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Dal referendum di Nathan a quello dei radicali

Il monopolio Atac è ormai insostenibile per le finanze comunali ed è causa di malessere quotidiano della città. Il ricorso alle gare europee è l'unico strumento che può abbassare i costi e quindi aumentare le percorrenze degli autobus e la qualità del servizio

ATAC

Il 20 settembre 1909 si svolse per la prima volta a Roma un referendum popolare. Lo indisse il sindaco della città, Ernesto Nathan, per sottoporre ai romani le delibere con cui venivano municipalizzati il servizio di illuminazione e quello del trasporto pubblico.  Vi fu una partecipazione straordinaria: su circa 45 mila aventi diritto al voto, i votanti furono circa 22 mila, con più del 98% di voti favorevoli. Con quel pronunciamento popolare finiva il monopolio di due società private che praticavano alti prezzi senza garantire un servizio efficiente. E veniva fondata un’azienda speciale per gestire due nuove linee tramviarie e un impianto comunale di generazione e distribuzione di energia elettrica. L’artefice di quel progetto fu Giovanni Montemartini, un economista a cui piaceva applicare concretamente gli schemi economici e che Nathan aveva chiamato a far parte della sua giunta proprio per realizzare la municipalizzazione dei servizi.  Egli s’ispirava all’idea che non bisognasse sempre e comunque municipalizzare il servizio, ma solo nel caso in cui la scelta fosse conveniente. Per l’assessore socialista riformista la gestione pubblica non era affatto un totem da adorare e da applicare sempre e comunque. Ma la scelta andava fatta caso per caso e da verificare continuamente in base ai risultati concreti e al beneficio effettivo per la collettività.

Una grande occasione per diffondere strumenti di partecipazione 

Nathan e Montemartini trasformarono il referendum in un’occasione formidabile per dibattere approfonditamente un problema complesso della città. Si ampliò il numero delle associazioni di quartiere ovunque nella città. Ed esse dettero vita, nel giro di qualche anno, alla Federazione delle associazioni, “Pro Quartieri”, sulla base di un programma da attuare in modo coordinato con l’attività dell’Amministrazione comunale.  Lo strumento del referendum fu ampiamente utilizzato per decidere altre questioni, come l’allargamento della via Appia, la realizzazione di nuovi edifici scolastici a Testaccio, l’attuazione della ferrovia Roma-Ostia. La Federazione dei Quartieri divenne l’animatrice delle forme di partecipazione popolare e di diverse iniziative di quartiere, come la costituzione di scuole popolari e di biblioteche gratuite rionali.

Il referendum del Partito Radicale

A distanza di oltre cento anni, il Partito Radicale ha deciso di raccogliere le firme per indire un referendum popolare sulla gestione del trasporto pubblico locale.  Perché? Il motivo è semplice. Si è di nuovo costituito un monopolio. Non è più il monopolio di un’azienda privata ma di un soggetto pubblico, Atac di proprietà esclusiva di Roma Capitale. Il monopolio Atac è ormai insostenibile per le finanze comunali ed è causa di malessere quotidiano della città. Il ricorso alle gare europee è l’unico strumento che può abbassare i costi e quindi aumentare le percorrenze degli autobus e la qualità del servizio.

Inefficienze del trasporto pubblico locale

Dal 2006 al 2015 l’offerta complessiva di trasporto pubblico locale è diminuita di 13 milioni di vetture-km, l’offerta di bus elettrici è stata ridotta dell’80% e l’offerta tranviaria è calata del 30%. La programmazione del trasporto di superficie non è stata mai rispettata, e quella del trasporto metropolitano quasi mai. C’è carenza di mezzi, l’età media del parco bus è ormai pari a 10 anni e quella dei tram è pari a 32 anni, mentre la mancata manutenzione delle metropolitane provoca continui ritardi e guasti. La percezione della qualità del servizio da parte dei romani va costantemente e vertiginosamente peggiorando.

L’Atac bacino clientelare per ottenere voti

A questa condizione si è giunti per responsabilità che vengono da lontano. L’ATAC è stata usata come bacino clientelare per ottenere voti, da un lato, e per creare posti di lavoro improduttivi, dall’altro. Ancora oggi, l’interesse principale di molti eletti è quello di tutelare le posizioni di rendita acquisite negli anni e lo scambio di favori con le corporazioni. L’amministrazione grillina aveva annunciato il cambiamento, ma, alla prova dei fatti, la scelta della sindaca Raggi è stata in perfetta continuità con il passato, anzi perfino peggio: un’alleanza sempre più stretta con i gruppi di interesse, nessun intervento in termini di produzione.

La scelta non è tra pubblico e privato

Il referendum serve per far pronunciare i romani su una scelta ben precisa: mettere a gara il servizio affidandolo a più soggetti, rompendo il monopolio e aprendo alla concorrenza. Le gare stimolano le imprese, pubbliche o private che siano, a comportarsi in modo virtuoso, e l’apertura alla concorrenza introdurrebbe anche forme più moderne e innovative di trasporto. Liberalizzare non vuol dire privatizzare. Il referendum non si fa per scegliere tra gestione pubblica e gestione privata ma per spronare l’Amministrazione comunale a dotarsi di un progetto di liberalizzazione: l’esito potrà essere molto positivo se le gare svilupperanno l’interesse pubblico, così come molto negativo se si creasse un monopolio privato.

Così come avvenne nel 1909, anche questa volta il referendum dovrà essere una grande occasione di dibattitto con i cittadini in cui le forze politiche potranno presentare le proprie proposte e coinvolgere la popolazione nelle scelte da compiere.

Come Nathan e Montemartini colsero l’occasione del referendum per avviare un processo di democratizzazione della città, così il Partito Democratico deve cogliere l’opportunità offerta dal Partito Radicale per promuovere una grande mobilitazione popolare intorno ad una proposta di riorganizzazione del trasporto pubblico locale che sia soddisfacente per i cittadini e utile per far diventare l’Atac un’azienda moderna e competitiva.

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