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Un’idea di Roma

Ci vuole un’iniziativa forte e idealmente motivata in tutti i quartieri di Roma: una vera e propria fase costituente. Spetta, infatti, ai romani decidere se trasformarsi in cittadini capaci di autogoverno per poter esercitare le proprie responsabilità, individualmente e collettivamente, o continuare ad essere dei semplici sudditi, alla pari dei visitatori, dei turisti e dei pellegrini, da governare dall’alto mediante strutture centralistiche e monolitiche, commissari e magistrati, prefetti e gendarmi

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Il commissariamento del Campidoglio è un’opportunità perché permette al PD di agganciare il proprio rinnovamento ad una riforma della governance di Roma. Si tratta di realizzare una vera e propria fase costituente e andare al voto con una nuovo assetto istituzionale di Roma e un nuovo statuto del partito. Un terreno più avanzato di iniziativa si apre anche per quella parte di società civile che vuole contribuire a rigenerare la città, elaborando nuove idee e formando nuove leve per costruire una vera classe dirigente.

Ma quale idea di Roma bisogna elaborare? Non c’è più da un pezzo – e forse nell’area romana non c’è mai stata – una metropoli fordista da organizzare intorno a funzioni specializzate come la catena di montaggio di una grande fabbrica e ad un riequilibrio tra centro e periferie. Quel modello di sviluppo a cui corrisponde uno specifico modello di welfare oggi non è più attuale e si dovrebbe studiare solo in ambito storico. Siamo nella fase in cui si riorganizzano le città-territorio e si deve reinventare il welfare per fare in modo che si adatti alla società in trasformazione.

Un nuovo ciclo di sviluppo

Negli Usa si è avviato un nuovo ciclo di sviluppo industriale fondato su internet e sulla robotica e, naturalmente, su una trasformazione totale del lavoro e su forme nuove dell’abitare. Il governo cinese ha varato un programma di costruzione di nuove città dove si trasferiranno entro il 2020 cento milioni di contadini che lasceranno le campagne. I nuovi centri urbani che stanno per nascere non saranno le metropoli fordiste che si sono sviluppate in Occidente tra l’800 e il 900 ma città-territorio che assorbono gli antichi conflitti tra città e campagna in nuovi equilibri, in nuove modalità dell’abitare, mettendo insieme tecnologie digitali, robotica, biotecnologie.

La bioeconomia si fonda sull’utilizzo multifunzionale di risorse biologiche per la produzione di alimenti, mangimi, energia, ecc. L’agricoltura di precisione è utilizzabile a tutte le altitudini, in tutti i settori e in tutti i contesti socio-economici, comprese le città. La visione IoT (internet degli oggetti) è applicabile nell’agroalimentare, nel turismo, nell’artigianato, nei servizi socio-sanitari, nell’industria culturale. Queste tecnologie connettono aree urbane e rurali, creando un continuum di opportunità.

Insomma, dove la crisi viene affrontata seriamente s’investe in sviluppo e innovazione. Per fare meglio si dovrebbe invertire l’ordine di priorità tra sviluppo e coesione sociale: anticipare la seconda come premessa del primo per civilizzarlo. Bisognerebbe puntare sulla responsabilità delle classi dirigenti locali perché sappiano scegliere poche cose da fare e farle bene. Combattendo le povertà, l’evasione scolastica, il disagio giovanile, l’esclusione sociale. Facendo politiche attive di integrazione degli immigrati. Mettendo fine alla corruzione e alle mafie.

Occorrerebbero percorsi di progettazione ad alta risoluzione capaci di mobilitare le comunità locali, cioè i soggetti e i gruppi che le compongono, senza più separarli per categorie. Anche i luoghi dell’abitare non sono più spazi chiusi, ma ogni edificio o spazio tende a trasformarsi in luogo polivalente, inglobando diverse funzioni nel legarsi ad altri edifici e ad altri spazi. Si tratterebbe di ridisegnare completamente il rapporto tra legame con il territorio e presenza nei mercati internazionali che non sono strategie alternative.

Per accompagnare sul piano nazionale tale disegno, occorrerebbero politiche per l’internazionalizzazione fondate sull’innovazione sociale, sul “fare squadra” in Italia e all’estero, sul superamento di inutili e costose incombenze burocratiche, sulla nostra capacità di favorire processi di interscambio culturale prima ancora che commerciale, sulla costruzione di reti diffuse e collaborative tra pubblico e privato e sul rendiconto alle comunità territoriali dei risultati conseguiti.

Una riforma della governance di Roma

Una nuova idea di città andrebbe accompagnata dalla proposta di una nuova governance di Roma.  La discussione non può che ripartire dal nodo che dal 1870 non è mai stato sciolto. Oggi la questione è ineludibile. Senza istituzioni democratiche efficienti, che sappiano gestire politiche di sviluppo, le mafie prolificano. E tale questione va discussa adesso che gli organi capitolini non ci sono più.

Dall’Unità la proposta di un regime speciale per Roma ha camminato sempre tra due scivolose ipotesi: quella di troppo accentrare e quella di lasciarsi degradare e succhiar sangue da altri. E dunque si deve scegliere o quanto meno contemperare. Difficile, comunque, ignorare il punto.

L’idea di un regime speciale è stata pienamente sostenuta e messa in atto già una volta, ed ebbe la forma di un governatorato direttamente dipendente dai poteri centrali, come voleva Mussolini. Ma anche in altre circostanze, prima e dopo il fascismo, emerse un’inclinazione dello stesso genere.

Quest’idea potrebbe di nuovo farsi strada nell’attuale frangente e trovare una convergenza trasversale negli schieramenti politici. Potrebbe sedurre l’ipotesi  secondo la quale chi governa il Paese governa anche Roma. Una semplificazione istituzionale e amministrativa che si sposerebbe con un certo efficientismo manageriale oggi di moda. Una soluzione apparentemente efficace ai problemi sollevati dallo scandalo di Mafia capitale e dalla conclusione traumatica dell’esperienza della giunta Marino.

Non è da prendere sotto gamba il rischio di tale deriva centralistica che potrebbe portare, in modo strisciante e non dichiarato esplicitamente, verso la forma di un governatorato della capitale alle dipendenze della presidenza del consiglio con un’assemblea capitolina e organi municipali quasi ridotti a meri strumenti consultivi. Alla fine del commissariamento prefettizio, tale ipotesi potrebbe essere presentata come una sorta di soluzione obbligata per dare continuità amministrativa ad una città martoriata da mille mali che deve poter svolgere le proprie funzioni di capitale. Sarebbe la risposta politica allettante all’immagine di “Roma ladrona”, evocata dalle forze populiste della Lega e di Grillo, e all’incapacità di una classe dirigente locale di interloquire alla pari con il governo centrale, con altre parti del paese e con altre metropoli del mondo. Una risposta in grado persino di trovare un consenso diffuso nella città perché sancirebbe la completa deresponsabilizzazione della politica locale e la mutazione genetica del ceto politico romano in mero strumento d’intermediazione tra potere centrale e cittadini che vivono nella capitale.

A questa infausta ipotesi istituzionale e politica – che suggellerebbe anche la fine di ogni sforzo di una società civile intenta a riorganizzarsi intorno alla reinvenzione di comunità locali protagoniste del proprio sviluppo – sarebbe necessario contrapporre una proposta alternativa forte.

Bilanciare gli assetti istituzionali e politici

Il PD deve riflettere su un punto dirimente: c’è un nesso molto stretto tra superamento del bicameralismo perfetto, nuova legge elettorale proporzionale a correzione maggioritaria, disciplina pubblica delle primarie, ordinamento dei partiti e vero federalismo perché c’è da stabilire un equilibrio, con pesi e contrappesi, al nuovo impianto istituzionale del sistema paese. In mancanza di assetti complessivamente bilanciati, la critica di autoritarismo non appare infondata.

E, nel nuovo quadro da costruire, un tassello fondamentale è anche l’ordinamento di Roma capitale, i suoi poteri, la delimitazione della sua area metropolitana, il ruolo dei suoi municipi. Queste entità, che si sono sostituite nominalmente alle vecchie circoscrizioni, devono diventare davvero istituzioni di prossimità. Non più luoghi di mediazione estenuante e vacua tra i bisogni delle popolazioni e il Campidoglio, ma istituzioni vere e proprie in cui le comunità possano riconoscersi  e, insieme, costruire lo sviluppo delle società locali.

I cittadini romani hanno dovuto sopportare per decenni la beffa di circoscrizioni decentrate del Campidoglio camuffate per autonomie locali inesistenti. Presidenti, assessori e consiglieri municipali eletti ma privi di poteri effettivi: semplice ceto politico – per lo più di scarso livello – sostitutivo di funzioni di intermediazione un tempo esercitate dalle sezioni di partito. Anche questa situazione patologica ha accelerato la crisi politica della città e ha alimentato le degenerazioni corruttive nel rapporto tra politica e società.

La fase costituente del PD romano e di Roma capitale deve necessariamente essere aperta dal PD nazionale perché è la nazione che deve proporre il nuovo assetto della sua capitale ed è il partito nazionale che deve riorganizzare, nel proprio statuto, l’impianto federalista e la partecipazione di tutti i cittadini romani che si riconoscono nella proposta politica del PD.

Dopo le scelte compiute con le riforme costituzionali e la legge elettorale –  da completare con un nuovo assetto delle regioni, una disciplina pubblica delle primarie e una legge che regolamenta i partiti –  il PD deve confermare definitivamente i suoi caratteri originari: vocazione maggioritaria, riconoscimento del ruolo della leadership a tutti i livelli istituzionali, impianto organizzativo federalista e carattere aperto delle adesioni. I sindaci e i presidenti delle regioni proposti dal PD devono essere anche i leader del partito al livello territoriale corrispondente. I circoli devono essere soci costituenti e componenti dell’assemblea del livello superiore e così via.

Ci sono quindi due appuntamenti da fissare quanto prima: l’Assemblea nazionale del PD che deve procedere alle modifiche statutarie e la Conferenza programmatica del partito, aperta alla società civile, che deve elaborare la proposta della nuova governance di Roma capitale.

Si tratta di aprire immediatamente il dibattito nei circoli e nella città su un impianto programmatico che tenga insieme contestualmente: a) la proposta di legge per l’ordinamento di Roma capitale che indichi i poteri da attribuire al nuovo ente comparabili coi poteri attribuiti alle capitali dei più grandi paesi europei; b) la proposta di un’omogenea e vera “area capitolina e metropolitana” unificando in Roma capitale comune e città metropolitana e trasformando in comuni metropolitani i municipi di Roma, nonché le comunità e i comuni limitrofi; c) la proposta di una nuova organizzazione del PD in due unioni regionali (una per Roma capitale e l’altra per la restante parte del Lazio) a base federativa, considerando i circoli quali soci costituenti e componenti dell’assemblea regionale.

Tutto questo non si ottiene aspettando la manna dal cielo. Ci vuole un’iniziativa forte e idealmente motivata in tutti i quartieri di Roma: una fase costituente appunto. Spetta, infatti, ai romani decidere se trasformarsi in cittadini capaci di autogoverno per poter esercitare le proprie responsabilità, individualmente e collettivamente, o continuare ad essere dei semplici sudditi, alla pari dei visitatori, dei turisti e dei pellegrini, da governare dall’alto mediante strutture centralistiche e monolitiche, commissari e magistrati, prefetti e gendarmi.

Vedi anche:

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