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Roma brucia sotto gli occhi inebetiti di Roma

Interi quartieri della capitale d’Italia sono controllati dalle mafie. I figli e i nipoti degli ex baraccati e degli ex borgatari stanno sviluppando un loro modo peculiare di vivere la crisi. Si dovrebbero concentrare qui risorse pubbliche e private per azioni di sviluppo in grado di modificare drasticamente la struttura economica e sociale dei territori

Cittadini manifestano a Tor Sapienza

Quali riflessioni inducono i fatti sconcertanti avvenuti a Tor Sapienza e nell’intero quadrante est di Roma?

La prima riflessione è che interi quartieri della capitale sono controllati dalle mafie. La droga che si spaccia in così enormi quantitativi non può nascere sugli alberi lungo i viali della città e il riciclo di attività illecite non può avvenire spontaneamente. Roma è il centro dove si realizza l’osmosi  tra gruppi italiani di criminalità organizzata e i loro “colleghi” stranieri. Non solo. È anche la cabina di regia di un’inedita alleanza: quella tra mafie e movimenti populisti e xenofobi di destra per organizzare un consenso diffuso intorno ai traffici illeciti e ai fenomeni di corruzione, soffiando sul fuoco del malessere sociale nei quartieri con una maggiore presenza di immigrati. Di questo non c’è ancora consapevolezza nelle forze politiche, nelle istituzioni e nella società civile. È solo disattenzione o si tratta anche di mafiosità latente che ci riguarda un po’ tutti? Mi ha fatto piacere che a parlarne con toni consapevoli, in una riunione del PD, sia stato il presidente del Municipio V, Giammarco Palmieri. Forse è possibile preparare un’iniziativa politica adeguata che parta dal basso.  

La seconda riflessione è che i figli e i nipoti degli ex baraccati e degli ex borgatari degli anni cinquanta e sessanta, migrati dalle regioni centro-meridionali del paese, stanno sviluppando un loro modo peculiare di vivere la crisi economica. Essi stanno subendo un arretramento dei livelli di benessere fino a rasentare la soglia di povertà. La condizione di profonda incertezza rispetto al futuro fa sì che queste persone sviluppino una tipica avversione verso i deboli: non perché c’è in loro il senso del nemico, ma per paura di cadere nello stesso livello. Allora, attraverso l’aggressione al nero, al nordafricano, al bengalese, si stabilisce  una distanza rispetto al pericolo di una contaminazione da contatto. È la reazione a questo rischio e a quello di cadere al loro stesso livello. L’avversione contro il più debole è, poi, il bisogno di sfogare le frustrazioni che provengono dalle sfere della società in cui non si può arrivare, calpestando coloro che stanno sotto: creando, cioè, dei capri espiatori al di sotto. Un rancore verso l’alto che si sfoga verso il basso. È una distorta ricerca di dignità. Su questi sentimenti fanno leva i movimenti populisti per incanalare la violenza verso gli immigrati e la protesta verso le istituzioni considerate le principali responsabili dell’afflusso di stranieri nei quartieri multietnici della città. Non c’è, dunque, da perdere ulteriore tempo nel varare le misure socio-economiche del governo Renzi: 1) ridurre la pressione fiscale sul reddito da lavoro medio basso; 2) rendere permanente il bonus di 80 euro per i lavoratori con reddito inferiore a 26 mila euro; 3) eliminare il costo del lavoro a tempo indeterminato dalla base imponibile dell’IRAP; 4) fiscalizzare totalmente i contributi previdenziali per tutti i neo assunti, nei prossimi tre anni, con contratto a tempo indeterminato. Prima si interviene per ridurre il disagio sociale delle famiglie e prima si potrà arrestare il clima di violenza.

La terza riflessione è che nei quartieri di Roma interessati a questi fenomeni si dovrebbero concentrare risorse pubbliche e private per azioni di sviluppo – opportunamente accompagnate e facilitate – in grado di modificare drasticamente la struttura economica e sociale dei territori. Si tratta di creare lavoro in una logica produttiva stabile mediante processi di autoimprenditorialità economicamente sostenibile e coinvolgendo giovani italiani e stranieri.  La programmazione dei fondi europei 2014-2020 potrebbe essere un’opportunità qualora le istituzioni locali e la società civile, organizzata nelle assemblee di cittadini, costituissero dei partenariati pubblico-privati per promuovere lo sviluppo locale e gestire i beni comuni.  Questi percorsi forti di sviluppo potranno poi riguardare anche un’opera più lunga, diuturna, di educazione, di attivazione culturale, di associazionismo sociale. Ma oggi l’attenzione è rivolta esclusivamente a questi aspetti che vanno sotto il titolo “cultura”. E non si ha alcuna idea su come costruire, invece, uno sviluppo economico duraturo mediante nuove attività produttive e un nuovo Welfare produttivo. Da nessuna parte si discutono gli obiettivi concreti da realizzare nei quartieri della “guerriglia urbana” per renderli intelligenti, sostenibili e inclusivi, come prevede Europa 2020. Si sta perdendo stupidamente l’occasione dell’istituzione della città metropolitana di Roma capitale per dare finalmente la piena autonomia ai municipi e permettere così di avere un’istituzione di prossimità attrezzata per affrontare i gravi problemi della città. C’è ancora a Roma una classe dirigente degna di questo nome?

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