Etica e responsabilità
sociale dell’agroalimentare
Condivido il proposito di intensificare, a seguito del crac della Parmalat, l’impegno per salvaguardare gli interessi dei produttori e garantire la continuità del loro rapporto con le aziende del gruppo ancora vitali sul mercato. Ma è nostro dovere anche guardare più a fondo nella crisi che si è aperta e che fa emergere una patologia ben più ampia nel settore alimentare e nei rapporti di filiera.
Il crac non può essere attribuito solo ad operazioni speculative su strumenti finanziari e ad appropriazioni indebite. E’ da quando si decise di sbarazzarci dei “panettoni di Stato”che è mancata una politica pubblica di settore, che accompagnasse le privatizzazioni. Bisognava potenziare la ricerca e il trasferimento tecnologico, dare sostegni concreti all’internazionalizzazione delle imprese, fare politiche di distretto, potenziare le politiche formative e di infrastrutturazione materiale e immateriale.
Si è, invece, permesso che l’industria alimentare si sradicasse dal territorio e, dunque, dalle imprese agricole. Senza che operassero, infatti, politiche della qualità legata al territorio, la finanziarizzazione dell’industria alimentare nazionale non è avvenuta per potenziare il made in Italy ma semmai per favorire una eventuale sua delocalizzazione.
Ci siamo baloccati per vent’anni in discussioni infinite sulle organizzazioni economiche e le interprofessioni senza farle. Ci siamo appassionati al tema delle dimensioni minime, ma non ci siamo dotati di strumenti imprenditoriali efficaci e non abbiamo ottenuto la predisposizione di politiche di filiere.
Pur avendo alle spalle una elaborazione feconda sul “patto alla pari” tra agricoltura, industria e servizi, consideriamo l’industria alimentare italiana come qualcosa che non ci riguarda direttamente. Eppure essa trasforma l’80 per cento della produzione agricola nazionale. Un suo declino sarebbe esiziale per noi. Ora essa corre un duplice rischio. Si potrebbe produrre, in primo luogo, una emotiva rimozione delle virtù della piccola e media impresa e la riproposizione del mito della grande impresa industriale. In secondo luogo, si potrebbe determinare una criminalizzazione degli strumenti finanziari innovativi, che invece sono essenziali alla piccola e media impresa per restare legata al territorio e, nello stesso tempo, vincere la sfida della globalizzazione.
Questo duplice rischio si può evitare se si realizzano le riforme necessarie per dare credibilità e affidabilità all’impresa diffusa nel territorio, organizzare relazioni di filiera improntate a scelte di qualità e di trasparenza, fondare l’edificazione dei distretti agroalimentari su sistemi di tracciabilità.
Fondamentale diventa in tale quadro dare un senso etico agli affari. Va rivalutata la funzione dell’impresa cooperativa – a torto considerata un relitto del passato – nella sua dimensione di modello ad alta responsabilità sociale e di garanzia di un rapporto stabile tra strutture di trasformazione e base conferente. Occorre, inoltre, stringere alleanze strategiche tra le organizzazioni dell’impresa diffusa dell’agricoltura, del commercio e dell’artigianato per bilanciare l’esorbitante capacità di rappresentanza ed incidenza della Confindustria.
Si tratta di introdurre regole e riforme che inducano un nuovo rapporto tra sviluppo economico, equità e benessere sociale.
L’agricoltura ha tutte le carte in regola per fare la sua parte. Le aree rurali, infatti, sono fornite di beni relazionali – come l’attitudine alla reciprocità, al mutuo aiuto tra famiglie – che ne fanno un luogo idoneo per soddisfare una domanda di servizi sociali personalizzati, che vanno dalla cura degli anziani non autosufficienti ai servizi di integrazione e accoglienza ai disabili fisici e mentali, nonché di recupero degli ex tossicodipendenti e dei detenuti.
Le aziende agricole possono erogare servizi alle persone e alle famiglie, integrando la cura delle risorse ambientali, l’uso di attrezzature aziendali e la valorizzazione di tradizioni e mestieri rurali.
Se consideriamo che in agricoltura vi è quasi un milione di poveri, che il 10 per cento delle famiglie agricole si trovano al di sotto della soglia di povertà e che non si tratta solo di anziani, sviluppare la fornitura di servizi sociali e lo svolgimento di funzioni di interesse collettivo (come quelle postali e anagrafiche nei piccoli centri isolati) da parte delle aziende agricole può farci cogliere due obiettivi contemporaneamente: quello di accrescere le attività a vantaggio di agricoltori, la cui sola funzione produttiva tradizionale si rivela scarsamente redditizia; quella di assicurare servizi minimi vitali ad agricoltori che versano in particolari condizioni di svantaggio e predisporsi per ampliarne l’erogazione anche a favore di fasce d’utenza urbana particolarmente disagiate.
Vi è poi tutta l’area della disabilità. In Europa l’occupazione in agricoltura di soggetti disabili è di circa il 40 per cento superiore a quella dei soggetti non disabili. In Italia la percentuale di disabili impiegati nell’agricoltura è il triplo rispetto all’analoga percentuale relativa ai non disabili. E’ verosimile (ma non ci sono dati al riguardo) che la gran parte dei soggetti svantaggiati faccia parte del nucleo familiare delle stesse imprese agricole. Ma il servizio sociale che tali aziende stanno fornendo non hanno alcun riconoscimento da parte della collettività.
Sarebbe utile una indagine tra i nostri associati per analizzare tale presenza, in modo tale da predisporre una metodologia volta a quantificare il valore economico di tale servizio sociale e individuare i “bisogni” di tali imprese, al fine di metterle nelle condizioni di assolvere al meglio questa funzione sociale.
In definitiva, si tratta di predisporre progetti che integrano processi di sviluppo e percorsi di inclusione sociale. Sono azioni essenziali per mantenere integri quei caratteri di autenticità e distintività delle aree rurali. In mancanza di tali caratteri, l’affidamento delle potenzialialità di sviluppo solo alla tipicità dei prodotti e all’agriturismo (che sono beni posizionali e non relazionali) potrebbe produrre una dispersione di capitale sociale, una banalizzazione della specificità rurale di questi territori e, dunque, una perdita della loro capacità d’attrazione.
E’ per questo motivo che gli interventi di inclusione sociale in agricoltura, concepiti nelle dinamiche delle politiche di sviluppo, assumono il carattere di interventi propulsivi, che promuovono la crescita economica e favoriscono la competitività territoriale.