza a chi ne ha bisogno.

Nel dicembre 2016, a 70 anni dalla pubblicazione di “Abolire la miseria”, la Commissione Europea ha istituito il Corpo Europeo di Solidarietà per permettere ai giovani tra i 18 e i 30 anni di poter partecipare ad attività lavorative (tirocinio, apprendistato o lavoro per un periodo da 2 a 12 mesi) o a progetti di volontariato all’interno di organizzazioni che si occupano di solidarietà.

I partecipanti potranno essere impiegati in un’ampia gamma di attività, in settori quali: l’istruzione, l’assistenza sanitaria, l’integrazione sociale, l’assistenza nella distribuzione di prodotti alimentari, la costruzione di strutture di ricovero, l’accoglienza, l’assistenza e l’integrazione di migranti e rifugiati, la protezione dell’ambiente e la prevenzione di catastrofi naturali. L’obiettivo dell’iniziativa è la partecipazione di 100mila giovani entro il 2020.

Nel 2017 la Commissione Europea istituisce anche ErasmusPro, una nuova attività specifica del programma Erasmus+ che sosterrà i collocamenti di lunga durata degli apprendisti all’estero. Bruxelles intende proporre, inoltre, un quadro di qualità per l’apprendistato che stabilirà i principi fondamentali per la progettazione e lo svolgimento degli apprendistati a tutti i livelli. Sempre nel corso di quest’anno sarà istituito un sistema di sostegno agli apprendistati basato sulla domanda, che fornirà assistenza ai paesi che decidono di introdurre o riformare i sistemi di apprendistato.

Erasmus del Servizio Civile

Con la pubblicazione del primo decreto legislativo in attuazione della riforma del Terzo settore, avviata dal governo Renzi e completata dal governo Gentiloni, il 18 aprile 2017 è entrato in vigore il nuovo Servizio Civile Universale. Un’occasione per favorire e sostenere l’impegno volontario e civico dei giovani nel mondo associativo e nelle istituzioni locali. Un’opportunità per conseguire nuove competenze in vista di una successiva attività lavorativa.

Poiché i nuovi progetti potranno prevedere fino a 3 mesi di servizio in un altro paese dell’Unione Europea, si apre la prospettiva di un Erasmus del Servizio Civile, da immaginare come progettazione e realizzazione della staffetta intergenerazionale.

Trasmettere da una generazione all’altra la cultura del “saper fare”

Tra gli esiti indesiderati della globalizzazione e della rivoluzione tecnologica in atto va annoverato il distacco (fino al conflitto identitario) tra le generazioni. Solo la creazione di istanze dinamiche di confronto potrà condurre ad una radicale riconversione della logica del conflitto identitario.

Il lavoro di cittadinanza  non si configura come vero e proprio accompagnamento di un giovane ad un impiego, ma come spazio simbolico entro cui le differenze  tra generazioni diverse si riconoscono e interagiscono per generare impegno lavorativo e vivificare lo “spirito dello sviluppo”, di cui parlava Albert Hirschman.

Il lavoro di cittadinanza è il contesto dove assimilare i principi costituzionali: “L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro” (art. 1) e “La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto” (art. 4).

Tali principi contengono l’impegno delle istituzioni a soddisfare l’esigenza degli individui a lavorare e, nel contempo, il dovere di ogni cittadino di essere quello che può in proporzione dei propri talenti.

Si attuano iniettando cultura d’impresa da intendere come aspirazione dell’uomo a incivilirsi, a elevarsi, mediante un percorso tortuoso che non ha mai fine per evitare di correre il pericolo di tornare indietro verso la barbarie.

Ernesto Rossi afferma (in Abolire la miseria) senza mezzi termini che la nozione “diritto al lavoro” è un’assurdità che discende dalla “falsa idea che basti produrre delle cose che soddisfino ai bisogni umani perché il lavoro risulti economicamente produttivo”. Il lavoro non è un diritto che può essere soddisfatto solo dalle leggi sul lavoro. È questa idea molto immiserita di lavoro ad averlo reso un oggetto misterioso.

Il lavoro si può creare con il lavoro di cittadinanza, cioè  con il dialogo intergenerazionale, la diffusione della conoscenza, il cambiamento della mentalità, l’educazione all’innovazione continua, alla relazionalità e alla speranza del futuro.

 

 

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