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Per una ruralità con gli occhi verso il mondo

Combattere i pregiudizi che vedono in conflitto agricolture di relazione e percorsi competitivi e aprirsi a rapporti culturali e scambi commerciali con l'arcipelago "italico" che costella il pianeta. Abbandonare ogni velleità autarchica e protezionistica e dare priorità all'Italian Sounding rispetto al Made in Italy. Rielaborare una nuova idea di prossimità

mondo

 

La nuova ruralità è ancora oggi percepita nelle politiche pubbliche perlopiù come espressione di una sorta di dualismo: da una parte l’agricoltura “competitiva” che “starebbe sul mercato” e, dall’altra, l’agricoltura “multifunzionale” – caratterizzata da beni relazionali, legami comunitari e processi produttivi sostenibili – che “non avrebbe nulla a che fare con la competitività”.

Un pensiero riposto configurerebbe la multifunzionalità agricola non solo come una forma di “resistenza” dei neo-contadini alla modernizzazione e alla globalizzazione dei sistemi agroalimentari. Ma soprattutto come un’agricoltura “altra”, da sostenere in modo distinto e separato da quelle definite in gergo “agricolture convenzionali”.

È indubbio che, nei Paesi industrializzati, la ruralità contemporanea sia stata reinventata negli anni ’70 del secolo scorso sull’onda di un ripensamento del modello di sviluppo che si era imposto nel periodo precedente.  Un modello che aveva innescato,  tra gli anni ’50 e ’60, la crisi ecologica: una rottura epocale, esito di due derive rovinose: da una parte, l’erosione delle relazioni interpersonali e del senso di comunità; dall’altra, la riduzione degli agricoltori a destinatari passivi delle tecnologie, non potendosi più giovare di quel ceto tecnico-scientifico agrario, fondamentalmente insediato nell’amministrazione pubblica, autonomo dagli interessi dell’industria produttrice di mezzi tecnici e capace di interagire virtuosamente coi saperi esperienziali dei territori rurali. Con l’imporsi – sul piano culturale e politico – del modello industriale forzato dall’alto, una parte considerevole di tecnici e ricercatori era infatti trasmigrata dagli apparati pubblici dell’agricoltura nelle fabbriche di sementi, trattori, fitofarmaci, concimi e mangimi, lasciando i produttori agricoli a vedersela da soli con la modernità. La sensibilità ecologica e il bisogno di legami comunitari fecero, dunque, emergere quarant’anni fa le prime forme di resistenza alle idee che erano sottese a quel modello distruttivo di capitale umano e di risorse naturali.

I pregiudizi che gravano sulla ruralità contemporanea

I percorsi ideali e civili che hanno accompagnato la re-invenzione della ruralità, tuttavia, non giustificano una condizione di separatezza e autoreferenzialità delle agricolture di relazione rispetto ai percorsi competitivi. Siffatta condizione in realtà nasce da una serie di pregiudizi duri a morire. Una delle dicotomie che la cultura occidentale si porta dietro da secoli e che crea tanti problemi alla nostra vita è, infatti, quella che oppone il dono al mercato, la gratuità al doveroso. Le conseguenze sono gravi perché portano a considerare la gratuità come una faccenda estranea alla vita economica normale e ad “appaltare” il dono a settori per specialisti, come il “non profit”, il volontariato o la filantropia. Ma il tutto è frutto di un pregiudizio. Luigino Bruni ha scritto su questo pensiero riposto pagine molto intense e persuasive per confutarlo. È ancora oggi opinione diffusa ritenere che il dono non debba essere contaminato da pratiche mercantili e il mercato non debba essere indebolito e snaturato con pratiche di dono, pena il danno per entrambi i mondi.  Un pregiudizio – spiega Bruni – che impedisce alla giustizia di espandersi e dare i suoi frutti. Un mercato senza gratuità diventa, invero, semplice gioco speculativo  e respinge la vera innovazione.  Un dono che rifugge dai contratti e combatte la reciprocità tra equivalenti e il doveroso delle regole diventa il “gratis”, lo “sconto”, lo “straordinario”, il “superfluo” che presto si tramutano in “non necessario” e persino in “inutile”.

Come tutti i pregiudizi, anche questo ne genera altri, tra cui la dicotomia competizione / collaborazione che in molte realtà imprenditoriali non esiste. Un’economia civile, generativa e feconda, non può che nascere dalla varietà, dalla biodiversità, dalla multidealità, dalla promiscuità e dalle contaminazioni tra realtà diverse.  Già oggi il mercato e la gratuità, da una parte, e la competizione e la collaborazione, dall’altra, sono facce della stessa buona vita comune. Basta guardarsi intorno per notare che la gran parte delle imprese sono mosse da obiettivi diversi (sociali, relazionali, ideali, simbolici), e non solo dai profitti. E questa caratteristica non pregiudica affatto il loro essere imprese di mercato a tutti gli effetti. La loro valenza non solo “for profit” non comporta affatto che siano destinate, inesorabilmente, a soccombere nel mercato globale.

Le vittime dei pregiudizi che gravano sulla ruralità contemporanea

L’idea salvifica che, per un giovane di origine urbana, “tornare alla terra” sia gratificante di per sé, a prescindere dalla sostenibilità economica dell’impresa che egli mette in piedi, sta determinando un doloroso senso di frustrazione in tanti ragazzi. I quali si ritrovano inconsapevolmente immolati ad un falso mito, su cui lucrano avidamente potenti macchine socio-politico-mediatiche alimentate dall’intervento pubblico. Sospinti verso l’agricoltura esclusivamente da una carica etica, questi giovani sono del tutto ignari del complesso intreccio di elementi che la modernità sostenibile impone di padroneggiare, dovendo fronteggiare i marosi dell’economia globale per godere delle sue opportunità.

Ha scritto in proposito Jaclyn Moyer, giovane agricoltrice biologica della California del Nord, in un lungo post che sta imperversando nei social network: “Questa mattina ho ascoltato alla radio una storia sul  numero crescente di giovani che scelgono di diventare agricoltori. Sembravano un po’ come me – tra i 25 e i 35 anni, impegnati in pratiche biologiche, laureati,  provenienti da famiglie del ceto medio e non dall’ambiente agricolo. Alcuni allevavano animali o curavano frutteti, altri, come me, coltivavano ortaggi. Le giornate degli agricoltori sembravano lunghe ma appaganti, intrise di sole e sporcizia. La storia era edificante, un antidoto alle continue notizie che parlano di quello che non funziona nell’agricoltura industriale, di additivi per il cibo e infestanti resistenti agli erbicidi. Però il giornalista non ha chiesto ai giovani agricoltori: Ce la fate a campare? Potete permettervi un affitto, l’assistenza sanitaria? Potete pagarvi uno stipendio decente? Se avesse fatto a me queste domande, avrei risposto di no. (…) La mia azienda è diventata un cartellone pubblicitario, e come tutti i cartelloni pubblicitari, è ingannevole. Raffigura abbondanza e prosperità, due giovani agricoltori sorridenti, al lavoro tra i filari di verdi sotto il sole di una mattina frizzante, che riempiono casse di prodotti, tutti raccolti freschi e privi di sostanze chimiche di sintesi. (…) Nel frattempo, Ryan ed io setacciamo internet alla ricerca di una nuova opportunità, quella che ci possa fornire un reddito sufficiente per l’assicurazione sanitaria, il dentista, per prendere il nostro bambino che sta per nascere e portarlo in viaggio a trovare i nonni, per risparmiare un po’ di denaro ogni anno, in modo che un giorno potremmo essere in grado di acquistare un pezzo di terra, e forse,  allora, tornare all’agricoltura”.

Molti si sono rispecchiati nell’autodenuncia di Jaclyn Moyer. Ed è stata così commentata da Giacomo Lepri, presidente della cooperativa agricola “Coraggio” che gestisce in affitto un’azienda agricola pubblica nel comune di Roma: “Lo dicevo nel 2010, dopo già un anno di vita nei campi e l’antropologia dell’agricoltura urbana, dopo il rigore delle stagioni vissute e nella consapevolezza delle complessità economiche d’un settore tra i più difficili. Diffidare dai proclami delle statistiche dopate e dai nuovi miti d’una società in crisi ambientale. Fuggire dai romanticismi, dal mito del ‘buon contadino’, della salute e della soddisfazione come fossero sostituti del reddito, dai miti naturalisti tutti urbani. C’è la difficoltà dell’arrivare a fine mese, la difficoltà di raccontarsi, la paura di non farcela. E comunque il coraggio non solo di andare avanti, ma di riuscire a far capire, a far conoscere, davvero”.

La verità è, dunque, che idealità e mercato, collaborazione e competizione, responsabilità e sostenibilità economica non sono coppie di termini in conflitto tra loro ma bisognose di nuove sintesi. La verità è che le piccole e medie aziende agricole che producono solo alimenti sono mediamente insostenibili dal punto di vista economico. Le può condurre soltanto chi ha altre fonti di reddito per vivere. Il futuro delle campagne sta nella sostenibilità globale, nell’agricoltura di servizi (quella a 360 gradi e non misurabile con bilancini quantitativi: servizi alle persone e alle comunità, servizi alle imprese, turismo rurale, artigianato artistico, produzioni bioenergetiche, ecc.) da re-inventare non in modo isolato e autoreferenziale, bensì in contesti di sviluppo locale comunitario, autopropulsivo, collaborativo e generativo. Percorsi che non possono essere lasciati alla spontaneità degli agricoltori e che presuppongono un’azione condivisa e partecipata della società civile e dell’ente locale di prossimità.

Nuovi riconoscimenti giuridici del non solo ”for profit”

Non è privo di significato il fatto che l’importanza economica delle imprese non solo “for profit” abbia riscosso recentemente nuovi riconoscimenti: dapprima dalla Legge n.141 del 2015 sull’agricoltura sociale (tra gli operatori sono innanzitutto considerate le imprese agricole “for profit”) e, successivamente, nella Legge di Stabilità 2016, la quale ha introdotto nel nostro ordinamento le Società Benefit. Si tratta di imprese in forma societaria che “nell’esercizio di una attività economica, oltre allo scopo di dividerne gli utili, perseguono una o più finalità di beneficio comune e operano in modo responsabile, sostenibile e trasparente nei confronti di  persone, comunità, territori e ambiente, beni ed attività culturali e sociali, enti e associazioni ed altri portatori di interesse” (lavoratori, clienti, fornitori, finanziatori, creditori, pubblica amministrazione, società civile, comunità locali). Non è importante – in siffatta definizione – se gli azionisti dividano o meno gli utili; quello che conta è che il fine societario sia di beneficio comune e che le imprese operino in modo responsabile, sostenibile e trasparente nei confronti degli stakeholders. Una parola inglese polisemica la cui traduzione letterale nella nostra lingua (portatore d’interesse) non rende l’idea della caratteristica fondamentale dei soggetti che si vogliono descrivere. Bisogna risalire al significato originario del termine nella cultura contadina scozzese per scoprire che “stakeholder” sta per “proprietario del paletto”, quello che segna il confine del fondo o del podere. Rispondere agli stakeholders significa, dunque, tenere in conto le preoccupazioni del contadino confinante. Nel nostro podere si ha diritto a fare ciò che si vuole, ma c’è sempre un vicino che, ai confini delle nostre azioni, può nutrire delle apprensioni e sentirsi tutelato soltanto dai nostri comportamenti. In cambio egli ci restituisce consenso, fiducia, quello che fa accrescere la nostra reputazione e ci permette di vivere in armonia nella stessa comunità.

Le forme di imprenditoria civile che si vanno imponendo nel nostro tessuto produttivo – come appare evidente anche dal versante dell’etimo – sono il derivato di una cultura che affonda le radici nel mondo rurale, fatto prevalentemente di valori quali la reciprocità, il mutuo aiuto, la fraternità; una cultura che oggi non caratterizza solo le campagne ma permea di sé una parte significativa del nostro sistema economico. È la società civile, nella sua prevalenza, ad essere intrisa di questi valori, benché l’opinione pubblica stenti a riconoscerlo e a comunicarlo. Da qualche decennio, emerge, infatti, un nucleo di cittadini consapevoli, sempre più in crescita, che non chiede alle imprese solo di produrre ricchezza, fare prodotti di qualità a basso costo, pagare le tasse e rispettare la legge; pretende anche che esse si facciano carico di nuovi compiti volti a tener conto di preoccupazioni sociali e ambientali. Insomma, cresce il numero di quei cittadini che esigono da sé stessi più responsabilità civile e, nello stesso tempo, dalle imprese un particolare impegno nel far sì che i rapporti umani celati dentro i beni e i servizi vengano alla luce.

Se guardiamo simultaneamente questi due processi – il primo riferito all’impresa e il secondo al cittadino – ci rendiamo conto che abbiamo bisogno di nuovi occhi per osservare le dinamiche economiche. In questa nuova dimensione, il mercato ci appare, infatti, come uno spazio dove realizzare una grande operazione cooperativa: più della concorrenza e dell’avidità sono la collaborazione e il “cum-petere” (che significa “crescere insieme”) le basi culturali su cui si può rigenerare il mercato contemporaneo.

La competizione come intreccio di collaborazione e concorrenza

Al di là del loro settore di attività e della forma giuridica adottata, il compito precipuo dell’impresa diventa sempre più quello di realizzare progetti innovativi e creare valore aggiunto restando sul mercato in modo efficiente. Il tutto sta ad indicare con chiarezza che non esiste un unico modello competitivo, quello di tipo posizionale: c’è chi vince e c’è chi perde come in una gara sportiva o in una guerra. Un modello che non crea ricchezza né innovazione. Insomma, una competizione a somma zero come nel poker o in una guerra di posizione e di logoramento del nemico. Esiste anche il modello competitivo che si fonda, invece, sul mutuo vantaggio dei soggetti che partecipano allo scambio di mercato.

Molti esprimono il mutuo vantaggio come un gioco win-win (in cui tutti vincono); un’espressione poco felice perché è sempre all’interno della metafora della gara (vincere). In realtà, c’è un modo coerente di intendere il win-win, ma che non è usato da coloro che sono affezionati a questa espressione: è intendere lo scambio economico come l’azione di un team. La cultura economica prevalente usa, infatti, il concetto di team per indicare il gruppo di lavoro all’interno dell’azienda, ma non lo adotta per indicare lo scambio di mercato. Invece, questo si può benissimo rappresentare come un team, dandone una immagine più vicina alla realtà. Cos’è, infatti, il rapporto tra un venditore e un acquirente, un fornitore e un cliente, un produttore e un consumatore, un erogatore di servizi e un utente? Entrambi cooperano per raggiungere un obiettivo comune che avvantaggia entrambi. Tutti gli stakeholders di un’impresa possono essere considerati un team. E se si alimenta la fiducia tra di loro, cresce la reputazione dell’impresa.

La competizione di mercato è, dunque, un intreccio complesso di collaborazione e concorrenza. Il mercato è vita: non solo è mutuo vantaggio e reciprocità ma è mutua assistenza, come affermava già nella seconda metà del Settecento il precursore dell’economia civile, Antonio Genovesi. Il mercato fondato sul mutuo aiuto è possibile leggerlo come un brano di vita in comune, come un momento della società civile. Ci sono oggi studi importanti che dimostrano come i Paesi, le culture, che vedono il mercato come un “gioco a somma zero” crescano meno  e male rispetto a quelle culture dove il mercato è inteso come creatore di ricchezza per tutti i soggetti coinvolti nello scambio. Il mercato dipende anche dal nostro modo di immaginarcelo, dalla nostra cultura e, dunque,  da cosa vogliamo farlo diventare.

La filiera corta e l’internazionalizzazione nella politica di sviluppo rurale

Un timido segnale verso un’integrazione tra agricolture di relazione e percorsi competitivi si è avvertito con la programmazione dello sviluppo rurale 2014-2020: la “filiera corta” è definita nei nuovi regolamenti comunitari come “filiera di approvvigionamento formata da un numero limitato di operatori economici che s’impegnano a promuovere la cooperazione, lo sviluppo economico locale e stretti rapporti socio-territoriali tra produttori, trasformatori e consumatori”.  È, dunque, intesa come una delle leve per la competitività delle imprese e lo sviluppo locale e come uno degli strumenti capaci di costruire valore e significato e di generare trasformazione sociale ed economica. Per realizzare la “filiera corta” è previsto il sostegno a iniziative di animazione e progettazione. E analoghi incentivi sono assicurati alle reti locali per l’agricoltura sociale, alle filiere agroenergetiche e ai gruppi operativi per l’innovazione.

Per creare mercati civili ci sono, dunque, supporti giuridici, tecnici e finanziari di non poco conto. Si tratta, infatti, di promuovere percorsi di autoapprendimento collettivo che coinvolgano produttori e cittadini per renderli protagonisti nella costruzione delle filiere corte, mediante l’animazione territoriale, nonché la sensibilizzazione e la crescita culturale. Occorre farlo sempre con dinamicità e in modo innovativo, soprattutto ora che, nei Paesi emergenti, entrano in scena milioni di cittadini che stanno modificando la propria dieta alimentare ed esprimono bisogni sociali nuovi e differenziati. Le tecnologie digitali oggi fanno miracoli nel permettere la costruzione di relazioni “intime” tra imprese e territori di regioni e Paesi anche molto lontani e cogliere meglio le opportunità della globalizzazione. L’art. 4 della Legge 141/2015 offre la possibilità di costituire organizzazioni di produttori per prodotti dell’agricoltura sociale. Si tratta di strumenti che hanno come scopo principale la commercializzazione della produzione delle aziende agricole aderenti per la quale sono riconosciute. Possono essere destinatarie di misure pubbliche, stabilite dalle istituzioni comunitarie, nazionali e regionali, che incoraggiano le loro attività. Non c’è contraddizione tra questo strumento giuridico e la realizzazione di filiere corte. Entrambe le forme possono coesistere per mettere radici nei territori e allungare i rami verso il mondo.

Una nuova idea di “prossimità”

Con l’espressione “filiera corta” si è finora identificato un ampio insieme di configurazioni di produzione-distribuzione-consumo, come la vendita diretta in azienda, i mercati agricoli di vendita, le varie forme di gruppi di acquisto, la fornitura di mense collettive. Prima che il pasticciere francese Nicolas Appert sperimentasse, alla fine del Settecento, la conservazione dei cibi riponendoli in appositi barattoli di vetro e chiudendoli ermeticamente con dei coperchi di metallo, la filiera corta era la modalità principale della circolazione dei cibi, in quanto questa avveniva prevalentemente in un ristretto ambito territoriale. L’assenza di conoscenze e di mezzi tecnici idonei ad evitare la putrefazione delle carni fresche e del pesce è stata in parte compensata in passato da metodi di conservazione, nel tempo sempre più affinati, legati alla salatura, all’essiccazione e all’utilizzo di spezie. E tali metodi hanno permesso ai nostri antenati di scambiare prodotti alimentari anche tra le diverse aree del mondo. Ma il cibo che si consumava proveniva prevalentemente dalle agricolture locali. Successivamente, nei Paesi avanzati, lo sviluppo dell’industria alimentare e della distribuzione organizzata ha sempre più reso marginale la filiera corta. Con la globalizzazione, la nuova rivoluzione tecnologica e le nuove sensibilità che si manifestano dagli anni ‘70 in poi, la filiera corta torna in auge e viene reinventata nelle forme attuali.

Finora, gli studiosi e gli osservatori hanno associato l’idea di filiera corta a quella di “prossimità fisica” che misura la distanza fisica tra produttori e consumatori; di “prossimità sociale” che suggerisce un rapporto di comunicazione tra produttore e consumatore in grado di generare una condivisione di saperi e di valori; di “prossimità economica” che prende in considerazione la circolazione del valore all’interno di una comunità o di un territorio. Ma non si è tenuto conto di un’altra associazione che nella realtà è molto diffusa: quella tra “prossimità” e “intimità della relazione”, tra “prossimità” e ”atteggiamento di cura”, cioè qualcosa che attiene alla qualità delle relazioni e delle collaborazioni tra i diversi soggetti. “Prossimo” è chiunque assista l’altro indipendentemente dalla distanza geografica o dall’affinità familiare o etnica. Dimodoché tutte le relazioni o collaborazioni fondate sul mutuo aiuto sono prossime e, in quanto tali, contribuiscono a promuovere la giustizia e l’equità. Si accorcia una filiera non solo riducendo le distanze ed eliminando gli intermediari, ma soprattutto personalizzando e incivilendo le relazioni, trasformandole in atti cooperativi. Ed oggi, la globalizzazione e il salto tecnologico legato al digitale ci permettono di allargare l’applicazione della filiera corta, così intesa, ad ambiti nuovi e inesplorati.

Per evitare sia i rischi di omologazione (in una ruralità stereotipata legata prevalentemente ai prodotti tipici e ad un turismo “mordi e fuggi”) che la deriva delle chiusure identitarie (spesso con rigurgiti neo-protezionistici e autarchici), le comunità-territori del Mediterraneo dovrebbero acquisire la capacità di autorappresentarsi e costruire la propria immagine attingendo alla storia. La quale ci racconta di una campagna che nasce dalle città, di una capacità di integrare culture diverse e di combinare continuamente attività in più settori e soggetti sociali di diversa estrazione e provenienza, legati tra loro da relazioni di tipo collaborativo.

Si tratta di esaltare la diversità e il pluralismo, ricercando le sinergie e le complementarità, ma partendo da una forte capacità delle comunità-territorio di avere una chiara percezione di sé per fare in modo che gli scambi culturali ed economici con altre comunità-territorio del mondo globale siano reciprocamente arricchenti e improntate ad una relazionalità collaborativa. Le arti e le tecnologie dell’informazione e della comunicazione possono alimentare la capacità delle reti locali di costruire in modo creativo la propria immagine e di riscoprire in modo permanente il “Genius loci” come processo culturale di autocoscienza e di apertura agli altri.

La prossimità “italica”

Con diverse pubblicazioni, Luca Meldolesi si è interrogato di recente sui caratteri di un mondo ad un tempo sempre più collegato, ma anche sempre più frammentato e differenziato, in cui le distanze si accorciano e i flussi migratori crescono. Ed ha avanzato una serie di proposte per rispondere al processo di disintegrazione in atto (in Europa, nel Mediterraneo e in altre aree del mondo) con processi di riaggregazione, basati sulla democrazia, l’incivilimento, l’affratellamento. Per farlo va scavando laddove affondano le radici della nostra cultura europea: non solo Atene ma anche Gerusalemme, quella degli stati ellenistici (che si formano dopo l’exploit di Alessandro Magno) e poi quella dell’Impero romano. La nostra cultura parte da quell’esperienza di incontro con l’Oriente. Concezioni del mondo molto lontane si avvicinano e dialogano. Avviene anche nella fase successiva, quando è l’Oriente a prevalere sull’Occidente. Senza questa interazione, in Europa non avremmo avuto Shakespeare, Milton, Racine. E nel vicino Oriente non sarebbe esistita nemmeno la cultura musulmana.

Quando le intransigenze di stampo religioso o di altro tipo riemergono e generano odio e violenza, come in questi anni sta avvenendo in modo crescente, non ci resta che lottare contro le intransigenze perseguendo la strada del dialogo, della condivisione e dell’interazione. Meldolesi riprende un’intuizione di Piero Bassetti che, agli inizi del secolo, ha parlato di “italicità”, legandola alla diaspora degli italiani all’estero (250 milioni di persone a cui aggiungere i 60 milioni in patria). Di che pasta è fatta questa “italicità”? Di curiosità per gli altri, di capacità di ascolto, di immedesimazione nei problemi degli altri. La nostra identità “cosmopolita” si esprime in un atteggiamento intellettuale ed estetico di apertura verso esperienze culturali divergenti, in un’abilità personale – tipicamente italica – a farsi strada in altre culture e popolazioni, attraverso l’ascolto, il fare domande, il guardare, il toccare, l’intuire e il riflettere. Meldolesi ipotizza che la radice comune originaria al mondo musulmano e al nostro ponga l’Italia – qualora fossimo disponibili a riconoscere e implementare la rete italica diffusa nel mondo – in una posizione favorevole per intessere un dialogo di lungo periodo con l’Islam. Naturalmente, lo dobbiamo fare insieme ai nostri partner europei e a quelli delle altre sponde mediterranee.

Ma, in detti percorsi, il Made in Italy e tutta la retorica che oggi l’accompagna dovrebbe cedere inevitabilmente il passo all’Italian Sounding. Non si deve mai dimenticare che il Made in Italy non nasce in patria ma nell’intreccio delle nostalgie alimentari dei nostri emigranti nel mondo coi processi di allargamento dei mercati internazionali, alla fine dell’Ottocento. Mettendo al centro della nostra iniziativa la prossimità “italica” e fondandola sul mutuo aiuto e la reciproca assistenza,  dovremmo abbandonare ogni velleità autarchica e nazionalista e porci nella condizione di progettare e realizzare agricolture di relazione sia nel nostro Paese che nelle tante “patrie singolari” di cui è composto l’arcipelago “italico” nel mondo. Si tratta, dunque, di aprirci, in modo serio e convinto, a rapporti culturali e a scambi economici e commerciali con altri Paesi, facendo a meno di ogni barriera protezionistica per facilitare le relazioni. Rielaborata in siffatto modo, la ruralità contemporanea potrà rafforzare ulteriormente il suo aspetto precipuo di percorso di incivilimento ed elevamento umano.

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