La multifunzionalità in agricoltura

 

Il concetto di “multifunzionalità” si è affermato nel dibattito di politica economica e sta entrando nella legislazione comunitaria e nazionale da quando i Paesi sviluppati si sono visti costretti a ridurre progressivamente le misure protezionistiche e ad orientare la politica agricola verso interventi meno distorsivi del mercato e del commercio. L’ idea prende corpo dall’esigenza di riconoscere nelle politiche pubbliche una molteplicità di funzioni, che vanno oltre la produzione di materie prime da trasformare in beni alimentari, svolte sia dagli agricoltori che  da una pluralità di soggetti operanti nei territori rurali  al fine di soddisfare specifiche esigenze della società. A volte queste nuove funzioni sono classificate come produzioni secondarie: è il caso dell’artigianato tipico o delle produzioni delle piccole imprese industriali delle aree rurali nell’ambito di produzioni personalizzate e ad alta caratterizzazione. Ma soprattutto si tratta di servizi che attengono all’accoglienza, allo svago, all’intrattenimento, alla ristorazione, allo sport e al godimento dei beni culturali localizzati nelle aree rurali e nei piccoli centri.

 

La gamma delle possibili innovazioni è molto ampia e non è stata ancora del tutto esplorata. L’esplosione dell’agriturismo e del turismo rurale è indicativa delle possibilità di sviluppo di queste nuove funzioni. Ai ruoli descritti si aggiungono i servizi agricoli nell’ambito delle attività didattiche in collaborazione con il mondo della scuola, delle azioni di recupero del patrimonio edilizio storico rurale, delle iniziative di rieducazione dei detenuti oppure di quelle collegate all’agroterapia: riabilitazione, cura del disagio mentale e delle devianze, inserimento sociale e lavorativo dei portatori di handicap, servizi sanitari, assistenza agli anziani, ecc. Oltre a questi, altri nuovi ruoli sono richiesti all’agricoltore nella cura degli interessi collettivi e impongono una valorizzazione da parte delle politiche pubbliche: tutela e valorizzazione ambientale e paesaggistica, manutenzione del territorio, difesa idrogeologica, consolidamento delle pendici, riduzione dei deflussi idrici, lotta al degrado ambientale e alla desertificazione, salvaguardia dei boschi dagli incendi.

 

La multifunzionalità, pertanto, è un nuovo modello imprenditoriale ed una opportunità per le imprese di seguire differenti strategie di competitività. Non è un percorso alternativo a quello di centrare l’obiettivo della vitalità delle imprese. Competitività e multifunzionalità sono ancora considerate come elementi distinti solo nelle politiche pubbliche, ma non più nelle logiche che seguono le imprese. Essa, perciò, non è un espediente neoprotezionistico per conservare attività inefficienti, ma costituisce il progetto di un’agricoltura che vuole corrispondere ai nuovi bisogni della società ed in cui la funzione produttiva di beni e servizi, saldamente legata alla valorizzazione dei territori rurali, trova nuove regole ed opportunità nell’applicazione dei principi dello sviluppo sostenibile, della salvaguardia della biodiversità, della sicurezza alimentare, della liberalizzazione regolata dei mercati. Con Agenda 2000 e con la “legge di orientamento” si sono posti alcuni capisaldi per regolamentare la multifunzionalità, ma molto resta ancora da fare per riconoscere questo nuovo modello di ruralità.

 

La recente riforma della Pac

Qualcosa si è mosso ulteriormente con la recente riforma della Pac, su cui  sarà possibile esprimere un giudizio definitivo solo quando conosceremo i regolamenti applicativi e le scelte sul piano nazionale in materia di disaccoppiamento del sostegno pubblico dal prodotto. Sono state apportate modifiche significative come il pagamento unico aziendale slegato (o disaccoppiato) dalla produzione, che libererà l’agricoltore dalla necessità di concentrarsi solo sui prodotti sostenuti e restituirà al mercato il ruolo di orientare le sue decisioni. Questa nuova tipologia di intervento aiuterà la diversificazione dei redditi dei produttori che potranno guardare con maggiore attenzione alle nuove funzioni da svolgere nelle aree rurali. Sono state, inoltre, rese più evidenti le regole ambientali e le buone pratiche agricole che l’agricoltore, quando riceverà l’aiuto diretto, sarà tenuto a rispettare. Sono state, infine, allargate le cosiddette “misure di accompagnamento” ad altri obiettivi, come l’adozione di standard di sicurezza, le prescrizioni sulla qualità del cibo, la tutela dell’ambiente e la protezione degli animali.

 

Tuttavia, la proposta iniziale risulta annacquata: il disaccoppiamento è ora condito con deroghe che lo rendono precario, la semplificazione amministrativa non c’è più e il riequilibrio che doveva scaturire dalla modulazione degli aiuti diretti ai produttori è stato ridotto ad un fatto interno di ogni Paese. Il limite più grave della riforma è che il trasferimento delle risorse destinate al sostegno del mercato verso lo sviluppo rurale e la multifunzionalità dovrebbe passare dal modesto 10% al solo 13%. Ben lontano, quindi, dall’auspicato livellamento a regime dei due pilastri della Pac (politiche di mercato e sviluppo rurale) intorno al 50% della spesa complessiva per il settore, auspicato dal Commissario Fischler.

 

Il segnale, comunque, è stato dato e influenzerà le politiche strutturali, l’allargamento ad Est dell’Unione Europea e il negoziato del Wto che riprende ora a Cancun. La scelta del disaccoppiamento dovrebbe rendere più agevole fronteggiare la richiesta americana di limitare il sostegno interno al 5% del valore della produzione agricola. Nello stesso tempo, la determinazione con cui l’Ue punta a negoziare la stesura di un registro multilaterale delle indicazioni geografiche, per difendere le nostre produzioni tipiche dalle imitazioni da parte dei paesi terzi, può far compiere all’organismo internazionale il primo passo per costruire un sistema di regole volto a reprimere tutte quelle pratiche commerciali che falsano la concorrenza, ingannano i consumatori, sviliscono la reputazione dei prodotti tipici e danneggiano i produttori.

 

La tracciabilità degli alimenti

L’indicazione dell’origine è l’aspetto che maggiormente emerge tra le nuove e più complesse funzioni che oggi vengono svolte dagli alimenti. All’alimentazione si associano considerazioni relative alla salute, a partire dalla prevenzione delle malattie, al piacere, alla cultura, allo scambio di relazioni con gli altri, al rapporto con la natura, con il paesaggio. In aggiunta si pongono le ragioni etiche relative alle condizioni di coltivazione e di allevamento, alle manipolazioni genetiche, alla gestione dell’acqua.

 

La ricerca di naturalità e genuinità, associandosi al desiderio di riscoprire e  reinterpretare le tradizioni, conduce ad indagare ed apprezzare le origini del prodotto, la provenienza geografica, le tecniche agricole e agroalimentari utilizzate, le culture locali. Il dibattito sulla tracciabilità, cioè la possibilità di ricostruire i passaggi percorsi da un alimento, segnala la domanda di maggiore sicurezza che i consumatori  rivolgono agli operatori delle filiere alimentari e la fiducia che essi sono disposti a riporre nei segni identificativi dell’origine. Gli italiani che sentono il bisogno di maggiori informazioni sulla provenienza delle materie prime contenute negli alimenti sono il 30% in più di quelli che chiedono maggiore chiarezza sui valori nutrizionali. E’ un dato, contenuto nell’ultima indagine del “barometro dei consumatori” effettuata da Eurisko per conto di Indicod, che fa riflettere.

 

Apprendere la storia di un alimento favorisce dunque la fiducia del consumatore. D’altronde, come nelle economie del passato i consumatori e i produttori si incontravano e si conoscevano direttamente, le tecniche della tracciabilità oggi permettono di nuovo di conoscere i produttori, le aree di produzione, le tecniche usate. E’ come se i produttori e i consumatori tornassero a stringersi la mano. Alcuni elementi della tracciabilità devono essere indicati dalle leggi anche perché servono a garantire la sicurezza igienica. Ma molto va fatto volontariamente dai produttori, a patto che tutte le indicazioni fornite siano controllate e certificate.

 

Per quanto concerne la qualità di un alimento, va sempre tenuto presente che è il consumatore a definire il successo di un prodotto, scegliendolo. Ma per promuovere la libertà di scelta è necessario garantire informazioni chiare, pubblicità non ingannevoli, sistemi distributivi efficienti, prezzi non speculativi, controlli accurati.

 

La ruralità post-industriale

La nuova sensibilità dei consumatori per la sicurezza e la qualità alimentare e per le problematiche ambientali, accanto ad un bisogno più profondo avvertito dei cittadini di riavvicinarsi agli agricoltori, ad una cultura non ridotta a folclore, ma viva e funzionale, alla qualità della vita che può essere goduta in una campagna dinamica, segnala l’emergere di un nuovo scenario di ruralità che si potrebbe denominare della ruralità post-industriale. Non è più quello di un mondo rurale in cui il settore agricolo occupava un posto centrale in termini di addetti e che vedeva i territori urbani e quelli rurali nettamente separati. Ma non è nemmeno il modello dell’industrializzazione diffusa all’interno delle aree rurali  che ha sospinto verso una intensificazione produttivistica le attività agricole.

 

Il cambiamento è dovuto al nuovo ruolo che la società richiede di svolgere alle aree rurali, ma anche al progresso tecnologico. I sistemi di mobilità, infatti, hanno ridotto le tradizionali penalizzazioni delle aree rurali, quali la distanza e l’isolamento, mentre è cresciuta la disponibilità a risiedere all’esterno delle aree urbane da parte di soggetti che svolgono funzioni in settori diversi dall’agricoltura.

 

Tre elementi caratterizzano questo nuovo modello. Il primo è la dimensione territoriale e non più settoriale della ruralità, il che significa che ora il carattere distintivo delle aree rurali è l’integrazione. Le attività economiche tendono ad integrarsi, dal momento che né l’agricoltura né l’industria prevalgono, mentre sono i servizi a costituire la componente più importante dell’occupazione totale. Si integrano nel territorio aspetti naturali e aspetti sociali. Si integrano territori rurali e territori urbani, poiché i confini tra rurale e urbano sono sfumati fino a scomparire del tutto. Mirano ad integrarsi i mercati locali e quelli globali e così via.

 

Il secondo aspetto centrale della ruralità post-industriale è la diversità. La diversità è in opposizione alla omologazione delle società urbane, ai modelli standardizzati di vita e di consumo di un mondo globalizzato. I territori rurali costituiscono una riserva fondamentale di biodiversità, di paesaggio, di patrimonio storico e di tradizione agricola: in una parola di capitale naturale. Dal punto di vista socio-economico, essi possono costituire anche una riserva di capitale umano e sociale, dai quali dipendono la flessibilità di un sistema locale, la sua capacità di adattamento e la sua suscettività a cogliere le nuove opportunità che si offrono in un mercato globale sempre più volatile ed imprevedibile. Dalla ruralità post-industriale intesa come diversità derivano anche l’identità di un sistema locale, la sua unicità, che è l’elemento cruciale per una valorizzazione attraverso iniziative di marketing territoriale; la peculiare accezione dello sviluppo locale, inteso come partecipazione integrata e diversificata di tutti i settori economici e sociali; nonché  la rivalutazione del “governo del territorio”, non più nel concetto immiserito di “pianificazione urbanistica”, ma inteso come cooperazione tra i diversi enti e soggetti che legiferano, pianificano e agiscono sul territorio.

 

Il terzo aspetto della ruralità post-industriale è l’inclusività. Lo spazio rurale, per la sua valenza ambientale e la sua attitudine a soddisfare bisogni psicofisici e garantire una migliore qualità della vita, è tra i più adatti alla sperimentazione di interventi di inclusione sociale attraverso le politiche di sviluppo. Tale tipologia di intervento nel campo dei servizi sociali va praticata in modo diffuso dal momento che il ricorso alla redistribuzione è diventato sempre più oneroso. E’ qui che si possono saldare meglio azioni economico-produttive sostenibili e interventi sociali volti a promuovere la dignità umana e l’affermazione dei diritti delle persone svantaggiate in una strategia unitaria orientata a ricostruire quel nesso tra sviluppo e coesione sociale che non può più essere garantito solo con gli strumenti centralistici e redistributivi tradizionali. Dalla valorizzazione della ruralità post-industriale, intesa come reticolo di nuovi modelli di organizzazione produttiva, imperniati sulla flessibilità,  la qualità e la tutela ambientale, adottati da imprese personali - da soggetti cioè che fanno coincidere piano di vita e progetto imprenditoriale - può venire una spinta alla crescita dell’imprenditorialità nel campo dell’economia sociale, per farne sempre più un punto di forza dei sistemi produttivi territoriali, e ad una nuova concezione della solidarietà, non più soltanto protettiva e redistributiva ma anche competitiva e produttiva.

 

Una nuova misura per questo modello di ruralità, da legare non più alla densità della popolazione ma ad altri indicatori, dovrebbe essere scelta per rappresentare il suo carattere complesso e polimorfico.

 

La logica del distretto post-industriale

La co-evoluzione delle aree rurali con quelle urbane sulla base di una strategia comune è dunque una condizione fondamentale per incoraggiare la competitività in un’economia globalizzata. Del resto la politica di sviluppo rurale si va sempre più definendo in ambito comunitario come processo integrato di programmazione e  gestione del territorio ed assume i connotati dell’intersettorialità e dell’interdisciplinarietà. E’ un percorso ancora lungo. La Pac, anche nella versione riformata, non è ancora conforme ad una corretta definizione teorica di politica di sviluppo rurale. Fino a quando il modello di sviluppo è stato di tipo industriale, il sostegno riservato in via quasi  esclusiva all’agricoltura ha garantito anche la salvaguardia delle aree rurali. Ora, nella fase post-fordista dello sviluppo, la situazione è capovolta. Senza un parallelo sostegno allo sviluppo di tutte le aree rurali non è possibile un’agricoltura ecocompatibile che sia anche vivida e competitiva. Il traguardo della competitività, infatti, non riguarda più soltanto le singole imprese ma l’insieme dei territori. Se i territori non diventeranno competitivi non lo saranno nemmeno le imprese.

 

Il nuovo approccio, perciò, apre delicati problemi di concorrenzialità nella distribuzione delle risorse pubbliche, che si possono affrontare solo reimpostando la governance. Bisognerebbe orientare i sistemi produttivi locali a muoversi in una logica distrettuale cogliendo le opportunità della “legge di orientamento” che prevede l’individuazione dei distretti rurali e agroalimentari di qualità. Tali nuove tipologie distrettuali rappresentano contestualmente sia uno strumento che un obiettivo di politica economica per lo sviluppo locale. Possono costituire una modalità chiara e trasparente per la finalizzazione degli investimenti. Inoltre, la possibilità prevista nella  normativa testè citata di operare attraverso contratti di promozione e di collaborazione con gli operatori agricoli, come pure la possibilità introdotta di assumere convenzioni con le pubbliche amministrazioni, amplia la gamma degli strumenti amministrativi a disposizione dei sistemi locali per imboccare il sentiero della realizzazione della modalità distrettuale.

         

Con la stipula di atti negoziali, le imprese agricole, le loro forme associate e tutto quel mondo costituito dai consorzi di bonifica – da rinnovare profondamente e inserire nella dimensione distrettuale - potranno svolgere meglio quella funzione essenziale di conservazione e riproduzione dell’equilibrio ecologico che tutti si attendono. Dall’esercizio di queste funzioni dipende, infatti, la qualità del territorio rurale, la sua competitività e quella delle imprese, il successo delle attività economiche che vi si realizzano. Inoltre, contratti e convenzioni dovrebbero nascere per dar vita anche ad altre attività di interesse pubblico da parte dell’agricoltura di servizio.

 

In questo reticolo di relazioni pubblico-private andrebbero concentrate  le risorse finanziarie e resi complementari i piani di sviluppo rurale, le azioni previste dalla programmazione negoziata, in particolare i patti territoriali e i contratti di programma, i programmi di riqualificazione urbana e di sviluppo sostenibile del territorio (PRUSST), i piani di sviluppo della montagna, i piani integrati territoriali (PIT) per l’utilizzo dei fondi strutturali, i siti della rete “Natura 2000”, i piani di bonifica, gli accordi di programma per la difesa del suolo e la gestione dell’acqua, gli strumenti di coordinamento dei piani urbanistici, le Agende 21, i Leader Plus, i programmi Life ambiente e Urban, i piani degli Enti Parco.

     

Solo dopo aver messo a regime un’attitudine alla cooperazione tra i diversi soggetti che operano su un determinato territorio, si dovrebbe pensare a norme regionali che riconoscano il distretto. Un distretto, quindi, non concepito come una camicia di forza per le imprese. Una sovrastruttura burocratica che dispensa risorse. Ma un percorso offerto innanzitutto alle reti di imprese agricole di fase e di servizi per valorizzare la capacità di sviluppo sociale e conservazione ambientale. Un percorso dal basso, sviluppando fortemente sussidiarietà e concertazione, per fare in modo che gli agricoltori ed altri soggetti sociali operanti all’interno dei territori rurali, nelle loro multiformi funzioni, possano esprimere tutte le  potenzialità per il benessere collettivo.