Agricoltura Sociale: verso nuovi modelli di Welfare
e di rappresentanza nelle campagne
Vi ringrazio per avermi invitato a questa iniziativa qui a
Matera sull’Agricoltura Sociale. Sono contento di essere con voi per due
motivi: innanzitutto per potervi ringraziare dell’apporto fondamentale che
un’organizzazione antica, ma fortemente proiettata al futuro come la vostra,
assicura alla Rete Fattorie Sociali; in secondo luogo perché la scelta di
svolgere il vostro convegno nazionale in Basilicata mi permette di parlare di
Agricoltura Sociale nella mia regione di origine. Affronterò il tema che mi avete
assegnato partendo dal rapporto tra sistema di Welfare e nuova ruralità per
affrontare successivamente l’interazione tra nuovi modelli di Welfare e nuove
forme della rappresentanza nelle campagne.
Crisi del Welfare e nuova ruralità
Le crisi che stiamo vivendo, non solo quella economica, ma
anche quella climatica e quella energetica, trovano le loro origini in un
sistema economico mondiale privo di un’etica dei limiti. In Italia, esse si
intrecciano con scompensi profondi nel sistema di Welfare, il quale sembra non
rispondere più alle esigenze della popolazione. Cresce il numero dei poveri e
si assottiglia il confine tra povertà e ceto medio. Inoltre, la concentrazione
di anziani va di pari passo con la povertà.
Si è,in sostanza, acuita ultimamente una grande questione sociale con risvolti
molto rilevanti nell’evoluzione della nuova ruralità. La maggior parte delle
città italiane, soprattutto quelle più grandi, è infatti diventata meta di un’ulteriore
ondata di immigrazione dalle aree più periferiche delle singole Regioni e
dell’Italia, nonché dai Paesi in via di sviluppo. Se è la miseria a motivare
principalmente la fuga dai Paesi poveri, sono soprattutto la mancanza di lavoro
e l’erosione della rete dei servizi di prossimità a provocare l’abbandono delle
nostre aree con problemi di sviluppo.
Nelle aree rurali più interne del nostro Paese, il fenomeno
dell’invecchiamento che interessa tutta la società si sta accompagnando a
quello dello spopolamento. Da una parte, infatti, la concentrazione di anziani
ha fatto aumentare la richiesta di servizi sanitari e cure mediche; dall’altra,
l’inadeguatezza delle strutture ospedaliere collocate nelle aree rurali fa sì
che la popolazione locale tenda a migrare verso i centri urbani per accedere a
servizi sanitari di qualità. Sicché migliaia di piccoli comuni delle aree più
interne dell’Appennino rischiano di estinguersi. E questo processo di
spopolamento sta comportando anche l’abbandono di vaste estensioni di aree
agricole coltivate. Su 30 milioni di ettari quant’è tutta la superficie del
nostro Paese, le aree urbanizzate sono diventate 2,7 milioni e i terreni che,
negli ultimi 10 anni, da pascolo si sono trasformati in boscaglia a seguito di
dismissioni di attività produttive ammontano a 6 milioni di ettari. Si tratta
di un immenso patrimonio sociale e ambientale che progressivamente si va
deteriorando.
Fin dalle origini, la Politica Agricola Comunitaria (PAC) ha
rappresentato non solo una politica dei mercati, ma anche un particolare
modello di Welfare ed ha svolto un ruolo redistributivo non irrilevante.
Attraverso questa politica, la ricchezza prodotta mediante i meccanismi di
crescita economica veniva resa in parte alle popolazioni rurali, che
risultavano essere quelle più penalizzate da una strategia di sviluppo
incentrata sul settore industriale e sulle aree urbane. Si riteneva che in tal
modo si potesse contenere l’esodo dai territori più periferici. Quel meccanismo
è da tempo andato in crisi per una serie di ragioni legate non solo alla
necessità di aprire i mercati, a seguito degli accentuati processi di
globalizzazione, ma anche e soprattutto a causa degli evidenti effetti
devastanti, per il paesaggio e per le risorse ambientali, dello spopolamento
delle aree marginali.
Sono trascorsi oltre 20 anni da quando l’Unione Europea,
distinguendo lo sviluppo rurale dallo sviluppo agricolo, ha lanciato l’idea di
incentivare l’insieme delle attività economiche e non solo quelle agricole e di
reagire al declino dei territori rurali facendo leva sul ricco patrimonio delle
loro risorse specifiche. Da allora le continue riforme della PAC hanno
modificato radicalmente l’impianto precedente, ma si sono rivelate
insufficienti a determinare da sole lo sviluppo delle aree rurali, in mancanza
di un profondo riadeguamento delle politiche sociali. Da una parte le risorse
destinate agli aiuti al reddito sono state giustamente trasferite allo sviluppo
rurale, dall’altra si sono bruscamente indebolite le reti di protezione sociale
nelle zone interne e nel Mezzogiorno. Sicché le condizioni di vita delle
campagne sono ulteriormente peggiorate ed è ripreso l’esodo a ritmi più
sostenuti.
Le persone che lasciano le aree rurali più interne non vanno
più ad insediarsi nei centri urbani, ma, insieme agli immigrati provenienti dai
Paesi in via di sviluppo, vanno ad abitare in quelle estese porzioni di territorio
in cui convivono permanentemente sia i caratteri tipici dell’urbanità, come la
tendenza ad una elevata densità demografica e la prevalenza dell’edificato
sullo spazio aperto, che i caratteri tipici delle aree rurali, come la presenza
non marginale di attività agricole e rurali. Cosicché il fenomeno della
periurbanità da transitorio è diventato stabile.
Nelle campagne urbane non si addensano più soltanto le
villettopoli dei ricchi e i tuguri degli immigrati stranieri e dei nomadi, ma
anche le abitazioni delle persone che
rifuggono l’impazzimento delle città e ricercano nelle attività agricole una
seconda chance per dare un senso alla propria esistenza. A cui si
aggiungono le abitazioni a basso costo dei nuovi arrivati dalle zone più
interne e dei nuovi poveri, cioè di quelle persone che pur lavorando
saltuariamente hanno perduto le protezioni che permettevano loro di assicurarsi
l’indipendenza economica e sociale.
L’Agricoltura Sociale come nuovo modello di
Welfare nelle campagne
L’Agricoltura Sociale può esprimere tutte le proprie
potenzialità per contribuire a frenare l’esodo dalle aree periferiche e
migliorare la qualità della vita delle aree periurbane, se si ricostruisce un
nuovo nesso tra sviluppo economico, protezione sociale e tutela ambientale nelle
aree rurali. Si tratta di superare l’approccio tradizionale che guarda solo a
come la ricchezza che si produce nella crescita economica si trasferisce nelle
politiche sociali. Bisognerebbe, invece, chiedersi come il potenziale di ricchezza sociale che
risiede nell’economia civile, cioè in quell’ampia gamma di iniziative
imprenditoriali e di volontariato che erogano servizi alla persona, si può
tradurre in crescita economica, in miglioramento della qualità della vita, in
tutela della biodiversità e, dunque, in sviluppo delle aree rurali. Si tratta,
in sostanza, di favorire modi di produrre in grado di generare contestualmente
beni materiali e beni relazionali, assecondando il protagonismo delle imprese
private, della cooperazione e dell’associazionismo e strutturando una domanda corrispondente alle
nuove e differenziate necessità sociali che né lo Stato né il mercato sono in
grado di mobilitare.
Andrebbe, in altre parole, superata una visione del Welfare come mera azione riparatoria e compensativa degli squilibri e delle
inefficienze sociali dello sviluppo industriale e come contenimento dei
conflitti sociali. Occorrerebbe, invece, porre al centro delle politiche
pubbliche il cittadino che esercita il diritto alla responsabilità e
alla partecipazione. Non si tratta di soddisfare bisogni ma di creare azioni di
sviluppo attraverso l’attivazione e il coordinamento di una pluralità di
politiche: da quelle europee di coesione e di sviluppo rurale, da rafforzare
con il trasferimento di ulteriori e più cospicue risorse dal primo al secondo
pilastro della PAC, a quelle nazionali e regionali. In tale ambito le azioni
per l’Agricoltura Sociale dovrebbero
essere inserite contestualmente sia nelle politiche agricole, così come si è
incominciato a fare nella quasi totalità delle Regioni con la recente
programmazione dello sviluppo rurale, che in quelle per la salute, i servizi
sociali, l’istruzione e il lavoro.
La sfida sta nella capacità dello Stato, delle Regioni e
degli Enti Locali di collaborare per integrare le diverse politiche che si
devono attuare nei territori. Non è un compito semplice perché richiede un
salto di qualità della classe dirigente a tutti i livelli, in quanto la
difficoltà risiede soprattutto nel fatto che i differenti settori
dell’amministrazione pubblica, a cui fanno capo le politiche, non sono avvezze
a dialogare.
Nel Mezzogiorno la sfida è ancor più impegnativa perché le
istituzioni pubbliche locali tendono più che altrove ad autoriprodursi così
come sono, resistendo a qualsiasi riforma volta alla semplificazione delle
procedure, all’efficienza della pubblica amministrazione e alla meritocrazia.
In altre parole occorre alimentare nelle realtà meridionali una forte
iniziativa sociale per eliminare quella rete di privilegi, parassitismi e
illegalità, che da un lato comprime lo spirito civico, dall’altro ostacola il
dinamismo economico e sociale. Solo in tal modo si può affermare una concezione
del Welfare come prerequisito della capacità di attrazione e della reputazione
di sistemi territoriali sostenibili e competitivi.
I soggetti dell’Agricoltura Sociale
Le esperienze di Agricoltura Sociale sono caratterizzate da
una molteplicità di modelli organizzativi. Essi dipendono dalle differenti
motivazioni etiche ed economiche che sono alla base delle singole iniziative e
dalla varietà di figure sociali, competenze e risorse coinvolte. Le persone interessate all’Agricoltura
Sociale sono innanzitutto coloro che presentano bisogni speciali, cioè
problematiche sanitarie o difficoltà sociali di particolare gravità, e le cui
necessità sono spesso rappresentate da associazioni di familiari. Vi sono poi
coloro che provengono anch’essi da ambiti lontani dall’agricoltura e che
trovano le loro motivazioni profonde nel disagio provocato dagli aspetti
quantitativi, standardizzati e consumistici del modello di sviluppo della
società contemporanea e, quindi, nel bisogno di sperimentare nuove forme
di vita, di produzione e di consumo per dare un senso alla propria esistenza. Mostrano,
inoltre, attenzione all’Agricoltura Sociale persone che hanno perduto il lavoro
in forma continuativa e sicura o che lo mantengono in condizioni precarie e
nelle attività agricole trovano un modo per integrare il reddito. Si tratta di
soggetti che in alcuni casi già operano in associazioni, cooperative o altri
enti ed hanno la disponibilità di terreni per svolgere attività agricole. Molto
spesso si trovano però soltanto nella fase iniziale dell’elaborazione del loro
progetto di vita e ricercano aree agricole di proprietà privata, pubblica o
collettiva da affittare o collaborazioni con aziende agricole già attive per
poter avviare nuove iniziative.
All’Agricoltura Sociale sono, peraltro, sempre più
interessati produttori agricoli che già svolgono attività diversificate
nell’ambito dell’agriturismo e dei servizi legati al mondo della scuola. E ad
essa incominciano a mostrare attenzione anche altri soggetti agricoli,
soprattutto giovani, con redditi misti e in possesso di strutture spesso di
piccole dimensioni, i quali, spinti dalla globalizzazione ad
abbandonare modelli produttivi eccessivamente specializzati perché non
premiati dai mercati, sono indotti, per integrare il reddito, a sperimentare
l’agricoltura multifunzionale e di prossimità.
A guidare i nuovi processi sono soprattutto le donne in
quanto portatrici di una capacità di inventare le risorse e valutare in modo
attento e duttile le opportunità. Un’attitudine acquisita nella società rurale,
quando l’assolvimento di ruoli sostitutivi di quelli maschili, ritenuti
irrilevanti nell’assetto formale del sistema che all’epoca vigeva, permetteva
loro di saggiare continuamente le innovazioni e di introdurle informalmente e
senza contraccolpi.
I soggetti coinvolti nelle esperienze di Agricoltura Sociale
o che ad essa guardano con interesse sono espressione del pluralismo dei
sistemi territoriali, delle forme di possesso e delle componenti sociali,
antiche e nuove, che operano nelle aree rurali e di cui vanno riconosciute la
specificità e la pari dignità.
Le vecchie forme della rappresentanza nelle
campagne
Nei sistemi di Welfare centralistici e redistributivi tradizionali
collegati a modelli produttivi fordisti, le regole dell’intervento pubblico
erano e sono tuttora costruite con l’intento di ricondurre le differenze ad una
presunta razionalità, mediante l’imposizione di criteri uniformi. E’ in tale
quadro che si spiegano le priorità accordate a figure sociali quali il
coltivatore diretto, l’imprenditore agricolo a titolo principale e ora
l’imprenditore agricolo professionale, nonché la distinzione netta tra lavoro
dipendente ed autonomo e tra il settore agricolo ed altri settori economici. Le
stesse strutture di rappresentanza erano e sono tuttora prevalentemente figlie
dei sistemi di Welfare e dei modelli produttivi fordisti e privilegiano,
pertanto, modelli generalisti, tendenzialmente unici, il cui pluralismo è più
il portato della storia delle singole organizzazioni e delle precedenti
colleganze politiche che delle specificità delle categorie sociali. Da qui
deriva prevalentemente la crisi della rappresentanza agricola a cui ancora oggi
non si è posto rimedio.
Il particolare modello di Welfare agricolo che abbiamo conosciuto nei passati
decenni si reggeva sul fatto che i pubblici poteri sostenevano un settore
produttivo e una particolare categoria economica e sociale essenzialmente con
due obiettivi condivisi: 1) produrre quanto più possibile materie prime da
utilizzare per immettere nel mercato interno beni finalizzati
all’autosufficienza alimentare; 2) garantire, attraverso la semplice presenza
fisica delle aziende agricole, la salvaguardia di interi territori rurali dai
processi di abbandono indotti dallo sviluppo industriale.
Nell’ambito di quel progetto
condiviso trasversalmente o in consociazione dai principali partiti,
l’agricoltura era un corpo compatto, dal punto di vista economico e sociale. La
legge Quadrifoglio del 1977 – la più importante legge nazionale di
programmazione agricola funzionale all’impostazione comunitaria - fu approvata
all’unanimità dal Parlamento. Le differenze tra la Democrazia cristiana e i
partiti di sinistra (comunista e socialista) attenevano al rapporto tra
l’azienda e il bene terra: proprietari da una parte e affittuari e mezzadri
dall’altra. Ma per il semplice fatto che i primi si riferivano alla DC e al
Partito liberale e gli altri alla sinistra. Non a caso lo scontro politico e
sindacale avveniva essenzialmente intorno alla legislazione sui contratti
agrari.
E’ quando l’Europa modifica gli
obiettivi della politica agricola che in Italia non siamo più in grado di avere
una visione generale entro cui accompagnare le trasformazioni che avvengono
nelle campagne. L’abbandono dell’opzione produttivistica (produrre quanto più
possibile) e la consapevolezza che dare un po’ di assistenza ai produttori
agricoli non fosse affatto una garanzia contro lo svuotamento dei territori
rurali hanno determinato una crisi di progettualità che non si è più
risolta. E il motivo di tale insufficienza è da ricercare nel fatto che un
progetto nuovo avrebbe dovuto fare i conti con gli interessi in campo non più
unificati dai due obiettivi precedenti, che mettevano insieme aziende agricole
di diverse dimensioni e di aree differenti e coagulavano il consenso
soprattutto di numerosi soggetti del settore della trasformazione dei prodotti
agricoli, che intorno a quegli obiettivi erano sorti e si erano consolidati.
Occorreva, pertanto, riconoscere la
scomposizione degli interessi, la loro “molecolarità”, che in chimica allude al
numero di particelle che devono
collidere tra loro per dare luogo a una data reazione chimica
elementare. Una “molecolarità” che aveva dato vita ad una frammentazione
associativa, che inizialmente riguardava solo la cooperazione e l’associazionismo
e che successivamente ha coinvolto nuove figure sociali ed economiche, apparse
nelle campagne a seguito del processo di modernizzazione agricola. Ma nessuna
organizzazione è stata in grado di riconoscere il processo di
“molecolarizzazione” e di favorire la creazione di nuove forme di
rappresentanza dalla collisione delle diverse particelle. Anzi il processo
è deflagrato in una vera e propria frantumazione della rappresentanza
quando è venuto meno anche il collante ideologico che fino alla caduta del Muro
di Berlino teneva uniti gli interessi agricoli prevalentemente alla DC e al PCI. E da quel momento le diverse
molecole, nel collidere - cioè nel venire a contatto, nel confrontarsi - non
sono più state in grado di produrre quel processo che si era prospettato negli
anni Settanta e Ottanta: la sperimentazione dell’unità d’azione in vista di una
potenziale unificazione organizzativa e politica delle diverse strutture. Tale
esito unitario si inscriveva nell’orizzonte della particolare politica agricola
europea e nazionale che veniva realizzata tra gli anni Cinquanta e Ottanta.
Le reti come modelli innovativi della
rappresentanza nelle campagne
Nelle odierne economie post-fordiste e nei sistemi di
Welfare locale, sono completamente mutati gli stessi paradigmi con cui
individuare le strutture produttive nelle campagne su cui disegnare le forme
della rappresentanza. Dovrebbe essere il territorio rurale con le sue
molteplici funzioni la fonte delle regole per la struttura produttiva. E dunque
né la condizione professionale dell’operatore, né la forma di possesso della
terra, né il settore merceologico, né ancor più la dimensione fisica della
struttura di riferimento dovrebbero costituire i criteri da far valere nell’accesso
all’intervento pubblico, bensì la coerenza del singolo progetto con gli
obiettivi di una programmazione territoriale condivisa e la capacità di quel
singolo operatore di interagire con una molteplicità di soggetti nelle reti
distrettuali. In tale contesto la “molecolarità” dei soggetti sociali, delle
figure giuridiche, delle forme di possesso della terra, che mediante la
sovrapposizione delle coppie lavoro/impresa, agricoltura/industria e
agricoltura/servizi genera ulteriore “molecolarità”, dovrebbe indurre
l’adozione di forme di rappresentanza totalmente diverse da quelle precedenti,
in una logica di poliarchia, di articolazioni a rete e di costruzione dal
basso. Più che sui meri dati quantitativi dei soggetti organizzati, è sulla
capacità di interagire in modo attivo ed efficace all’interno dei processi
partecipativi ai diversi livelli e dei percorsi
innovativi che bisognerebbe basarsi per
apprezzare il peso reale della rappresentanza.
Nell’attuale contesto delle campagne, le forme di rappresentanza
più adatte alle esperienze dell’Agricoltura Sociale appaiono, pertanto, essere
le reti di persone e di organizzazioni impegnate in esperienze concrete o
interessate a promuoverle, che adottano il principio della democrazia
partecipativa e danno vita, mediante percorsi condivisi, a reti sempre più
ampie, come le comunità di pratiche a livello nazionale ed europeo. Le reti e
le comunità di pratiche permettono infatti appartenenze plurime, che
caratterizzano oggi gran parte delle esperienze associative, una volta
affrancatesi dai legami ideologici del passato.
E’ per questo che non ha senso perseguire l’idea di
realizzare un indistinto processo unitario che
aveva una ragion d’essere negli anni Sessanta e Settanta nel quadro di
un’economia fordista. Occorre, invece, farsi guidare da una logica di
poliarchia, di articolazioni a rete, di distretti rurali di economia solidale,
di costruzione dal basso, nel quadro di un nuovo progetto dell’agricoltura di
dimensione europea, che può tuttavia nascere solo riconoscendo e studiando le
trasformazioni profonde che sono intervenute in questi decenni nelle campagne
italiane ed europee. Una
conoscenza approfondita di tali cambiamenti si può ottenere non solo
compulsando dati statistici ma soprattutto mettendo insieme storie di vita.
Un’analisi accurata di quello che le
campagne sono diventate e l’ideazione di un nuovo progetto per queste ci
possono far superare la dicotomia che si è prodotta negli ultimi venti anni tra
chi fa riferimento alle grandi forze del mercato, alla scienza, alla tecnica e
alla finanza, in sostanza ai grandi poteri del nostro tempo, attento alle
opportunità della globalizzazione ma incurante dei danni che essa produce con
la smaterializzazione e la a-territorialità, e chi pensa invece di prendere le
distanze da questi potentati rinchiudendosi nei localismi e nei saperi
nostalgici, ritenendo che un nucleo vivace di agricolture non omologate ai
processi industriali potesse irradiare modelli di vita, di produzione e di
consumo alternativi a quelli imperanti.
Secondo quest’ultimo filone di
pensiero, la crisi economica e le emergenze energetiche e climatiche non
farebbero altro che porre in risalto le contraddizioni dell’attuale modello di
sviluppo e i paesi ricchi non dovrebbero fare altro che “ritornare” sui loro
passi, recuperando un rapporto coi propri mondi rurali che, ormai emancipati
dalle condizioni di arretratezza del passato, potrebbero alimentare economie
locali, come tasselli di un grande mosaico alternativo al modello finora
imperante.
A chi persegue l’idea di un
“ritorno” ad una illusoria età rurale sfugge il fatto che l’interazione
tecnologia-mercato è ormai un processo inarrestabile e che bisogna solo
governarlo senza inseguire l’illusione di economie “altre” o di agricolture
“altre”. E’ necessario fare i conti con l’economia reale e con la
globalizzazione introducendo regole
nuove e facendo rispettare quelle che già esistono.
Se un
“ritorno” a qualcosa va perseguito, questo non può essere altro che il recupero
dell’idea che, per governare i territori e abitarli in modo consapevole,
dobbiamo “ritornare” a riconoscerci come costruttori e manutentori dei paesaggi
che abitiamo. Si tratta, in sostanza, di “riprogettare” i territori come
processo di autoapprendimento collettivo e di edificazione di un nuovo Welfare,
di sviluppare più conoscenza
scientifica, integrandola con saperi locali da “riscoprire” e “rivitalizzare”,
di rinunciare alla concezione antropocentrica oggi dominante in tutto
l’Occidente, riconoscendo la finitudine umana, e di dotare la politica e le istituzioni
di un ruolo europeo e planetario per introdurre più regole nell’economia,
contribuendo a razionalizzare i problemi globali.