Un'idea di Europa che contenga un progetto sul futuro di Roma

La lista unitaria per le elezioni europee, sollecitata da Romano Prodi, dovremmo viverla in questa nostra città come una preziosa occasione per darci un progetto sull’avvenire dell’Europa che contenga sì un’idea comune sul futuro dell’Italia, ma comprenda anche un’idea condivisa sulle prospettive di Roma e del Lazio.

Solo un’Europa più unita e che fa una politica forte può dare un profilo di governo all’azione delle forze progressiste. Un’Europa che non conta nel mondo rende inutile e inerte qualsiasi iniziativa politica, ovunque la svolgessimo nel nostro paese.

E’ per questo che dovremmo considerare la lista unitaria come il primo atto del processo costituente di una nuova formazione politica che solleciti più ampie ed efficaci aggregazioni politiche europee, in grado di incidere nel governo democratico della globalizzazione.

Nell’elaborare il programma comune dobbiamo operare per unire soggetti nuovi, movimenti, cittadini che sono lontani dai partiti, sulla base di scelte di governo anche se siamo all’opposizione.

Ci vuole però uno scatto di entusiasmo non comune perché dobbiamo compiere un’opera straordinaria. Dobbiamo portare a compimento ciò che non siamo riusciti a realizzare in questi dieci anni: chiudere l’infinita transizione politico-istituzionale.

Vedo dietro l’angolo solo un pericolo che potrebbe farci fallire l’obiettivo: quello di arrivare tardi.

Mettiamoci, dunque, subito all’opera senza perdere nemmeno un minuto. Dobbiamo lavorare per costruire un centrosinistra il più ampio possibile, "a maglie larghe" come ha detto Nicola Zingaretti. E, nel contempo, per realizzare un perno, un asse, un pilastro, che per consenso elettorale, profilo programmatico, leadership, sia naturalmente il fondamento del centrosinistra.

Dobbiamo da subito lanciarci nel lavoro di formazione dei comitati promotori della lista unitaria, nella città e nei municipi, considerando questi comitati come i soggetti costituenti del nuovo partito.

In una città come Roma i protagonisti del nuovo partito da costruire non dobbiamo certo andarli a cercare con la lanterna come Diogene. Essi, infatti, sono vivi e vegeti qui stasera in questa sala, sono presenti nei singoli partiti della coalizione che governa la Città e la Provincia; e ci sono anche in quella vasta area di consenso che va alla coalizione di centrosinistra in quanto tale, va a Veltroni ed a Gasbarra e non ai partiti.

In tale estesa area di consenso elettorale agiscono forme di mediazione che gli attuali partiti sono incapaci di gestire perché non posseggono, ciascuno per proprio conto, la cultura politica idonea per farlo.

Queste forme di mediazione suscitano consenso, ma non sono in grado di produrre né organizzazione, né partecipazione, né politica, perché solo un partito può realizzare compiutamente queste finalità.

Eppure è qui che si addensano le potenzialità di innovazione programmatica e di formazione di una nuova classe dirigente.

Se non facciamo questa operazione, quell’idea di Roma – spesso evocata in modo quasi assillante da Nicola Zingaretti – come centro del dialogo tra il Nord e il Sud del mondo, è destinata a rimanere sulla carta e non produrrà realizzazioni concrete.

Sappiamo bene che quell’idea non si avvera limitandoci ad organizzare grandi eventi, ma costruendo, invece, una forte ed efficace cooperazione economica nei confronti di paesi che sono prevalentemente agricoli e rurali.

Questo significa mettere in moto sistemi produttivi, centri della ricerca, capacità imprenditoriali per realizzare una nuova idea di ruralità post-industriale.

C’è un nesso che qui a Roma dobbiamo saper cogliere. Assicurare la qualità degli alimenti, tutelare l’ambiente, sviluppare i territori rurali sono eccellenti opportunità per migliorare la qualità della vita delle nostre città. Ma sono, nel contempo, anche questioni strategiche su cui realizzare a livello mondiale una iniziativa politica forte ed una cooperazione efficace per la pace e il benessere dei popoli.

Solo se le nuove soggettività, le forze sociali più intraprendenti, le energie intellettuali, i saperi e le professionalità, che negli ultimi anni ci hanno permesso di vincere le elezioni amministrative, si mettono in moto e diventano parti costitutive del nuovo partito riformista, si potrà edificare quel laboratorio di innovazione politica, intorno a quell’idea di Roma e del Lazio da concepire come una missione da svolgere nella società globale.

Nel nuovo soggetto riformista si dovranno federare non già i partiti così come sono, ma nuovi raggruppamenti da far scaturire da processi di rimescolamento delle culture politiche e da differenze che attengono non già agli ideologismi, bensì alle pratiche politiche, ai modelli culturali prodotti nell’affrontare i problemi concreti. Pratiche e modelli che già ora sono trasversali e non sono collocati entro i confini degli attuali partiti. In un organismo siffatto, il confronto tra le diverse anime che oggi convivono nei Ds si farà ancor più pregnante perché tutti saremo più forti.

Il nuovo partito dovrà essere un soggetto federato, chiarendo però che l’aggettivo "federato" non sostituisce la parola "nuovo" per tranquillizzarci o rassicurarci, ma si aggiunge a "nuovo", specifica la novità, il carattere innovativo della nuova formazione politica.

Se realizzeremo questo progetto potremo dire di aver onorato degnamente la nobiltà e la grandezza di una tradizione e di una identità prima di averle irrimediabilmente disperse.