Agricoltura Sociale e riforma del Welfare (Schema di intervento)

Il Welfare che abbiamo alle spalle: era basato sul binomio eguaglianza-solidarietà, dove lo Stato era concepito quale garante del compromesso che legava produzione, prelievo fiscale, redistribuzione di una quota di reddito in spesa sociale; era fondato sulla netta separazione tra protezione sociale e sviluppo economico, in quanto  l’intervento sociale era finalizzato a porre “riparo” ai processi di esclusione generati da una crescita economica ineguale.

Quel modello è irrimediabilmente in crisi per una serie di fattori, che vanno dalle nuove modalità di produrre alla globalizzazione.

Il Libro Verde del Ministero del Lavoro pone l’obiettivo di un nuovo Welfare:

Ø   che accompagni le persone lungo l’intero ciclo di vita attraverso il binomio opportunità – responsabilità;

Ø   che si fondi su di una governance in grado di garantire la sostenibilità finanziaria e l’attribuzione alle istituzioni locali e ai corpi intermedi, secondo i principi di sussidiarietà, responsabilità e differenziazione, l’erogazione dei servizi in funzione di standard qualitativi e livelli essenziali delle prestazioni.

Questo obiettivo condivisibile è posto sulla base di tre assunti anch’essi condivisibili:

Ø   nell’economia della informazione e della conoscenza, i paradigmi dello sviluppo economico e quelli dello sviluppo sociale possono convergere nella valorizzazione della persona, che vive in maniera responsabile e non isolata la propria libertà e la ricerca di risposte ai propri bisogni e insicurezze;

Ø   le politiche sociali possono risultare funzionali non solo a ridisegnare costantemente i diritti e le tutele delle singole persone, ma anche a costruire una società che sia al tempo stesso dinamica e assai più competitiva;

Ø   le politiche sociali non vanno considerate come un mero costo ma come un investimento; e dunque sono chiamate, al pari di altre politiche pubbliche, a produrre un insieme di vantaggi per l’intero sistema, creando le premesse per una crescita maggiore e più equilibrata.

Mancano però indicazioni conseguenti.

Al di là di un generico richiamo a “fare comunità”, a partire dalle famiglie e dall’associazionismo fino alle parrocchie e alle stazioni dei carabinieri, manca un’analisi delle potenzialità che l’economia civile e l’imprenditorialità responsabile hanno nel creare nuovi modelli di Welfare.

Non si fa cenno al fatto che:

Ø  abbiamo cooperative, fondazioni e associazioni che creano tanti posti di lavoro per le persone svantaggiate;

Ø  abbiamo imprese profit che si sono organizzate per produrre contestualmente beni e servizi vendibili, da una parte, e inclusione sociale e servizi alla persona, dall’altra.

Non si fa alcuna valutazione del valore aggiunto economico e sociale di queste attività.

L’Agricoltura Sociale – intesa come l’insieme delle attività che impiegano la presenza di gruppi di persone (familiari e non) in aree rurali e le risorse agricole per conseguire inclusione sociale e lavorativa e fornire servizi alla persona (educativi, terapeutici e riabilitativi) – è presente in entrambi i filoni.

Nell’AS vengono utilizzate:

Ø   le peculiarità terapeutiche e riabilitative dei processi agricoli e zootecnici per generare benessere nei confronti di persone svantaggiate;

Ø   le strutture aziendali per fornire servizi all’infanzia e agli anziani.

Rigenerando il capitale sociale del mondo rurale, le imprese agrisociali - profit e non profit - concorrono a irrobustire la rete dei servizi territoriali in modo coerente con le risorse, le specificità e i bisogni locali.

Se vogliamo parlare di nuovo Welfare: 

Ø   non dobbiamo chiederci più come il potenziale di ricchezza che si produce nella crescita economica si può tradurre in benessere sociale, in un miglioramento della qualità della vita;

Ø   occorre, piuttosto, domandarci come il potenziale di ricchezza sociale, che risiede nella dimensione civile di un’imprenditorialità responsabile e di un’auto-organizzazione di inclusione e di servizi alla persona, si può tradurre in crescita economica;

Ø   dobbiamo abbandonare l’ottica di un Welfare sostanzialmente “riparativo” e completamente sganciato dai meccanismi di accumulazione della ricchezza;

Ø   bisogna, invece, puntare a modelli “rigenerativi” e “pro-attivi” che leghino protezione sociale e sviluppo economico attraverso una capacità di rigenerare il capitale sociale dei territori e produrre ricchezza, rinsaldando le comunità locali e rendendole vitali e attraenti;

Ø   non dobbiamo più tenere separate e incomunicabili le politiche di sviluppo e di governo del territorio dalle politiche sociali e sanitarie;

Ø   occorre, piuttosto, favorire nuovi modelli attraverso il dialogo tra politiche diverse e tra attori differenti (pubblici, privati e privato-sociali), la progettazione integrata territoriale, la definizione di un sistema a basso livello di formalizzazione e ad elevato livello di socializzazione, l’attrazione progressiva di nuovi soggetti e di nuove imprese.

Questi nuovi modelli di Welfare funzionano se a monte ci sono scelte politiche innovative, quali:

Ø    l’esercizio efficace di funzioni regolatrici (e non più gestionali) da parte dei soggetti pubblici;

Ø    la ricerca di un forte contributo dei privati e della società civile, variamente articolati sul territorio attraverso strutture flessibili e multiscopo;

Ø   la promozione di forme partecipate di progettazione sociale e di sussidiarietà nella gestione dei servizi (“distretti di economia solidale”, “società della salute” e “carte di cittadinanza”), che hanno il compito di mobilizzare le risorse di comunità, ed in particolare le risorse del volontariato e del mutuo aiuto.

Per fare in modo che questi nuovi modelli di Welfare si sviluppino, è necessario promuovere una specifica tipologia di mercati dei servizi alla persona, tuttora inesistenti nel nostro paese: i mercati di qualità sociale.

Dal 2003 la Gran Bretagna ha provato ad attivarli, sperimentando su 45 mila utenti in 30 Comuni i bilanci personali e dei servizi di assistenza autogestiti.

Essi non vanno confusi con la semplice sovvenzione predeterminata (buono o voucher), come si è fatto in alcuni casi in Italia. Si tratta, piuttosto, di una erogazione finanziaria che lascia ai portatori di bisogno una ancora più piena libertà di scelta. I destinatari potranno, infatti, scegliere se acquistare il servizio presso determinati enti o se optare, invece, per forme alternative di auto-organizzazione, e ciò in piena coerenza con le proprie preferenze e bisogni.

La Ricerca Demos – un istituto di studi indipendente – pubblicata in Italia dalla Rivista Communitas ha dimostrato come la sperimentazione inglese abbia dato risultati positivi perché i servizi autogestiti sono risultati compatibili con un ruolo sempre meno invasivo dello Stato, associato ad un maggiore scelta individuale dei cittadini, servizi più personalizzati e un’uguaglianza maggiore.

Di questa esperienza inglese vanno valutati gli aspetti positivi e colte le criticità, superando pregiudizi ideologici e pigrizie mentali.

E’, infatti, dalla fine degli anni ’90 che in Italia non si discute più su come muovere passi spediti dal welfare state alla welfare community.

La legge 328/2000 – molto innovativa e per certi aspetti originale - fu l’esito più importante di tale processo, culturale e politico a un tempo. Ma sebbene fosse stata approvata da un’ampia maggioranza, questa legge è stata sostanzialmente disattesa, se non proprio sabotata. E la ragione principale di tale comportamento paradossale delle classi dirigenti sta nella difficoltà, tipicamente culturale, di comprendere che abbandonare il modello neo-statalista di welfare, nel quale lo Stato conserva il monopolio della committenza, non significa affatto cadere nelle braccia del modello neoliberista che – come noto – rifiuta l’universalismo delle prestazioni.

Il Libro Verde non rifiuta l’universalismo delle prestazioni. E benché non indichi specifici strumenti (budget, voucher, buoni, ecc.) auspica un po’ enfaticamente “una virtuosa alleanza tra mercato e solidarietà attraverso una ampia rete di servizi e di operatori, indifferentemente pubblici o privati, che offrono, in ragione di precisi standard di qualità ed efficienza coerenti in tutto il territorio nazionale, non solo semplici servizi sociali e prestazioni assistenziali, ma anche la promessa di una vita migliore”.

Ma occorre un chiarimento. Per creare mercati di qualità sociale dei servizi nel disegno di un modello universalistico di Welfare, resta costitutivo dell’intervento dello Stato un triplice compito:

  1. la definizione del pacchetto dei servizi sociali (e dei relativi standard di qualità) che si intendono assicurare ai cittadini;

  2. la fissazione delle regole  d’accesso alle prestazioni e dunque degli interventi in chiave redistributiva necessari per assicurarne la fruizione effettiva a tutti i cittadini;

  3. l’esercizio delle forme di controllo sulle erogazioni effettive delle prestazioni.

Sono queste le funzioni specifiche della figura dello Stato regolatore, che se correttamente esercitate possono attivare mercati di qualità sociale e conservare una visione universalistica dei servizi alla persona.

E’ in questo modo che l’erogazione del finanziamento al portatore di bisogni – secondo regole che tengano conto della sua effettiva situazione di bisogno – può trasformare una domanda di servizi potenziale in una domanda effettiva e rendere non più virtuale ma reale la libertà di scelta da parte del portatore di bisogni, realizzando una competizione tra i soggetti di offerta dei servizi alla persona non basata sul prezzo (o sul costo) del servizio, ma sulla qualità dello stesso.

Il mondo del “non profit” non deve guardare a questa prospettiva con eccessiva preoccupazione. Occorre che  si affranchi da una condizione marginale da parastato e di subordinazione al pubblico e assuma il ruolo di “settore civile”, di “terza gamba” accanto a Stato e mercato, dotandosi di strumenti di misurazione della propria efficacia e validità per poter comunicare il proprio valore alla società. E deve farlo stringendo forti rapporti di collaborazione con l’imprenditoria privata responsabile per essere insieme protagonisti di una diffusa economia civile e solidale, che sia fulcro dello sviluppo locale.