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Una unione allargata e una più piccola

Alle elezioni europee del 2019 gli europeisti devono presentare un progetto di revisione dei Trattati per edificare un'Europa a diverse finalità: liberamente plurale costituita di due distinte organizzazioni, con distinte basi legali, con distinti assetti istituzionali e distinte competenze di policy

Europa1

Una Unione sovrana di Stati sovrani si può realizzare se si effettuano due differenziazioni, una orizzontale e l’altra verticale.

Qui vedremo la prima differenziazione: quella orizzontale.

Essa riguarda, da una parte, l’Unione allargata che resterebbe così com’è ora e, dall’altra, l’Eurozona che dovrebbe diventare una Unione più integrata e coesa, seppure più piccola. L’Unione allargata continuerà ad avere la competenza nelle politiche regolative del mercato unico. L’Unione più piccola dovrà avere una sua sovranità in poche e ben delimitate materie senza, tuttavia, diventare uno stato federale, né nella forma intergovernativa e né in quella parlamentare.

Si tratta di costruire un’Europa a diverse finalità (e non “a due velocità” – come spesso si dice – che ha un significato ben diverso: i Paesi più ricchi decidono di fare uno scatto per lasciare indietro gli altri meno favoriti). Il progetto di un’Europa “a diverse finalità” ha l’obiettivo di edificare un’Europa liberamente plurale costituita di due distinte organizzazioni, con distinte basi legali, con distinti assetti istituzionali e distinte competenze di policy.

I Paesi che non fanno parte dell’Eurozona potranno sempre entrare nell’Unione più piccola qualora lo dovessero decidere: i Trattati già prevedono i percorsi da seguire.

Tutti gli Stati europei dovranno comunque continuare a rispettare i principi del Preambolo e dell’articolo 2 del Trattato sull’Unione Europea. Il primo contiene questa espressione: “Ispirandosi alle eredità culturali, religiose e umanistiche dell’Europa da cui si sono sviluppati i valori universali dei diritti inviolabili e inalienabili della persona, della libertà, della democrazia, dell’uguaglianza e dello stato di diritto […]”. L’articolo 2 recita: “L’Unione si fonda sui valori del rispetto della dignità umana, della libertà, della democrazia, dell’uguaglianza, dello stato di diritto e del rispetto dei diritti umani, compresi i diritti delle persone appartenenti a minoranze. Questi valori sono comuni agli Stati membri in una società caratterizzata dal pluralismo, dalla non discriminazione, dalla tolleranza, dalla giustizia, dalla solidarietà e dalla parità tra donne e uomini”.

Questi principi e valori valgono non solo per l’Unione ma anche per gli Stati membri, i quali scelgono liberamente di adottarli quando aderiscono all’Unione.

Si aderisce all’Unione infatti per libera scelta e in base ad una valutazione di opportunità. Per questo motivo, l’Unione non può essere concepita come una prigione, ma neppure come una mera, altalenante, consorteria di tipo commerciale. L’art. 50 del T.U.E. prevede un’intensa liturgia laica per uscire dall’Unione quando uno Stato membro decide di sciogliere i vincoli liberamente assunti. È quello che sta accadendo con Brexit.

Ma andrebbe rivista la competenza riguardante la responsabilità del monitoraggio del rispetto dello stato di diritto e del procedimento democratico negli Stati membri. È inaccettabile che alcuni Paesi membri dell’Unione non rispettino i principi e i valori previsti dal Trattato liberamente sottoscritto e che nessuna istituzione dell’Unione si attivi per rilevare e sanzionare tali inadempienze.

Il premier ungherese Viktor Orbán ha istituito una spietata autorità-grande fratello per controllare i media e la giustizia amministrativa. È giunto finanche ad invocare la restaurazione della pena di morte e non nasconde la volontà di instaurare una “democrazia illiberale”. In realtà, egli è già andato oltre la frantumazione di una democrazia liberale e sta danneggiando gravemente la democrazia in quanto tale. La libertà di parola e di assemblea, il pluralismo dei media e la tutela delle minoranze non sono elementi propri solo del liberalismo (o dello Stato di diritto). Sono costitutivi della democrazia in quanto tale.

Il ministro italiano per i rapporti con il Parlamento, Riccardo Fraccaro, è arrivato a sostenere che andrebbe superata l’istituzione che sarebbe invece suo dovere difendere, sostituendola con la democrazia diretta e referendaria.

Per il leader finanziario dei Cinque Stelle, Davide Casaleggio, il Parlamento ha ormai i giorni contati. Per il garante dei Cinque Stelle, Beppe Grillo, è addirittura la democrazia ad avere i giorni contati, in quanto le elezioni verranno sostituite dal sorteggio per scegliere le autorità governative (aggiungendo, in assenza di qualsiasi evidenza, che ciò avviene già in due Province del Canada). Secondo i sovranisti italiani, l’auto-governo del popolo è naturalmente minacciato dai regimi sovranazionali. Così, un gruppo di senatori della maggioranza ha presentato, l’8 maggio scorso, un disegno di legge costituzionale finalizzato a modificare gli articoli della costituzione (97, 117, 119) che riconoscono (per alcune materie) la preminenza del diritto europeo su quello nazionale.

Il tutto avviene nel silenzio imbarazzante delle istituzioni europee.

Non può essere la Commissione a svolgere il compito di monitorare il rispetto dello stato di diritto che richiede autorevolezza e fermezza. Sarebbe auspicabile che fosse il Parlamento europeo, composto dai rappresentanti dei cittadini dell’Unione, la istituzione preposta al monitoraggio del “rispetto” dei valori e dei principi e dell’impegno a “promuoverli”, come afferma l’art. 49 del T.U.E.

Il Parlamento europeo non ha il potere di iniziativa legislativa e non ha nemmeno quello di modificare i Trattati. Lacune che vanno affrontate elaborando un progetto di revisione delle norme fondamentali che regolano le istituzioni europee.

I partiti politici che partecipano alle elezioni europee del 2019 hanno, dunque, il dovere di presentare agli elettori le proprie proposte puntuali di modifica dei Trattati per rendere democratiche ed efficaci le istituzioni europee e rispondere così alla crescente disaffezione dei cittadini nei confronti dell’UE. Per poter realizzare politiche idonee servono istituzioni e meccanismi decisionali che permettano di farlo. Questa volta la campagna elettorale per le europee non si svolgerà sulle politiche nazionali, ma sulle politiche europee. E gli aspetti istituzionali sono cruciali per battere la visione istituzionale sovranista volta a svuotare l’Unione. È tempo di riformismo e non di difesa dello status quo!

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