Una nuova imprenditorialità sociale nelle campagne per una metropoli da vivere

Il progetto REMI, realizzato nell’ambito della Misura “Nuova Ruralità: promozione imprenditoriale con priorità per le donne”, ha avuto una duplice finalità: 

  1. dotare le allieve e gli allievi delle competenze necessarie per progettare nuove attività imprenditoriali di carattere sociale nelle campagne urbane;
  1. dotare il nostro territorio di una rete per realizzare una serie di azioni che ci permettano di “fare sviluppo” in una logica distrettuale.

Ci ha mosso la convinzione che “progettare dal basso” significhi non già semplicemente raccogliere e mediare le istanze delle rappresentanze sociali, ma “fare sviluppo di comunità”, cioè coinvolgere la comunità – comprese naturalmente le rappresentanze - in un processo di crescita e di sviluppo comune, a partire da una lettura condivisa dei bisogni di un territorio, come ci hanno insegnato alcuni maestri del ‘900, da Adriano Olivetti a Danilo Dolci.

Il territorio costituisce l’interazione tra due elementi fondamentali:

  1. il patrimonio paesaggistico, economico e culturale di una data società e della comunità che essa esprime;
  1. il capitale sociale di cui dispone l’insieme dei cittadini di una realtà geografica determinata.

Per custodire e mettere in valore le risorse di un determinato territorio occorre rafforzare la capacità collettiva di accogliere, sostenere e armonizzare l’iniziativa e la progettualità dei cittadini che, con il lavoro, l’impresa e la conoscenza, affermano le loro aspettative di equità e di innovazione sociale.

Nei territori stanno nascendo nuovi mestieri e professioni non più identificabili nelle vecchie classificazioni dei settori merceologici. Si trovano spesso a cavallo tra più settori, che magari non hanno mai avuto occasione di interagire.

In alcuni casi, questi nuovi mestieri e professioni fanno riferimento ad attività produttive il cui processo di produzione genera contestualmente beni e servizi.

E’ il caso di quell’insieme di pratiche che vedono protagoniste persone provate da diverse forme di disagio, le quali trovano nelle attività agricole o ad esse collegate un’opportunità per dare significato alla propria vita. 

Si tratta dell’agricoltura sociale, che legando la produzione di beni alimentari e di servizi tradizionali alla creazione di reti informali di relazioni fornisce servizi di cura alla persona.

Pur avendo robuste radici nella storia del mondo rurale e di ambiti particolari come le istituzioni psichiatriche e quelle penitenziarie, queste esperienze sono attive nell’ombra ed operano in modo volontario.

Benché offrano un grande sostegno alle comunità locali, alle famiglie e, più in generale, alla creazione di beni collettivi, queste pratiche soffrono una condizione di marginalità nelle politiche pubbliche.

Per le aziende agricole è spesso difficile trovare interlocutori istituzionali negli enti gestori dei servizi.

Gli operatori sociali ed i terapeuti stentano a trovare disponibilità presso le aziende del territorio o a trovare terreni su cui avviare attività di cura.

Il mondo del terzo settore spesso promuove progetti che si confrontano presto con problemi di gestione dei processi economici di impresa.

E’ giunto il momento che il contributo assicurato da queste pratiche nel diversificare l’offerta di servizi e nel creare cultura di attenzione nei confronti delle persone acquisisca maggiore evidenza agli occhi della società attraverso il formale inserimento nella rete di protezione sociale e nell’organizzazione del Welfare locale.

La difficoltà è nella  differente sensibilità delle reti istituzionali locali nel condividere progetti innovativi e supportare il consolidarsi delle reti informali.

L’ostacolo è nella diversa disponibilità nel definire procedure, regole di funzionamento e modelli di lavoro innovativi.

Il problema è nella scarsa capacità di proiettare la rete dei servizi nel territorio con adeguate azioni di tutoraggio.

Spesso mancano alle nostre realtà riferimenti puntuali nelle articolazioni settoriali dei governi locali o nelle sedi di rappresentanza degli interessi, che seguono classificazioni e priorità non esattamente coincidenti con quanto avviene oggi nell’economia e nella società.

E’ per questi motivi che una concezione dello sviluppo locale come processo di crescita comune serve anche a rinnovare funzioni pubbliche e a (ri)costituire compiti di rappresentanza.

Per rafforzare la  capacità collettiva dei territori a sostenere la progettualità dei cittadini è necessario partire dalla formazione.

Siamo nell’Istituto Tecnico Agrario “Emilio Sereni”, che è una importante struttura di formazione per tecnici agricoli. Nel ringraziare la Preside Patrizia Marini per aver ospitato questa iniziativa, vorrei ricordare un tratto della personalità che dà il nome all’Istituto. Nella figura di Emilio Sereni si racchiudevano competenze diverse: egli era, infatti, un economista agrario, uno storico dell’agricoltura, un dirigente politico e sindacale. E’ stato anche, e per un lungo periodo, Presidente dell’Alleanza Nazionale dei Contadini. Una personalità poliedrica che possedeva una cultura sterminata. Ma il suo assillo è stato sempre quello di coniugare l’attività di ricerca storica con l’azione politica e sindacale, di integrare, in altre parole, conoscenza scientifica e saperi taciti diffusi in un’azione educativa e di promozione sociale.

Dobbiamo anche noi promuovere progetti formativi, che, attraverso un processo partecipativo dal basso e un collegamento stretto con il mondo della ricerca e integrando conoscenza scientifica e saperi taciti diffusi, vadano non solo a delineare e creare profili professionali più aderenti alle nuove attività, ma producano anche competenze per sviluppare iniziative di autoimprenditorialità.

E’ decisivo che soggetti con competenze diverse (agricole, sociali, sanitarie, educative) apprendano innanzitutto le modalità per collaborare nella gestione dei progetti senza improvvisare competenze diverse da quelle possedute.

Nondimeno, è necessario che i differenti operatori, indipendentemente dal loro campo di provenienza,  acquisiscano nel loro bagaglio di competenze un minimo di conoscenze diverse da quelle inizialmente possedute.

Nell’esperienza di ReMI, si sono anche ipotizzati percorsi imprenditoriali visti nelle loro relazioni con altre imprese e in generale con il territorio, che in successive iniziative di animazione territoriale potrebbero essere ulteriormente approfonditi.

A tale esito si è pervenuti perché tra gli obiettivi del progetto vi era anche quello di far condividere le nuove forme che dovrebbero assumere le relazioni che le istituzioni locali intrattengono con il tessuto imprenditoriale.

Alla base di tale innovazione vi è l’idea che la nascita di un’impresa non può non appartenere al territorio e che in un piano di impresa, specie se a finalità sociale, occupa oggi uno spazio rilevante la creazione di una rete di relazioni con attori privati e istituzionali.

Quando poi – come si è verificato con ReMI – le persone da formare  provengono prevalentemente da un’area metropolitana come quella di Roma e si avvicinano per la prima volta ad attività come l’agricoltura e i servizi di Welfare, diventa necessario intrecciare saldamente elementi di formazione, informazione e animazione territoriale.

E’ su questi aspetti che vorrei svolgere alcune brevi considerazioni.

Il rurbano nell’area metropolitana di Roma

Il sociologo Franco Ferrarotti, a quarant’anni dalla sua inchiesta sulle periferie romane è tornato l’anno scorso nei luoghi indagati negli anni Sessanta ed ha constatato che oggi, a Roma e in tutta la sua area metropolitana, non è più possibile parlare di città e campagna ma di un continuum urbano-rurale, al cui interno collocare a vario titolo il periurbano e il rurale urbanizzato o rurbano.

Sono diffusi brandelli urbanizzati senza regole che, scardinando i tradizionali confini tra città compatta e spazi aperti, si sono progressivamente sovrapposti alle articolazioni storiche delle tenute e dei casali della Campagna romana come alle trame degli interventi di bonifica fino a cancellarle.  Tale sovrapposizione ha determinato nelle medesime aree, in modo stabile e non transitorio, un intreccio inestricabile di funzioni produttive, insediative e sociali che non è più possibile considerare in modo distinto e separato.

Questo fenomeno ha caratteristiche di estrema complessità nella Provincia di Roma perché evidenzia un doppio movimento che almeno da un decennio sta avvenendo contestualmente: 

  1. una progressiva crescita demografica legata allo sviluppo economico dell’intera area metropolitana, che continua ad attrarre popolazione dalle zone più periferiche del Lazio, da altre regioni italiane e da altri paesi, così come avviene in tutte le metropoli del mondo, e che determina una continua e marcata riduzione di superficie agricola utilizzata e di aziende agricole, non solo per effetto della spinta competitiva indotta dalla globalizzazione nelle attività agricole, ma soprattutto a causa delle edificazioni e infrastrutturazioni per far fronte ai nuovi arrivi;
  1. un costante ed evidente processo di rurbanizzazione derivante dal progressivo trasferimento di popolazione urbana negli spazi aperti dell’hinterland di Roma e di altre città della Provincia, che ha prodotto una spontanea diffusione di tipologie insediative  a carattere estensivo, le quali non vanno attribuite solo alle “villettopoli” dei ricchi, ma anche, e soprattutto, alla crescita di nuove attività rurali svolte da coloro che rifuggono l’impazzimento urbano. E queste tipologie insediative spesso sorgono accanto ai nuovi ghetti della metropoli contemporanea, dove vivono in surrogati abitativi migliaia di poveri, emarginati e immigrati.

Alla base di tali processi c’è senz’altro l’effetto dei prezzi esageratamente alti delle abitazioni urbane. Ma vi sono anche un’accentuazione del disagio della città e una crescente domanda di nuova ruralità, che inducono persone sempre più numerose ad abbandonare  le attività precedenti e a ricercare una seconda chance, per ricominciare, in un’agricoltura innovativa.

Confrontandomi più volte su questi temi con diverse persone che hanno partecipato ad attività formative, come quella di ReMI o quelle svolte precedentemente dall’ARSIAL e dalla Rete Fattorie Sociali, ho potuto verificare personalmente che la ricerca di un’attività a forte valenza sociale ed etica da parte di soggetti che provengono da esperienze extra agricole trova spesso le sue motivazioni profonde nel disagio provocato dagli aspetti quantitativi, standardizzati e consumistici del modello di sviluppo della società contemporanea e, dunque, nel bisogno di sperimentare nuove forme di produzione e consumo per dare un senso alla propria esistenza.

Questa propensione etica, che si va manifestando in modo evidente nei soggetti rurbanizzati, può a mio avviso senz’altro incrociare – come alcune esperienze anche nella nostra regione dimostrano - analoghi percorsi personali di agricoltori "tradizionali",  i quali spinti dalla globalizzazione ad abbandonare modelli produttivi eccessivamente specializzati perché non premiati dai mercati, sono indotti, per integrare il reddito, a sperimentare modelli multifunzionali rispondenti alla nuova domanda di ruralità.

Questo fenomeno solo ora si sta mettendo a fuoco.  Può, tuttavia, essere indagato nella sua complessità a condizione che si promuova una ricerca interdisciplinare e si utilizzino nuovi schemi interpretativi.

Solo in questo modo si potranno individuare con precisione sia le caratteristiche specifiche che hanno assunto gli spazi aperti, sia il sistema di vincoli ed opportunità dell’agricoltura periurbana.

Si tratta, in altre parole, di comprendere come giocano almeno tre fattori: 

  1. la maggiore competizione per l’uso delle risorse naturali;
  1. la prossimità ai mercati dei fattori e ai consumatori sia in senso fisico-localizzativo che economico-organizzativo;
  1. la prevalenza dell’agricoltura di servizi su quella meramente produttiva.

E si potranno così ottenere indicazioni precise su diversi problemi, quali:

Un Distretto delle Aree Periurbane

Per la prima volta la programmazione 2007-2013 per lo sviluppo rurale ha fatto propria la problematica dell’agricoltura periurbana individuando metodologie analitiche e modelli di intervento specifici.

Sarebbe, pertanto, utile che le azioni da porre in atto nelle aree periurbane della Provincia di Roma siano implementate in modo tale da creare complementarietà con le altre azioni di intervento pubblico che non appartengono alle politiche agricole, a partire dagli strumenti di pianificazione territoriale (PRG, PTPG, Piani di Assetto delle Aree Protette, ecc.) fino ai POR FESR e FSE.

Per ottenere tale risultato sarebbe stato fruttuoso adottare il modello della Progettazione Integrata Territoriale, che purtroppo il Piano di Sviluppo Rurale (PSR) della Regione Lazio non prevede per i Poli Urbani.

Questo limite non è da imputare alla Regione Lazio, che aveva saggiamente previsto di intervenire nelle aree periurbane con azioni di sostegno all’agricoltura di servizi. Ma vi è stato purtoppo lo stop, in sede di negoziato per l’approvazione del PSR, da parte dei servizi della Commissione UE, che manifesta una sostanziale incomprensione dei recenti fenomeni che interessano le campagne urbane.

Tuttavia, per ovviare a questa difficoltà è in campo la proposta dell’Assessora Regionale all’Agricoltura, Daniela Valentini, di varare un bando specifico per finanziare, con fondi propri della Regione, una rete di servizi alla collettività da insediare nelle aziende agricole.

Siffatta opportunità – annunciata l’estate scorsa a seguito dell’aggressione subita da una coppia di turisti olandesi in un casale abbandonato dell’Agro romano - potrebbe aprire la prospettiva, se raccolta e fatta propria dagli altri soggetti deputati al governo del territorio, a partire dal Comune di Roma, all’attivazione di un Distretto della Aree Periurbane.

Questa possibilità è espressamente prevista dalla Legge regionale n. 1 del 2006. Al Distretto potrebbero, dunque,  essere ricondotti l’individuazione puntuale delle azioni e il coordinamento dei diversi strumenti di programmazione e pianificazione del territorio periurbano della Capitale.

I terreni di proprietà pubblica

E’ in questo quadro che si potrebbe fronteggiare anche il gravissimo stato di degrado e abbandono delle aree agricole di proprietà pubblica e il loro mancato utilizzo al servizio dei cittadini.

Laddove si è provveduto ad assegnarle a cooperative o associazioni, tali aree sono per gran parte godute in forma precaria e siffatta circostanza genera gestioni inefficienti e impedisce di assicurare la redditività di tali beni.

Inoltre, le aziende agricole “Castel di Guido” e “Tenuta del Cavaliere”, gestite direttamente dal Comune di Roma, producono perdite del tutto ingiustificabili.

Per richiedere la rimozione di questa penosa situazione che riguarda in realtà tutta la Regione, la Rete Fattorie Sociali, insieme ad altre organizzazioni sociali, professionali, sindacali e ambientaliste, ha lanciato un anno fa una petizione on line - raccogliendo centinaia di adesioni - rivolta alla Regione Lazio, alla Provincia di Roma e al Comune di Roma.

In sostanza serve, a nostro avviso, agire in due direzioni:

o       concedere  il patrimonio fondiario pubblico in affitto a società agricole costituite da soggetti privati e privato-sociali locali sulla base di progetti di utilizzazione delle aree, coerenti con finalità collettive e frutto della partecipazione dei soggetti che operano nel territorio;

o       regolarizzare le posizioni degli attuali possessori di terreni agricoli pubblici mediante la stipula o il rinnovo di contratti di affitto che prevedano la realizzazione di beni e servizi di interesse collettivo.

Si tratta di porre le condizioni minime perché le risorse pubbliche siano utilizzate pienamente e in modo efficiente al servizio della collettività.

In sostanza va perseguito l’obiettivo di una campagna viva per una metropoli da vivere. 

Social Housing e aree agricole

Una definizione aggiornata delle funzioni delle aree agricole periurbane, alla luce dei processi sociali di cui abbiamo finora parlato,  potrebbe dare un maggiore respiro politico e culturale al dibattito sulle modalità di reperimento delle aree necessarie alla realizzazione di interventi di edilizia sociale nell’ambito del “Piano casa” nazionale.

Come è noto, in campo vi sono due posizioni che si confrontano: 

  1. da una parte, la posizione di chi ritiene che i nuovi interventi debbano circoscriversi solo nell’ambito della città compatta, anche a costo di riconsiderare le effettive esigenze in termini di nuovi alloggi da destinare ai “senza casa”;
  1. dall’altra, quella di chi, valutando già insufficiente il potenziale edificatorio residuo che il PRG mette a disposizione, non esclude, se necessario, l’impegno di nuove aree attualmente con destinazione agricola.

Ebbene, da qualsiasi prospettiva si guardi, il dibattito pare ruotare asfitticamente soltanto intorno alla questione su dove - e chi debba decidere dove - costruire le “nuove borgate” nelle “mura di cinta” della città compatta.

Ma perché i “senza casa” devono avere come unica prospettiva quella di vivere ammassati in agglomerati di cemento e in contesti periferici disumani?

Ma perché il disagio urbano e il bisogno di nuova ruralità non devono, invece, tradursi in nuove forme di urbanità che permettano di abitare il territorio a contatto più diretto con il verde, (ri)costruendo paesaggi a misura d’uomo, intensamente inclusivi e caratterizzati da un rafforzamento dei legami sociali?

Ma perché le uniche alternative che si offrono ai “senza casa” o a coloro che rifuggono il disagio urbano devono essere  l’abusivismo o le bidonville o l’inferno di periferie invivibili?

Una nuova capacità di lettura dei processi in atto nelle aree periurbane e dell’inedito mix di funzioni produttive, sociali, insediative e ambientali che queste attualmente svolgono  spontaneamente, potrebbe, invece, permettere di coniugare in modo virtuoso il tema del Social Housing e quello dell’Agricoltura di Servizi  in una nuova cornice di “progettualità dal basso”.

Come avvenne al tempo della Città-giardino Aniene e della Garbatella, sarebbe più che mai utile e interessante la sperimentazione di nuove forme di urbanità, a bassa e bassissima densità, anche di autocostruzione, capaci di generare, all’interno di un quadro di regole condivise, maggiore integrazione tra città e campagna.

Si tratterebbe di sfruttare e capitalizzare le contiguità degli insediamenti abitativi con gli ambiti rurali e agricoli in termini di approvvigionamento alimentare, di scambio di servizi e di itinerari paesaggistici storico-architettonici e storico-archeologici.

Il presidio di insediamenti produttivi, terziari e residenziali di tipo rurale garantirebbe non solo sviluppo ma perfino condizioni di sicurezza accettabili.

Sarebbe un esempio concreto di effettiva integrazione tra politiche di Welfare, di assetto territoriale, di equilibrio ambientale e, più in generale, di sviluppo socio-economico.

Le siepi della città diffusa (“siepe” è zaun in tedesco, da cui deriva l’inglese town, che significa città) andrebbero finalmente a sostituire le mura di cinta della città compatta (“luogo cinto di mura” è urbs in latino, che significa anche “città”).

Ancora una volta le donne

Perché sono soprattutto le donne a caratterizzare la nuova ruralità, sia nei processi di rurbanizzazione, sia in quelli di riconversione dell’agricoltura tradizionale in attività innovative?

Per non dare risposte banali a questa domanda occorrerebbero indagini sociologiche approfondite. Ma in mancanza di tali studi, si può ricorrere agli studi storici e antropologici per avere alcune risposte plausibili.

Secondo l’antropologa Amalia Signorelli, il motivo della preponderante presenza femminile nelle nuove attività agricole, va ricercato nella concezione “pragmatica” della condizione umana, che le donne possiedono in modo spiccato.

Esse sono, infatti, portatrici di una capacità di inventare le risorse e valutare in modo attento e duttile le opportunità. Un’attitudine che probabilmente si è alimentata nelle società tradizionali, quando l’assolvimento di ruoli sostitutivi di quelli maschili, ritenuti irrilevanti nell’assetto formale del sistema che all’epoca vigeva, permetteva loro di saggiare continuamente le innovazioni e di introdurle senza contraccolpi.

Furono le donne – come scrive lo storico dell’alimentazione Massimo Montanari – a favorire il passaggio dal nomadismo e dall’economia predatoria all’assetto stanziale e all’economia agricola, quando per prime sperimentarono la coltivazione del grano, dell’olivo e della vite, che richiedeva un’applicazione che durava quasi un intero anno in un medesimo luogo,  e inventarono il pane, l’olio e il vino, che andarono a sostituire o integrare il cibo proveniente dall’attività pastorale-venatoria.

Lo fecero per conciliare meglio i loro tempi di lavoro e di cura. E così contribuirono in modo determinante alla nascita dell’agricoltura.

Proprio in virtù di questa propensione innovativa, tocca ancora una volta alle donne guidare il passaggio da un’agricoltura prevalentemente industrializzata – che contraddittoriamente con le sue origini ha assunto caratteri maschili, analoghi a quelli che caratterizzavano il nomadismo e l’economia predatoria, fortemente condizionati da fattori esterni e portatrici quindi di inquietudini profonde -  ad un’agricoltura che, nel recuperare l’importanza dei legami sociali, della cura e della multifunzionalità, rigenera quei caratteri femminili insiti nelle sue radici di conservazione e di ripetizione.

Alla luce di queste considerazioni, mi vado sempre più convincendo – e il progetto ReMI convalida pienamente questa mia sensazione - che l’affacciarsi della nuova ruralità può segnare negli assetti sociali ed economici del mondo contemporaneo un salto di civiltà per certi versi analogo a quello che si verificò in occasione della nascita dell’agricoltura.