E' il tempo delle scelte

Secondo la Regola di San Benedetto, che innova le Regole dei monaci basiliani, quando il priore termina il mandato e torna ad essere semplice frate, partecipa alle riunioni del Consiglio, ma ha l'obbligo di tacere nei primi sei mesi.
Io ho taciuto per un anno intero. E penso che sia giunto il tempo di riprendere la parola. Affronterò due temi toccati da Pacetti nell'introduzione: Pac e Ogm.
Sul primo punto, sono convinto che l'Unione europea si trovi ad un bivio. O diventa protagonista del governo democratico della globalizzazione con una politica forte o si assume la gravissima responsabilità di sancire, confermando la propria debolezza, la fine del multilateralismo.
La crisi dell'Onu è sotto gli occhi di tutti. Il Protocollo di Kioto è rimasto sulla carta e sono ferme le politiche europee ambientali ed energetiche. Il vertice di Cancun è fallito e l'Ue non è riuscita a consolidare la recente riforma della Pac in un accordo multilaterale.
Ora tutto è possibile. Gli Usa si sono lanciati negli accordi bilaterali e potrebbero avere scarso interesse ad una ripresa immediata del negoziato in sede Wto. La data di chiusura del negoziato, prevista per la fine del 2004, potrebbe slittare a dopo le elezioni in Usa, India e Francia. All'inizio dell'anno prossimo scade la "clausola di pace" e si potrebbero aprire conflitti commerciali su diversi punti. Il G22 – la grande novità di Cancun – forse perderà qualche pezzo, che si lascerà lusingare dagli americani pronti a proporre  accordi bilaterali apparentemente vantaggiosi, ma il fulcro dell'alleanza – costituita dai grandi paesi che hanno smesso di pensare solo ai problemi interni – resterà e influenzerà profondamente le modalità di approccio al negoziato.
Siamo in un quadro di grave incertezza, che solo una politica più forte dell'Ue può fronteggiare. Ci vuole, però, un'Europa più unita e coesa con una Costituzione che preveda il voto a maggioranza e politiche comuni più efficaci.
Se l'Europa sceglie la via giusta, la Pac non potrà restare così com'è fino al 2013. La riforma di medio termine è stata un'occasione mancata, perché con essa si poteva fare di più nella direzione indicata dalla Commissione. Ma la linea di marcia è stata comunque indicata e bisognerà fare ulteriori passi avanti.
Stiamo leggendo in questi giorni i regolamenti attuativi della riforma. Ci sono troppe possibilità di deroga al disaccoppiamento e scarse risorse per la consulenza aziendale a fronte di una condizionalità abbastanza complessa. Inoltre, è rimasta esile la politica dello sviluppo rurale. Ben venga il seminario della Cia a dicembre sulla nuova Pac. Già siamo in ritardo.
Se studiamo i regolamenti con attenzione ci accorgiamo che ci troviamo con una Pac rimasta sostanzialmente in mezzo al guado. Il disaccoppiamento fa emergere l'impresa, la orienta al mercato, apre un'opportunità per rafforzare le filiere e le diverse strategie del "made in Italy". Ma la politica di sviluppo rurale è ancora lontana da una chiara definizione teorica di politica integrata e resta di fatto una politica separata dalle altre politiche regionali e territoriali.
Eppure la prospettiva è il rafforzamento del secondo pilastro, perché rende più semplice l'allargamento ad est, favorisce la creazione dell'area di libero scambio nella regione mediterranea, facilita la ripresa del negoziato in sede Wto. Questo ci dirà sicuramente la Conferenza di Salisburgo che si aprirà domani. E le stesse forze politiche in vista delle elezioni europee insisteranno sui temi della sicurezza alimentare e quella ambientale in una forte politica territoriale.
Se è così, si impone per noi una scelta che non possiamo più continuare ad eludere.
Negli anni '80 impugnammo per tempo la bandiera della qualità e, andando per un bel po' controcorrente, ne facemmo la cartina di tornasole di tutta la nostra impostazione  programmatica ed iniziativa sindacale. Negli anni '90 imbracciammo la bandiera del territorio, della sua riorganizzazione, dei sistemi territoriali da lanciare nella competizione  globale. E vedemmo giusto dove andava il mondo.
Ora è il tempo della nuova ruralità, della ruralità post-industriale, da declinare per i paesi ricchi e per quelli poveri, per le metropoli e per le aree interne, per la montagna e per la pianura. E' l'approccio all'agricoltura dal versante del cittadino, dei suoi bisogni. E' la centralità della terziarizzazione che sollecita l'agricoltura ad esercitare nuove funzioni.
Assumiamo la nuova ruralità nella nostra visione? Ne facciamo la nostra bandiera, il nostro tratto distintivo?
Se faremo questa scelta, dovremo urgentemente collegarci con il mondo della ricerca scientifica, con tutti i centri dove si riflette su queste politiche con un approccio interdisciplinare, perché tutte le politiche ne saranno influenzate, da quelle sociali a quelle ambientali. Ed oggi manca una teoria unificante, anche perchè nessuno la sollecita.
Se opereremo questa scelta, avremo anche una bussola per orientarci meglio nel processo attuativo della nuova Pac.
Dobbiamo fronteggiare, infatti, due spinte che tendono a convergere. I nostalgici della vecchia Pac che chiederanno di ritardare fino al 2007 l'avvio della riforma. E le burocrazie centrali, le cui pigrizie sono note. Già un mese fa, all'incontro degli organismi pagatori europei svoltosi a Reggio Calabria, gli altri paesi ragionavano sulla nuova Pac. Mentre qui da noi c'è solo una lettera di Agea al Mipaf che sollecita la predisposizione delle norme applicative, ma mette le mani avanti e avverte che ci vogliono dai 12 ai 15 mesi per far partire il nuovo sistema. La verità è che siamo in forte ritardo, perchè se vogliamo partire il 1° gennaio 2005 dobbiamo comunicarlo a Bruxelles entro il 1° agosto 2004. E, dunque, non abbiamo un minuto da perdere nel richiedere che si formino i tavoli tecnici di confronto.
Scegliendo di partire subito, l'Italia si porrebbe nel plotone di testa dei paesi che avranno maggiore titolo nell'influenzare la futura evoluzione della Pac, che andrà verso lo sviluppo rurale. L'agricoltura italiana è alle prese con una sfida per certi versi analoga a quella che si propose al paese con l'euro.
Se noi assumeremo lo sviluppo rurale come la nostra stella polare, dovremo batterci per fare presto, impedire che le imprese non colgano le opportunità della riforma e attrezzare da subito il sistema amministrativo in vista del nuovo scenario.
Se faremo questa scelta con convinzione, dovremo dire: "Non complichiamoci la vita con le deroghe al disaccoppiamento, rinunciamo a venire incontro a qualche esigenza localistica e semplifichiamo quanto più è possibile il sistema di gestione!" Non dimentichiamo che il disaccoppiamento è anche una scelta di liberazione dalle catene della burocrazia. E dovremo chiedere allo Stato e alle Regioni di investire risorse proprie sullo sviluppo rurale e rendere stabile e accessibile a tutti – imprese grandi e piccole – il servizio di consulenza aziendale.
Così predisporremo il sistema per gestire la politica del futuro. Nell'immediato la consulenza servirà soprattutto per fronteggiare la condizionalità degli aiuti, domani servirà piuttosto per predisporre progetti integrati di sviluppo territoriale.
Se il futuro è lo sviluppo rurale e noi lo assumiamo come nostro obiettivo è più facile compiere anche le scelte di carattere amministrativo-istituzionale. Lo sviluppo rurale già oggi è regionalizzato. I pagamenti diretti, invece, con la Pac ancora in vigore sono di competenza dello Stato che può delegarli alle Regioni. Con la nuova Pac, lo Stato dovrà scegliere tra sistema centralizzato, come è oggi, o quello regionalizzato. Se sceglierà il sistema regionalizzato, non dovrà delegare più niente,  perché diventa tutto come lo sviluppo rurale. La scelta della regionalizzazione a me pare ovvia, ma dobbiamo essere consapevoli che essa scombinerà tutto il sistema dei rapporti Agea Coordinamento,  Organismi pagatori e Caa, che andrà ridefinito. E noi dobbiamo avanzare proposte in merito che siano efficaci.
Si tratta di affrontare due snodi decisivi: 1) il decentramento come costruzione di un sistema efficiente di Organismi pagatori e di Caa in grado di contenere sottosistemi regionali a più velocità in un disegno nazionale coordinato e condiviso; 2) la logica distrettuale come metodologia di intervento affinché l'orientamento al mercato (con il premio disaccoppiato) si tramuti in opportunità per costruire sistemi di qualità e la multifunzionalità delle imprese agricole in lievito dello sviluppo rurale.
Sugli Ogm dovremmo confermare con chiarezza una posizione aperta, non pregiudizialmente sospettosa nei confronti dell'ingegneria genetica applicata agli alimenti. E riproporre l'obiettivo di promuovere la ricerca pubblica per orientarla verso biotecnologie compatibili con lo sviluppo sostenibile.
Oggi il problema nuovo con cui dobbiamo confrontarci è quello della coesistenza di campi coltivati di ogm con le colture convenzionali. Su questo punto dobbiamo prendere atto che non ci sono sufficienti certezze scientifiche per evitare i rischi ambientali soprattutto in un assetto poderale come quello europeo. Non a caso la Commissione europea non ha potuto adottare né una direttiva, né un regolamento, ma si è limitata ad emanare solo delle linee-guida, scaricando di fatto la responsabilità delle scelte sugli stati membri. E Alemanno non propone nulla di diverso, se non di continuare lo "scaricabarile" a danno delle Regioni. Noi dovremmo denunciare questi comportamenti irresponsabili e non imitarli nel nostro ambito. Non possiamo lavarci le mani dicendo al territorio: "Fate ché volete!"
Se vogliamo avere una posizione coerente e soprattutto comprensibile da chi legge i nostri documenti dobbiamo dire con chiarezza quello che pensiamo.
Si sta creando in Italia un fronte indiscriminato e pericoloso anti-ogm che mette insieme coloro che sono pregiudizialmente contrari all'applicazione di questa tecnologia in agricoltura (né ora né mai!) e coloro che esprimono avversione a regolare ora la coesistenza di colture ogm e quelle convenzionali, perché la comunità scientifica non sa dirci con sufficiente chiarezza i rischi che corre la biodiversità, ma sono in ogni caso interessati a capire cosa di buono ci riserva in futuro questa tecnologia.
Se permane questa alleanza spuria, la conseguenza sarà che al bando si mette tutto, compresa la ricerca, perché passa la tesi che gli ogm danneggiano il nostro sistema produttivo e, dunque, non potranno mai servire nel nostro paese.
Si tratta di una posizione inaccettabile perché pone un'ipoteca pesante sul futuro del paese. Si sta verificando ciò che avvenne con l'energia nucleare nel 1987. Anche allora il "no" indistinto portò ad una rimozione tout court della tecnologia. E se ora volessimo fare "nucleare sicuro", partiremmo fortemente svantaggiati perché nel frattempo abbiamo disattivato qualsiasi impegno anche nel campo della ricerca e della conoscenza.
Dobbiamo allora dire con chiarezza, se vogliamo essere coerenti con quanto abbiamo detto finora, che chiediamo alla Commissione europea una ulteriore moratoria nella coltivazione di ogm in attesa di avere indicazioni più puntuali dalla comunità scientifica su come organizzare la coesistenza. E con altrettanta chiarezza dovremmo sollecitare un programma europeo di ricerca pubblica sull'applicazione delle biotecnologie in agricoltura, aprendo la strada alla sperimentazione in campo aperto, su aree ben delimitate dalle Regioni, perché solo in questo modo potremo avere risposte scientifiche agli interrogativi che si pongono.
Si tratta di assumere una posizione capace di interloquire coi settori della comunità scientifica che sono preoccupati per la disattenzione nei confronti della ricerca pubblica in questo campo e con quel mondo imprenditoriale, sociale e culturale che guarda all'innovazione non già in termini asfittici ed egoistici (mi serve qui ed ora? No! E allora tié!) ma in modo solidale, interconnesso e cooperativo, assumendo le esigenze delle diverse aree del mondo e delle generazioni future che potrebbero avere interesse anche qui a fare scelte differenti dalle nostre.
Ho concluso. Mi sono limitato a toccare solo due argomenti per dimostrare che, su qualsiasi tema che vogliamo affrontare, è necessario scegliere se vogliamo essere efficaci.
Da tempo non scegliamo più, non abbiamo posizioni nette sulle diverse questioni. E questo avviene perché non c'è dialogo, non c'è reciproco ascolto. La coesione di un gruppo dirigente non è il derivato di frequentazioni amicali. Queste servono per stare in una bocciofila o per giocare a tennis.
La coesione nasce invece dalla libera dialettica tra posizioni e culture diverse e da una sintesi condivisa tra distinti approcci ai problemi e alle sue soluzioni.
Non scegliere fa venire meno la nostra funzione. E' qui che avviene la caduta dell'autonomia e della rappresentanza, nonché della fiducia tra centro e territorio.
Il problema che dobbiamo porci è come darci fiducia reciprocamente. Lo possiamo fare se agiamo su due versanti. Elevando la qualità della nostra elaborazione con un confronto limpido interno e con un'apertura al mondo della ricerca; e poi creando un meccanismo efficace per adeguare continuamente il progetto organizzativo (che non è mai dato una volta per tutte ma va visto "in progress") alla proposta politica.
Oggi la nostra autonomia è messa in discussione dagli attuali assetti istituzionali, che hanno rafforzato gli esecutivi ma non hanno bilanciato la stabilità politica con meccanismi efficaci di concertazione con le forze sociali.
A questa tendenza possiamo sopperire  solo in due modi: rafforzando la nostra autonomia progettuale e ritematizzando l'unità del mondo agricolo e, in generale, delle piccole e medie imprese. Non si tratta di declinare il tema dell'unità secondo lo schema degli anni '70 e '80, quando si immaginavano processi unitari paralleli a quelli delle forze politiche. Né possiamo subire, senza reagire, la spinta dei governi a favorire una cieca furia competitiva tra le organizzazioni per indebolirle. Nell'era del bipolarismo l'unità si fa coltivando una forte progettualità, ricercando con chiarezza e lealtà punti di convergenza e agendo in modo orizzontale su tutto l'arco degli interessi per costruire alleanze solide ed efficaci. Solo così possiamo accrescere la nostra capacità di rappresentanza.
Penso che sia una sfida che richiede l'impegno di tutti senza esclusione di sorta. Per quanto mi riguarda, sono pronto a fare la mia parte.