Direzione Nazionale della Cia del 22 giugno 2004
L’Assemblea del 28 luglio prossimo è una tappa cruciale
per accelerare quel processo di rinnovamento che abbiamo deciso nell’Assemblea
del 2000 e che in qualche modo si è interrotto. Nel 2000 riconoscemmo insieme
(ricordo il senso del confronto che si ebbe tra di noi quando elaborammo il
documento che Pacetti propose all’Assemblea in occasione della sua elezione a
presidente), una serie di limiti che avevano caratterizzato gli anni ’90 e,
alla luce di quell’analisi individuammo gli elementi del cambiamento.
Nell’ultima Direzione, ho già svolto un intervento per analizzare le cause che
hanno determinato l’interruzione di quel processo di cambiamento. Dunque, non
riprendo l’analisi ed il giudizio politico sul perché siamo arrivati fin qui,
sul perché è fallito il tentativo di raggiungere gli obiettivi di rinnovamento
che ci eravamo dati. E’ questo fallimento che ha determinato anche una crisi
economico-finanziaria dell’Organizzazione. Tant’è che siamo stati costretti, qualche giorno fa, a varare un piano di
risanamento. I due aspetti, cioè il
mancato raggiungimento degli obiettivi di rinnovamento politico e organizzativo
e l’acuirsi dei problemi economico-finanziari, sono due facce della stessa
medaglia.
Desidero ringraziare Massimo, Peppino e l’intera
presidenza (anche Francesco per le belle parole con cui si è accomiatato da
vice presidente), per aver rimesso il mandato prima della scadenza statutaria e
consentire un ricambio del gruppo dirigente. Massimo ci ha promesso che in
altra sede, in modo anche informale, dirà la sua su quanto è avvenuto in questi
due anni. E’ un suo diritto, non essendo egli in discussione per il dopo. Mi
sarei aspettato, invece, qualcosa di più da Peppino, cosa che ancora può fare
avendo ancora un mese di tempo da ora fino al 28 luglio. Peppino non può
eludere la domanda: perché dal congresso
ad oggi siamo arrivati a questo punto? Si tratta di una valutazione che egli non può sorvolare, avendo svolto la
funzione non secondaria di vice presidente vicario. Altrimenti ci manca un
elemento di fondo per farci un’opinione completa sulla vicenda. Nei giorni
scorsi l’ho incoraggiato ad annunciare la sua candidatura per evitare che la
discussione si attardasse su aspetti formali. Ora, però, sarebbe utile che
egli giustificasse, come candidato a
presidente, il percorso di questi due anni dal congresso ad oggi ed enunciare i
motivi che, a suo parere, ci hanno condotto a questo stadio. Offrirebbe a tutti
noi elementi utili di valutazione.
Desidero ringraziare Giulio, che annunciando anche in
forme insolite la sua candidatura ha smosso le acque. E ci ha fatto uscire dai
paludamenti del passato e dalle pratiche di cooptazione dei gruppi dirigenti.
Avremo così due candidati che dovranno necessariamente essere votati a
scrutinio segreto. Dappertutto, dove ci sono più candidature si pratica lo
scrutinio segreto. Perciò, l’insieme dell’Organizzazione dovrebbe vivere questa
procedura (più candidature e il voto segreto) non già come un pericolo per la
sua coesione, ma come una opportunità per accrescere il confronto, riconoscere
e valorizzare ulteriormente il pluralismo interno.
Dobbiamo vivere questa fase senza organizzare tifoserie
acritiche. Dovremmo, invece, praticare il reciproco ascolto (ne parlava prima
Polo) rispettandoci vicendevolmente, senza demonizzazioni ed anatemi. Si tratta
di far emergere con chiarezza le differenze, non solo le variegate culture
politiche ma anche le diverse sensibilità, le tante agricolture, le
molteplicità degli interessi, le differenze di genere.
Sono molto grato alle donne della nostra Organizzazione,
che in questa fase stanno dando un
apporto decisivo anche per fare emergere
elementi inediti (almeno per me) di analisi sui benefici collettivi di
un allargamento della presenza delle donne nei ruoli dirigenti. Avverto in ciò
una vitalità e una ricerca intellettuale a cui prima probabilmente non davo
peso. E dunque queste differenze abbiano piena cittadinanza. Servono, infatti,
per costruire nuove sintesi.
Diceva Antoine De Saint-Exupèry: “Nella vita non ci sono
soluzioni; ci sono forze in cammino. Bisogna evocarle. E le soluzioni vengono
dopo”. Noi quindi dobbiamo esprimere la capacità di evocare queste forze in
cammino, dobbiamo suscitare fierezza e orgoglio in tutti coloro che portano
specificità.
Condivido molte cose che ha detto Cristoni circa la
funzione dei giovani all’interno dell’Organizzazione. Se il ricambio
generazionale nelle campagne è una priorità strategica collegata alla
multifunzionalità e all’esplodere
dei mestieri rurali del futuro,
dobbiamo convenire che non ci sarà ringiovanimento senza sviluppo rurale e
viceversa, che non si potrà non dare uno spazio privilegiato ai giovani e, tra
i giovani, alle ragazze, a quella “seconda metà del cielo” che si sta
esprimendo in termini fortemente innovativi nelle aziende agricole. Dobbiamo,
dunque, saper coinvolgere cervelli giovani, orientati alla ricerca, avidi di
conoscenza, desiderosi di sperimentare, anche perché, dopo l’ubriacatura della
finanziarizzazione dell’economia e le crisi che poi abbiamo avuto (Parmalat,
ecc.), il mondo delle imprese sta tornando a viaggiare sulle idee. Ma le idee
non vengono soltanto dalla fantasia innata di pochi geni isolati. Sono invece
il prodotto di una molteplicità di individui che vanno liberati e sospinti a
ragionare e produrre innovazione.
Nel merito dei programmi, vorrei parlare di due temi
specifici soltanto. Nei dibattiti che saranno promossi coi due candidati, se ce
ne sarà data occasione, avremo modo di confrontarci anche su altre questioni.
Il primo tema è la cultura del pluralismo interno ed
esterno. Il pluralismo, infatti, non riguarda soltanto la vita interna
dell’Organizzazione; attiene al pluralismo anche il rapporto con le altre
organizzazioni, con il mondo dell’impresa e con altri mondi. Il pluralismo non
consiste nella confusione delle posizioni o nella conflittualità permanente. Il
pluralismo è la capacità di accettare la presenza dell’altro che non pensa e
non agisce come me. E quindi pluralismo significa avere un identico bene comune
all’interno dell’Organizzazione, all’interno delle categorie sociali, l’agricoltura,
il mondo delle imprese, i territori, il sistema Paese e avere, contestualmente,
diverse ricerche di beni caratteristici e di specificità che per la loro natura
e nella loro esperienza pratica non siano in contrasto con il bene comune. Se riuscissimo, nei prossimi anni, a
trasferire nel modo di essere dell’Organizzazione questo senso del pluralismo,
allora ci arricchiremmo tutti. La Cia diventerebbe sicuramente più grande e più
forte.
L’altro tema è quello del territorio, che con la
globalizzazione perde l’accezione tradizionale di “localismo” e viene concepito
integrandolo nei meccanismi di scambio e di mercato fino a parlare di esportazione
del territorio. Dunque, la centralità del territorio evoca l’esigenza di
ridefinire la statualità, che non è più concentrazione monopolistica e
gerarchica dell’interesse generale, ma articolazione policentrica e
pluralistica di istituzioni e gruppi
sociali che agiscono per il bene pubblico con pari dignità. Allude ad una nuova
concezione della solidarietà, non più soltanto protettiva e redistributiva, ma
competitiva e produttiva. Richiama la necessità di riprogettare il sistema di
rappresentanza, non più mero soggetto di intermediazione tra l’impresa e il
decisore pubblico, ma promotore esso stesso di sviluppo e animatore delle reti
locali. Richiede, infine, un sistema integrato nazionale capace di competere
nei contesti globali e, dunque, un centro che si ridefinisca in tale quadro con
forti elementi cooperativi e d’integrazione con gli altri livelli territoriali.
Concludo con l’apologo del violino. In un villaggio
indiano viene trovato, un giorno, un bellissimo violino e subito si cerca chi
potrebbe averlo perduto. Al saggio del villaggio si presentano tre bambini. Il
primo dice: “Voglio io il violino
perché non ho altro”. Il secondo afferma: “Il violino mi spetta perché l’ho
costruito io”. Il terzo chiede invece che gli venga consegnato il violino
perché lui è l’unico dei tre bambini che lo sa suonare. Dopo una breve
riflessione, il saggio dà il violino al bambino che lo sa suonare perché le sue
note rallegreranno e renderanno felici il maggior numero di persone. Ebbene
anche noi dovremmo imparare a valorizzare i talenti e a premiare i meriti. Solo
così, forse, ancora una volta proveremo a volare e non resteremo perennemente
un mille piedi zoppo.