"Il governo dell'Italia: l'idea di Paese, il soggetto politico, il leader"
Il "come"
realizzare il partito riformista non può prescindere da "quale visione"
esso debba dotarsi. E’ la costruzione europea? Questa appare la dimensione più
adeguata, perché ormai il principio di nazione è marginale nella decisione
sulle scelte di lungo periodo. E marginali sono gli interessi legati alla
mediazione statale e, dunque, anche i soggetti politici che ancora ambiscono
rappresentarli.
Ci vuole un partito che raccolga la nuova domanda di politica.
Solo la politica, infatti, può svolgere una funzione centrale nella costruzione
del multilateralismo e nel favorire una complementarietà virtuosa tra Europa e
Stati Uniti, a cui sia gli altri paesi industrializzati che quelli in via di
sviluppo possano riferirsi per la propria crescita democratica. Un partito che
guardi avanti e accompagni una società che oggi si muove in una dimensione globale. Se assumiamo questa visione tutto il
resto ne discende: il federalismo come modalità per rendere competitivi i
territori; la sussidiarietà orizzontale come intreccio virtuoso tra pubblico e
privato; il premierato come risposta al bisogno di governabilità ma anche come
stimolo per definire i necessari contrappesi, dallo statuto dell’opposizione
agli istituti della partecipazione democratica, dall’autonomia ed unità delle
organizzazioni sociali alla concertazione.
Gli attuali partiti del centrosinistra vivono la globalizzazione e
il processo di integrazione europea come adattamento ad una realtà subita, come
adempimento di impegni a cui non è possibile sottrarsi, e non invece come
grande opportunità per modernizzare il paese. Le resistenze si registrano per
lo più nei gruppi dirigenti, perché le innovazioni che nella società si sono
prodotte mettono in crisi le forme tradizionali dell’organizzazione del
consenso e premono sul sistema politico perché si rinnovi.
Se è così, bisognerebbe allora rispondere in modo più esaustivo
al "perché" i tentativi di innovazione compiuti all’insegna del
continuismo – costituzione dei Ds e della Margherita – sono falliti.
Sappiamo che un partito è riconosciuto dalla società se è
capace di offrire una rappresentazione reale degli interessi e dei conflitti che
la attraversano e indicare soluzioni ai problemi concreti di cui i cittadini
percepiscono l’efficacia. Tale attitudine era già scemata nel Pci e nella Dc
sin dagli anni ‘80. "Erano 20 anni che la società italiana aspettava
Berlusconi", scrive Salvati commentando "Post Italiani" di Berselli. Il
crollo del Muro di Berlino in questo caso non fa da spartiacque. Con tale evento
si acclara soltanto uno scenario che già preesisteva da tempo. La società,
infatti, non era più divisa da ideologismi. L’impresa diffusa aveva
soppiantato la centralità del lavoro dipendente. Ma i partiti, incuranti di
queste trasformazioni, hanno continuato a coltivare i legami con la società
nelle forme tradizionali: cioè ideologizzate e assistenziali. Ed hanno
insistito nell’organizzare il consenso mediandolo con il potere discrezionale
della pubblica amministrazione. Così si sono rarefatti i legami tra quei partiti e la società. Anzi l’ostinarsi dei
partiti nell’adottare tale forma di mediazione è stato addirittura percepito
come un peso insostenibile per la democrazia e lo sviluppo economico. E’ per
questo che dalle ceneri della Dc e del Pci non è mai nata una forza politica
capace di diventare perno di uno schieramento di centrosinistra.
Tuttavia, nel campo progressista sono sorte nuove forme di
mediazione politica e sociale, che lambiscono i partiti o li attraversano
trasversalmente. Ma in essi queste nuove forme non producono innovazione, perché
tale esito richiederebbe cultura politica specifica e capacità di relazioni a
tutto campo che nelle attuali formazioni politiche non ci sono.
Sono forme di mediazione molto esposte alle incursioni delle
lobby. Hanno a che fare con le politiche comunitarie e con le regole che si
definiscono nelle istanze internazionali. Riguardano l’innovazione tecnologica
oppure la sicurezza alimentare e quella ambientale, per fare alcuni esempi. Sono
forme di mediazione che si creano nelle relazioni tra il mondo delle imprese e
del terzo settore, quello della ricerca e i poteri tecnocratici e sfuggono del
tutto al controllo dei partiti. E quando questi ultimi riescono ad
intercettarle, le sfruttano soltanto per operazioni di facciata e non per
costruire solide relazioni ed in tal modo alimentare politica e consenso. Non a
caso organismi internazionali, come l’Onu e il Wto, soffrono per l’assenza
della politica.
Se vogliamo comprendere come sono fatte queste nuove forme di
mediazione, proviamo ad analizzare meglio come si compone il consenso che va ai
candidati di coalizione e non ai partiti. Non è soltanto una domanda di unità
e semplificazione. Se così fosse, basterebbe davvero una semplice sommatoria
delle forze politiche esistenti. Ad alimentare quell’elettorato vi sono anche
queste nuove forme di mediazione che i partiti sono incapaci di gestire. Ma tali
forme non producono né organizzazione del consenso né politica. Eppure è qui,
in questi luoghi, che si addensano le potenzialità di innovazione e di
formazione di una nuova classe dirigente.
Intorno ad Illy e alla sua idea del Friuli non più come regione
di confine ma come "centro" dell’Europa allargata ad Est, oppure intorno a
Veltroni e Gasbarra e alla loro idea di Roma come "centro" del dialogo tra
il nord e il sud del mondo, si è coagulato un consenso che è frutto anche
delle nuove pratiche di mediazione politica e sociale. Ma perché quelle
"visioni" possano produrre realizzazioni concrete, è necessario che le
nuove soggettività, che ora ci hanno permesso di vincere le elezioni, diventino
parti costitutive del partito riformista, per farne un vivaio di nuovi dirigenti
e un laboratorio di innovazione politica.
Solo con l’apertura di un vero processo costituente, che garantisca l’apporto
– con pari dignità – a raggruppamenti politico-sociali, a componenti partitiche,
a singoli cittadini, a tutti coloro che finora si sono imbattuti negli ideologismi,
nelle incomprensioni, nelle inerzie, nei burocratismi degli attuali involucri partitici,
si potrà dar vita ad un partito riformista veramente nuovo. In esso si dovranno federare non già
i partiti esistenti, che non rappresentano quasi nulla di ciò che avviene nella società,
ma nuovi raggruppamenti, da far scaturire da processi di rimescolamento delle culture
politiche e da differenziazioni che attengono alle prassi politiche e ai modelli culturali
prodotti nell’affrontare i problemi concreti e nel dare le risposte alla società.