Agricoltura e Federalismo: verso il nuovo Statuto della Regione

Desidero innanzitutto esprimere il mio più vivo compiacimento per la qualità dell’iniziativa odierna, che a buon diritto ha riscosso l’interesse di ampi settori della società calabrese. L’eccellente relazione di Drosi, è una sintesi efficace delle proposte della CIA tese a trasformare l’attuazione della riforma statutaria in una vera e propria fase costituente della Regione. L’azione confederale proseguirà alla ripresa autunnale con iniziative di approfondimento seguendo le indicazioni fornite dal Presidente Mangone. Un ringraziamento speciale va agli autorevoli ospiti per il contributo arrecato al dibattito e l’attenzione premurosa con cui hanno seguito interamente i lavori.

E’ stato utile varare, nell’ultimo scorcio della passata legislatura, la riforma federalista. Essa è, infatti, la risposta più idonea al bisogno di adeguamento istituzionale di un paese come l’Italia, che intende accrescere la propria competitività e partecipare al processo di rafforzamento e allargamento dell’Unione europea con sistemi territoriali organizzati ed una pubblica amministrazione innovata mediante l’incrocio fecondo della sussidiarietà orizzontale con quella verticale. L’importanza della partecipazione alla costruzione dell’unità, non solo economica, ma anche politica, dell’Europa è data dal fatto che il nostro continente è la dimensione minima per organizzare la democrazia ed esercitare funzioni di governo efficaci nella globalizzazione.

Il rafforzamento della dimensione territoriale delle politiche di sviluppo nelle aree rurali e in quelle urbane, nelle aree sviluppate e in quelle in ritardo di sviluppo, è l’ulteriore tassello che consente di riconoscere e valorizzare i distretti e le geocomunità come i nuovi soggetti protagonisti della competizione globale.

Il completamento del decentramento amministrativo, avviato dalle leggi “Bassanini”, è il terzo aspetto di un quadro evolutivo, che è alla base della domanda di federalismo. Si tratta di valorizzare le iniziative di autogoverno e di autorganizzazione della società e di accompagnare il passaggio da un sistema gerarchico delle fonti ad un sistema normativo di tipo processuale, in cui si vanno ad integrare norme comunitarie, principi generali, leggi regionali, progetti, programmi, protocolli territoriali, rapporti contrattuali pubblico-privato, volti a soddisfare il bisogno di sburocratizzazione e semplificazione ed a conseguire risultati certi e verificabili. Siccome non esiste una dinamica automatica delle regole senza un’azione della politica e delle forze sociali organizzate, il federalismo si attuerà se daremo un colpo di accelerazione ai tre processi che ne hanno motivato l’avvio: più Europa, più politiche territoriali (vale a dire una ripresa delle politiche per il Mezzogiorno), più sussidiarietà orizzontale.

Sono le attuali condizioni dell’agricoltura a spingerci verso un’accelerazione di questi tre processi. La ricerca di un modello di agricoltura sostenibile, sia al punto di vista economico che sociale ed ambientale, richiede una Unione europea più solida, cioè allargata ai paesi Peco, fornita di istituzioni, più autorevoli ed efficaci e rafforzata nelle sue politiche di sviluppo e coesione. Ma, siccome non si possono fare le nozze coi fichi secchi, occorre accrescere la dote finanziaria dell’Unione con un apporto degli Stati membri al bilancio comunitario che vada oltre l’1,27% del Pil.

Se le forze politiche e i governi non indicheranno con chiarezza questa prospettiva, è evidente che la revisione di medio termine di Agenda 2000, delineata con le recenti proposte della Commissione, apparirà agli agricoltori come un preludio al dissolvimento della PAC. Se sarà espressa, invece, una coerente impostazione europeista e l’agricoltura assumerà il valore di un tratto identitario irrinunciabile dell’Europa che si vuole rafforzare ed allargare, allora sì che gli elementi innovativi della proposta di riforma, dalla qualità alla semplificazione, dalla libertà di impresa allo sviluppo rurale, appariranno credibili e saranno vissuti come una seria base di partenza per il negoziato. Il rafforzamento delle politiche territoriali è un’esigenza vitale per l’agricoltura che prima di ogni altro settore ha dato vita a modelli aziendali multifunzionali e flessibili, in grado di far coincidere, nella gran parte dei casi, progetto di vita e progetto di impresa e di veder praticate strategie imprenditoriali per lo più fondate sulla qualità territoriale, sulla sicurezza alimentare e sulla tutela delle risorse naturali. L’agricoltura potrà vincere la sfida competitiva se si riorganizzerà sul territorio e si proporrà come “principio ordinatore” delle aree rurali e forza propulsiva di sviluppo endogeno e di integrazione economico-sociale in una logica distrettuale. La politica di sviluppo rurale deve accompagnare tale evoluzione dell’agricoltura, integrandosi con la politica regionale e agevolando così il cambiamento dei modelli di vita e di produzione dei diversi territori dell’Unione europea. Gli agricoltori potranno più agevolmente praticare strategie imprenditoriali volte alla qualità dei prodotti ed assumere impegni di manutenzione del territorio, tutela delle risorse naturali e gestione razionale dell’acqua, se si valorizzeranno le azioni che essi svolgono in una dimensione di comunità e di autogoverno, intrecciando interesse privato e utilità collettiva e adottando strumenti pattizi pubblico – privato.

Per fare in modo che ciò avvenga più speditamente, alla vecchia cultura dello Stato-soggetto, gerarchicamente sovraordinato alla società, dovrà subentrare quella che sa valorizzare l’intreccio fecondo tra le funzioni delle autonomie elettive e quelle che la società già svolge autonomamente. E’ il federalismo che può tenere insieme in modo coerente tutti questi elementi: Europa, politiche territoriali e sussidiarietà orizzontale. Ora, se lo sviluppo della riforma appare inceppato, ciò avviene perché sono in difficoltà questi processi. Ma anche perché la riforma ha vistosi difetti, come ha riconosciuto poco fa Adamo, esponente della coalizione che ha fortemente voluto la modifica costituzionale. Occorre correggerla, ma in corso d’opera.

La riforma va attuata secondo le linee del disegno di legge “La Loggia”, individuando - per quanto riguarda il nostro settore - i principi generali riguardanti una serie di ambiti di competenze intrecciate con l’agricoltura, dal sostegno all’innovazione per i settori produttivi all’alimentazione, dalla protezione civile all’energia, dal governo del territorio alla valorizzazione dei beni culturali e ambientali, dalla tutela della concorrenza agli enti di credito fondiario ed agrario. Ai principi generali di tutti questi ambiti di competenze le Regioni dovranno attenersi nell’esplicare la potestà legislativa in agricoltura. Inoltre, un occhio va sempre rivolto all’art. 44 Cost., riguardante il dovere del razionale sfruttamento del suolo, una sorta di principio di sostenibilità “ante litteram”, e non si potrà ignorare il rango costituzionale a cui sono approdati con la riforma i principi di autogoverno e di autorganizzazione, di notevole interesse per il sistema agroalimentare e il territorio rurale.

Pertanto, la materia “agricoltura”, apparentemente scomparsa dal testo costituzionale, emerge prepotentemente come un grande settore di attività economica, in un intreccio complesso di ambiti di competenze e di principi, e non è più considerata una semplice materia che il vecchio art. 117 Cost. attribuiva alla legislazione del localismo. Sicchè, nella fase attuativa della riforma, ci attende un’opera complessa di ricognizione dei principi che riguardano l’agricoltura.

La riforma federalista, peraltro, va contestualmente completata con la Camera delle Autonomie. Sarebbe, infatti, un disastro affidare alla Corte Costituzionale il ruolo politico di derimere il contenzioso tra lo Stato e le Regioni. Si tratta di impostare i rapporti tra i diversi livelli istituzionali in base al principio di leale collaborazione. E’ quest’ultimo un criterio essenziale in un’architettura dove ciascun livello è contemporaneamente centro e periferia rispetto ad altri e dove assumono valore non solo le relazioni verticali, ma anche quelle orizzontali tra istituzioni dello stesso livello. Ci vuole una sede politico-istituzionale idonea a comporre i distinti interessi, se si vuole evitare anche il rischio di un progressivo svuotamento del Parlamento, stretto tra la contrattazione preliminare Governo-Regioni e la mancanza di strumenti per risolvere preventivamente i “rebus” altrimenti destinati alla Corte. Assolutamente da evitare, invece, è la prospettiva di un’ulteriore devoluzione, recentemente delineata dal governo: una sorta di federalismo “á la carte”, un “fai da te” regionale del tutto opposto alla logica cooperativa e solidale, che può produrre una rottura del patto costituzionale.

Per attuare il federalismo nell’interesse di tutto il Paese, va affrontato con chiarezza il nodo finanziario. Non può passare il principio che le risorse debbono restare dove sono prodotte. In questo modo le aree deboli diventerebbero ancora più deboli; ed il Sud, ancora una volta, sarebbe chiamato a pagare le conseguenze di una sbagliata gestione politica di questo nuovo passaggio istituzionale.

Sarebbe davvero una iattura se si affermasse il principio che ulteriori competenze vanno dove ci sono le risorse, invece di allocare le risorse dove ci sono le competenze. E le cose si aggraverebbero ulteriormente, se dovessero crescere le difficoltà di controllo della finanza pubblica regionale.

Ci vuole, perciò, equilibrio tra legittimi ingredienti di competitività, introducendo anche forme idonee di premialità a vantaggio di gestioni più efficienti, ed elementi di solidarietà e coesione, perché non si possono scaricare sulla popolazione le incapacità delle classi politiche nel governo della cosa pubblica.

Abbiamo ascoltato con interesse, il Presidente Naccarato sui lavori della Commissione regionale per l’Autoriforma e va dato atto alla Regione Calabria di essersi mossa con largo anticipo nell’esercitare l’autonomia statutaria. Tale autonomia può accelerare il federalismo dal basso se diventa occasione di mobilitazione e coinvolgimento dell’intera società calabrese.

Il nuovo Statuto deve fare riferimento ai temi della cultura, della lingua e della promozione, del territorio. Quando, Drosi, vice presidente della Cia Calabria, indica la necessità di menzionare anche l’agricoltura come tratto identitario della Calabria, non pone un’esigenza corporativa. L’agricoltura non è un semplice settore produttivo come un altro. Se così fosse, avrebbe ragione la Commissione a non richiamare nessuno di questi nello Statuto. L’agricoltura è un valore. E, quindi, le sue molteplici funzioni, la vitalità della sua rete di imprese, la sua attitudine a indurre sviluppo sostenibile nei sistemi territoriali, è opportuno che siano considerate tra i connotati dell’identità culturale della Regione, punto di riferimento imprescindibile di tutta la società.

Drosi ha posto, inoltre, in modo condivisibile il tema del giusto rapporto tra governabilità e rappresentatività. Guai se l’elaborazione del nuovo Statuto diventa l’occasione per arretrare rispetto alla conquista dell’elezione diretta del Presidente di Giunta e per mettere in discussione il principio “simul stabunt simul cadent”, con cui sono accomunati nella medesima sorte il Presidente e il Consiglio. La cultura del maggioritario e quella del bipolarismo sono ormai acquisite dalla società. L’elettorato trova nell’elezione diretta dei Sindaci e dei Presidenti di Regione un accrescimento delle proprie prerogative. Non a caso sono sempre più elevati i voti che vanno ai candidati Sindaci e Presidenti rispetto ai suffragi raccolti dalle liste di partito. E’ una prova inoppugnabile di gradimento per un sistema elettorale che non solo è garanzia di stabilità dei governi, ma è anche il derivato di una nuova idea della politica. Un’idea che assimila la politica all’azione di governo e non già alla capacità di sostituire, con il gioco politico, chi guida la locomotiva indipendentemente da dove va il treno. L’elettore, perciò, non vuole essere espropriato della possibilità di valutare il soggetto che ha la responsabilità politica delle decisioni pubbliche. Chi chiede ed ottiene dagli elettori poteri “forti” non può essere sostituito che da un altro soggetto direttamente legittimato dagli elettori.

Questi poteri “forti” degli esecutivi, da una parte assicurano la governabilità, dall’altra possono degenerare e produrre situazioni di tipo sudamericano, se non si individuano freni e contrappesi adeguati. E’ questo il terreno su cui si deve cimentare l’autonomia statutaria: bilanciare l’esigenza di stabilità dei governi con la valorizzazione della rappresentatività dell’assemblea elettiva, delle autonomie locali e della società organizzata.

Il ruolo del Consiglio regionale non può risolversi in quello di far vacillare l’esecutivo, di giocare continuamente a chi deve guidare la locomotiva. Il Consiglio deve poter esprimere il gradimento sulla scelta degli Assessori, così come propone Drosi; ma il campo naturale della sua iniziativa deve essere quello dell’indirizzo e del controllo.

Il nuovo Statuto dovrebbe dotare il Consiglio di strutture conoscitive per metterlo nelle condizioni di controllare le conseguenze delle leggi che vota. Inoltre, dovrebbe  raccordare l’Assemblea con le autonomie funzionali per porla in grado di esercitare più efficacemente le funzioni d’indirizzo.

Le autonomie funzionali sono oggi molteplici. Vanno dalle camere di commercio ai consorzi di bonifica, dalle università ai centri di ricerca, e meritano di essere valorizzate in modo appropriato. Sembra andare nella direzione giusta la proposta scaturita dal recente convegno di Maratea, organizzato dalle Regioni e da Unioncamere, di escludere l’ipotesi di Conferenze delle autonomie funzionali, che inevitabilmente si sovrapporrebbero alle funzioni e alle sedi di rappresentanza delle forze sociali organizzate, e di prevedere una idonea integrazione di tali autonomie a supporto delle commissioni consiliari.

Ultima questione: la riforma statutaria deve essere l’occasione per rinnovare il patto di fiducia tra cittadini e istituzioni. Si tratta di affrontare due aspetti distinti del nuovo patto: le forme della partecipazione e lo sviluppo della sussidiarietà orizzontale.

La partecipazione va esaltata con diversi strumenti. Il primo è senz’altro il Consiglio regionale dell’economia e del lavoro nell’ambito di una regolazione delle procedure concertative e del partenariato. In tale strumentazione va dato rilievo a forme idonee di partecipazione delle strutture di rappresentanza dei giovani, come auspicava il senatore Landolfi.

L’accesso alle informazioni, la tutela dei diritti fondamentali, l’introduzione del referendum consultivo e propositivo, la facilitazione dell’iniziativa legislativa dei cittadini e degli enti locali, l’utilizzo delle tecnologie telematiche per trasformare la pubblica amministrazione in luogo interattivo con il cittadino e con l’impresa sono tutte indicazioni che il nuovo Statuto deve recepire per allargare la partecipazione della società regionale.

La democrazia paritaria, come quadro di norme ed azioni positive per garantire le pari opportunità di accesso alla vita pubblica per le donne e per gli uomini, è un elemento essenziale della crescita democratica, da tenere in debito conto non solo nella formazione delle assemblee elettive ma anche nella vita interna di partiti e organizzazioni sociali.

L’altro aspetto del nuovo patto tra cittadini e istituzioni è la duplice azione volta, da una parte, a sostenere lo svolgimento di funzioni di interesse sociale da parte di cittadini e formazioni sociali e, dall’altra, ad integrare nei compiti delle istituzioni gli apporti funzionali dei corpi intermedi. È in questo modo che si accelerano i processi di sburocratizzazione, si alleggerisce l’apparato pubblico e si riqualifica quest’ultimo nelle funzioni essenziali.

C’è un intreccio virtuoso tra valorizzazione della rappresentanza degli interessi, riconoscimento delle forme di autorganizzazione e di autogoverno e riqualificazione degli apparati pubblici, se il tutto è ricondotto ad una cultura delle regole e dell’amministrazione orientata al risultato e al rendimento.

In quest’intreccio, i Comuni, depositari di tutte le funzioni amministrative, devono svolgere un forte ruolo politico per scongiurare sia l’addensarsi di un pernicioso centralismo regionale, sia un appesantimento burocratico delle autonomie locali, favorendo invece la partecipazione e il coinvolgimento sociale nelle funzioni di interesse collettivo.

Questo ruolo politico va esercitato con il Consiglio delle autonomie locali, che non può avere una semplice funzione consultiva. Ci vuole un approfondimento sui diversi aspetti: la valenza delle pronunce di tale organismo, l’area di competenza, gli effetti da far discendere dai suoi pareri negativi e le interazioni coi lavori consiliari.

Il prof. Landolfi ha poc’anzi molto opportunamente richiamato la lezione di Santi Romano sulla pluralità degli ordinamenti giuridici. Se guardiamo ai fenomeni recenti che investono l’agricoltura e le aree rurali, l’emergere della multifuzionalità come connotato della competitività, l’affermarsi della nuova ruralità come riorganizzazione territoriale di funzioni e attività d’interesse collettivo, vediamo che tutto questo pullulare di modelli aziendali plurimi, di strumenti contrattuali, di regole nascenti da una nuova riconsiderazione del territorio, s’incrocia suggestivamente con l’espandersi del pluralismo istituzionale paritario. E vengono in mente ordinamenti della società medievale, caratterizzati da un pluralismo delle fonti giuridiche (statuti comunali, regole delle corporazioni di arti e mestieri, jus civile, ecc.) accanto ad un pluralismo delle istituzioni riferite a quelle fonti.

Non si tratta di tornare ad un passato che non esiste più, ma di spogliarci dell’idea di uno Stato concepito come monopolio dell’interesse generale e di guardare ai diversi pezzi che compongono le istituzioni e la società come monadi portatrici di funzioni distinte, in attesa di porsi in rete l’una con l’altra con pari dignità.

E’ qui la difficoltà politica nell’individuare la soluzione dei problemi, ma anche lo schiudersi di nuove opportunità per accompagnare in modo efficace il cambiamento e la crescita della società.