Nuovi modelli di
welfare per lo sviluppo delle aree rurali
1. Le politiche sociali nel
nostro paese sono da tempo oggetto di una profonda ridefinizione.
E’
in atto una lenta transizione da
politiche di stampo meramente assicurativo e “riparativo” a modelli di welfare caratterizzati invece
dalla dotazione territoriale dei servizi e dalla capacità dei processi di
sviluppo locale di promuovere direttamente inclusione sociale.
Alla
base di questa svolta ci sono due importanti acquisizioni.
In
primo luogo è cresciuta la consapevolezza che i nuovi profili di rischio di
emarginazione ed esclusione e le nuove domande sociali derivanti dalle recenti
trasformazioni non possono trovare soddisfazione nei sistemi consolidati di
welfare, fondati sul modello assicurativo e su solidarietà a base nazionale.
Nelle
aree rurali questa strozzatura, che ha prodotto nuove forme di insicurezza e di
esclusione, si somma alla cronica difficoltà di fornire servizi socio-sanitari
a causa della dispersione degli insediamenti abitativi; e questi due gap
diventano un ostacolo allo sviluppo perché riduce l’attrattività di questi territori rispetto ai centri
urbani.
L’organizzazione
dei servizi è avvenuta finora attraverso una concentrazione di interventi nel
Centro-Nord e nelle grandi città, trascurando il Mezzogiorno e le aree a
densità minore di popolazione.
Vengono,
pertanto, a convivere, da una parte, una nuova e crescente domanda di ruralità,
alimentata dagli abitanti dei centri urbani sensibili alla tutela dei valori
ecologici e del patrimonio storico e culturale e, dall’altra, un’erosione delle
reti di protezione sociale. E ciò determina un quadro fortemente
contraddittorio delle potenzialità di sviluppo delle aree rurali.
Per
un lungo periodo
Quel
meccanismo è da tempo andato in crisi per una serie di ragioni legate non solo
alla necessità di aprire i mercati, ma soprattutto agli effetti devastanti per
il paesaggio, comprendente anche le risorse ambientali, provocati dallo
spopolamento delle aree marginali.
E’
di 20 anni fa il Libro Verde “Il futuro del mondo rurale”, emanato da Jacques
Delors. Distinguendo per la prima volta lo sviluppo agricolo dallo sviluppo
rurale, quel documento lanciava l’idea di incentivare l’insieme delle attività
rurali e non solo quelle agricole e di reagire al declino di quei territori
facendo leva sul ricco patrimonio delle loro risorse specifiche.
Da
allora le continue riforme della PAC hanno modificato radicalmente l’impianto
precedente, ma si sono rivelate insufficienti a determinare da sole lo sviluppo
delle aree rurali, in mancanza di un profondo riadeguamento delle politiche
sociali.
Pertanto,
se dovessero permanere solo gli attuali meccanismi di intervento, si
produrrebbero inevitabilmente un peggioramento delle condizioni di vita nelle
campagne ed un freno allo sviluppo dei territori rurali.
La
seconda acquisizione è conseguente alla prima.
Un
rilancio delle politiche sociali non può che passare attraverso la capacità di
reinventare un nesso tra protezione sociale e sviluppo economico e produttivo.
Il
sistema di welfare va in sostanza ridefinito considerandolo un investimento
sociale, non un semplice costo. Si tratta cioè di assumere come obiettivo delle
politiche sociali non solo la socializzazione dei rischi individuali, ma anche
la rimozione degli ostacoli allo sviluppo economico.
Molti
di questi ostacoli hanno origine in problematiche sociali, spesso di evidente
impatto territoriale: i crescenti squilibri demografici, la rarefazione degli
insediamenti abitativi nelle aree rurali più interne, l’isolamento, la povertà
e l’esclusione sociale.
Tali
problemi possono, tuttavia, essere trattati secondo due logiche diverse: come
costi inevitabili del progresso economico a cui è necessario dedicare un
intervento motivato da logiche umanitarie o di equità sociale, oppure come
vincoli da ridurre attraverso un investimento sociale ad elevato rendimento, i
cui costi e benefici vanno proiettati sul medio-lungo periodo, riguardando la
futura configurazione degli equilibri sociali e tra le generazioni, nonché dei
rapporti tra aree urbane ed aree rurali.
La
logica che considera il welfare un mero costo sociale porta inevitabilmente
all’ulteriore marginalizzazione delle politiche sociali con un allargamento
delle disuguaglianze e degli squilibri.
Se
viceversa viene adottata una logica di investimento sociale, è chiaro che le
politiche sociali sono chiamate, al pari di altre politiche pubbliche, a
produrre un insieme di vantaggi che si dovranno proiettare sull’intero sistema,
creando le premesse per una crescita maggiore e più equilibrata.
La
ricostituzione di un nesso tra protezione sociale e sviluppo economico e
produttivo sollecita, tuttavia, un ripensamento dei processi di governo e della
stessa settorializzazione in cui sono
relegate le politiche sociali.
Si
tratta, in sostanza, di allargare lo spettro delle politiche sociali sino a
comprendervi politiche ad elevata valenza territoriale, come quelle abitative,
quelle attive del lavoro, quelle urbanistiche, nonché quelle riguardanti lo
sviluppo dei sistemi rurali e i rapporti tra aree urbane e territori rurali.
Analogamente,
anche la politica agricola tende ad abbandonare un’impostazione meramente
settoriale per assumere un più marcato carattere di politica territoriale.
Non
è necessario accorpare le diverse competenze, ma solo istituzionalizzare forme
efficaci di raccordo e coordinamento delle differenti politiche.
2. Il riconoscimento delle
risorse agricole come leve per potenziare i percorsi di inclusione di una
sempre più larga varietà di soggetti deboli e la valorizzazione dei servizi
alla persona resi dall’agricoltura sociale, a vantaggio sia delle aree rurali
che dei centri urbani, possono costituire una modalità valida di
riorganizzazione del welfare locale.
Si
tratta di una modalità che non ha niente a che vedere con le logiche
assistenziali, non richiede grandi investimenti pubblici ma solo un migliore
orientamento dell’erario e stimola la crescita economica.
E’,
pertanto, del tutto compatibile con le scelte di fondo indicate dal governo nel
Dpef: spendere meglio, ridistribuire più equamente il carico del finanziamento
degli interventi pubblici, far crescere l’economia del Paese.
L’accordo
tra il governo e le organizzazioni agricole per ristrutturare i debiti con
l’INPS, far emergere il lavoro nero e stabilizzare l’occupazione è un passo
importante nella direzione di una trasparenza dei rapporti di lavoro in
agricoltura, di una maggiore tutela dei diritti dei lavoratori e di una
sostenibilità degli oneri per le imprese.
Ora
è necessario puntare a politiche che permettano alle aziende agricole di farsi
carico di bisogni sociali più ampi, andando oltre la sola sfera economica e
puntando alla produzione di beni e servizi di interesse collettivo, in grado di
accrescere la reputazione e il reddito degli agricoltori e la protezione
sociale dei territori.
Per
un’azienda agricola l’impegno nella fornitura di servizi sociali ha dei costi
iniziali, in termini organizzativi, nell’attività lavorativa e
nell’allestimento di semplici strutture di accoglienza. Mentre, sul fronte dei
vantaggi, l’impresa ha la possibilità di accedere ad uno specifico segmento del
mercato del lavoro, a benefici di legge che ne riducono il costo, a opportunità
innovative di mercato e di valorizzazione dei propri prodotti.
E’
del tutto evidente il circolo virtuoso che si stabilisce tra inclusione,
maggiori e più efficaci servizi alle persone, buona occupazione e sviluppo
sostenibile.
Ma
la presenza di barriere culturali, la difficoltà di dialogo tra il mondo
agricolo e il mondo socio-assistenziale, l’assenza di incentivi economici diretti
limitano la partecipazione dell’agricoltura nella sperimentazione di un modello
che si è relativamente diffuso nella cooperazione sociale ma è ancora
scarsamente adottato dall’impresa privata.
Le
cooperative sociali che svolgono attività agricole e sono finalizzate
all’inserimento lavorativo di persone svantaggiate sono 471 con un incidenza
del 23,8 % sul totale delle cooperative sociali che operano in tutti settori.
Complessivamente le cooperative sociali agricole occupano oltre 7.100 persone
svantaggiate, con una media di circa 15 soggetti deboli per cooperativa, un
dato superiore di circa 4 unità a quello che fanno registrare le “non
agricole”.
Sono
dati che indicano le enormi potenzialità di sviluppo della cooperazione sociale
in ambito agricolo qualora si ponesse mano ad un programma di utilizzazione a
fini sociali delle aree agricole di proprietà pubblica, che risultano invece
essere impiegate molto al di sotto delle effettive potenzialità.
Ma
anche nelle imprese agricole private si
possono sperimentare con successo attività di integrazione sociale e lavorativa
di persone svantaggiate.
Nel
marzo scorso, il Ministro per
Garantire
concretamente le pari opportunità per le persone svantaggiate è un’azione
complessa da considerare come un’innovazione nell’organizzazione del territorio
e delle imprese. E come ogni innovazione va implementata e sostenuta con
politiche attive e con il concorso delle rappresentanze sociali.
L'agricoltura,
in misura maggiore rispetto agli altri settori, è senz’altro una efficace
“rampa d’accesso” per soddisfare i bisogni delle persone in difficoltà e
mettere a frutto le loro capacità.
Per
ottenere risultati in questa direzione occorre, però, avere chiari i caratteri
dell’agricoltura moderna e della sua nuova funzione sociale.
Il
processo di industrializzazione dell’agricoltura ha, infatti, dato vita ad una
pluralità di modelli produttivi nelle campagne, che vanno da quelli che
prevedono la completa integrazione dell’azienda agricola nei sistemi
agroindustriali (i modelli cosiddetti omologati) a quelli legati a stili aziendali
che fanno riferimento al valore dei rapporti familiari e delle reti relazionali
locali, nonché alla cultura diffusa nel territorio ed al miglioramento della
reputazione come leve competitive dell’impresa.
Questi
ultimi modelli produttivi sono alla base delle aziende multifunzionali
competitive.
Si
tratta di imprese agricole che non producono solo la materia prima per
l’industria, ma svolgono anche attività di trasformazione dei prodotti e spesso
vendono alimenti di qualità direttamente in azienda o in rapporto coi “gruppi
di acquisto solidale”.
In
queste imprese è spesso adottato il metodo biologico e sono valorizzate specie
vegetali e razze autoctone a rischio di estinzione, come quelle asinine che
caratterizzano diversi territori della nostra penisola.
Connessi
all’attività produttiva, le suddette aziende sono in grado di fornire servizi
sociali, culturali, educativi e turistici in collaborazione con le scuole e con
le strutture socio-sanitarie.
La
valorizzazione di questi modelli non è
scontata perché dipende dal grado di riconoscimento di una nuova funzione
sociale dell’agricoltura.
Non
si tratta più del generico ruolo sociale svolto in passato, ma di una funzione
diretta e puntuale di conservazione e riproduzione della biodiversità e del
paesaggio.
Il
paesaggio non va, però, inteso solo come insieme di bellezze naturali, ma come
espressione del patrimonio culturale dei diversi territori, habitat in cui
l’individuo ha la possibilità di realizzare il proprio progetto di
autodeterminazione. Una concezione in cui memoria, conoscenza, esperienze
riferite alle profonde interrelazioni tra uomo e natura vanno messe a frutto
per riprodurre le risorse limitate del pianeta e finalizzarle in modo equo ed
efficiente allo sviluppo umano.
In
tale quadro, riscoprire e rivitalizzare stili di vita, patrimoni culturali,
tradizioni, ecc., prodotti storicamente dalle comunità rurali e legati
all’esistenza di beni relazionali, quali la reciprocità, il dono, la conoscenza
diretta, e non solo alle relazioni di mercato, diventa decisivo per assicurare
durevolezza e autenticità alle risorse collettive da valorizzare nei processi
di sviluppo rurale.
Si
tratta di individuare reti sociali, spesso già abbozzate, da gestire in modo imprenditoriale, in forte
connessione con le economie locali legate alla nuova domanda di ruralità.
Se
affrontiamo la sfida con questo respiro, l’agricoltura sociale appare come una
innovazione organizzativa che può arrecare vantaggi in più direzioni: verso il servizio pubblico
che risparmierebbe l’investimento sulle strutture; verso gli agricoltori che
vedrebbero dilatarsi le opportunità di valorizzare le risorse aziendali; verso
le persone “deboli”, a cui si aprirebbero nuovi orizzonti in vista del pieno
riconoscimento della propria dignità; verso il territorio che diventerebbe più
attrattivo e competitivo.
Le
aree rurali difficilmente riusciranno ad esprimere tutto il potenziale
attrattivo se si limiteranno a valorizzare in modo esclusivamente commerciale
l’offerta turistica, la tipicità e la "naturalità" degli alimenti e
non punteranno, con l’agricoltura sociale, a favorire anche la ri-generazione
dei valori etici che sono alla base della domanda più profonda di
ruralità.
L’avvizzimento
di questi valori potrebbe, infatti, alla lunga portare ad una banalizzazione
della ruralità, renderla una moda passeggera come tutte le altre e dissolvere
inesorabilmente ogni chance allo sviluppo rurale.
3. L’agricoltura sociale ha
trovato una sua prima sommaria definizione, come specifica area di intervento delle politiche pubbliche, nella nuova
programmazione dello sviluppo rurale.
Nel
Piano Strategico Nazionale (PSN) 2007-2013
essa è annoverata fra le “azioni chiave” dell’Asse III, relativo al
miglioramento della qualità della vita ed alla diversificazione dell’economia
rurale, ed ha trovato spazio in quasi tutti i Piani di Sviluppo Rurale (PSR)
definiti dalle Regioni.
Si
tratta di un’azione che per conseguire effettivi risultati dovrà
necessariamente far leva sia sulle Misure dei PSR, sia sulle azioni dei
Programmi Operativi Regionali (POR)
relativi alle politiche di coesione.
In
realtà, solo nelle Regioni in ritardo di sviluppo (dove l’obiettivo è quello
della Convergenza) i POR Fondo Europeo di Sviluppo Regionale (FESR) prevedono
azioni che riguardano problematiche sociali e socio-sanitarie, mentre nei POR
delle altre Regioni (dove l’obiettivo è
Per
quanto riguarda invece i POR Fondo Sociale Europeo (FSE) l’unica azione
strategica che fa esplicito riferimento alle politiche sociali è quella
riferita all’inclusione sociale.
Sono
segnali emblematici delle persistenti difficoltà nel ricostruire, all’interno
dei programmi finanziati dall’Unione europea, il nesso tra protezione sociale e
sviluppo economico e produttivo.
E'
tuttavia necessario cogliere anche questi labili collegamenti e costruirne di
più saldi con le politiche che utilizzano fondi nazionali, se vogliamo
realizzare progetti territoriali di una certa consistenza.
Le
Regioni hanno enfatizzato giustamente l’impegno a privilegiare nella nuova
programmazione la progettazione integrata. Ora che si passa alla fase attuativa
questa indicazione va rispettata perché qualsiasi progetto di agricoltura
sociale, per sua natura, se non presenta una pluralità di obiettivi si risolve
inevitabilmente in una dispersione di risorse pubbliche.
Occorre avviare rapidamente il dialogo tra le
rappresentanze delle strutture agricole e rurali e quelle delle strutture
sociali e sanitarie e costruire partenariati pubblico-privati.
4. Per ambire a diventare una
modalità di welfare locale, senza perdere le caratteristiche originarie,
l’agricoltura sociale dovrebbe svilupparsi mediante azioni su più fronti, da
realizzare nelle diverse realtà regionali, in accordo con gli operatori.
In
primo luogo andrebbero approfondite la consistenza e i caratteri delle realtà
esistenti nei diversi territori del nostro Paese.
Nello
stesso tempo occorrerebbe raccogliere le risultanze scientifiche dell’impatto
sociale derivante dall’uso delle risorse agricole nei processi riabilitativi
(attività e terapie con le piante e con gli animali che ancora non trovano una
codificazione).
Il
tutto andrebbe accompagnato dalla condivisione dei lessici e dei codici di
comportamento.
Sarebbe
necessario formare competenze nella gestione di pratiche agricole tra gli
operatori sociali e, viceversa, trasmettere conoscenze inerenti la gestione di
metodi riabilitativi tra gli operatori agricoli.
Andrebbe,
inoltre, promossa l’interattività tra gli operatori pubblici e privati,
definendo specifici protocolli di intesa e appositi sistemi organizzativi volti
alla gestione dei percorsi di inserimento.
Le
azioni di servizio al sistema sarebbero, infine, da assicurare mediante il
supporto allo sviluppo delle progettualità congiunte e la diffusione delle
esperienze e delle buone pratiche.
La
complessità di queste azioni richiede, tuttavia, un efficace coordinamento a
livello centrale con l’apporto di più Ministeri competenti (Politiche Agricole,
Solidarietà Sociale, Lavoro, Salute, ecc.), nonché delle Regioni e delle
Organizzazioni che più si sono impegnate in questi anni sui temi
dell’agricoltura sociale.
Le
Organizzazioni che hanno dato vita allo Sportello dell’Agricoltura Sociale
(Acliterra, AGCI Lazio, AIAB, ALPA, CIA Lazio, CNCA Lazio e Rete Fattorie
Sociali) hanno sollecitato il Presidente Prodi ad assumere l’iniziativa di
promuovere la costituzione di un Tavolo tecnico dell’agricoltura sociale,
offrendo la propria collaborazione per la sua piena riuscita.
Come
tutti i processi di sviluppo, anche i percorsi di agricoltura sociale hanno
bisogno della spinta propulsiva dei saperi.
Per
quanto riguarda la ricerca e l’alta formazione sono in atto diverse iniziative:
la rete di ricercatori sul tema del green care, finanziata dall’Ue; il
progetto So Far finanziato
nell’ambito del VI programma quadro comunitario per la ricerca con
l’intento di supportare la formazione di politiche sull’agricoltura sociale,
articolato in piattaforme nazionali, tra cui quella italiana insediata presso
l’Università di Pisa; il Master in “Agricoltura Etico-Sociale” istituito
dall’Università degli Studi della Tuscia e i Master in “Pet Therapy” istituiti
dall’Università degli Studi di Genova e di quella di Perugia.
La
specificità dei percorsi di sviluppo rurale impone che queste attività si
integrino sempre più con la conoscenza tacita e quella tecnica “non esperta”.
Questa interazione si crea attraverso il normale processo di socializzazione
tra le persone coinvolte nelle esperienze di agricoltura sociale e nelle reti
che si stanno costruendo.
Coinvolgendo
sistematicamente i soggetti che sono attivi nelle pratiche in campo, si
potranno potenziare le esperienze senza eroderne le caratteristiche di
originalità e di innovazione. Si tratta di salvaguardare congiuntamente sia gli
aspetti motivazionali sia quelli relativi alla professionalità e nello stesso
tempo affermare l’utilità pubblica di queste pratiche.
Lo
sviluppo rurale può così trovare nuovo slancio di autenticità in percorsi
inclusivi, fatti di progettualità che perseguono “buone economie” solidali,
condivise, coerenti con l’identità del territorio. E l’evoluzione delle
politiche sociali può, a sua volta, trovare un’accelerazione verso una modalità finalmente amica dello sviluppo.