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Leda Colombini, una storia esemplare

Frequentando Montecitorio e le sedi delle centrali sindacali e politiche, Leda Colombini non perse mai, anche nei suoi tratti somatici, le sue radici di bracciante della bassa reggiana. Un filo rosso ha legato indissolubilmente le diverse fasi del suo impegno civile: la dedizione incessante ai temi della giustizia sociale accanto agli ultimi e alle ultime delle campagne e delle città.

Sono trascorsi quasi quattro anni dalla morte di Leda Colombini, protagonista di primo piano di aspre lotte sociali nelle campagne e parlamentare del Pci. I funerali si svolsero a Roma nel carcere di Rebibbia, dove era impegnata come volontaria accanto alle mamme detenute e dei bambini reclusi con loro. La sua ultima battaglia l’ha combattuta perché fossero concessi gli arresti domiciliari alle donne con reati per i quali l’ordinamento prevede misure alternative al carcere. “Se si facesse in questo modo – ci teneva a sottolineare – il 97% delle detenute non starebbe in un penitenziario e con loro non varcherebbero più la soglia di un carcere nemmeno i bambini”.

Leda era nata a Fabbrico di Reggio Emilia, nelle terre di Prampolini. La sua era una famiglia estremamente povera. La madre bracciante aveva avuto i figli da un rapporto clandestino con un piccolo proprietario agricolo. Dopo la scuola elementare, Leda dovette perciò interrompere gli studi per contribuire al mantenimento delle sorelle più piccole, lavorando come giornaliera di campagna. A 14 anni entrò nei Gruppi di difesa della donna, che erano reti solidali impegnate nel prestare cura a partigiani e perseguitati, e prese parte attiva alla Resistenza.

All’età di 20 anni fu nominata responsabile della commissione femminile della Federbraccianti, entrando a far parte della segreteria. Si trattava di un’organizzazione con un milione di iscritti, la più grande della Cgil, diretta da Luciano Romagnoli, che era stato eletto segretario l’anno prima a soli 24 anni. Da lui la giovane bracciante emiliana ebbe l’incarico di seguire la “campagna monda” nelle quattro principali province risicole – Vercelli, Novara, Pavia, Milano – dove alla fine degli anni Quaranta affluivano 150 mila lavoratrici provenienti da tutte le regioni del Nord. Svolse così il suo tirocinio di dirigente sindacale tra donne che lavoravano in condizioni di estremo sfruttamento.

Erano gli anni in cui le forze dell’ordine reprimevano con la violenza le iniziative di lotta ingaggiate dalla Cgil; i risicoltori non volevano concedere alcun miglioramento salariale, nonostante il buon andamento del prodotto nel mercato; e tra le rappresentanze dei lavoratori vi era una dura competizione finanche nelle modalità con cui offrire assistenza alle mondariso e ai loro figli nei quaranta giorni della campagna.

Dinanzi a queste gravi difficoltà, Leda decise di spostare la pressione sindacale sulle istituzioni con il fine di estendere la legislazione sociale vigente. Perduta la gestione del collocamento e dei servizi assistenziali alle lavoratrici, che nell’immediato dopoguerra la Federterra unitaria aveva ben salda nelle proprie mani, la Federbraccianti fronteggiò l’avvio del processo di statalizzazione di tali servizi, messo in atto dalle forze di governo, invocando dalle istituzioni più servizi e una maggiore efficienza nella loro gestione. Intense furono le battaglie nei diversi comuni risicoli per rivendicare una rete di asili nido dove ospitare i bambini delle mondine. L’iniziativa sindacale comprendeva anche l’organizzazione del tempo libero che mescolava divertimento, cultura e solidarietà e realizzava forme di simbiosi arte-lavoro. Sicché, nelle cascine dove alloggiavano le mondine, si allestivano feste campestri e mostre d’arte con la partecipazione di Guttuso, Trombadori, Mucchi.

Analoga attenzione Leda mostrò nei confronti delle raccoglitrici di olive nelle regioni meridionali, dove i quadri sindacali erano poco propensi ad occuparsi delle condizioni di lavoro delle “stagionali”. Le lavoratrici coinvolte erano più di centomila. Solo una minoranza veniva avviata al lavoro tramite gli uffici del collocamento; la maggior parte era ingaggiata dai caporali che, su incarico dei proprietari, sorvegliavano la manodopera anche durante l’attività di raccolta.

Nell’estate del 1950 la Federbraccianti elaborò una prima piattaforma contrattuale. Nella circolare inviata alle strutture provinciali, Leda sottolineò che la piattaforma serviva “a dare alle ‘stagionali’ una vita umana e sociale degna di essere vissuta come delle persone e non delle bestie da soma”. Su questa base, dirigenti femminili della Cgil, dell’Udi e del Pci cominciarono a viaggiare attraverso le province meridionali per conoscere meglio la situazione e diffondere lo schema di contratto.

Nacquero così, a livello comunale, “comitati di iniziativa delle lavoratrici stagionali”, aperti a personalità, enti e associazioni con il compito di assecondare l’iniziativa sindacale mobilitando energie sul terreno dell’assistenza e della solidarietà. Dunque, si pose mano alla tessitura di estese reti di donne, valorizzando il retroterra familiare e comunitario delle lavoratrici. Si puntava a promuovere il protagonismo sociale delle donne valorizzandone il tradizionale ruolo di difesa e maternage verso tutta la comunità locale.

Nei cinque anni in cui lavorò alla Federbraccianti sotto la guida di Romagnoli, Leda dette prova di possedere molteplici capacità: sapeva distinguere le diverse figure sociali delle campagne; cercava sempre di differenziare le piattaforme contrattuali a seconda delle tipologie di impresa; si opponeva ad ogni forma di settarismo aprendo il sindacato a lavoratrici di ogni orientamento ideologico.

Nel 1953 la dirigente sindacale lasciò la Cgil e andò a lavorare alla sezione agraria del Pci, che all’epoca era diretta da Ruggero Grieco. Con lui Leda stabilì un rapporto umano e intellettuale molto intenso come quello che intercorre tra un padre e una figlia, tra un maestro e un’allieva. E poté così completare la sua formazione culturale e politica accanto ad una personalità straordinaria.

Il suo impegno fu orientato verso le donne a cui erano state assegnate le terre della riforma fondiaria. Pertanto, elaborò una “Carta rivendicativa delle assegnatarie”, frutto di una serie di conferenze organizzate in diversi comprensori di riforma. Al centro dell’iniziativa pose il tema delle condizioni di civiltà nelle campagne, non solo in termini di infrastrutture ma soprattutto di modo di vivere, con il chiaro obiettivo di attenuare la durezza della vita nelle aree rurali soprattutto per le donne.

Memorabili furono in quel periodo anche le battaglie per l’acqua. In provincia di Caltanissetta, le lotte furono condotte da donne straordinarie, che erano dei veri capi-popolo e che non avevano paura neppure di opporsi alla mafia. Sotto l’impulso di Leda, si raccolsero a Napoli, in una grande assemblea al Cinema Metropolitan, quattromila donne del Mezzogiorno con la parola d’ordine “Acqua per mangiare, per l’igiene, per produrre”.

Quando Grieco nel 1955 fondò l’Alleanza nazionale dei contadini, Leda venne nominata vice segretario della nuova organizzazione per seguire il lavoro tra le coltivatrici. Ma dopo solo due mesi, la morte prematura del dirigente politico, avvenuta a Massalombarda al termine di un comizio, fu un colpo drammatico per Leda che restò improvvisamente senza una guida e dovette affrontare da sola il prosieguo della sua attività politica.

In una lunga testimonianza raccolta da Francesco Piva e pubblicata dalla casa editrice Franco Angeli con il titolo Storia di Leda. Da bracciante a dirigente di partito, è tracciato in modo mirabile l’iter formativo della protagonista.

La complessità dei problemi di cui si era occupata con grande impegno e che riguardavano un settore in profonda trasformazione come l’agricoltura, nonché la caratura politica e culturale delle personalità con cui aveva collaborato strettamente, le permisero ben presto di assumere ruoli istituzionali rilevanti. Dal 1970 al 1983 svolse le funzioni dapprima di consigliere e poi di assessore della Regione Lazio. Successivamente passò alla Camera dei Deputati e vi restò fino al 1992. La sua attenzione fu prevalentemente rivolta alla liberazione ed emancipazione delle donne, nonché ai problemi dell’handicap, dei servizi socio-sanitari, degli anziani e del volontariato.

Frequentando Montecitorio e le sedi delle centrali sindacali e politiche non aveva mai perso, anche nei suoi tratti somatici, le sue radici di bracciante della bassa reggiana. Si può dunque affermare che un filo rosso ha legato indissolubilmente le diverse fasi dell’impegno civile di Leda Colombini: la dedizione incessante ai temi della giustizia sociale accanto agli ultimi e alle ultime delle campagne e delle città.

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