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Senza europei non ci sarà mai un’Europa

L’esasperata conflittualità che la vicenda greca ha fatto esplodere è il sintomo più evidente che il percorso federativo dell’ideale europeo è stato tradito. È illusorio pensare di evitare i conflitti fra Leviatani (gli Stati nazionali europei) costruendo una sorta di super-Leviatano europeo. Rimarremmo dentro la stessa logica hobbesiana che concepisce la società partendo dal presupposto "homo homini lupus". Se non ci liberiamo di questo pregiudizio non faremo nessun passo avanti.

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Se non si costruisce prima una società civile forgiata da comunità di cittadini e formazioni sociali che imparino a riconoscersi reciprocamente come europee e appartenenti ad una stessa comunità politica, al di là dei confini nazionali, e che svolgano attività d’interesse generale europeo, non potranno mai nascere istituzioni politiche europee di governo legittimate democraticamente. Ma al momento non c’è una sola associazione europea che svolga effettivamente un’attività di interesse generale sovranazionale.

Se non si costruisce prima un’opinione pubblica europea capace di creare un orizzonte culturale comune, non potranno mai nascere istituzioni politiche europee di governo legittimate democraticamente. Ma al momento non c’è nemmeno un quotidiano che contribuisca a formare un’opinione pubblica effettivamente europea orientata ad elaborare una cultura europea comune.

Se non si costruiscono prima partiti effettivamente europei in grado di elaborare proposte di politica estera e di politica economica di dimensione europea, non potranno mai nascere istituzioni politiche europee di governo legittimate democraticamente.

Siamo in molti ad auspicare la nascita degli Stati Uniti d’Europa. Ma cosa facciamo concretamente e personalmente perché società civile, opinione pubblica e partiti politici evolvano effettivamente nella dimensione europea?

Siamo in molti ad avvertire l’esigenza di una nuova classe dirigente di rango europeo. Ma dobbiamo essere consapevoli che questa si forma inizialmente nella società civile. Non potrà mai nascere né nei partiti, né nelle istituzioni. Allora cosa facciamo concretamente e personalmente per contribuire a formarla?

La costruzione degli Stati Uniti d’Europa non ha nulla a che vedere con la costruzione di un super-Stato a cui trasferire la sovranità degli Stati nazionali. L’esasperata conflittualità che la vicenda greca ha fatto esplodere  è il sintomo più evidente che il percorso federativo dell’ideale europeo è stato tradito.  È  illusorio pensare di evitare i conflitti fra Leviatani (gli Stati nazionali europei) costruendo una sorta di super-Leviatano europeo. Rimarremmo dentro la stessa logica hobbesiana che concepisce la società partendo dal presupposto homo homini lupus. Se non ci liberiamo di questo pregiudizio non faremo nessun passo avanti.

La crisi dell’Unione Europea è l’esito di un’insofferenza delle popolazioni nei confronti di un potere, quello dei burocrati di Bruxelles, che cercano di integrare l’Europa costruendo una sorta di super-Stato, anziché cercare di realizzare una federazione di Stati che lasci il massimo delle libertà a ciascuno di essi e unifichi solo gli interessi comuni.

Quali sono questi interessi comuni da unificare? Innanzitutto l’interesse a relazionarsi insieme verso il resto del mondo per promuovere lo sviluppo delle aree da cui provengono le migrazioni. L’altro interesse comune è la pace interna ed esterna, attraverso una maggiore solidarietà e cooperazione interna e la costruzione di partnership con altri Stati o organismi sovranazionali. Gli Stati Uniti d’Europa devono avere in comune due grandi politiche: la politica estera e la politica economica.

Per realizzare una siffatta unità europea, un criterio di governance globale non può che essere la sussidiarietà. Questo significa che ciascuno deve agire in modo da aiutare l’altro a fare ciò che l’altro deve fare. Non sostituirlo, ma capacitarlo.

L’Europa potrà diventare Unione politica se sarà una rete di reti di relazioni fra soggetti di società civile che creano una cittadinanza europea dal basso e sono sostenuti da un sistema politico (l’Unione) che agisce in modo sussidiario verso di essi. Non si può non vedere che oggi avviene del tutto il contrario.

Pochi sanno che l’UE non ha mai voluto riconoscere le associazioni europee, perché teme le formazioni sociali intermedie. L’attuale UE vuole controllare tutto e tutti attraverso un potere economico e politico invasivo. C’è un intento non detto nell’idea di super-Stato con una moneta unica che attraversa trasversalmente le culture politiche di tutti i raggruppamenti: in un super-Stato si applicherebbe esclusivamente la norma del voto democratico; cioè la regola secondo la quale il più forte imporrebbe la sua volontà.

Una federazione fondata, invece, anche sul principio di sussidiarietà tutelerebbe le singole comunità politiche. Le quali creano beni relazionali per sé, ma li rendono disponibili e fruibili per altri, a patto che essi accettino le regole del rispetto reciproco e della responsabilità verso la socialità che costituisce il tessuto di quella comunità. Si tratta di abbandonare l’idea di integrazione livellatrice e omologante e realizzare quella di interazione tra le culture fondata sulla reciprocità e il mutuo aiuto. Se gli europei non si riconosceranno prima come europei non ci sarà mai un’Europa.

 

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