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È morto Afro Rossi

Afro era una bella persona, gioviale e cortese in ogni circostanza. Si rapportava con tutti in modo semplice e sempre con grande modestia. Non faceva mai valere con noi le cariche di primo piano che ricopriva. Autodidatta, svolgeva la sua attività di dirigente con grande scrupolo e rigore, studiando i problemi e confrontandosi senza pregiudizi

afro rossi

L’11 agosto scorso si è spento a Roma, all’età di 86 anni, Afro Rossi, uno dei più prestigiosi dirigenti dei movimenti contadini che, nella seconda metà del Novecento, hanno recato un notevole contributo alla costruzione della democrazia in Italia e all’ammodernamento delle campagne e, con esse, della società italiana.

Afro era nato a Campagnola Emilia (RE) in una famiglia di mezzadri. Fin da ragazzo aveva assunto ruoli di direzione, dapprima nel sindacato emiliano e poi in quello nazionale. Agli inizi degli anni Settanta era stato eletto Segretario generale della Federmezzadri Cgil.  E in tale veste aveva partecipato nel 1977 al processo costituente che aveva dato vita alla Confederazione Italiana Coltivatori (successivamente denominata CIA). Al congresso di fondazione era stato affidato a lui il compito di svolgere, a nome delle organizzazioni promotrici, la relazione di apertura. Membro della presidenza nazionale della nuova organizzazione, aveva lavorato con Giuseppe Avolio. E successivamente si era trovato a svolgere compiti di primo piano nell’associazionismo economico e in organismi culturali. A metà degli anni Novanta aveva sostituito Attilio Esposto nell’incarico di Segretario generale dell’Istituto Alcide Cervi per la storia dell’agricoltura, dei movimenti contadini, dell’antifascismo e della resistenza nelle campagne.

Afro era una bella persona, gioviale e cortese in ogni circostanza. Si rapportava con tutti in modo semplice e sempre con grande modestia. Non faceva mai valere con noi le cariche di primo piano che ricopriva. Autodidatta, svolgeva la sua attività di dirigente con grande scrupolo e rigore, studiando i problemi e confrontandosi senza pregiudizi.

Ho avuto la fortuna di frequentarlo assiduamente perché eravamo entrambi legati all’area riformista del Pci, fin da quando Giorgio Napolitano ed Emanuele Macaluso l’ebbero fondata. Tuttavia, i nostri rapporti si fecero più intensi nel periodo in cui diresse l’Istituto Cervi. E nelle lunghe discussioni che intavolavamo sulla storia dei movimenti contadini, egli ricordava con passione, ma sempre con estrema precisione e con un’attenzione al dettaglio, alcuni passaggi cruciali delle lotte dei mezzadri e dei dibattiti che su quelle lotte si svolgevano nella sinistra.

Volevo comprendere da lui le ragioni di fondo del ritardo con cui i mezzadri vennero considerati, dal sindacato e dal Pci, lavoratori autonomi e, dunque, figure sociali distinte dalle altre che la Cgil organizzava. Ed egli mi spiegava, con calma e in modo approfondito, che si trattava di un ritardo culturale generale: non riguardava solo la sinistra ma, trasversalmente, la politica e lo stesso mondo scientifico. La lettura ideologica dei fenomeni sociali prevaleva sull’indagine sociologica e antropologica delle vicende umane. Per questo, egli dedicò tutte le sue energie nel promuovere molte ricerche di carattere storico per analizzare i diversificati sistemi mezzadrili del Paese. E in quel lavoro di scavo venivano alla luce quei precipui caratteri secolari delle reti territoriali che avevano permesso in molte realtà dell’Italia centrale una modernizzazione precoce delle campagne e la spontanea costituzione di quel capitale sociale su cui si poterono innestare successivamente i distretti industriali. E Afro mi faceva capire, nel corso di quegli approfondimenti, che non bisogna mai semplificare i processi storici con giudizi sommari, ma è sempre necessario andare alla radice delle vicende che interessano le persone e le comunità.

Agli inizi del Duemila, quando l’Istituto Cervi fu costretto a chiudere, per mancanza di risorse finanziarie, la sede romana di Piazza del Gesù – dove era collocato l’immenso e prezioso patrimonio librario e archivistico di Emilio Sereni, donato dal poliedrico studioso e dirigente politico all’Alleanza dei Contadini  e gestito, in suo nome, dall’Istituto – Afro era contrario a trasferire quel bene culturale alla sede di Gattatico in provincia di Reggio Emilia. Era convinto che, rimanendo a Roma, quei libri potessero restare accessibili ad un maggior numero di studiosi. Di straordinario interesse erano le centinaia di migliaia di schede, siglate da Sereni con parole chiave, tematiche e cronologie che gli consentivano di tenere a disposizione un vastissimo repertorio bibliografico classificato per argomento, dalla linguistica all’archeologia, dalla storia antica fino alle più recenti acquisizioni  dell’informatica.

Io condividevo la preoccupazione di Afro e tentai di aiutarlo  a trovare una diversa soluzione. Ci rivolgemmo invano al Sindaco di Roma, Walter Veltroni e all’assessore alla Cultura, Gianni Borgna. Solo il rettore dell’Università Roma Tre, Guido Fabiani, si mostrò disponibile ad ospitare la biblioteca-archivio presso l’Ateneo della Capitale. Ma non se ne fece nulla perché, nel frattempo, la sede emiliana ottenne un finanziamento regionale per ristrutturare la Casa Cervi e una delle condizioni poste, per utilizzarlo pienamente, era il trasferimento a Gattatico dei libri e delle carte di Sereni.

Nel corso di quella vicenda compresi di che pasta era fatto Afro: un emiliano che amava profondamente la sua terra d’origine e che, tuttavia, non si lasciava mai irretire da logiche localistiche, bensì guardava sempre al di là dei particolarismi. Il rapporto tra globale e locale era, infatti, uno dei temi che maggiormente lo interessavano e che lui poteva meglio comprendere alla luce delle sue radici contadine e della sua lunga esperienza di dirigente agricolo.

Un grazie di cuore ad Afro per la bella lezione di vita che lascia a tutti noi e un affettuoso abbraccio ai suoi figli, Enrica e Stefano.

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