"Velletri da cittadina a città: idee e
progetti di sviluppo per il futuro del nostro
territorio"
Velletri è tra le cittadine della
provincia di Roma che tende ad ingrandirsi. E’ diventata polo di attrazione di
quella parte di abitanti della città di Roma che si va allontanando dal Comune
capitolino per dar vita ad un’area territoriale policentrica, un insieme di
geocomunità che non accetta più una condizione di dipendenza nei confronti della
Capitale.
Abbiamo così il formarsi di una
costellazione urbana molto frastagliata: le periferie di Roma, che appaiono come
tanti “villaggi metropolitani” e che non riescono più a ricucirsi tra di loro, e
gli aggregati distrettuali, dai Castelli Romani ai Monti Prenestini, dal
Tiburtino al “Latium Vetus”, la cui espansione urbanistica li confonde con quei
villaggi.
A farne le spese sono le aree agricole.
Se diamo uno sguardo ai dati degli ultimi censimenti notiamo che nell’Agro
Romano sia la superficie coltivata che le aziende agricole si sono più che
dimezzate. Anche a Velletri c’è un calo significativo, più accentuato in termini
di superficie utilizzata che di aziende.
E’ la dimostrazione dell’insufficienza di un approccio meramente
protettivo e vincolistico, che non permette di affrontare correttamente i nodi
dello sviluppo e degli squilibri sociali e territoriali. L’istituzione di parchi
naturali e di aree protette, se non è accompagnata da un disegno più ampio di
sviluppo sostenibile, finisce per penalizzare le attività produttive, senza
offrire alcuna garanzia di una crescita equilibrata.
La realtà agricola della provincia di
Roma non è affatto irrilevante. La filiera vitivinicola ha una dimensione che si
avvicina al 50 per cento del dato regionale. Ma anche la realtà olivicola ha un
peso notevole. In questa provincia si concentrano la maggiore superficie
investita ad olivo e il più alto numero di aziende olivicole della regione.
Addirittura negli ultimi trent’anni le aziende con oliveti si sono più che
raddoppiate.
Eppure, questa realtà produttiva, diffusa
e competitiva, non è conosciuta, ha una scarsa visibilità. Un grande mercato
come quello di Roma, che assorbe per gran parte le diverse produzioni
agroalimentari della provincia, non induce fenomeni di modernizzazione delle
filiere, non incoraggia la penetrazione della cultura della qualità nel settore.
La scarsa incidenza dell’agriturismo, delle attività di servizio delle aziende
agricole, della vendita diretta dei produttori, delle azioni di valorizzazione
dei prodotti locali è la cartina di tornasole di una condizione di separatezza
tra l’agricoltura romana e l’insieme della società.
Il risultato di questo scollamento è una
caduta dei redditi agricoli. Il prezzo dell’uva è in costante diminuzione.
Aumenta il quantitativo di vino che rimane invenduto. La produzione olearia
presenta prezzi inferiori rispetto a quelli delle regioni limitrofe, Umbria e
Toscana in primo luogo.
C’è un pullulare di iniziative da parte
delle organizzazioni imprenditoriali e delle istituzioni locali: l’albo dei
produttori in vendita diretta del Comune di Roma; lo sportello unico
dell’agriturismo; la Strada dei vini dei Castelli Romani; la banca dati dei
prodotti tipici e tradizionali della Provincia di Roma; il concorso regionale
per i migliori oli extravergini di oliva del Lazio, ecc.
Ma questi programmi restano monchi perché
non sono inseriti nell’ambito di processi di sviluppo che si muovono in una
logica distrettuale, non sono supportati da un’Arsial riformata che attiva
funzioni fondamentali nel campo della ricerca, della sperimentazione e della
promozione, non si giovano di un decentramento amministrativo che si accompagna
alla sussidiarietà orizzontale e, quindi, inteso come traguardo di più elevati
livelli di efficienza, di riduzione dei costi, di maggiore competitività dei
sistemi territoriali.
La Cia ha partecipato alla definizione
del sistema di qualità della Strada dei vini dei Castelli Romani, vini di
particolare pregio. I vini bianchi dei Castelli, con il vasto assortimento di
vitigni autoctoni, sono stati definiti come “l’ultimo passo verso lo champagne”,
o addirittura migliori dello champagne, a voler dar credito alla canzone di Ettore Petrolini “Una
gita ai Castelli”.
Abbiamo individuato precise norme che
definiscono i requisiti di qualità delle cantine, delle aziende agricole, degli
agriturismi, delle enoteche e delle aziende di ristorazione che partecipano alla
Strada dei vini.
Siamo attrezzati, con nostre strutture di
servizio specializzate, a diffondere tra le aziende disponibili la
certificazione volontaria, la certificazione di prodotto e quella biologica, le
Iso 9000 e le Iso 14000.
Siamo pronti per progettare e realizzare
programmi di comunicazione, offrire consulenze di marketing, fare formazione,
promuovere attività commerciali.
Ma c’è uno scoglio gigantesco che occorre
superare: la sottovalutazione della componente rurale nello sviluppo del
territorio romano.
Questa sottovalutazione ha un’origine
storica nella distorta crescita urbana della città di Roma, che ha provocato una
dissociazione tra le diverse componenti del tessuto economico-sociale del
territorio romano. Si è rotto, sul piano culturale, ciò che oggi costituisce il
valore fondamentale, in termini di immagine nel mondo, di Regioni come la
Toscana, l’Umbria e le Marche: l’integrazione tra le città d’arte e i paesaggi
rurali.
Se non si ricompone questa frattura, la
città di Roma non potrà mai assolvere in modo efficace alle sue molteplici
funzioni di riferimento universale della cristianità, di snodo tecnologico per
il Mediterraneo e di Capitale d’Italia, perché continuerà a dare di sé
un’immagine di incompiutezza, di squilibrio, di
schizofrenia.
Essa non diventerà mai come Parigi o
Londra, disegnate per tempo nelle forme armoniose che adesso presentano, ma non
potrà nemmeno continuare a restare in questa sorta di limbo che la vede, in modo
innaturale, avulsa da quel territorio che nel corso di un lungo periodo storico
l’ha fortemente caratterizzata.
Neanche le diverse aree territoriali
della provincia di Roma, tuttavia, possono far leva su un’idea di sviluppo
scollegata dalla Capitale. I nuovi distretti che stanno nascendo faranno fatica
a competere nel mondo globale se non avranno la possibilità di fare sistema con
le molteplici funzioni di Roma, di essere parte di quelle
funzioni.
Il Patto territoriale delle Colline
Romane ha come idea-forza la valorizzazione della vocazione turistica, ma il
patrimonio storico-culturale ed eno-gastronomico di quest’area difficilmente
potrà essere apprezzato in modo soddisfacente se non si inquadrerà in una
narrazione più ampia che comprenda anche Roma.
La possibilità di riconoscere i Sistemi
Turistici Locali consente finalmente di ripensare il turismo nel nostro paese
dal basso, nella logica dell’integrazione territoriale e della cooperazione tra
pubblico e privato. Non si tratta di scadere nel localismo. Ma dobbiamo saper
proporre l’Italia nella competizione globale con un’immagine unitaria, forte e
identificabile, favorendo nello stesso tempo la competitività dei territori, non
standardizzandoli, ma esaltandone la tipicità, implementando processi di
qualità, assumendo la sostenibilità come chiave e metodo dello
sviluppo.
L’offerta turistica va concepita come
sistema a rete, con una presenza simultanea di punti di eccellenza e di punti a
differente qualificazione d’offerta.
La ridotta permanenza dei turisti a Roma
(poco più di due notti) testimonia il fatto che il visitatore concentra la sua
visita intorno alle risorse più note. Non c’è un’integrazione tra turismo
religioso, turismo culturale e possibilità di cogliere tutte le risorse
attivabili, dai beni culturali non conosciuti alle risorse ambientali e
paesaggistiche, coinvolgendo l’area del litorale, il sistema dei Castelli, i
laghi, la media valle del Tevere.
Ma questa integrazione è possibile
attivarla solo se si ragiona in una visione policentrica e si affrontano in tale
ottica le politiche dei trasporti, dell’urbanistica, delle attività produttive,
della cultura, dell’ambiente.
Il collegamento veloce tra Velletri e
Ciampino via rotaia va pensato in una logica di riorganizzazione delle polarità
attrattive e di interconnessione delle diverse aree. La realizzazione di
bretelle e raccordi stradali deve puntare a creare nuovi e più diffusi servizi
sul territorio valorizzando ulteriormente le diverse aree
produttive.
Questa visione difficilmente si potrà
imporre se il fenomeno turistico non viene inquadrato in una dimensione che va
oltre l’aspetto prettamente economico. Noi siamo abituati ad affrontarlo dal
punto di vista di chi accoglie il visitatore e di chi è interessato a “vendere”
l’eredità artistica e culturale a condizioni vantaggiose, cercando di
sollecitare nel turista la curiosità e insieme la disponibilità economica,
possibilmente ampia. E’ per questo che ce lo immaginiamo ricco ma ignorante,
curioso ma non troppo, amante delle comodità e del lusso ma diverso dal
cittadino medio che si arrabbia con gli autobus e coi servizi che non
funzionano.
Se ci mettiamo invece nei suoi panni, se
ci facciamo contagiare dal suo stesso desiderio di soddisfare esigenze
spirituali, dalle sue aspettative immateriali, non solo ci poniamo nelle
migliori condizioni per distillare insieme a lui da quest’enorme giacimento
culturale tutte le sue ricchezze, ma predisponiamo le soluzioni urbanistiche, le
infrastrutture, le attività produttive come se i cittadini siano anche un po’
turisti e i turisti si sentano anche un po’ cittadini.
Alla crescita di uno spirito
imprenditoriale moderno, alla creazione di una rete informativa adeguata, ad una
organizzazione agile e coerente delle strutture di ricezione, deve corrispondere
anche un processo di mutamento culturale che faccia evolvere il rapporto con i
turisti da faticosa recita a condivisione profonda di una realtà storica,
territoriale ed artistica che rappresenta uno dei più grandi patrimoni culturali
dell’umanità.
L’acquisizione consapevole di quella che
oggi viene definita nei Paesi sviluppati la nuova ruralità può favorire la
maturazione di questo processo culturale.
La rinascita della ruralità attiene ad
una nuova e crescente domanda da parte dei cittadini di alimenti sani e
diversificati, di momenti di svago e intrattenimento, di preservazione del
paesaggio e dell’equilibrio ecologico. Non si tratta di una moda passeggera a
cui corrispondere con qualche estemporanea esposizione di prodotti tipici o
biologici o solo con una cura più oculata del verde
pubblico.
Sono numerosi i cittadini che desiderano
riavvicinarsi agli agricoltori, ad una cultura rurale non ridotta a folclore, ma
viva e funzionale, alla qualità della vita che può essere goduta in una campagna
dinamica inserita in un contesto rurale vivace e attivo. Di contro, i cittadini
non si accontentano affatto di assistere passivamente, da un lato, allo sviluppo
di un’agricoltura artificiale e decontestualizzata lontana dalle loro
aspettative e, dall’altro, al proliferare di fattorie-museo o di vetrine
didattiche dove venga illustrata l’agricoltura di ieri e di
oggi.
Lo spazio rurale si manifesta come
principale contenitore di valori storici, culturali, paesaggistici,
naturalistici e ambientali. Si presenta anche come costruzione sociale che
assume l’identità fornita dai soggetti ivi operanti, si qualifica per la cura
con cui valorizza i propri vantaggi competitivi e favorisce lo sviluppo di
imprese e organizzazioni capaci di elaborare nuovi progetti ed
esperienze.
In tale ottica, il rapporto
dell’agricoltura con il mercato si sostanzia di una domanda agli agricoltori di
nuovi servizi e nuovi beni commercializzabili: prodotti agricoli e alimentari di
qualità garantita, servizi ricreativi, culturali e didattici. Inoltre, le
imprese agricole possono svolgere la funzione di servizio a interessi collettivi
che le istituzioni non sono in grado di tutelare direttamente: manutenzione del
territorio, cura del paesaggio, valorizzazione dell’ambiente, cura dei boschi e
del verde urbano, conservazione delle specificità culturali.
Un punto deve essere chiaro. Per favorire
la multifunzionalità dell’agricoltura è necessario far leva sullo spirito
imprenditoriale e sulla capacità di dare contenuti etici alla competizione,
evitando sia approcci statalistici che affidamenti illusori alle pure logiche
del mercato. Andrebbero, invece, sperimentati rapporti nuovi tra pubblico e
privato, mediante la diffusione di contratti di collaborazione e di promozione,
nonché di convenzioni con le pubbliche amministrazioni. Tali forme contrattuali
potrebbero riguardare la manutenzione del territorio, la difesa idraulica,
l’adesione volontaria a sistemi di certificazione e di garanzia della qualità,
la fruibilità di beni monumentali e archeologici, i servizi sociali e pubblici,
le attività culturali, ricreative e didattiche nelle aziende agricole, il
marketing territoriale.
Questo reticolo di rapporti che si
andrebbe a tessere in una logica distrettuale potrà essere utilmente
accompagnato dalle organizzazioni sociali nelle forme previste per la
programmazione negoziata, concentrando le risorse finanziarie pubbliche e
private su progetti territoriali condivisi e rendendo complementari iniziative e
strumenti di sviluppo operanti sul territorio. Si alimenterebbe per questa via
una rivitalizzazione della rappresentanza sociale essenziale per coniugare
sviluppo e coesione.
Fare i conti con la dimensione rurale
dello sviluppo del territorio romano significa un impegno culturale di grande
rilevanza e di lunga lena. Implica un dibattito etico e sociale, prima ancora
che tecnico. Innanzitutto va ricostituita nei cittadini l’attitudine a cogliere
le complesse interrelazioni tra cultura, ambiente, alimentazione ed economia. E’
il modo più efficace per affermare i nuovi diritti di cittadinanza, dalla
sicurezza alimentare alla fruibilità delle risorse ambientali. Inoltre, va
evitata una sostanziale mercificazione tra l’uomo e la natura. Infine, va
superata nei fatti una lettura razionalista e funzionalista del territorio
romano, in cui ad un nucleo storico si sommano aree di ordinaria urbanizzazione
bilanciate da cunei verdi. E’ una logica ancora imbevuta del modello dicotomico
centro-periferia, fonte di frammentazione territoriale e, dunque, di incertezza
per le attività produttive e di esclusione per aree sociali sempre più
vaste.
Si tratta di dar vita ad un sistema
policentrico che interessi l’intero territorio della Provincia di Roma, che si
fondi sulla partecipazione sociale, l’autonomia degli enti locali, la
salvaguardia degli ecosistemi, la sostenibilità delle attività economiche e
l’eguaglianza delle opportunità. Vanno costruite identità e relazioni sociali
che i processi di scomposizione e i modelli territoriali gerarchici del passato
hanno dissolto.
Fino a qualche decennio fa la romanità
moderna si alimentava con il contatto diretto, fisico, quotidiano tra attività
produttive, servizi ed abitanti e su quella rete agivano gli artisti e, in
generale, gli uomini di cultura. La funzione degli intellettuali è fondamentale
per attivare i processi identitari e dare forza alle costruzioni sociali che
promuovono sviluppo e coesione.
La nuova ruralità, che in altre regioni
attecchisce su relazioni sociali già esistenti, nel territorio romano
difficilmente potrà rinascere in modo spontaneo perché le reti tra produzione,
cultura, consumo, ricerca, istituzioni sono state sconnesse dai processi di
urbanizzazione, dall’inseguimento di miti fordisti e dagli squilibri
territoriali.
Vanno ricomposte separatezze che si
dimostrano costose e inefficienti, azzerate gerarchie territoriali che non sono
più accettabili, favoriti processi di integrazione per rendere competitivo il
territorio. Ma occorre farlo col consenso e in una logica di sussidiarietà. Ecco
allora l’importanza di sviluppare senso comune e decifrare nuovi
bisogni.
Il Piano territoriale di coordinamento
provinciale, gli strumenti urbanistici dei Comuni, i Patti territoriali, i Piani
di sviluppo rurale, i Leader plus, i Sistemi turistici locali, i Programmi
interregionali, i programmi Life ambiente, Urban, i Programmi di
riqualificazione e sviluppo sostenibile del territorio (Prusst), le Agende 21,
le risorse per le aree protette, i piani di bonifica, gli interventi per la
difesa del suolo e la gestione dell’acqua in una dimensione di bacino sono tutti
elementi che bisognerebbe fare agire in una logica di
complementarità.
Il tratto identitario che potrà sostenere
l’integrazione delle diverse funzioni dell’intero territorio romano è costituito
dalla memoria storica del Latium Vetus, divenuto nel tempo Agro ed ora spazio
rurale che contiene le città. Integrando processi eco-sistemici e svolgimenti
socio-economici questo spazio rurale può proporsi di migliorare la qualità della
vita dei suoi abitanti e dei suoi ospiti.