Cari amici,
nel predisporre, in questi giorni, un intervento per la rivista “La Questione agraria” sul tema della rappresentanza agricola, ho espresso questo giudizio sull’uscita di scena di Giuseppe Avolio e Massimo Bellotti dalla leadership della Cia: essa segna la conclusione di un lungo ciclo caratterizzato da un particolare modello di rappresentanza dell’agricoltura. Tale modello si è intrecciato in modo costruttivo con le istituzioni e le politiche agricole lungo tutto l’arco dagli anni Cinquanta fino alle soglie degli anni Ottanta ed ha accompagnato l’evoluzione dell’agricoltura italiana.
Questi
nostri dirigenti hanno avuto il grande merito di aver colto per primi i profondi
mutamenti che stavano investendo il settore e la crisi di rappresentanza che ne
sarebbe derivata. E si sono dedicati, senza risparmiarsi, alla ricerca di nuove
vie per mettere le agricoltrici e gli agricoltori nelle condizioni di agire per
realizzare se stessi. E’ a motivo di ciò che la loro leadership è potuta
durare più a lungo rispetto a quella degli altri protagonisti della vicenda
agricola del nostro Paese.
Bisognerà
un giorno tornare su questi argomenti con gli strumenti dell’analisi storica
per cogliere tutto il valore delle loro intuizioni. Richiamo qui, soltanto a mò
di esempio, quella particolare concezione dell’impresa fondata sulla libertà
dell’agricoltore di conformare l’assetto imprenditoriale, non già in base a
canoni prestabiliti, ma ad obiettivi prescelti senza imposizioni esterne.
Quest’idea veniva affermata coraggiosamente quando ancora la Coldiretti voleva
ricondurre tutte le tipologie imprenditoriali a quella coltivatrice, la
Confagricoltura si identificava con gli interessi proprietari e la cultura
comunista era ancora imbevuta di una visione del capitalismo perennemente
minacciato dalle rendite.
Tuttavia,
le loro intuizioni non sono attecchite sufficientemente fino a diventare radici
di un nuovo modello di rappresentanza del settore. Tant’è, che nel periodo in
cui la Coldiretti è stata investita da una crisi profonda, noi non siamo
riusciti a determinare uno spostamento dei rapporti di forza a vantaggio della
nostra organizzazione.
Essi,
perciò, ci lasciano in eredità il compito di continuare la ricerca di nuove
strade, non già perché quelle che abbiamo battuto finora non siano state
quelle giuste, ma perché il cambiamento è talmente tumultuoso che occorre
orientare la rotta continuamente. E questa perlustrazione riguarda tutte le
organizzazioni professionali agricole, perché finora nessuna di esse ha
individuato un percorso efficace.
Questo
senso di incompiutezza o addirittura di impotenza non deve angustiarci o farci
sentire in colpa, perché non è il segno di un nostro fallimento, ma riflette
l’inadeguatezza dell’insieme delle istituzioni sociali.
Non
possiamo non riflettere, proprio noi che abbiamo posto sempre – e, aggiungo,
giustamente – la questione del reddito come elemento centrale per valutare gli
obiettivi concreti della nostra azione, su di una novità di questi ultimi anni.
Mi riferisco alla preferenza che mostrano sempre più le donne e gli uomini del
nostro tempo a misurare la qualità della propria vita in base alle libertà che
si conquistano più che alla ricchezza che si acquisisce. Il loro bisogno di
realizzarsi in modo pieno fa sì che essi non si riconoscono soltanto nel ruolo
di produttori o consumatori e non misurano il loro benessere soltanto con il
parametro del reddito.
Se
così stanno le cose, le organizzazioni sociali dovrebbero essere lo strumento
per allargare la capacitazione umana, conseguire una nuova leva di diritti
fondamentali, promuovere una modernizzazione responsabile e favorire una
crescita inclusiva. In sostanza, esse dovrebbero dare rappresentanza a tutte
quelle esigenze fortemente differenziate ed a quelle attività più svariate,
che sono rivolte ad affermare la personalità umana. E dovrebbero saper cogliere
la dimensione individuale, rispondendo alle aspettative crescenti per tipologie
di relazioni, di delega e di servizi sempre più personalizzati.
In
conclusione, per le organizzazioni sociali si pone la necessità di passare
dalla definizione di linee generali all’elaborazione di veri e propri
progetti. Si tratta di decidere di assumere una rappresentanza più pregnante
della società per poter fare da freno all’arroganza dei governi ed allo
strapotere del mercato. Ciò significherebbe fare scelte concrete e confrontare
esigenze diverse, che riguardano non solo figure sociali, territori, settori
produttivi, ma anche aspirazioni e bisogni individuali, valori e concezioni
delle attività che si svolgono. Non bisognerebbe spaventarsi dei possibili
conflitti. Solo scavando molto e discutendo, la maggior parte dei problemi potrà
avere una risposta e tutte le esigenze che si manifestano si riusciranno in
qualche modo a comporre.
E’
fuor di dubbio che entrare nel merito di un nuovo modello di fiscalità che dia
alle imprese agricole le stesse opportunità offerte agli altri comparti, o di
una ridefinizione giuridica delle figure imprenditoriali per esaltare la
multifunzionalità del settore, oppure, ancora, di una impostazione in grado di
far convivere le strategie della qualità con l’elemento cardine della
territorialità, non è una cosa semplice, perché si toccano interessi,
sensibilità, preferenze.
Parimenti
non facile è inquadrare un’articolazione puntuale delle proposte per una
nuova politica agricola comune nella scelta ideale di una costruzione europea,
che affronti l’allargamento verso Est contestualmente ad una ripresa di
attenzione verso il Mediterraneo. Ciò comporterebbe, infatti, dover armonizzare
esigenze molteplici, e forse conflittuali, in un quadro evolutivo coerente delle
politiche agricole del futuro.
Né
va sottaciuta la difficoltà di ricollocare l’impegno per lo sviluppo delle
organizzazioni economiche e la crescita del tessuto imprenditoriale agricolo
nelle logiche di sviluppo locale e nella nuova dimensione
competitivo-cooperativa dei sistemi produttivi territoriali.
Ma
tale riconsiderazione del nostro impegno è resa ineludibile dalle metodologie
dei nuovi fondi strutturali europei e dall’attuale intervento per lo sviluppo
del Mezzogiorno. E ciò ingenera l’obbligo di riconvertire – altro che
adattare – tutto il nostro sistema dei servizi per assolvere in modo adeguato
le più dilatate funzioni derivanti dalla sussidiarietà orizzontale ed i nuovi
compiti di progettazione dello sviluppo dei sistemi territoriali.
Tuttavia,
questo processo di riconversione non è indolore. Implica scelte che mettono in
discussione gli attuali rapporti tra centro e territorio e prefigurano
un’attenzione ai nuovi servizi almeno pari a quelli cosiddetti “di massa”
che la Confederazione svolge tradizionalmente. Richiede, altresì, interventi di
coesione, mediante investimenti di non poco conto, per cogliere, con coraggio,
opportunità di crescita e posizionarci, per tempo, laddove è possibile
rappresentare bisogni nuovi ed inediti.
Mi
chiedo se decisioni di tale rilevanza si possano prendere senza avviare un
confronto che porti all’elaborazione di un progetto entro cui collocare in
modo coerente le scelte da compiere. Ho forti dubbi che ciò possa avvenire.
Anzi, sono convinto che solo un dibattito di rilevanza congressuale può
sciogliere nodi e dilemmi e suscitare in noi l’entusiasmo e la passione per
porre mano a un’impresa ardua, ma affascinante.
Soleva dire Antoine de Saint-Exupéry: “Se vuoi costruire una nave, non radunare gli uomini per raccogliere il legno e distribuire i compiti, ma fai nascere in loro la nostalgia del mare ampio e infinito”.
Elaborare
e tenere aggiornato il progetto dovrebbe diventare la funzione precipua di una
moderna organizzazione professionale. Ma, dobbiamo decidere se fare o no questa
scelta! La metodologia da seguire, infatti, non è quella di un centro studi.
Bensì è quella della più ampia partecipazione democratica degli iscritti, è
quella del rapporto più fluido possibile con il mondo della ricerca scientifica
e tecnologica, è quella della valorizzazione del territorio come base della
identificazione delle esigenze e, perciò, della riorganizzazione, in senso
federalista, della rappresentanza. Nello stesso tempo, attraverso la
comunicazione, dobbiamo mettere in sintonia i bisogni della società e gli
impegni che il settore assume per soddisfarli, al fine di fare emergere i
contenuti di un patto, da porre come elemento di forza nel confronto con le
istituzioni.
Solo
con un progetto che abbia queste caratteristiche si può essere autonomi e, nel
contempo, influenti. Senza il progetto si rischia di passare da un’autonomia
vissuta come separatezza ad una autonomia intesa solo come libertà di essere
ossequiosi referenti politico-organizzativi di questo o quel partito per
ricavarne qualche utilità di segno particolare. Ma in ambedue i casi si
tratterebbe di un’autonomia sterile perché priva di quei contenuti
programmatici in grado di alimentare un dialogo proficuo con l’esterno. E’
emblematico il fatto che pure essendo diventati più fluidi i nostri rapporti
coi partiti, manca un dibattito pubblico sulla politica agraria, la nostra
proposta di indire una Conferenza dell’agricoltura non viene presa in
considerazione ed il Tavolo agricolo non decolla.
La
stessa novità di un Verde al ministero dell’agricoltura, invece di costituire
un punto di forza, si sta rivelando un elemento di debolezza. E’ la continua
riprova che le nostre culture tradizionali non sono in grado di dialogare con la
cultura ambientalista. Eppure l’agricoltura, per le forti implicazioni che ha
con le questioni complesse che riguardano le biotecnologie, la sicurezza
alimentare, la gestione del territorio, le risorse energetiche, si presterebbe
ad essere oggetto di un confronto di grande interesse. Si potrebbero, così,
individuare soluzioni di governo condivise e coinvolgere l’opinione pubblica
su basi di chiarezza e trasparenza, combattendo per questa via fondamentalismi e
impostazioni demagogiche.
Se
nei prossimi mesi apriremo un dibattito congressuale, per affrontare la scelta
di imperniare una nuova rappresentanza sul progetto e sulla ridefinizione del
patto con la società, le stesse iniziative di approfondimento organizzativo,
proposte dalla Direzione, troveranno la loro giusta cornice di riferimento.
Pongo questa esigenza perché ritengo che sia il modo più efficace per
rinsaldare l’unità del gruppo dirigente intorno all’amico Massimo Pacetti e
garantire alla Cia un governo fortemente collegiale.
Caro
Massimo, tu sai che l’iniziativa di Avolio di designarti suo successore non
l’ho presa bene. Resto fermo nella mia convinzione che una modalità diversa
di individuazione della candidatura sarebbe stata più utile per
l’organizzazione. E di questa opportunità noi due più volte avevamo parlato.
Ma i punti di vista personali vanno accantonati quando è in gioco l’interesse
della Confederazione. Ed ho messo il mio io sotto i piedi per poter essere, ora,
libero di scegliere di starti accanto, con lealtà, per rinnovare nel profondo
la Confederazione italiana agricoltori.
Sarà
dura! Da domani, infatti, le rispettive biografie nel gruppo dirigente saranno
tutte comparabili. E bisognerà abituarsi al confronto tra di noi alla pari, a
saper usare tutti gli strumenti della democrazia rappresentativa, ad abbandonare
la pratica della cooptazione, a ritenere il riequilibrio di genere a tutti i
livelli come un valore ed una grande opportunità di crescita per tutti. Dovremo
non considerare più la struttura centrale come una cittadella sovraordinata
alle istanze territoriali. E’ necessario, invece, che tutte le strutture siano
percepite come ambienti di un’unica casa, trasparente ed inclusiva. Inoltre,
va combattuta quella particolare concezione che fa coincidere il potere con la
verità, come il più grave atto d’orgoglio che i gruppi dirigenti possano
compiere.
Per fare bene, dovremo nutrirci quotidianamente dell’etica della responsabilità - che si esercita assumendo impegni e rispondendone - e del senso dell’onore, che si possiede solo se si è onesti con se stessi e con gli altri.