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Togliatti in Basilicata

Per assumere dimensioni di massa, il PCI deve fondarsi su quadri fortemente radicati nel tessuto sociale, scelti indipendentemente dalla propria condizione professionale, purché perfettamente consapevoli di dover compiere un percorso costante di apprendimento individuale e collettivo e, al tempo stesso, sufficientemente capaci di leggere la realtà in cui operano e di estendere continuamente le alleanze politiche e sociali

Palmiro Togliatti

Palmiro Togliatti

Per avere un’idea di cosa può essere il partito comunista a Tito e in Basilicata nell’immediato secondo dopoguerra si può ricorrere alle memorie di alcuni protagonisti dell’epoca e, in particolare, alla rievocazione di alcuni episodi significativi come il congresso della federazione comunista di Potenza.

Il segretario del PCI, Palmiro Togliatti, era tornato in Italia dall’URSS il 27 marzo 1944. Dinanzi a sé aveva un compito immane: contribuire alla legittimazione del PCI come forza determinante della nascente Repubblica italiana e, nello stesso tempo, mantenere il legame con Mosca aderendo di fatto alla sua politica estera. Questa duplice lealtà influenzava necessariamente la sua iniziativa.

Tuttavia, non c’era esclusivamente il vincolo esterno di parte comunista ad assoggettare il sistema politico italiano riorganizzatosi nel secondo dopoguerra. C’era anche la collocazione strategica dell’Italia nell’area d’influenza americana a giocare un ruolo rilevante nelle scelte sia di Togliatti che di altri leader politici a partire da Alcide De Gasperi. E accanto al vincolo esterno e intrecciato con esso, c’era un vincolo interno che pochi studiosi hanno finora approfondito nella sua complessità. È difatti indubbio che tra il PCI e la DC si conduce nell’immediato secondo dopoguerra una competizione politica fondata sulla capacità di entrambi i partiti di agganciarsi a quei filoni culturali e politici i quali, dall’Unità d’Italia in poi, si erano caratterizzati per la loro radicata, diffusa e attiva presenza nei movimenti popolari e, principalmente, in quelli contadini e rurali sia d’ispirazione socialista e laica, sia d’ispirazione cattolica nella sua duplice accezione democratica e liberale.

Agli albori della Repubblica, si compie, in sostanza, una lotta politica che vede in palio l’eredità delle culture popolari prefasciste e la capacità di porle alla base, rinnovandole, dei valori e dei principi della Carta costituzionale e, nello stesso tempo, dei valori e dei principi dei rispettivi progetti di ricostruzione dei partiti e delle organizzazioni della società civile. Vincolo interno e vincolo esterno s’intrecciano e si sovrappongono ma sono entrambi essenziali per comprendere i caratteri originari della nostra Repubblica. E i tratti storico-culturali di una società civile prevalentemente rurale – per i particolari e specifici rapporti tra città e campagne esistenti in Italia – e, nello stesso tempo, prevalentemente cattolica – anche per la presenza del Vaticano nella penisola – sono i connotati che segnano, in modo indelebile, l’arena in cui questo confronto/scontro – certamente condizionato anche da fattori esterni – si svolge e dà vita al particolare sistema politico italiano del secondo dopoguerra.

Quando era sbarcato a Napoli, Togliatti aveva trovato una società civile fortemente disgregata in tutte le sue pieghe, drammaticamente sconvolta dalla guerra e politicamente diseducata da vent’anni di fascismo. E aveva posto la necessità di lavorare innanzitutto alla sua ricomposizione. A tale fine, aveva indicato immediatamente tre elementi di novità: 1) il carattere nazionale del partito; 2) la partecipazione attiva, non soltanto come critica, ad un governo nazionale; 3) il carattere di massa e popolare che doveva avere il partito.

Il 22 aprile 1944 si era formato a Salerno il secondo governo Badoglio con la partecipazione dei sei partiti del Comitato nazionale di liberazione. L’esecutivo era il frutto di un’iniziativa politica che vedeva Togliatti tra i maggiori protagonisti. Nelle trattative con gli altri partiti egli aveva accantonato il problema istituzionale della monarchia per dare priorità a quello di fornire una guida al paese con il concorso di tutte le forze impegnate nel movimento di liberazione per porre termine al più presto all’invasione tedesca e liquidare i residui del regime fascista. Siffatta proposta passerà alla storia come la “svolta di Salerno” dal nome della città dove si era costituito il nuovo governo.

Già nei suoi primi discorsi, il capo del PCI era tornato più volte sul concetto di “popolo” per precisare che non si trattava soltanto della parte più povera della popolazione, come potevano essere i braccianti appena tornati dal fronte nelle proprie contrade e centri rurali, ma anche di settori estesi della piccola e media borghesia urbana e degli intellettuali. Il suo progetto si fondava su una ricomposizione tra città e campagne e tra nord e sud del paese mediante la ricerca di “una via nostra, la via italiana, la via che è dettata dalle particolarità, tradizioni e condizioni del paese nostro, di sviluppo della democrazia e di lotta per la realizzazione delle più avanzate riforme democratiche e per il socialismo”.

Il dirigente comunista aveva voluto immediatamente toccare con mano le diverse realtà agricole del paese per comprenderne l’evoluzione e approfondire i problemi che nel frattempo si erano ulteriormente aggravati.

Riflettendo su alcuni episodi di quel periodo, colpisce la capacità del capo del PCI di cogliere gli aspetti più minuti della vita delle campagne e di ricavarne indicazioni preziose per il lavoro politico.  Emblematico è, a questo proposito, il suo viaggio in Basilicata subito dopo la formazione del secondo governo Badoglio in cui ricopre la carica di ministro senza portafogli. E sorprende la sintonia che immediatamente riesce a creare con Michele Mancino, figlio di bracciante e bracciante egli stesso, comunista fin dalla scissione di Livorno, costruttore e animatore del partito negli anni della dittatura, segregato nelle carceri fasciste dove può avvicinarsi ai precursori del movimento comunista sotto la guida di illuminati maestri, come Emilio Sereni e Velio Spano.  Sono proprio figure temprate come quella di Mancino che egli intende promuovere alla direzione del partito nuovo. Ma prima vuole rendersi conto di persona delle loro reali capacità e sensibilità.

Michele Mancino

Michele Mancino

È Mancino stesso a raccontare l’incontro con Togliatti  e i preparativi per la sua partecipazione al congresso della federazione comunista di Potenza. Nella ricostruzione dell’episodio, il capo del PCI appare come una figura carismatica e soprattutto mostra evidenti capacità educative e una spiccata propensione a trasmettere tali attitudini ai dirigenti di base. “Volle vedere la relazione che avevo preparato – scrive Mancino in un suo libro di memorie Lotte contadine in Basilicata – e rimase sorpreso quando gli comunicai che in effetti non avevo fatto nessuna relazione essendo rientrato il giorno prima dal Melfese; disponevo solo di una serie di appunti, il resto lo avevo in mente; mi propose allora di abbozzarla insieme la mattina seguente”.

Messo alla prova da Togliatti, il dirigente lucano mostra di conoscere perfettamente le varie forme di contratto agrario più diffuse nella provincia di Potenza e lo stato dei rapporti tra i contadini e i proprietari. Al congresso si scontrano i delegati del capoluogo di provincia che volevano egemonizzare la direzione del partito e quelli che venivano dalle altre zone. Deve intervenire più volte Togliatti per invitare a votare Mancino alla carica di segretario e a respingere la candidatura dei potentini che vogliono eleggere un professore che non ha mai avuto la tessera del partito e, soprattutto, ha rifiutato l’iscrizione in momenti difficili come quelli attraversati durante il periodo fascista.

Prima di ripartire per Napoli, Togliatti riserva a Mancino, appena eletto segretario, una parola di conforto e alcune raccomandazioni: “Non ti scoraggiare se ci sono state resistenze alla tua elezione. L’uomo non inizia mai un’attività, un lavoro, un’opera importante che sia bella e perfetta. In politica si inizia con quello che si ha, con ciò di cui si dispone, e poi via via, nel corso degli anni si modifica, si migliora, si perfeziona ma senza mai giungere alla fine con le primitive idee e i primi programmi perché questi si modificano in base al mutamento delle condizioni, e le nuove situazioni dovute alla nostra attività, che tu devi ancora orientare e modificare, mutare forme di lavoro, tattica e nuovo programma, sia per le parti che realizzi come per i problemi nuovi che sorgono dalle lotte delle masse contro gli avversari di classe. Idee chiare, costanza e non commettere errori, questi sono i vostri compiti del momento. (…) Le masse si educano nella lotta e i quadri si formano nella lotta, nello studio e nel lavoro. Ma occorre tempo, molto tempo, degli anni, per formare un quadro politico che non si realizza solo attraverso le lotte, il lavoro e l’esperienza; occorre soprattutto lo studio”. E l’ex bracciante conclude il racconto di quell’incontro straordinario con queste parole: “ Ci separammo, ma la sua figura, le sue parole, i suoi consigli sono rimasti sempre con me quasi come un collegamento ideale fino e oltre la sua scomparsa, non ho mai dimenticato nulla dei suoi insegnamenti e in ogni circostanza li ho sempre attuati”.

Emerge in questo episodio l’approccio eminentemente pedagogico di Togliatti nella costruzione del partito nuovo. Per assumere dimensioni di massa, il PCI deve fondarsi su quadri fortemente radicati nel tessuto sociale, scelti indipendentemente dalla propria condizione professionale, purché perfettamente consapevoli di dover compiere un percorso costante di apprendimento individuale e collettivo e, al tempo stesso, sufficientemente capaci di leggere la realtà in cui operano e di estendere continuamente le alleanze politiche e sociali.

Con il medesimo spirito si formano i quadri delle sezioni di base. A Tito il nucleo originario del PCI è costituito da giovani che si adattano ad ogni tipo di lavoro. La miseria è la condizione in cui vive la maggior parte delle famiglie. E chi dispone di un pezzo di terra sta un po’ meglio di chi non possiede nulla. Si acquista e si vende alla borsa nera praticata da giovani contrabbandieri che arrivano da Napoli e dalla Campania, occupando abusivamente un treno merci o altro mezzo di fortuna. Tra il 2 e il 3 marzo 1944, cinquecento ragazzi erano morti per asfissia nella galleria delle Armi tra la stazione di Balvano e di Bella Muro. Erano partiti da  Battipaglia alla volta di Potenza. Ma la brutta salita che si incontra dopo Sicignano e il sovrappeso avevano costretto il convoglio prima a rallentare  e poi a fermarsi in una delle gallerie. I viaggiatori e i ferrovieri erano rimasti intrappolati fino all’alba e quando erano arrivati i soccorsi era già troppo tardi. L’allarme non era scattato e l’alta tossicità dei gas , provocata dalla cattiva qualità del combustibile aveva già determinato il disastro. Questo era il clima che si viveva in quegli anni.

balvano

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