Direzione Nazionale della Cia del 25 maggio 2004

Con la disponibilità di Massimo Pacetti e dell’intera presidenza a rimettere il mandato, formulata con dignità e senso di responsabilità (e sono grato a Massimo di averlo fatto nei termini che abbiamo ascoltato questa mattina), si conclude, di fatto, un ulteriore ciclo della vita della nostra Confederazione. Al di là delle questioni di carattere formale, si apre ufficialmente, all’interno della nostra Organizzazione, una riflessione  critica su quest’ultimo ciclo, durato quattro anni, segnato da più cose: dalla delusione  per i propositi formulati quattro anni fa e che, per gran parte, sono rimasti sulla carta; dall’amarezza per le tante occasioni sprecate. Resta, è vero, il conforto di operare in un contesto generalmente mediocre e, dunque, “mal comune mezzo gaudio”.

Sarebbe per me troppo facile rivendicare la coerenza di un atteggiamento critico, pagata ad un prezzo che ora si rivela - anche a voi tutti, credo - iniquo e privo di senso. Ma sarebbe ben misera soddisfazione, dal momento che in gioco è il destino della Confederazione e tutti, quindi, siamo tenuti ad agire con senso di responsabilità come ha fatto il presidente questa mattina. Non potrei, però, perdonarmi se oggi dovessi omettere di segnalare il pericolo di metterci di nuovo nello stesso sentiero sbagliato che ci ha portato nel vicolo cieco in cui ora ci troviamo. Dobbiamo  diagnosticare per bene il malanno che affligge la nostra Confederazione e impedisce quel processo di ammodernamento a cui molti, sinceramente, si sono dedicati in questi ultimi anni ma non hanno potuto realizzare. Il malanno che ci affligge è l'assenza di una pratica pluralistica, l’incapacità di raccogliere ed amalgamare in progetto le diversità ideali e culturali presenti tra noi e l’insensibilità a favorire l’apporto di tutta la ricchezza che esiste nelle nostre strutture.

Noi abbiamo commesso un errore: abbiamo scambiato l’esigenza di un pluralismo di visioni nazionali ed europee  con la messa in campo di un pluralismo medioevale delle cento città e delle mille campagne. Abbiamo lasciato passare l’idea di un territorio contrapposto ad altri territori. Quando invece il problema è come i diversi territori si integrano con i meccanismi di scambio e di mercato attuali. E abbiamo interpretato il federalismo come accentuazione dell’autonomia intesa come separatezza dei livelli territoriali e non già, invece, come esercizio della cultura della cooperazione e dell’integrazione, della costruzione dei vasi comunicanti e delle reti, come attitudine a  risolvere i problemi e conseguire risultati. E’ per questo motivo che non abbiamo un progetto,  un punto di vista per leggere i processi, analizzarli, dire la nostra.

Guardate quello che è accaduto negli ultimi giorni, nel nostro Paese, sull’applicazione della riforma della PAC. Governo, Regioni e Organizzazioni Agricole concordano sul  disaccoppiamento totale, mentre invece l’anno scorso l’Italia ha impostato il negoziato per la riforma con l’idea di contrastare la proposta della Commissione sul disaccoppiamento totale. Tutto questo avviene senza un minimo di senso critico, senza dire se abbiamo sbagliato l’anno scorso o stiamo sbagliando quest’anno. Io sono d’accordo con la scelta che sta facendo il Governo in quanto ero d’accordo anche l’anno scorso sul disaccoppiamento totale. Ma dobbiamo essere consapevoli della scelta che stiamo compiendo, perché essa cambia il quadro, impone diverse strategie che deve avere il nostro Paese per bilanciare questo tipo di scelta perché sarà enorme  la ricaduta in termini di costi sociali nelle nostre campagne. E quindi dobbiamo prepararci con politiche adeguate per reggere a questa scelta di campo che noi finalmente stiamo compiendo.

Ho partecipato attentamente all’ultimo seminario sul decreto legislativo derivante dalla legge di orientamento che introduce significative novità nelle nostre campagne. Ma noi non siamo una rivista specializzata che va ad analizzare e ad interpretare una norma rispetto ad un’altra. A noi spetta il compito di inquadrare e cogliere queste novità in una strategia politica. Dobbiamo dire in che modo vogliamo utilizzare questi nuovi strumenti per far sì che tutti gli agricoltori e le diverse aree territoriali se ne possano avvantaggiare.  E questo è possibile collocando le questioni tecniche all’interno di un disegno, di una strategia politica, cosa che, purtroppo, non abbiamo fatto. Non mi sarei voluto trovare nei panni dei relatori, che hanno dimostrato capacità professionali non comuni. Essi non hanno colpa alcuna; è colpa del nostro modo di essere negli ultimi anni: ci siamo rinsecchiti sul piano dell’elaborazione senza dotarci di una capacità strategica.

Concordo con chi pone l’esigenza di spersonalizzare il confronto sulla crisi del gruppo dirigente. Le singole persone, a mio avviso, possono solo acuire o attenuare pregi e difetti che sono sempre collettivi e che vede tutti noi corresponsabili. Nessuno si può tirare fuori dalle responsabilità. Dobbiamo, dunque, saper valutare con obiettività gli errori compiuti, che a mio avviso sono tre: 1) assenza di una elaborazione programmatica autonoma e condivisa, scarsa capacità di costruire relazioni con l’esterno, mancanza di coraggio nell’anticipare, in termini di rappresentanza e di modello organizzativo, l’evoluzione dell’agricoltura e delle aree rurali.

Se è così, abbiamo bisogno di un nuovo gruppo dirigente, che non nasca da un opaco accordo di potere ma da un confronto reale su programmi che tendono a rispondere ( oppure a non rispondere, se si ritiene sbagliata l’analisi) all’esigenza di correggere gli errori di cui parlavo prima. E’ evidente che l’Organizzazione potrà superare la crisi soltanto con un impegno unitario, di tutti. Ma l’unità deve nascere da regole che riconoscano le diversità progettuali e da compromessi alti tra diversi e non da accordicchi che durano lo spazio di un mattino.

E’ per questo che non possiamo aspettare un altro mese per aprire questo confronto, ma dobbiamo aprirlo da subito. A seguito delle dichiarazioni fatte da Massimo questa mattina, bisogna aprire la procedura per il rinnovo dei massimi organi confederali. Ormai, con l’o.d.g. approvato dalla Giunta, abbiamo un gruppo dirigente delegittimato o pensate che quel testo resterà un segreto tra di noi? No, già lo conoscono all’esterno, lo conoscono le altre Organizzazioni. E come potrebbe Pacetti  presentarsi agli incontri quando tutti sanno che pende un giudizio politico su di lui da parte dell’Organizzazione? Dobbiamo rapidamente superare questo passaggio, dare immediatamente a questa Organizzazione un gruppo dirigente all’altezza delle proprie funzioni e del progetto di cui questa Confederazione vuole dotarsi.

A voi, amici e compagni, vorrei dire di vivere con serenità questa fase in cui possono organizzarsi e confrontarsi anche più candidature e più punti di vista. Organizzarsi significa riunirsi, discutere, anche al di fuori degli organi. Facciamolo senza criminalizzazioni reciproche e senza terrorismi psicologici. Non ci sono più le vecchie componenti, dove noi potevamo andare (nelle sedi di partito) e dire la nostra liberamente. Come si fa ad organizzare la democrazia interna se non dando  a tutti l’occasione di poter organizzare un punto di vista e metterlo a confronto con il punto di vista degli altri? Avremmo già dovuto farlo quattro anni fa e forse si sarebbero evitati monolitismi, appiattimenti e arretramenti.

Quattro anni fa non parlai in Direzione per dire quello che pensavo e sbagliai. Oggi ho sentito forte il dovere di non trattenere l’impeto e di manifestare la mia opinione e la disponibilità ad assumermi, con gli altri, la mia parte di responsabilità. Grazie di avermi ascoltato.