AIAB - Corso di
Formazione per animatori in agricoltura sociale
“Mi ricordo di te…
quando mi seguivi
nel deserto,
in una terra non
seminata.”
Geremia 2,2
1. L’agricoltura sociale trova le sue radici più remote nelle forme di solidarietà e nei valori di reciprocità, gratuità e mutuo aiuto che caratterizzano da sempre le aree rurali. E’ sufficiente rammentare lo scambio di manodopera tra le famiglie agricole nei momenti di punta dei lavori aziendali, le esperienze consortili per la bonifica e la difesa idraulica, gli usi civici delle popolazioni locali sui terreni di proprietà collettiva, le origini agricole del movimento cooperativo italiano per farsi un’idea di quanto profondo ed esteso sia questo radicamento. Il particolare intreccio che oggettivamente si determina tra la dimensione produttiva, quella relazionale con le piante e gli animali e quella familiare e comunitaria ha permesso all’agricoltura di svolgere da sempre una funzione sociale. Fin dalle loro origini, la reputazione delle diverse comunità rurali si è alimentata anche della capacità di dare valore e dignità alle persone in condizioni di dipendenza o portatrici di singolari particolarità.
In Furore di John Steinbeck sono descritti con accenti di rara bellezza i codici di mutua assistenza di una famiglia contadina americana degli anni ’30 del secolo scorso, la quale, benché stremata da una serie interminabile di disgrazie naturali e prodotte dall’uomo, trova sempre il modo di preoccuparsi degli uguali o maggiori bisogni degli altri. Nella famosa conclusione del romanzo, una giovane donna intirizzita e malnutrita, che ha appena dato alla luce un neonato morto, offre il suo seno ad una persona a lei estranea, che sta morendo di fame. Recentemente, in Mille anni che sto qui di Mariolina Venezia, la cultura dei contadini lucani è tornata ad essere materiale narrativo e, in un impianto del tutto originale e di suggestiva armonia e compattezza, emerge la perenne capacità di bene di un mondo continuamente afflitto da sventure immeritate.
In realtà, cos’era avvenuto di così eclatante da suscitare quel movimento? La crisi petrolifera del 1973 aveva scompaginato un quadro di certezze che apparivano alquanto consolidate. Esse si compendiavano nell’industrialismo come unica idea di modernità e nell’ideologia di uno sviluppo inteso come percorso lineare per la produzione di ricchezza e la diffusione di forze e processi omologanti, senza alcuna considerazione delle diverse situazioni concrete. Ora, con la crisi energetica veniva alla luce in modo drammatico che l’Italia era molto diversa dall’immagine che emergeva dai libri di economia e riecheggiava nel linguaggio politico. Dietro l’idea della “modernità industriale” si nascondeva un paese diverso, un dedalo inestricabile di tanti spazi e di tante realtà, e quindi di tante storie che si dipanavano con ritmi diversi, non omologabili ad un astratto criterio generale e totalizzante. E si affermava la tesi che proprio nelle differenze doveva essere rintracciata la forza del nostro Paese. Dunque, l’agricoltura coi suoi molteplici sistemi territoriali incominciava ad apparire non più come elemento di debolezza, ma come risorsa per uscire dalla crisi. Si avvertiva, perciò, il bisogno di promuovere una revisione profonda degli approcci culturali ai temi dello sviluppo, sul piano socio-economico, urbanistico, istituzionale, tecnologico, ecc. Ed anche il mondo della produzione artistica intuiva l’importanza del cambiamento.
Nell’ottobre 1977,
Ma le cooperative giovanili che allora si costituirono e nei decenni successivi si sono impegnate in progetti di inserimento lavorativo di soggetti svantaggiati e di valorizzazione di terreni pubblici, la cui validità è adesso riconosciuta nell’ambito della multifunzionalità dell’agricoltura, stanno a dimostrare che gli intenti dei protagonisti di quell’evento non erano poi tutti da scartare.
3. Si stavano in realtà esaurendo
le ragioni politiche, economiche e sociali su cui poggiava
Da allora sono emerse con sempre maggiore evidenza le nuove relazioni tra rurale ed urbano che hanno messo in crisi il tradizionale schema interpretativo città-campagna, quello che separava nettamente le aree urbane da quelle rurali ed assegnava loro anche funzioni diverse: ai contesti urbani attribuiva il ruolo di produrre ricchezza e benessere ed a quelli rurali il compito di assicurare gli alimenti necessari ai ceti urbani considerati i veri protagonisti dello sviluppo.
Le relazioni economiche, sociali e culturali, fino a qualche decennio fa unidirezionali e di dipendenza sull’asse città-campagna sono diventate multidirezionali. Esse si realizzano in base ad un rapporto di interdipendenza e mutuo scambio di servizi. Le aree rurali contribuiscono non più soltanto all’approvvigionamento alimentare, ma forniscono energia pulita e riproducibile, nonché servizi ambientali e paesaggistici; svolgono funzioni culturali, ricreative, turistiche, didattico-educative, terapeutico-riabilitative. I processi agricoli vengono utilizzati per generare benessere nei confronti di persone svantaggiate. La relazione urbano-rurale è, in sostanza, diventata più complessa e richiede strategie comuni e politiche integrate a dimensione regionale.
D’altra parte, la storica unitarietà tra luoghi di residenza, di lavoro e di consumo si è perduta. Tali luoghi non solo possono essere molteplici per la stessa persona ma possono distribuirsi tra urbano e rurale, in contesti anche molto lontani. E’ per questo che la loro individuazione nelle analisi statistiche consente di definire gli ambiti territoriali ottimali entro cui si possono progettare azioni di sviluppo che abbiano una qualche probabilità di successo.
Il rapporto urbano-rurale si può oggi analizzare solo attraverso il ricorso a patrimoni informativi più corposi, capaci anche di leggere ed interpretare fabbisogni specifici di dimensioni di interesse che possono essere considerate non completamente collocabili nell’una o nell’altra delle categorie tradizionali. La valenza sociale e ambientale delle aree agricole e le nuove chiavi di lettura dei flussi insediativi, legate alla riscoperta dei valori della ruralità, determinano tessuti socio-economici che non sono né propriamente rurali né specificamente urbani e per i quali in letteratura si affacciano da tempo nuove denominazioni come “periurbano” e “r-urbano”.
Perfino le aree metropolitane, per le funzioni che assolvono in rapporto alle zone circostanti e i particolari bisogni che esprimono - sollecitando anche un’offerta specifica di beni e servizi da parte della campagna - sono oggi considerate come una delle tipologie territoriali in cui si articolano le aree rurali delle rispettive regioni.
Questi cambiamenti sono la conseguenza, dapprima, della contrazione del peso dell’agricoltura nell’economia al crescere dell’integrazione fra i settori e all’ampliarsi del mercati e, successivamente, delle trasformazioni culturali post-fordiste che hanno concorso con la domanda di ruralità a togliere al settore agricolo l’immagine di arretratezza sociale derivante dalla ridotta incidenza economica.
4. La questione rurale apre prospettive inedite soprattutto in rapporto ai nuovi modelli di welfare. Si vanno, infatti, sempre più riducendo le risorse pubbliche per assicurare servizi adeguati ai bisogni della popolazione. E questa situazione, benché generalizzata, rischia di ripercuotersi con maggiore evidenza nelle aree rurali, dove i costi dei servizi sono più elevati a causa di un insediamento abitativo più rarefatto e di una presenza di anziani più elevata.
Ma nel contempo sono le stesse aree rurali a presentare potenzialità più corpose per attivare modelli comunitari di welfare in grado di agire sulle reti tradizionali diffuse di accoglienza, di reciprocità e di mutuo aiuto. Si tratterebbe adesso di rivitalizzarle e gestirle in modo imprenditoriale, in forte connessione con le economie locali legate alla domanda di ruralità che proviene dalle aree urbane come espressione appunto di bisogni profondi, valoriali.
Rafforzare ed espandere le reti relazionali precipue delle aree rurali potrebbe rivelarsi un’operazione cruciale per determinare la capacità di attrazione e la reputazione dei sistemi locali e contribuire, per questa via, a strategie più complessive di internazionalizzazione delle imprese. Le quali hanno sì la necessità di accrescere la propria dimensione economica, ma anche l’interesse a mantenere uno stretto rapporto con il territorio e dunque a favorire iniziative di sviluppo sociale per far sì che quel territorio medesimo conservi una sua peculiarità e non diventi uno dei tanti.
Da questa visione del territorio come opportunità per partecipare alla competizione globale, non solo di prodotti ma anche di modelli imprenditoriali e di sistemi collaborativi publico/privati/privato-sociali, emerge il ruolo insostituibile dei piccoli produttori biologici e non e dei mercati locali. E appare anche tutta l’inconsistenza del nuovo dualismo che si vorrebbe affermare tra imprese “vere” da omologare ad una aggiornata “rivoluzione verde” e “false” imprese (spesso proprio quelle di successo!) a cui non resterebbe altro per sopravvivere che la diversificazione delle attività aziendali. In realtà, indipendentemente dalle dimensioni fisiche, ci sono imprese in grado di inserirsi in filiere e in sistemi territoriali e imprese che non riescono a farlo da sole. Ed è al sostegno di questi processi di aggregazione che andrebbero principalmente rivolte le politiche pubbliche.
Si aprono, in definitiva, gli spazi per un modello di welfare in grado di riprodurre ed accrescere il capitale sociale preesistente e soddisfare sia i bisogni dei fruitori esterni della ruralità che quelli degli abitanti locali, vecchi e nuovi che siano. Nelle nuove condizioni appare possibile dar vita ad una innovazione organizzativa complessivamente vantaggiosa per tutti: per il servizio pubblico che risparmierebbe l’investimento sulle strutture; per le imprese sociali, a partire da quelle agricole, che vedrebbero dilatarsi le opportunità di valorizzare le risorse aziendali; per le persone svantaggiate, a cui si aprirebbero nuovi orizzonti in vista del pieno riconoscimento della propria dignità.
5. Nella prospettiva testé delineata è, pertanto, fin troppo chiaro che la definizione di “rurale” e il concetto di “ruralità” vanno ben oltre l’agricoltura e la sola campagna. D’altra parte, l’evidenza empirica in tutto l’Occidente, comprese le aree maggiormente dotate sotto il profilo agricolo come quelle statunitensi, dimostra i limiti di un approccio settoriale, fondato esclusivamente sull’agricoltura. Non solo tale modalità di intervento non è in grado di produrre sviluppo duraturo e sostenibile. Ma spesso si accompagna a fenomeni di ulteriore caduta di popolazione, perdita di servizi collettivi, invecchiamento, emarginazione, specie se la tenuta fa leva su politiche agricole di solo trasferimento e genericamente rivolte a sostenere mercati e redditi.
L’agricoltura non è in grado – è questo il punto! - di produrre da sola le condizioni per la sopravvivenza delle aree rurali. Il suo sviluppo dipende, infatti, dallo sviluppo rurale. Dal quale derivano gran parte della domanda dei propri prodotti e servizi e lo scambio, a reciproco vantaggio, dei fattori produttivi, in particolare capacità imprenditoriale e lavoro. Inoltre è nell’ambito dello sviluppo rurale che l’agricoltura può svolgere l’attività di promozione esterna, proponendosi come veicolo di un marketing che non è più né di prodotto, né di settore, ma complessivamente territoriale.
Continuare a parlare in termini alternativi di sviluppo agricolo e di sviluppo rurale non ha più senso e chi lo fa è perché vuole difendere rendite di posizione e privilegi. Ma le vecchie modalità di intervento pubblico frenano lo sviluppo rurale e sono un laccio anche per quello agricolo.
L’Ue ha da tempo avuto chiara la percezione delle nuove relazioni territoriali tra centro e periferia e, dunque, anche tra urbano e rurale. Non a caso, specie dopo la riforma della politica regionale del 1988 e l’unificazione dei fondi strutturali per obiettivi strategici, essa ha consolidato una coerente strumentazione per le politiche di coesione. Si va da un programma di azione a base territoriale ad una visione intersettoriale dello sviluppo; da una logica di partnership ad un approccio bottom-up nella individuazione delle strategie; da una selezione delle attività da sostenere sulla base di progetti presentati in risposta a bandi pubblici ad un’attività di valutazione in tutte le fasi del processo.
Ma l’impostazione che permea la politica strutturale ancora manca alla PAC, nonostante si sia dato vita ad un lungo e laborioso processo di riforma per orientarla verso lo sviluppo rurale. La ragione di questa carenza risiede nel fatto che la sua evoluzione è stata affrontata come una questione settoriale, separata dalle altre politiche, ed abbia seguito un percorso incerto, senza riferimenti strategici sufficientemente condivisi.
6. Al di là dei limiti summenzionati, nella programmazione dello sviluppo rurale 2007-2013 per la prima volta si fa riferimento in modo esplicito all’agricoltura sociale, considerandola un fenomeno in crescita, tanto che l’obiettivo di una sua espansione è posto tra le priorità dell’Asse III, relativo al miglioramento della qualità della vita nelle aree rurali ed alla diversificazione delle attività.
Si apre finalmente uno spiraglio che le Regioni, nel definire i Programmi di Sviluppo Rurale (PSR), potrebbero allargare per sperimentare politiche innovative.
Nel frattempo, anche sul versante
delle politiche socio-sanitarie la situazione non è rimasta ferma, nonostante le forti resistenze ad abbandonare
i vecchi schemi centralistici, redistributivi ed assistenziali. Una legge del
2000, la
Dalla mera fornitura di una prestazione bisognerebbe, in sostanza, passare alla centralità del soggetto beneficiario, che in tal modo verrebbe posto nella condizione di vedersi riconosciuta la dignità di persona e di sviluppare le proprie capacità in direzione di una effettiva emancipazione.
A ben vedere il processo auspicato rappresenta una sfida culturale e operativa, prima ancora che normativa, perché occorrerebbe avviare esperienze di coprogettazione nelle comunità locali, garantendo la massima integrazione fra istituzioni pubbliche, soggetti del terzo settore e comunità locali in un’ottica di sussidiarietà orizzontale.
In questo quadro, l’agricoltura sociale avrebbe enormi potenzialità di espansione se si moltiplicassero le occasioni di confronto tra il mondo agricolo e quello del terzo settore e se la politica di sviluppo rurale dialogasse con le politiche sanitarie e socio-assistenziali.
Per siffatto motivo è necessario riporre una particolare attenzione alla governance territoriale, da intendere come il coordinamento di azioni e interventi di diverse organizzazioni pubbliche e private capaci di mobilitare risorse e attori per la realizzazione degli obiettivi di sviluppo. Si tratta in concreto di svolgere un ruolo di accompagnamento nella progettazione integrata territoriale e di avviare “progetti pilota” di sviluppo dell’agricoltura sociale per fare esperienza oltre che per diffondere le “buone pratiche”.
Il continuo confronto tra le varie organizzazioni pubbliche e private per definire gli obiettivi e scegliere i progetti da avviare potrebbe inoltre portare ad una crescente capacità di “autovalutazione” dei risultati raggiunti e alla continua ristrutturazione delle strategie e degli strumenti utilizzati per lo sviluppo dell’agricoltura sociale. E ciò permetterebbe a sua volta di internalizzare conoscenze e competenze e di sperimentare un percorso progettuale più orientato alla capacità di risolvere problemi.
7. Dal bisogno di mettere in
relazione agricoltori e soggetti del
terzo settore e dell’economia civile e per sollecitare un adeguamento delle
politiche pubbliche, al fine di sperimentare nuovi modelli di welfare valorizzando
le risorse rurali, è nata nel luglio 2005 l’idea di costituire
Attraverso il sito internet (www.fattoriesociali.com) siamo stati contattati da centinaia e centinaia di agricoltori, operatori sociali, presidenti di cooperative, amministratori pubblici, studenti e persone impegnate nel volontariato, a cui abbiamo fornito materiale informativo e documentazione sull’agricoltura sociale giovandoci della generosa collaborazione di Saverio Senni, Francesco Di Iacovo e Roberto Finuola.
Abbiamo partecipato negli ultimi
mesi a decine di iniziative sull’agricoltura sociale (convegni, seminari, corsi
di formazione, ecc.) promosse dalle più svariate istituzioni e in regioni
diverse: Lazio, Toscana, Veneto, Lombardia, Emilia-Romagna, Umbria, Puglia,
Calabria e Basilicata. Il prossimo 23 marzo parteciperemo attivamente ad un
convegno in provincia di Chieti promosso in collaborazione con
Siamo parte integrante del Forum delle Fattorie Sociali, animato dall’Ufficio della Consigliera delegata all’Handicap della Provincia di Roma, Tiziana Biolghini, a seguito di un convegno di cui siamo stati protagonisti.
Aderiamo al Comitato Dopo di Noi dei Castelli Romani, che aggrega associazioni e cooperative vivacizzate da familiari di persone con disabilità psichica e il cui scopo è la promozione di iniziative che assicurino prospettive di vita dignitosa per i loro congiunti.
Su nostra sollecitazione
Abbiamo partecipato attivamente
all’iniziativa dell’INEA relativamente alla predisposizione delle Linee guida
“Promuovere
A conclusione dell’assemblea annuale del 28 settembre scorso, in questa sala, qui a Grottaferrata, abbiamo approvato il documento “Idee per un programma delle agricolture sociali”, con cui sono state definite le linee strategiche del nostro movimento: il riconoscimento della molteplicità degli approcci e della diversificazione dei soggetti protagonisti; la necessità di adeguare le politiche pubbliche e di avviare un progetto di ricerca e di animazione sul piano nazionale coinvolgendo esperienze pilota da disseminare in una fase successiva.
L’occasione per avviare il programma ci viene offerta dalla fase attuativa dei PSR. Tutte le Regioni si stanno impegnando a riservare una corsia preferenziale alla progettazione integrata per evitare che si ripeta una dispersione di interventi così come è avvenuto nella precedente programmazione determinando uno spreco di risorse.
In nessuna Regione si stanno attivando azioni pubbliche volte all’animazione territoriale per favorire la progettazione integrata. Quello che si sta facendo è dovuto all’impegno di alcune organizzazioni agricole.
Ha incominciato l’ALPA con il convegno nazionale di Ripatransone svoltosi il 17 novembre scorso. Poi è stata la volta di ACLI Terra Umbria con il convegno di Todi del 13 gennaio. Oggi è l’AIAB a dar vita ad un corso nazionale di formazione per animatori dell’agricoltura sociale.
Questa sincronia è un segno dei tempi. Si sta aprendo – forse inavvertitamente - la fase costituente dell’agricoltura del futuro per opera di organizzazioni che rappresentano prevalentemente quelle tipologie di produttori più disponibili a cogliere le opportunità derivanti dalla nuova realtà della campagna post-fordista. Ed è significativo che il terreno su cui si avvia la traversata nel deserto è l’agricoltura sociale, soprattutto per iniziativa di donne e di giovani.
La proposta dell’ALPA di costituire, con il supporto delle strutture di ricerca e delle università, uno sportello informatico per l'agricoltura sociale è un primo passo per dar vita, sul piano nazionale, a rapporti di collaborazione tra il mondo agricolo e quello del terzo settore e tra le diverse istituzioni di riferimento.
A questa proposta hanno già aderito l’AIAB e ACLI Terra.