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Superare i conflitti con un Concilio

Francesco ha fatto balenare la possibilità che persone divorziate e risposate civilmente ricevano l'Eucarestia. Un libro di Luigi Sandri analizza la novità evidenziando un errore di procedura che potrebbe porre a catena nella Chiesa non pochi problemi su una serie di temi-tabù

Cardinal Carlo Maria Martini

Luigi Sandri, Il papa gaucho e i divorziati. Questo matrimonio (non) s’ha da fare, Aracne, Canterano (RM), giugno 2018, Pagg. 356, € 19,00

Chi non ha dimestichezza coi temi teologici trova del tutto incomprensibile la disputa sorta nella Chiesa di Roma dopo che Francesco, con la sua esortazione apostolica post-sinodale Amoris Laetitia, ha lasciato intendere che persone divorziate e risposate civilmente possano ricevere l’Eucarestia. Eppure la polemica non si placa tra i due “partiti” che si sono creati: quello della maggioranza dei cardinali e dei vescovi che, seguendo papa Bergoglio, ritiene possibile tale scelta per ragioni pastorali, dopo discernimento e caso per caso, e quello di una minoranza di prelati che, invece, la considera “eretica”. Il libro di Luigi Sandri ci accompagna tra le ragioni degli uni e degli altri, camminando a ritroso fino al Concilio di Trento per esaminare come il magistero papale e quello conciliare hanno affrontato tra la metà del Cinquecento e l’alba del XXI secolo il tema della famiglia. Per giungere in fondo al vero pomo della discordia e cioè che la novità di Francesco non poteva essere introdotta dopo i due Sinodi sulla famiglia, ma solo a seguito di un Concilio generale della Chiesa romana.

Questa è, infatti, l’opinione dell’autore che costituisce il cuore del libro. Un’opinione per nulla campata in aria ma ampiamente documentata mettendo a confronto le diverse posizioni e, soprattutto, dando conto del tentativo volenteroso di Bergoglio di confermare strenuamente la dottrina esistente e affidare alla misericordia proclamata dall’Evangelo il potere di illuminare anche la considerazione pastorale del problema concreto che viene affrontato.

Come nel poema epico El Gaucho Martín Fierro, José Hernández ben rappresenta il cavallerizzo audace, generoso, molto ospitale, fedele nell’amicizia, rispettoso di un codice di giustizia che doveva caratterizzare le pampas del Cono Sur dell’America, così l’autore descrive la cavalcata del papa gaucho (che significa “mandriano”) nelle sconfinate pampas della Chiesa, per ripercorrerne la vicenda, custodirne l’eredità bimillenaria e vivificarne le parole antiche di nuova linfa di fronte alle sfide della contemporaneità. Una cavalcata ardua per tenere insieme progressisti e conservatori che potrebbe sfociare in un grande balzo in avanti, appunto un Concilio, dove i problemi si potrebbero esaminare a fondo e con tutto il tempo necessario, valutando tesi ed obiezioni, per lanciare il nuovo paradigma interpretativo, teologico e pastorale, della Chiesa come ancella della misericordia di Dio. E dove precisare se i canoni tridentini siano o no ancora validi e in che senso; e così l’enciclica Veritatis Splendor di papa Wojtyla; e se Amoris  Laetitia debba essere confermata oppure modificata. Insomma, dove vagliare attentamente e collegialmente ogni aspetto, dottrinale e pastorale.

Ma come – molti si chiederanno – davvero un problema così personale e intimo, di fatto marginale, come quello dei cattolici divorziati e risposati civilmente meriterebbe la convocazione di un Concilio?

Luigi Sandri spiega nel libro che, in realtà, con i due Sinodi sulla famiglia e l’esortazione che ne è conseguita, Francesco ha posto una questione di metodo che, trasposta ad altri temi, naturalmente mutatis mutandis, rivoluzionerà il volto della Chiesa romana. L’autore fa un esempio concreto: se un prete latino ritenesse, in coscienza, di voler vivere pubblicamente l’amore con una donna, da lui ritenuto una grazia imprevista, quale vescovo potrebbe toglierlo dalla parrocchia per aver violato, in quel caso specifico, la promessa di celibato, che è una mera legge ecclesiastica, ignota nei primi secoli della Chiesa? Ma altri esempi si possono fare: l’ordinazione sacerdotale delle donne, il riconoscimento delle unioni gay, il controllo delle nascite, ecc. Tutti temi-tabù su cui, qualora il papa “aprisse”, la Chiesa di Roma si spaccherebbe perché quegli argomenti, apparentemente circoscritti e specifici, deflagrerebbero su diversi altri temi: evoluzione dei dogmi, rapporto dottrina/pastorale, magistero/coscienza personale, grazia/peccato/perdono, episcopato/popolo di Dio, assolutezza/relatività delle espressioni dogmatiche, libertà/autorità/democrazia, uomo/donna nella Chiesa. Mine teologiche vaganti che, non accuratamente disinnescate, possono esplodere ad ogni momento.  E tuttavia per ciascuno di questi temi scottanti e per altri che emergeranno e al momento imprevedibili, si potrebbe applicare il metodo bergogliano di distinguere la dottrina (per lasciarla inalterata) dalla pastorale. La quale permetterebbe, discernendo il singolo caso, di lasciarsi guidare dalla misericordia di Dio e risolvere il problema specifico anche in contrasto con la dottrina.

Da questa situazione tragica in cui Francesco ha posto sé e la sua Chiesa solo un Concilio potrebbe permettere una uscita di sicurezza e, nel contempo, un’opportunità che si tradurrebbe in una reale innovazione. Un Concilio in cui parteciperebbero non solo tutti i vescovi, ma anche – secondo la proposta dell’autore – altri “padri” e “madri”: presbiteri, diaconi, monaci e monache, religiosi e suore, laici, donne e uomini.

Una tale assemblea nella Chiesa romana, a differenza delle Chiese non cattoliche, non è stata ancora istituita. E dunque manca l’organismo che potesse garantire la rappresentanza di tutto il “popolo di Dio”, il cui primato – va tenuto a mente – è sancito dalla Lumen gentium, la costituzione dogmatica della Chiesa elaborata a seguito del Vaticano II. Ma questa lacuna non significa che, entrata nel terzo millennio e con una presenza – talora massiccia, talaltra solo con comunità germinali – in ogni paese del mondo, la Chiesa cattolica non debba finalmente provare a dotarsi di una siffatta assemblea effettivamente rappresentativa dei propri aderenti.

Senza peli sulla lingua, Luigi Sandri individua nei progressisti i maggiori oppositori di un percorso conciliare. Ecco le loro obiezioni che l’autore già ha percepito negli ambienti che frequenta: come si fa a celebrare oggi un Concilio con tremila vescovi? E poi che bisogno c’è, regnando Francesco, così accogliente? È davvero stupefacente! “La cosa buffa – scrive – è che gli stessi progressisti avevano plaudito in massa (ma allora regnava Wojtyla!) il cardinale gesuita Carlo Maria Martini, al tempo arcivescovo di Milano, quando auspicò un Concilio per affrontare una serie di ‘temi caldi’”. E a tale proposito è citato il discorso che il porporato tenne, durante un Sinodo dedicato all’Europa, il 7 ottobre 1999, in cui elencò questi “temi caldi”: “la posizione della donna nella società e nella Chiesa, la partecipazione dei laici ad alcune responsabilità ministeriali, la sessualità, la disciplina del matrimonio, la prassi penitenziale, i rapporti con le Chiese sorelle dell’Ortodossia e più in generale il bisogno di ravvivare la speranza ecumenica, penso al rapporto tra democrazia e valori e tra leggi civili e legge morale”.

L’autore aggiunge che i progressisti contrari all’ipotesi “nuovo Concilio” fanno un’obiezione ulteriore che egli definisce “bizzarra”: la sua celebrazione significherebbe una damnatio memoriae del Vaticano II. Ma come? Il “nuovo” potrà fare tesoro delle grandi affermazioni del vecchio concilio e confermarle e ampliarle; e poi potrà fare dei passi in avanti e affrontare temi appena sfriorati dalla precedente assemblea, o da questa ignorati, perché allora erano germinali, o del tutto assenti. Il buon senso porta a fare questa considerazione. Perché allora escludere un nuovo Concilio? Il dubbio dell’autore è che Francesco speri in un esaurimento indolore delle posizioni critiche nei suoi confronti e in una progressiva condivisione larga del suo insegnamento, evitando scontri e dibattiti alla luce del sole. Ma si tratta di un’ipotesi che lascia Luigi Sandri molto perplesso: “La storia della Chiesa e delle Chiese – egli sostiene – dimostra che le fondate obiezioni teologiche lasciate inevase non si dissolvono nel nulla, almeno quando toccano la vita intima della gente e la vita quotidiana delle persone; al contrario, crescono ponendo non pochi problemi alla comunità ecclesiale”.

Non sono in grado di valutare se le perplessità dell’autore siano plausibili. Ma leggendo il libro mi sono persuaso che al fondo della vicenda che sta vivendo la Chiesa di Francesco c’è una questione che non emerge con la dovuta attenzione. Oggi nel mondo è in atto una crisi profonda della democrazia rappresentativa e si diffondono populismi di ogni genere. Nascono, come in Italia, governi sulla base di “contratti” tra forze politiche, come il M5S, incapsulate in imprese operanti nella comunicazione digitale che gestiscono spregiudicatamente la pubblicità virale in rete. Si moltiplicano regimi autoritari e “democrazie danneggiate”, come il politologo  Jan-Werner Müller suggerisce di denominare più appropriatamente quei sistemi ammorbati che i loro untori chiamano in modo compiaciuto “democrazie illiberali”. Ma papa Francesco tace su tali processi che appaiono a molti osservatori oltremodo pericolosi per il futuro dell’umanità, mentre nel suo attivismo si fanno sempre più manifeste talune tendenze populistiche che gli derivano dalla sua esperienza latino-americana. Juan Carlos Scannone, suo professore al tempo degli studi argentini, ha scritto in Quando il popolo diventa teologo: “La religione popolare latino-americana è stata capace di resistere ai colpi dell’illuminismo e del laicismo”.

Eppure abbiamo visto come già nel 1999 il futuro della democrazia fosse per il Cardinal Martini un “tema caldo” da porre in discussione nella Chiesa. E oggi che è diventato incandescente, sembra non esserci sufficiente consapevolezza. Forse l’incertezza se convocare o no un’assemblea rappresentativa delle diverse componenti della Chiesa sta dentro a questa difficoltà a confrontarsi con una delle sfide più gravi del mondo contemporaneo?

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