L’agricoltura e gli strumenti per lo sviluppo territoriale
1.
Accrescere la capacità di spesa delle istituzioni e del tessuto imprenditoriale
perché nemmeno un Euro vada perduto;
2.
assicurare alla politica di sviluppo rurale adeguate risorse finanziarie nazionali
e regionali;
3. difendere la scelta federalista regionalizzando anche la programmazione negoziata;
4. valorizzare la concertazione come mezzo per integrare e rendere complementari risorse, strumenti e programmi;
5. irrobustire il patrimonio di risorse umane della Cia cresciuto nelle esperienze di sviluppo locale.
Si possono sintetizzare in questi cinque punti gli obiettivi e le problematiche che intendiamo verificare con il Seminario nazionale di oggi e domaniLe Regioni italiane hanno dato una buona prova in termini di capacità di spesa dei fondi strutturali per il periodo di programmazione 1994-1999. L’avvio del nuovo ciclo non è stato dello stesso segno. Un giudizio negativo sarebbe tuttavia ingeneroso. Vi sono ampi margini di recupero, facendo funzionare i meccanismi di monitoraggio e di “premialità” al fine di contrastare le inefficienze emerse nel ciclo precedente.
Fare bene significa anche avere le carte in regola per partecipare attivamente al dibattito sul futuro degli interventi strutturali nell’Europa ampliata.
L’allargamento deve rappresentare, tra l’altro, l’occasione per valutare e ridisegnare alcuni profili della politica regionale europea. Il Governo italiano, in occasione del Forum di maggio sul Rapporto Barnier, ha proposto di mantenere una politica di coesione estesa potenzialmente a tutta l’Unione; che promuova l’integrazione tra i diversi territori; che garantisca regole comuni e condivise; che redistribuisca le risorse finanziarie evitando “guerre” tra aree a colpi di incentivi. Si avanza l’idea, cioè, di una politica di coesione intesa non come una politica di compensazione degli svantaggi esistenti, ma di creazione di occasioni di sviluppo aggiuntive. Dunque, ancora, una politica strutturale, capace di intervenire sulle radici profonde del ritardato sviluppo: i mercati, le reti, i servizi, le infrastrutture, le risorse umane, le capacità innovative e imprenditoriali, le pubbliche amministrazioni.
A mio avviso, tale dibattito difficilmente diventerà più concreto se non si affronterà contestualmente il tema della “governance”. Si tratta di semplificare le istituzioni e le normative europee per avvicinarle ai cittadini. Dare più spazio agli Stati e alle Regioni. Uscendo da quella retorica paneuropea che ha sovrapposto malcerte competenze comuni a quelle, appunto, degli Stati, in aree nelle quali non si capisce chi è responsabile di che cosa.
La via percorribile appare quella di affidare ad una Convenzione – costituita sul modello dell’organo che ha elaborato la Carta dei diritti fondamentali – il mandato di presentare un progetto di Costituzione europea, che definisca i suoi compiti ed il livello delle sue competenze, i diritti fondamentali, i rapporti tra i poteri, il sistema di governo e le regole per il finanziamento del bilancio.
Sull’allocazione delle competenze tra livello comunitario, nazionale e regionale in Europa, i principi ispiratori dovrebbero essere quelli della chiarezza, della trasparenza e della responsabilità, che sono principi generali, e quelli della proporzionalità e della sussidiarietà, che sono principi specifici. La proporzionalità suggerisce di restringere l’ambito dell’azione comunitaria a quanto necessario per il conseguimento degli obiettivi del Trattato. La sussidiarietà, dovrebbe orientare verso una competizione produttiva tra diverse soluzioni ai problemi ed una riduzione dei costi delle decisioni al livello nazionale e comunitario. Essa, dunque, dovrebbe operare come strumento di integrazione, piuttosto che di disintegrazione, e consentire adattamenti rapidi e flessibili alle sfide poste dalla globalizzazione.
Il successo politico dell’Europa in un’economia globalizzata dipende dalla conservazione della diversità dei comportamenti e degli obiettivi delle regioni che la compongono; soltanto in questo modo è possibile affrontare le diversificate e mutevoli vocazioni territoriali. E’ dalla tensione tra concorrenza tra territori e crescita dell’integrazione economica che, infatti, ci si attende lo sviluppo di un ambiente dove idee, innovazione e progresso sociale possano prosperare.
L’attacco terroristico all’America, ed a tutto il mondo libero pone all’Europa l’esigenza di uno scatto straordinario nella direzione della sua unità per essere protagonista nel governo della globalizzazione. Ed è proprio la necessità di operare nella dimensione europea la motivazione di fondo per cui sarebbe auspicabile la conferma, il 7 ottobre prossimo, della legge di revisione costituzionale sul federalismo solidale, non a caso contrastata sia da coloro che sono portatori di una visione centralistica che da quelli pervasi da una concezione egoistica dei localismi, accomunati tuttavia da una dose considerevole di euroscetticismo. La legge approvata nella passata legislatura, sebbene da migliorare e completare, costituisce la base necessaria su cui modellare l’impianto federalista europeo e la condizione per garantire la molteplicità dei sentieri di sviluppo locale, la complementarietà degli strumenti e delle risorse, lo sviluppo della pratica della concertazione sociale e del partenariato istituzionale.
Anche per queste carenze, la politica di sviluppo locale in ambienti rurali non decolla e si oscilla tra impostazione settoriale prettamente agricola e distrettualità agroindustriale. A differenza di ciò che avviene in altri sentieri di sviluppo locale, il vantaggio competitivo che si realizza in un territorio rurale è dato da una particolare cultura, rappresentata dal patrimonio di conoscenza, che comprende le tecnologie, le abilità professionali, la disponibilità di servizi specializzati e la consapevolezza dell’ambiente. Una conoscenza specifica, accessibile solo a chi fa parte della comunità di cui quella conoscenza è patrimonio. E attivabile solo attraverso processi di socializzazione e concertazione delle risorse umane che vivono in quel determinato territorio.
La politica di sviluppo rurale non può essere solo europea, ma deve avvalersi anche di risorse nazionali e regionali, a partire dalla prossima Finanziaria e dalle leggi di bilancio che si approveranno nelle Regioni. L’”effetto-guerra” non può comportare una disattenzione verso queste problematiche.
Occorre, inoltre, apportare correzioni significative ad alcune norme contenute nei Decreti legislativi di orientamento agricolo, evidentemente compilate in fretta, senza una reale concertazione con le organizzazioni agricole.
Un primo aspetto attiene alle convenzioni con la pubblica amministrazione al fine di favorire lo svolgimento di attività funzionali alla manutenzione del territorio. Si dimentica, infatti, che un’analoga norma, meglio scritta, era già stata inserita nella legge Finanziaria 2001. Ed ora non si sa se questa nuova previsione cancella la precedente o se quella vive in base al principio di specialità, essendo riferita solo alle zone montane.
Per quanto riguarda i distretti agricoli e rurali, si segue una logica verticistica non rispettosa dell’autonoma capacità del territorio di autodefinirsi. Mentre in Francia sono le comunità locali e le organizzazioni di rappresentanza a dar vita ai “pays”, con uno statuto, un progetto e norme autorizzative, urbanistiche e di tutela ambientale e paesaggistica da concordare con le autorità di governo, da noi il compito di individuare i distretti viene affidato alle Regioni senza peraltro precisare i connotati particolari che essi devono avere e gli effetti pratici della delimitazione. Tale carenza è dovuta anche al fatto che il provvedimento non è ancorato ad una chiara scelta nella direzione di una gestione durevole del territorio.
L’esperienza dei Leader, negli anni 90, ha fatto nascere anche nelle nostre strutture una nuova leva di animatori e agenti di sviluppo rurale, che ora dobbiamo irrobustire inserendoli nel nostro sistema integrato dei servizi. Dobbiamo partire da quello che abbiamo creando valore aggiunto, con le interrelazioni tra le varie componenti del sistema ed il miglioramento degli assetti organizzativi. Importante è la consapevolezza che si tratta di un “pezzo” decisivo della nostra Confederazione, da cui dipende la nostra capacità di incidere nei processi di sviluppo, di accreditarsi nel rapporto con le istituzioni locali e con le altre forze sociali organizzate, di alimentare il nostro progetto strategico con una lettura continua, sul campo, dai cambiamenti in atto.
A questo proposito, la vicenda meridionale è emblematica. Nel Mezzogiorno la fine delle politiche assistenzialiste e centraliste non è coincisa con l’avvio di una nuova politica. Si è però incominciato a ricrearsi la fiducia – primo ingrediente dello sviluppo – proprio attorno a piccoli progetti di rilancio locale, ad una deriva culturale che investe un po’ tutti. Si pensa finalmente a come si è, e non a come diventare uguali a quelli del Nord.
L’azione del nuovo governo è per ora, quasi paralizzata dal contrasto tra un’anima “liberista” ed un’altra “assistenzialista”. Ed il conflitto tra queste due linee si è intrecciato con quello relativo all’attribuzione delle competenze delle politiche centrali per il Sud, contese tra i diversi ministeri. La paralisi ha investito anche il Dipartimento Sviluppo e Coesione e la società operativa Sviluppo Italia. Nel frattempo, emergono proposte per rilanciare gli investimenti e l’occupazione che non producono alcun impatto positivo per il Mezzogiorno e per l’agricoltura, con il rischio di aggravare gli squilibri. Inoltre, si è fatto un gran parlare delle infrastrutture, a partire da quelle relative all’uso razionale delle risorse idriche ed allo sviluppo dell’irrigazione, attraverso la promozione di opportune intese tra le Regioni interessate. E’ stato merito della Cia aver sollevato tale questione per affrontare rapidamente la crisi idrica che colpisce il Sud. Ma, al di là dei proclami, non si intravedono azioni concrete da parte del Governo.
I cambiamenti che hanno segnato il Mezzogiorno nell’ultimo decennio derivano essenzialmente da due fattori. Il primo riguarda la fine dell’intervento straordinario, che ha indotto il radicamento di maggiori dinamismi nei gangli del tessuto produttivo. Il secondo concerne l’accrescimento della vischiosità tradizionale dell’economia meridionale, dovuto al fatto che lo sviluppo non si è accompagnato con la qualità sociale.
Il sistema agricolo alimentare meridionale è pervaso da entrambi questi elementi. Da una parte, si è consolidato il primato a livello europeo sul piano qualitativo e quantitativo delle produzioni mediterranee, destinate prevalentemente a consumi elastici e ricchi. Dall’altra, permane la debolezza delle infrastrutture e degli impianti di trasformazione e commercializzazione e si aggrava la sottrazione di valore aggiunto, di opportunità occupazionali e di reputazione nel mercato, a danno della produzione primaria valorizzata da strutture collocate nel Centro-Nord.
E’ evidente l’esigenza di un rilancio delle politiche pubbliche, per promuovere
uno sviluppo di qualità, in grado di rispondere alle esigenze di compatibilità
ambientale ed alle nuove attenzioni dei consumatori nei confronti della sicurezza
alimentare. Ma preliminare è una riflessione approfondita sugli strumenti per
lo sviluppo territoriale, a cui vogliamo contribuire con il nostro Seminario.