Con la disponibilità di Massimo
Pacetti e dell’intera presidenza a rimettere il mandato, formulata con dignità
e senso di responsabilità (e sono grato a Massimo di averlo fatto nei termini
che abbiamo ascoltato questa mattina), si conclude, di fatto, un ulteriore
ciclo della vita della nostra Confederazione. Al di là delle questioni di
carattere formale, si apre ufficialmente, all’interno della nostra
Organizzazione, una riflessione critica
su quest’ultimo ciclo, durato quattro anni, segnato da più cose: dalla
delusione per i propositi formulati
quattro anni fa e che, per gran parte, sono rimasti sulla carta; dall’amarezza
per le tante occasioni sprecate. Resta, è vero, il conforto di operare in un
contesto generalmente mediocre e, dunque, “mal comune mezzo gaudio”.
Sarebbe per me troppo facile
rivendicare la coerenza di un atteggiamento critico, pagata ad un prezzo che
ora si rivela - anche a voi tutti, credo - iniquo e privo di senso. Ma sarebbe
ben misera soddisfazione, dal momento che in gioco è il destino della
Confederazione e tutti, quindi, siamo tenuti ad agire con senso di
responsabilità come ha fatto il presidente questa mattina. Non potrei, però,
perdonarmi se oggi dovessi omettere di segnalare il pericolo di metterci di
nuovo nello stesso sentiero sbagliato che ci ha portato nel vicolo cieco in cui
ora ci troviamo. Dobbiamo diagnosticare
per bene il malanno che affligge la nostra Confederazione e impedisce quel
processo di ammodernamento a cui molti, sinceramente, si sono dedicati in
questi ultimi anni ma non hanno potuto realizzare. Il malanno che ci affligge è
l'assenza di una pratica pluralistica, l’incapacità di raccogliere ed amalgamare
in progetto le diversità ideali e culturali presenti tra noi e l’insensibilità
a favorire l’apporto di tutta la ricchezza che esiste nelle nostre strutture.
Noi abbiamo commesso un errore:
abbiamo scambiato l’esigenza di un pluralismo di visioni nazionali ed
europee con la messa in campo di un
pluralismo medioevale delle cento città e delle mille campagne. Abbiamo
lasciato passare l’idea di un territorio contrapposto ad altri territori.
Quando invece il problema è come i diversi territori si integrano con i
meccanismi di scambio e di mercato attuali. E abbiamo interpretato il
federalismo come accentuazione dell’autonomia intesa come separatezza dei
livelli territoriali e non già, invece, come esercizio della cultura della
cooperazione e dell’integrazione, della costruzione dei vasi comunicanti e
delle reti, come attitudine a risolvere
i problemi e conseguire risultati. E’ per questo motivo che non abbiamo un
progetto, un punto di vista per leggere
i processi, analizzarli, dire la nostra.
Guardate quello che è accaduto
negli ultimi giorni, nel nostro Paese, sull’applicazione della riforma della
PAC. Governo, Regioni e Organizzazioni Agricole concordano sul disaccoppiamento totale, mentre invece
l’anno scorso l’Italia ha impostato il negoziato per la riforma con l’idea di
contrastare la proposta della Commissione sul disaccoppiamento totale. Tutto
questo avviene senza un minimo di senso critico, senza dire se abbiamo
sbagliato l’anno scorso o stiamo sbagliando quest’anno. Io sono d’accordo con
la scelta che sta facendo il Governo in quanto ero d’accordo anche l’anno
scorso sul disaccoppiamento totale. Ma dobbiamo essere consapevoli della scelta
che stiamo compiendo, perché essa cambia il quadro, impone diverse strategie
che deve avere il nostro Paese per bilanciare questo tipo di scelta perché sarà
enorme la ricaduta in termini di costi
sociali nelle nostre campagne. E quindi dobbiamo prepararci con politiche
adeguate per reggere a questa scelta di campo che noi finalmente stiamo
compiendo.
Ho partecipato attentamente
all’ultimo seminario sul decreto legislativo derivante dalla legge di
orientamento che introduce significative novità nelle nostre campagne. Ma noi
non siamo una rivista specializzata che va ad analizzare e ad interpretare una
norma rispetto ad un’altra. A noi spetta il compito di inquadrare e cogliere
queste novità in una strategia politica. Dobbiamo dire in che modo vogliamo
utilizzare questi nuovi strumenti per far sì che tutti gli agricoltori e le
diverse aree territoriali se ne possano avvantaggiare. E questo è possibile collocando le questioni
tecniche all’interno di un disegno, di una strategia politica, cosa che,
purtroppo, non abbiamo fatto. Non mi sarei voluto trovare nei panni dei
relatori, che hanno dimostrato capacità professionali non comuni. Essi non
hanno colpa alcuna; è colpa del nostro modo di essere negli ultimi anni: ci
siamo rinsecchiti sul piano dell’elaborazione senza dotarci di una capacità
strategica.
Concordo con chi pone l’esigenza
di spersonalizzare il confronto sulla crisi del gruppo dirigente. Le singole
persone, a mio avviso, possono solo acuire o attenuare pregi e difetti che sono
sempre collettivi e che vede tutti noi corresponsabili. Nessuno si può tirare
fuori dalle responsabilità. Dobbiamo, dunque, saper valutare con obiettività
gli errori compiuti, che a mio avviso sono tre: 1) assenza di una elaborazione
programmatica autonoma e condivisa, scarsa capacità di costruire relazioni con
l’esterno, mancanza di coraggio nell’anticipare, in termini di rappresentanza e
di modello organizzativo, l’evoluzione dell’agricoltura e delle aree rurali.
Se è così, abbiamo bisogno di un
nuovo gruppo dirigente, che non nasca da un opaco accordo di potere ma da un
confronto reale su programmi che tendono a rispondere ( oppure a non
rispondere, se si ritiene sbagliata l’analisi) all’esigenza di correggere gli
errori di cui parlavo prima. E’ evidente che l’Organizzazione potrà superare la
crisi soltanto con un impegno unitario, di tutti. Ma l’unità deve nascere da
regole che riconoscano le diversità progettuali e da compromessi alti tra
diversi e non da accordicchi che durano lo spazio di un mattino.
E’ per questo che non possiamo
aspettare un altro mese per aprire questo confronto, ma dobbiamo aprirlo da
subito. A seguito delle dichiarazioni fatte da Massimo questa mattina, bisogna
aprire la procedura per il rinnovo dei massimi organi confederali. Ormai, con
l’o.d.g. approvato dalla Giunta, abbiamo un gruppo dirigente delegittimato o
pensate che quel testo resterà un segreto tra di noi? No, già lo conoscono
all’esterno, lo conoscono le altre Organizzazioni. E come potrebbe Pacetti presentarsi agli incontri quando tutti sanno
che pende un giudizio politico su di lui da parte dell’Organizzazione? Dobbiamo
rapidamente superare questo passaggio, dare immediatamente a questa
Organizzazione un gruppo dirigente all’altezza delle proprie funzioni e del
progetto di cui questa Confederazione vuole dotarsi.
A voi, amici e compagni, vorrei
dire di vivere con serenità questa fase in cui possono organizzarsi e
confrontarsi anche più candidature e più punti di vista. Organizzarsi significa
riunirsi, discutere, anche al di fuori degli organi. Facciamolo senza
criminalizzazioni reciproche e senza terrorismi psicologici. Non ci sono più le
vecchie componenti, dove noi potevamo andare (nelle sedi di partito) e dire la
nostra liberamente. Come si fa ad organizzare la democrazia interna se non
dando a tutti l’occasione di poter
organizzare un punto di vista e metterlo a confronto con il punto di vista degli
altri? Avremmo già dovuto farlo quattro anni fa e forse si sarebbero evitati
monolitismi, appiattimenti e arretramenti.
Quattro anni fa non parlai in
Direzione per dire quello che pensavo e sbagliai. Oggi ho sentito forte il
dovere di non trattenere l’impeto e di manifestare la mia opinione e la
disponibilità ad assumermi, con gli altri, la mia parte di responsabilità.
Grazie di avermi ascoltato.