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Pasquale Moscarelli negli anni del fascismo

Per le strade di Ventimiglia dove stava svolgendo il servizio militare, la sera del 27 aprile 1937, Pasquale apprese da un volantino distribuito clandestinamente che a Roma era morto Antonio Gramsci. La notizia del sacrificio di una così limpida personalità del mondo politico e culturale italiano, che aveva patito anni e anni di reclusione a causa delle sue idee nonostante le pessime condizioni di salute, lo segnò profondamente. Da allora venne maturando quella coscienza antifascista che unita al ripudio di ogni forma di ingiustizia lo caratterizzerà per tutta la vita

fascismo

Proveniente da una modesta famiglia contadina, Pasquale Antonio Moscarelli è nato a Tito (Potenza) il 13 settembre 1915, da Rocco e Angiolina Laurino. È vissuto in campagna sin dall’infanzia. I suoi genitori, infatti, conducevano in affitto una masseria in Contrada San Leo, estesa 160 tomoli, di proprietà di don Pasqualino Spera. E dunque si dedicò, giovanissimo, al lavoro dei campi senza poter frequentare la scuola.

In quegli anni era ancora abbastanza frequente che i ragazzi restassero privi di istruzione. In un rilevamento che si svolse  nel 1931 in Basilicata, 23.920 minori, distribuiti tra le classi d’età obbligate alla frequenza  scolastica, risultassero analfabeti. Si trattava del 12 per cento di tutti i lucani che non sapevano né leggere né scrivere. E venne fuori che per gran parte erano occupati in agricoltura.

Rimasto orfano di madre a vent’anni, Pasquale condivise col padre il peso della numerosa famiglia. E solo un paio di mesi prima di partire per il servizio militare poté imparare a leggere e scrivere in qualche corso serale allestito all’impronta.  Da tempo non operavano le scuole per adulti analfabeti organizzate dall’ANIMI (Associazione Nazionale per gli Interessi del Mezzogiorno) fondata nel 1910 e che in Basilicata s’era impegnata in modo straordinario sul difficile terreno dell’istruzione degli adulti. Tra il 1921 e il 1928 l’Associazione aveva istituito 897 scuole per adulti analfabeti a cui s’erano iscritte 38.246 persone. E di esse ben 18.274 avevano conseguito il diploma finale

Il fascismo aveva soffocato ogni attività di natura politica, sindacale e culturale liberamente svolta. E le misure economiche, predisposte per fronteggiare la “grande crisi” del 1929, si rivelarono nel nostro Paese fortemente dirigistiche e autoritarie da provocare un generale arretramento dell’agricoltura e un aggravamento delle condizioni di vita delle classi più umili.

“Quando è nato il fascismo – ricorda Moscarelli – avevo sette anni e quarantacinque giorni. Il fascismo era a favore dei padroni e dei ricchi e nemico nostro. Invece di far pagare le tasse ai padroni, le faceva pagare a noi contadini. Oltre l’affitto, pagavamo anche cento tomoli di grano per la ricchezza mobile”.

Dimostrazioni di protesta furono organizzate da braccianti e contadini a Muro Lucano, a Marsiconuovo e in numerosi centri del Melfese e del Senisese. La dimensione delle lotte  è fuor di dubbio municipale. Mancano ispirazioni e orientamenti politici espliciti. I movimenti si sviluppano intorno a problemi tipici delle campagne meridionali: la cieca tassazione comunale, gli usi civici, i patti agrari, ecc. Tuttavia, queste lotte hanno un carattere eversivo e si esprimono con inusitata violenza.

Nel timore che le manifestazioni contro la forte disoccupazione si potessero estendere anche a Tito, dove il disagio era particolarmente acuto, le famiglie maggiorenti del luogo intensificarono i ricatti e le vessazioni nei confronti della popolazione. Ma l’effetto fu l’accentuarsi delle aspirazioni di riscatto che covavano tra i ceti popolari.

Nelle campagne lucane ad alimentare una coscienza antifascista agisce anche il permanere di posizioni democratiche e socialiste che vengono da lontano. Per esempio, la lettura dei fascicoli dei sovversivi lucani redatti dalla polizia fascista rivela la mappa di queste persistenze ideali. Irsina, che era stata la culla del socialismo lucano sin dalla fine dell’Ottocento, offre il maggior apporto allo stuolo di schedati per motivi politici. Dei 345 marchiati come sovversivi nella provincia di Matera, ben 75 sono socialcomunisti irsinesi, per la maggior parte contadini e artigiani. Un altro centro attivo del sovversivismo lucano è Pisticci, dove sono schedate 58 persone, tra contadini, artigiani e operai, politicamente indicati come socialisti o comunisti o, più genericamente, come antifascisti o sovversivi. Per ultimo, un fattore essenziale che alimenta una diffusa avversione al regime è la presenza, sparsa un po’ dappertutto nel Mezzogiorno, di numerosi confinati politici che intrattengono sicuramente rapporti non fugaci con le popolazioni locali. La Basilicata è la regione meridionale con il più alto numero di comuni prescelti per il confino. Vivono per anni nella regione esponenti di primo piano dell’antifascismo nazionale, come Carlo Levi, Manlio Rossi-Doria, Camilla Ravera e Guido Miglioli. Una zona del comune di Pisticci è prescelta quale sede di una “colonia per la riabilitazione politica e morale dei confinati politici”: 2.500 ettari di demanio comunale sono messi a col- tura  con  l’impiego  degli  stessi  internati  secondo  il  motto “bonificare gli uomini tramite la bonifica della terra”.

Anche a Tito era stata sempre viva, prima del fascismo, una tradizione socialista alimentata alla fine dell’Ottocento dai fratelli Adamo, molto attivi in paese e legati ai primi socialisti potentini, i Gavioli, i D’Errico, i Pignatari, i Fittipaldi: un socialismo apertamente massonico e anticlericale. Ed erano rimaste tracce di una cooperativa di consumo, denominata “La Riscossa”, disciolta dal regime.

In Basilicata già agli inizi del Novecento si erano costituite a Banzi, a Montemilone e a Forenza cooperative contadine di gestione delle quote di terreni demaniali occupate e poi assegnate. Nello stesso periodo, a Lavello, una cooperativa di produzione e lavoro a cui aderivano 43 contadini, “La Conquista”, aveva concluso con un proprietario privato un contratto di affittanza collettiva di un vigneto olivetato. A Potenza e a Pignola, le rispettive leghe dei contadini avevano associato piccoli proprietari di fondi rustici in cooperative per l’acquisto di mezzi tecnici. Con lo stesso fine erano sorti due consorzi agrari a Tramutola e a Marsiconuovo.

Nel 1907 si era costituito in forma cooperativa il “sindacato agrario lucano”, la più importante cooperativa del potentino, in cui erano raggruppati i maggiori esponenti del mondo agricolo più aperto all’innovazione, inclusi Ettore Ciccotti e Decio Severini che tanta parte hanno avuto nello sviluppo della cooperazione nelle campagne lucane. Cooperative di consumo e nel settore dell’edilizia erano sorte in diversi comuni del Melfese per iniziativa dei socialisti e dei cattolici, che avevano costruito i loro legami di massa non solo attraverso la gestione dei poteri locali e la costruzione di leghe sindacali ma anche mediante la tessitura di una rete associativa.

La posta in gioco nella costruzione della cooperazione era, infatti, quella di alterare un modello di potere attestato su rigide relazioni personali per aprire le campagne alle istituzioni, ai tecnici, alle professioni, alle mediazioni della città. Nel 1915 si contavano 11 casse rurali, distribuite nel Melfese e nel Materano, e 15 cooperative per lo più collocate nella provincia di Potenza. La maggior parte di queste aggregazioni si era organizzata nella Federazione lucana delle cooperative, la cui struttura operativa comprendeva un ufficio di progettazione, assistenza creditizia e formazione per i cooperatori, oltre che sezioni specializzate per l’agricoltura e il consumo. Nel 1919 essa aderì alla Legacoop Nazionale.

Nel 1922 le cooperative di consumo diventarono 128, con oltre 20 mila soci e un capitale sociale di 450 mila lire; quelle di produzione e lavoro 32, specializzate soprattutto nel campo dell’edilizia e delle opere pubbliche. Ma proprio nella fase di maggiore espansione si ruppe, purtroppo, l’unità tra socialisti e cattolici, che costituirono una loro Unione provinciale delle cooperative di consumo. L’alto livello di politicizzazione del tempo riversava, infatti, sul movimento cooperativo questioni teoriche e pratiche non di breve momento, che riguardavano non solo contrasti di schieramento tra riformisti, massimalisti e cattolici ma anche la natura, i compiti e le prospettive della cooperazione. E tali divisioni, insieme alla sconfitta di Nitti e alla crisi lacerante dei socialisti, determinarono le premesse politiche per l’isolamento del movimento e l’irruzione della repressione prefettizia e della reazione fascista. Furono così un po’ alla volta revocate licenze e autorizzazioni alle cooperative, vennero chiusi spacci e sciolti consigli di amministrazione.

Pasquale partì per il servizio militare il 5 ottobre 1936. Destinato dapprima a Sanremo, fu poi inviato a Ventimiglia. “Facevo la guardia alla frontiera – dice tornando con la memoria a quegli anni lontani – durante tutto il servizio militare sono stato sempre di guardia alla frontiera. Anche quando sono stato richiamato. In Libia sono stato di guardia alla frontiera della Tunisia. E poi a Moncenisio, a 1700 metri d’altezza, all’addiaccio”.

Passeggiando per le strade di Ventimiglia, la sera del 27 aprile 1937, apprese da un volantino distribuito clandestinamente che a Roma era morto Antonio Gramsci, tre giorni prima che finisse di scontare i dieci anni di dura prigionia a cui lo aveva condannato il tribunale speciale fascista. La notizia del sacrificio di una così limpida personalità del mondo politico e culturale italiano, che aveva patito anni e anni di reclusione a causa delle sue idee nonostante le pessime condizioni di salute, lo segnò profondamente. Da allora venne maturando quella coscienza antifascista che unita al ripudio di ogni forma di ingiustizia lo caratterizzerà per tutta la vita. Ma lasciamoglielo dire con le sue parole: “Da quel momento diventai nemico del fascismo. Poi ero contro il regime anche perché, pur stando insieme di guardia alla frontiera, noi mangiavamo ceci e le camicie nere mangiavano fettine”.

Tornato a casa si sposò con Giuseppina Giosa che gli darà cinque figli. Ma nel 1939 dovette di nuovo partire militare in Libia, da cui rientrerà l’anno successivo. Richiamato di nuovo alle armi nel 1942, riuscì a non partire subito.  Racconta: “Siccome avevo già due fratelli in guerra, ebbi l’esonero come agricoltore, perché mio padre era solo a condurre la masseria. Poi l’anno dopo abolirono gli esoneri e andai a finire a Moncenisio”. A casa c’era da raccogliere il grano e non si sapeva come fare. L’unico modo era quello di ottenere un permesso: “Siccome i padroni erano fascisti, per venire in licenza dovetti fare addirittura la tessera, perché se eri fascista ti facevano venire, se no non. Ma io ero sempre un avversario”.

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