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Ripensare Berlinguer

A trent'anni dalla morte, riflettere sulla cultura politica e l’azione dell’ultimo vero capo comunista può essere un esercizio utile per comprendere meglio alcuni problemi politici di oggi

Per chi come me ha fatto il percorso politico, fin dagli anni giovanili, prima nel Pci di Berlinguer e poi partecipando alla svolta e ai successivi esperimenti fino al PD, ripensare la cultura politica e l’azione dell’ultimo vero capo comunista – a trent’anni dalla morte – può essere un esercizio utile per comprendere meglio alcuni problemi politici di oggi.

Ho amato Berlinguer come tanti della mia generazione. L’ho amato per il suo carattere schivo e scabro, puntiglioso senza mai essere arrogante, per il suo modo di presentarsi antico e moderno al tempo stesso, umano, autentico, comunicativo. È stato un leader carismatico di cui andavamo orgogliosi. Ricordo la forte emozione che provai al suo funerale dopo la sua fine drammatica durante la campagna elettorale alle europee del 1984. Mi ero appena trasferito a Roma dalla Basilicata per assumere un incarico nazionale nella Confcoltivatori. Con la sua scomparsa si chiudeva una fase turbolenta della vita del paese. E, per molti di noi, anche un capitolo della nostra vita.

Il compromesso storico

Il mio primo impatto con Enrico Berlinguer era avvenuto con la lettura dei tre saggi diRinascita nei quali egli, tra il settembre e l’ottobre del 1973, aveva esposto la strategia del compromesso storico. Venivo dal mondo cattolico ed ero rimasto affascinato da quella visione politica fortemente ideologica e organicistica, capace di interpretare l’ansia di cambiamento di ampi ceti produttivi.  Avevo ritrovato nella casa comunista una sorta di storia sacra – che dovevo rispettare e conoscere – fatta di testi classici, racconti e icone. Una sorta di chiesa che mi aveva reso meno penoso il distacco da quella in cui ero vissuto dall’infanzia.

In quegli articoli, Berlinguer pone ai comunisti di un paese della Nato l’obiettivo del governo e, nello stesso tempo, quello di rimanere nel movimento comunista internazionale. Una proposta contraddittoria che egli giustifica fornendo una descrizione molto pessimistica della crisi. La situazione del paese è, infatti, molto difficile: svalutazione della lira, caduta del reddito nazionale, restrizione dei consumi, aumento della disoccupazione. La Dc appare sempre più esposta a tentazioni di destra, il Psi è dilaniato da divisioni interne e i terroristi tentano di guidare gli operai e gli studenti individuando nel Pci un nemico non meno importante di quello rappresentato dai partiti di governo.

Nel descrivere questa situazione, Berlinguer parla esplicitamente di crisi di sistema che deriverebbe – a suo avviso – dallo stesso modello di sviluppo del paese, da cui si potrebbe uscire solo con un nuovo modello di sviluppo. Ma per far questo ci vuole il Pci perché è l’unica forza in grado di incanalare le lotte operaie verso obiettivi di riforma complessiva.

Da questa analisi viene fatta derivare la proposta del compromesso storico come strategia di collaborazione tra le grandi forze popolari, che può cambiare l’Italia fino a introdurre nella società “elementi di socialismo”. Il capo comunista esclude la possibilità che il Pci possa andare al governo da solo. È consapevole che il legame con Mosca, che egli ha fortemente indebolito ma non spezzato del tutto, impedisce la strada del governo nell’ambito di una normale dialettica democratica. È convinto che il Pci può governare soltanto in una posizione subalterna ad un altro partito. Il Psi è da escludere perché i rapporti di forza tra i due partiti di sinistra sono tali che non permettono ai comunisti di subordinarsi ad un soggetto politico più piccolo. E dunque non resta che la Democrazia cristiana come partner principale di una coalizione di governo che lo può vedere dignitosamente partecipe.

Quando lessi i saggi di Rinascita ebbi la sensazione di trovarmi dinanzi non già all’apertura di una nuova fase politica ma all’enunciazione di un disegno teorico ancora lontano dall’attuazione pratica. Il compromesso storico diventa attuale  solo dopo le elezioni regionali del 1975 in cui si registra una grande vittoria del Pci, tanto che si incomincia a parlare di un suo possibile sorpasso sulla Dc. Nelle politiche dell’anno successivo il sorpasso non ci sarà, anzi la Dc recupererà rispetto all’anno precedente, raggiungendo il 38,71 %.

Nonostante ciò, giustamente considerammo il risultato del Pci una vittoria: il 34,37% era e rimase il massimo mai raggiunto dal partito. Ricordo l’euforia che circolava al comizio che Berlinguer tenne a Potenza, in Piazza Prefettura, all’indomani delle elezioni e in occasione della Festa dell’Unità. Leggendo lentamente, parola per parola, un testo limato fino all’ultimo momento, egli propose alla Dc e alle altre forze democratiche la formazione di un governo di solidarietà nazionale.

Venne così il periodo detto appunto della solidarietà nazionale. Una politica schiacciata dalle difficoltà – accentuate dopo la morte di Moro – e dal drammatico confronto con le Br. Servì a vincere la battaglia frontale contro il terrorismo. Ma in quella battaglia fu sconfitto anche il progetto berlingueriano, perché la sua realizzazione non riuscì ad andare oltre la condizione emergenziale che il paese stava attraversando.

Perché il compromesso storico fallì? Sicuramente pesarono alcune circostanze particolari: il carattere emergenziale della solidarietà nazionale, le furbizie della Dc, le ingenuità del Pci, la tremenda reazione scatenata dalle Br.

Ma oltre a questi elementi vanno considerati altri due aspetti importanti evidenziati da Claudia Mancina nel suo saggio molto bello “Berlinguer in questione” (Laterza, 2014). Il primo riguarda la lettura molto pessimistica della situazione fatta dal leader comunista per giustificare la strategia politica. In realtà, non tutto è negativo. Pci e Psi insieme raggiungono il 45% e coi partiti laici superano il 50%. Un risultato molto promettente raggiunto perché si erano affacciati nuovi ceti sociali che spingevano per un cambiamento nella guida del paese.

Il secondo aspetto da considerare riguarda la distorta concezione comunista della democrazia. La debolezza democratica che Berlinguer vede nel paese non è altro che la debolezza democratica del Pci, cioè la sua idea di democrazia come condizione di partenza per raggiungere il socialismo e la sua concezione del socialismo come inveramento della democrazia.

Il capo del Pci ritiene che si possa governare e introdurre elementi di trasformazione della società solo mediante grandi alleanze organiche, storiche. Non è vero – come recentemente è stato affermato – che Berlinguer fosse per la democrazia dell’alternanza. Il suo è un modello di democrazia di tipo organicistico. Una democrazia protetta dai partiti in modo paternalistico e priva di conflitti. È questo un ultimo residuo del pensiero gramsciano-leninista sulla primazia del partito sulla società civile. Per fare in modo che i partiti possano svolgere la funzione di tutela della democrazia non bisogna ritoccare per nulla la Costituzione. La governabilità è assicurata dalla centralità del Parlamento dove i partiti hanno la possibilità di svolgere fino in fondo il proprio ruolo protettivo delle istituzioni. Proporzionalismo e assemblearismo sono visti come elementi più democratici dei meccanismi maggioritari propri delle democrazie occidentali.

E la Dc che risponde alla proposta di Berlinguer? Il capo dei comunisti aveva trovato in Aldo Moro un interlocutore congeniale e affidabile. Il leader democristiano non intendeva certo rinunciare alla centralità del suo partito, ma vedeva con chiarezza che l’evoluzione della società italiana rendeva necessario aprire uno spazio politico al Pci. Moro puntava sull’accesso dei comunisti al governo con gradualità e il Pci condivideva questa impostazione. Accettava, dunque, condizioni che un partito già incluso in una normale dialettica democratica non avrebbe mai accettato. Il Pci aveva la necessità di essere legittimato per governare e la Dc aveva il potere di legittimarlo.

Per questo motivo Berlinguer entra in un governo che non vede la partecipazione di alcun esponente del suo partito. Ma questo processo si interrompe con il rapimento e l’uccisione di Moro. Senza di lui le varie anime della Dc si ricompattano intorno ad un comune atteggiamento di non leale collaborazione coi comunisti. E Berlinguer decide di uscire dalla maggioranza con il dissenso di una buona parte del gruppo dirigente. Nelle elezioni politiche del 1979 il Pci registra una pesante sconfitta. Perde i consensi che erano arrivati tre anni prima perché il compromesso storico è la risposta sbagliata alla domanda politica di quella fase.

Il governo degli onesti

All’indomani del terremoto che colpì la Basilicata e l’Irpinia nel 1980 e sull’onda dell’emozione per lo scandaloso ritardo con cui lo Stato organizzò i soccorsi, Berlinguer abbandonò bruscamente la proposta del compromesso storico per formulare invece quella di un governo “diverso”, composto da capaci e onesti di tutti i partiti, ma che non poteva essere più a guida democristiana.

Un governo a guida comunista? Questo punto, ovviamente fondamentale, non era chiaro. Il Pci non poteva proporsi perché non aveva la legittimazione per farlo. Manteneva il legame con Mosca e Berlinguer non voleva romperlo definitivamente. Non voleva rinunciare all’identità comunista. La base del partito era stata educata al culto della tradizione, alla consapevolezza di una missione storica, all’orgoglio di partito, al mito della continuità e non aveva gli strumenti per affrontare un’elaborazione e ricostruzione della propria identità senza traumi.

Eppure, quel cambio identitario, già necessario negli anni settanta, diventava sempre più urgente negli anni ottanta per conquistare l’agognata legittimità a governare. Berlinguer non volle nemmeno provarci e, dunque, si trovò del tutto disarmato dinanzi all’offensiva neoliberista di Reagan e Thatcher, che stava mettendo in difficoltà l’intera sinistra europea.

La società italiana aveva incominciato ad allinearsi, per valori e scelte di vita, alle società occidentali. Il forte investimento nella politica, proprio dell’Italia, si stava attenuando. Le passioni si spostavano dalla politica al privato, ai consumi, alla psicologia; la partecipazione diminuiva; il voto diventava più mobile. Stava finendo la repubblica dei partiti, l’unico ambiente politico che il Pci conosceva e riconosceva.

In tale situazione, l’appello alla diversità costituiva un rifugio rassicurante. La purezza dei diversi veniva preferita alla possibilità di vincere e di incidere davvero sulla realtà. Ricordo la forte tensione etica che Berlinguer trasmetteva nell’enunciare i caratteri della svolta. Ascoltai un suo comizio nel mio comune terremotato, Tito, la cui amministrazione avevamo appena conquistato. Io ero il capogruppo della maggioranza comunista. E forse proprio quella funzione di governo da assolvere in una situazione straordinaria come quella determinata dal sisma provocò in me – mentre ascoltavo il capo del Pci – la sensazione netta di trovarci in un’impasse. Ma non ne soffrii. L’impegno per la gestione dell’emergenza e poi per la ricostruzione dava comunque un forte senso alla politica, indipendentemente dal respiro strategico e dalla credibilità della proposta del partito e della sua effettiva possibilità di concretizzarsi.

La proposta di un governo “diverso” s’inscriveva nella medesima impalcatura strategica del compromesso storico. Per questo conservava l’alone di fascino che piaceva ai militanti. La solidarietà nazionale non era stata la realizzazione del compromesso storico, ma una sua limitata traduzione politica. Ora Berlinguer non poteva non riconoscere che i tempi non erano favorevoli per riproporre l’idea, ma non per questo l’aveva abbandonata. La metteva semplicemente da parte, in attesa di tempi migliori. Alla base della strategia vi erano sempre il profondo pessimismo sulla capacità del capitalismo di uscire dalla crisi e di affrontare gli storici mali della nazione; il “crollismo” e la necessità di fuoriuscire dal capitalismo.

Non a caso la proposta scaturita dalla Direzione che si svolge a Salerno negli ultimi giorni di novembre 1980 è quella dell’alternativa “democratica”, non “di sinistra”. Ma l’alternativa democratica è la stessa proposta avanzata nel 1973. Adesso rappresenta solo l’estremo tentativo di salvare la sostanza del compromesso storico: entrare nell’area di governo senza perdere nulla della propria cultura politica e della propria identità. Un’impresa impossibile a cui Berlinguer ha dedicato interamente la sua vita.

L’austerità

In siffatto quadro di sterilità strategica si collocano due importanti intuizioni di Berlinguer: l’austerità e la questione morale. L’idea di austerità viene lanciata nel gennaio 1977, in pieno governo delle astensioni, come metafora ricca di significati etici per poter spiegare la necessità di sacrifici. Essa viene presentata come l’occasione per cambiare il modello di sviluppo e introdurre “elementi di socialismo”, come “mezzo di giustizia e di liberazione dell’uomo e di tutte le sue energie oggi mortificate, disperse, sprecate”.

Gli “elementi di socialismo” non sono dunque definiti in termini di politica economica, ma prevalentemente in termini etici: “elevazione dell’uomo nella sua essenza umana e sociale”, antindividualismo, anticonsumismo (“andare oltre l’appagamento di esigenze materiali artificiosamente indotte”, e anche oltre l’attuale modo di soddisfare bisogni essenziali); effettiva liberazione della donna; partecipazione dei lavoratori al controllo dell’economia e dello Stato; redistribuzione internazionale della ricchezza.

L’austerità viene, in sostanza, spiegata come scelta anticapitalistica in quanto conterrebbe stili di vita più umani e sociali che escono dal quadro e dalla logica del capitalismo. Più che un’idea cattolica appare un concetto azionista.

Nell’idea di austerità il tema del consumismo è cruciale. Berlinguer non può negare che la crescita e la diffusione dei consumi sono strettamente connesse alla libertà e alla democrazia. Allora tende a distinguere consumi buoni e consumi cattivi. Ma non esiste un’autorità in grado di giudicarli, né esiste un modo per favorire gli uni e scoraggiare gli altri. Solo uno Stato etico potrebbe adottare strumenti pianificatori autoritari di questo tipo. Mentre è giusto e necessario valutarne le conseguenze  e introdurre regole di comportamento. Il consumismo è un problema di cultura e di educazione. Come si può affrontare nell’ambito di politiche economiche?

Collegato al consumismo è l’idea di individualismo. Anche qui: l’individualismo non va contrapposto alla comunità e alle relazioni. Tali elementi possono benissimo convivere. Individualismo significa soltanto questo: che nessun interesse comunitario può imporre il sacrificio della vita, dei diritti e del benessere di una persona.

Per Berlinguer l’individualismo restava una deviazione del capitalismo e i consumi si potevano riscattare solo se non erano individuali, ma collettivi. Per anni il Pci si oppose all’introduzione della tv a colori, considerata un consumo superfluo, un inutile lusso che il paese non poteva permettersi.

La critica radicale alla società contemporanea non ha nulla a che vedere con il marxismo. Eppure il Pci lo abbandona silenziosamente, senza una vera critica dei suoi limiti ed errori, per sostituirlo con vaghe ideologie pacifiste, ambientaliste, antiscientifiche e antitecnologiche. E lo fa con l’intento di avvicinare progressivamente la propria cultura a quella cattolica al fine di favorire il compromesso storico.

La questione morale

Sulla questione morale va detto che Berlinguer coglie un punto importante: il legame tra etica e politica. Due modi di guardare al mondo che sono e devono restare diversi ma irrelati. La politica non può essere insensibile all’etica, anche se necessariamente segue una logica propria. L’etica da parte sua deve comprendere la logica politica e non confondere il proprio ruolo con quello di un tribunale.

Ma per Berlinguer la questione morale non consiste soltanto negli episodi di corruzione, per gravi o numerosi che siano. I ladri ovviamente vanno scoperti e puniti. Ma per lui la vera questione morale “fa tutt’uno con l’occupazione dello Stato da parte dei partiti governativi e delle loro correnti, fa tutt’uno con la guerra per bande, fa tutt’uno con la concezione della politica e con i metodi di governo di costoro”. Si tratta di un giudizio non molto diverso dalla retorica anticasta dei nostri giorni. Tanto che si è potuto dire che con queste affermazioni Berlinguer ha introdotto l’antipolitica nella politica italiana. Egli pone tale questione per un motivo eminentemente politico: far emergere la funzione salvifica che il Pci attribuiva a se stesso e che era alla base del compromesso storico.

L’eredità di Berlinguer

Ebbene, l’eredità di Berlinguer ha fortemente condizionato il postcomunismo. L’idea della diversità dei comunisti, sia nei confronti dei partiti del sistema politico italiano, sia degli altri partiti comunisti, è stato un comodo alibi per non mettere in discussione la propria identità anche dopo il cambiamento del nome. Così anche il concetto di rinnovamento nella continuità, tipica delle chiese.

L’idea che la sinistra non possa governare con il 51 % è stata adottata da D’Alema nell’indicare Prodi come candidato premier, ma le tensioni che ne sono derivate non hanno condotto rapidamente alla costituzione del partito democratico.

La questione morale, che, dopo il ciclone di Tangentopoli non poteva  non cambiare aspetto, è di fatto diventata un comodo surrogato dell’iniziativa politica, senza cogliere la necessità di intervenire sui nodi istituzionali come la definizione giuridica dei partiti, le forme del finanziamento pubblico, i regolamenti parlamentari, ecc.

La polemica contro il consumismo e la modernità ha fatto credere ai postcomunisti che l’idea marxiana della critica al capitalismo potesse proseguire mutuando temi ecologisti e noglobal e rincorrendo saperi nostalgici.

Infine, l’intoccabilità della Costituzione ha continuato ad essere ritenuta come percorso obbligato per non sfigurare la democrazia. Un tabù a cui restare fedeli anche a costo di rinunciare a un miglior funzionamento della nostra democrazia.

Nel Pd l’eredità berlingueriana è ancora visibile e potrebbe ancora provocare danni soprattutto dopo il successo conseguito alle ultime elezioni politiche. L’idea della diversità potrebbe riemergere per connotare una nuova fase di autoreferenzialità e di isolamento e il ruolo salvifico del partito potrebbe tornare in auge a giustificare la rinuncia a fare le necessarie riforme istituzionali. Fare i conti con Berlinguer è un atto d’amore verso la nostra storia e un modo per guardare avanti senza ripetere gli stessi errori.

Enrico Berlinguer a Tito il 15 gennaio 1981 accolto da Alfonso Pascale

Enrico Berlinguer a Tito il 15 gennaio 1981 accolto da Alfonso Pascale

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