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Dante e il nostro futuro

Agostino Bagnato ha scritto un sintetico ma intenso saggio critico sulla Divina Commedia per suscitare un interesse attorno al rapporto tra Dante e la natura intesa come ecosistema al fine di impostare con maggiore consapevolezza una riflessione che riguarda l’oggi

copertina

 

Dante Alighieri è ancora un riferimento per noi che viviamo nel ventunesimo secolo? Agostino Bagnato non ha esitato a rispondere affermativamente a questa domanda e si è immerso in una ricerca del tutto originale. Ha, infatti, riletto la Divina Commedia andando ad analizzare il capolavoro dantesco dall’ottica di chi osserva il manifestarsi dei fenomeni naturali più comuni come il sorgere del sole e il tramonto, il moto delle acque, il fuoco, la natura degli animali a partire dal volo degli uccelli, la fenomenologia vegetale in tutta la sua vastità e complessità nel divenire delle stagioni, per finire ai fenomeni della luce e del suono. E lo studio ha riguardato non solo il modo come Dante osserva i fatti naturali nel contesto culturale del suo tempo, ma come la “lettura” di questi fenomeni contribuisce alla costruzione allegorica e alla poetica della sua opera. Natura e poesia nella Divina Commedia. Realtà e allegoria nel Medioevo (l’albatros 2016) non è semplicemente un’opera di critica letteraria arricchita di numerose opere pittoriche messe a disposizione da artisti contemporanei che si sono confrontati con Dante. È una riflessione a tutto tondo sulla crisi del mondo contemporaneo; quasi un cercare nel fondo delle nostre radici culturali appigli, nessi, indizi che possano aiutarci a ragionare sui problemi dell’oggi.

Bagnato dimostra con innumerevoli citazioni tratte dalle tre cantiche la funzione essenziale svolta dalla presenza di boschi, selve, alberi, arbusti, piante, animali, terremoti, inondazioni nella costruzione simbolica e fantastica dell’opera. Una presenza che richiama culture, costumi, tradizioni, credenze, usi in cui affondano le radici della civiltà contadina. “Eppure Dante – annota lo studioso – non descrive quasi mai le piante orticole, gli ortaggi e le verdure che tanta parte hanno avuto nell’alimentazione lungo i secoli medievali. (…) La stessa considerazione vale per i fiori, tranne rare eccezioni”. E soggiunge: “Non può essere altrimenti, essendo l’al di là il luogo della punizione e dell’espiazione delle colpe. I pochi richiami hanno valore allegorico e di similitudine”. Non così si può dire della condizione del contadino nella sua dimensione senza spazio e senza tempo, come in questi versi della prima cantica (Inferno, XXIV 1-15): In quella parte del giovanetto anno / che ‘l sole i crin sotto l’Aquario tempra / e già le notti al mezzo di sen vanno, / quando la brina in su la terra assempra / l’imagine di sua sorella bianca, / ma poco dura a la sua penna tempra; / lo villanello a cui la roba manca, / si leva, e guarda, e vede la campagna / biancheggiar tutta; ond’ei si batte l’anca, / ritorna in casa, e qua e là si lagna, / come ‘l tapin che non sa che si faccia; / poi riede, e la speranza ringavagna, / veggendo ’l mondo aver cangiata faccia / in poco d’ora, e prende suo vincastro / e fuor le pecorelle a pascer caccia. Bagnato considera questo incantevole quadretto agreste “quasi un trattato di agronomia e di economia agraria”, in cui emerge il senso del lavoro agricolo. Ma lasciamo a lui il commento: “Tra gennaio e febbraio l’anno è agli inizi e il sole, essendo sotto la costellazione dell’Acquario, è ancora debole e non riesce a scaldare la terra. L’equinozio di primavera è vicino, quando le notti durano la metà dell’intero giorno. La brina si forma spontaneamente e dà l’impressione che sia caduta la neve per quanto è abbondante, ma dura poco tempo, perché gli scarsi raggi del sole riescono tuttavia a scioglierla. Il contadino, rappresentato sotto forma dell’Acquario che versa l’acqua  per rendere feconda la terra, non avendo fieno sufficiente per gli animali nella stalla, si alza di buon mattino. Guardando all’esterno della sua abitazione posta sul poggio, vede la campagna coperta di presunta neve e si dispera  compiendo un gesto tipico, ovvero battendosi l’anca. Torna in casa, si lamenta con insistenza perché non sa cosa fare. Ma poco dopo torna all’esterno e si accorge che la neve, miracolosamente, comincia a sciogliersi; torna così la speranza. Il poeta ricorre ad un verbo che è un vero e proprio neologismo, costruito sulla parola ‘gavagna’, ovvero cesto di vimini usato nelle campagne toscane: il villanello ha riposto la sua speranza nuovamente al suo giusto posto. Di conseguenza, conduce le pecore all’esterno, al pascolo in aperta campagna, dove qualche filo d’erba sarà sicuramente trovato.

Bagnato riporta molti esempi di similitudini e metafore dantesche in cui l’opera dell’uomo che trasforma la natura diventa argomento di poesia. Stupenda è l’immagine delle celebri dighe con cui gli abitanti delle Fiandre difendono i polder, cioè le terre sottratte alle maree. E l’osservazione si allarga alla costruzione degli argini dei fiumi per evitare l’esondazione delle piene, come avviene lungo il fiume Brenta da parte dei padovani (Inferno, XV 4-9): Quale i Fiamminghi tra Guizzante e Bruggia, / temendo il fiotto che ‘nver’ lor s’avventa, / fanno lo schermo perché ‘l mar si fuggia; / e quale i Padovan lungo la Brenta, / per difender lor ville e lor castelli, / anzi che Chiarentana il caldo senta. Bagnato così commenta: “Non risulta alcun viaggio di Dante nelle Fiandre, né è plausibile che durante il soggiorno parigino si sia recato a Bruges e a Wissant dove esisteva la grande diga lunga circa 120 chilometri, costruita a quel tempo  per difendere i Paesi Bassi. È molto più probabile che il poeta abbia sentito raccontare di quel miracolo della tecnica idraulica dai mercanti di sete e tessuti e dai banchieri che intrattenevano stretti rapporti con quelle floride città lungo il mare del Nord”.

Anche il mondo animale ha un ruolo notevole nell’opera dantesca a partire dalle balene, il cui passaggio il poeta avrà probabilmente osservato in un tratto di mare del golfo di Genova, oggi considerato area protetta dal nome suggestivo: “Santuario dei Cetacei”. Ma sono le pecore e le capre e il tipico paesaggio del saltus virgiliano a impreziosire la montagna del Purgatorio di accenti bucolici che Bagnato accosta “alle note musicali di Antonio Vivaldi contenute nelle Quattro stagioni e in particolare all’Estate, nonché alla sinfonia n. 6 Pastorale di Ludwig van Beethoven”. Le immagini agresti riportano la narrazione dantesca ad uno stato di attesa, adatte alla natura del luogo, e anticipano il sogno del poeta che lo porterà nel Paradiso terrestre.

Solo nelle ultime pagine lo studioso esplicita l’obiettivo dell’opera: suscitare l’interesse dei lettori attorno al rapporto tra Dante e la natura intesa come ecosistema per impostare con maggiore consapevolezza una riflessione che riguarda l’oggi. E confessa che la sua ricerca è appena abbozzata annunciando l’intenzione di proseguirla lungo un siffatto tracciato: la Selva oscura, la vela di Ulisse, il Paradiso terrestre,  la Candida rosa e la Trinità. La Selva oscura richiama il senso di smarrimento e la paura che la crisi induce negli uomini e nelle donne di oggi, la condizione d’impotenza dinanzi a guerre incontrollate e devastanti che insanguinano diverse aree del globo, la percezione di una sorta d’impulso distruttivo irrefrenabile del territorio e delle risorse naturali, l’incapacità di governare le ondate migratorie dalle zone povere verso le aree più sviluppate che appaiono prive d’identità e per questo ergono improbabili muri difensivi. Nel descrivere l’area tematica della Selva oscura, Bagnato identifica le tre belve nel “populismo gaglioffo e rozzo”, nel “fondamentalismo religioso” e nell’”individualismo esasperato” che caratterizzano in modo così marcato l’attualità. La vela di Ulisse è la conoscenza che oggi deve necessariamente connettersi con la responsabilità. Il Paradiso terrestre è il tempo futuro, l’avvenire da preparare e costruire per farci allontanare dalla Selva oscura e riconnettere in qualche modo Logos, Phìsis e Katabasis nel senso dostoevskiano di “sottosuolo” o “subconscio”. La Candida rosa – forma in cui si configurano i beati nell’Empireo – è il grande tema della governance e delle prospettive che si aprono dinanzi alle insufficienze degli istituti democratici finora sperimentati. Ultima tappa è la Trinità come suggestivo richiamo culturale per ricomporre le diverse identità dell’individuo, per ricordare che l’individuo si riconosce nell’altro, per ricostituire il senso di legame che deve necessariamente inverarsi tra le persone e infine per reinventare il gruppo e la comunità, riconnettendo flussi e luoghi nella dimensione globale.  Mentre attendiamo la riflessione di Bagnato è utile leggere questi primi assaggi. Avremo più argomenti per convincerci che l’accettazione e la convivenza di culture e religioni diverse potranno condurci a nuove sintesi culturali se, contemporaneamente, sapremo fare i conti fino in fondo con le nostre culture originarie.

Tratto dalla rivista “l’albatros”, n.4, ottobre – dicembre 2016

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