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Le grangie del Marghine

In questi complessi produttivi i contadini giungevano come servi della gleba e trovavano la libertà, in quanto potevano crearsi una famiglia e vivere con dignità del proprio lavoro. E con la riabilitazione dei servi veniva il riscatto della terra non solo dalle paludi ma soprattutto dal feudo e dai vincoli della gleba. Si tratta di un modello agricolo, multifunzionale e solidale, che oggi si può rivitalizzare in forme moderne. Ma è importante che i cittadini che vivono nel Marghine si approprino di questa memoria storica che smentisce il luogo comune di un mondo agricolo, per sua natura, individualista, mondo a parte, restio all’innovazione

L'Abbazia di Santa Maria di Corte, detta anche di Cabbuabbas, si trova a circa tre chilometri dal paese, e si raggiunge prendendo la strada Macomer - Bosa (129 bis), e deviando a destra se si proviene da Sindia, all'altezza del km.9,5, secondo l'indicazione del cartello. Questa Abbazia è una delle poche rimaste in Europa, con architettura originale in stile romanico borgognone.

L’Abbazia di Santa Maria di Corte, detta anche di Cabbuabbas, con architettura originale in stile romanico borgognone

L’abbazia di Cabuabbas di Sindia (NU) – nota in seguito con il titolo di Santa Maria di Corte – fu fondata da San Bernardo di Chiaravalle e da Gonario II giudice di Torres nel 1149. Non fu soltanto luogo di contemplazione e di preghiera ma anche faro di promozione sociale mediante l’educazione alla creatività e alla sobrietà del lavoro. I monaci cistercensi, giunti in Sardegna in quel periodo, realizzarono nell’isola i modelli delle loro unità aziendali agro-pastorali, le grangie. Il termine grangia deriva dal francese e designa una fattoria di proprietà di conventi, o un convento con podere annesso. In questi complessi socio-produttivi affluirono tanti contadini per specializzarsi sotto la guida di conversi grangieri fino a formare una classe di liberi contadini, operai, artigiani. In quei tempi, le terre venivano vendute e comprate insieme ai servi. Nelle grangie i contadini giungevano come servi della gleba e trovavano la libertà, in quanto potevano crearsi una famiglia e vivere con dignità del proprio lavoro. E con la riabilitazione dei servi veniva il riscatto della terra non solo dalle paludi ma soprattutto dal feudo e dai vincoli della gleba.

Con l’attività agricola razionalizzata, i cistercensi vitalizzarono incolti abbandonati e paludi malsane, dissodando boscaglie e sterpati, prosciugando paludi e terreni acquitrinosi, disboscando foreste, canalizzando le acque per irrigare pianure e praterie ove pascolassero bovini, ovini e suini. Essi avevano una particolare visione dei beni comuni, secondo cui la ricchezza della comunità è il patrimonio dei poveri, degli infermi e dei viandanti. Adottavano anche un calmiere spirituale sui prezzi dei prodotti delle terre abbaziali. Il prezzo delle derrate prodotte nelle grangie doveva essere inferiore a quello del pubblico mercato, affinché negli stessi prezzi non s’insinuasse la maledetta avarizia.

Le grangie di Cabuabbas erano quelle di Santa Barbara, Su Furrighesu, Murinessi, San Pietro, tutte in agro di Sindia, nonché quella di Campeda e di San Lorenzo di Silanus. La più importante era quella di santa Barbara, che includeva un terreno di oltre 300 ha. Vi erano dei canali che partivano da una ricca fonte d’acqua per l’irrigazione dei prati. Questi canali erano robusti e costruiti con forme scanalate e ben lavorate in pietra rossa per alimentare le marcite per i pascoli annuali. Oltre i canali, c’erano anche sos suiles per i maiali. C’era  anche una grande fornace per la cottura delle tegole e dei mattoni e delle forme per l’irrigazione.

Nelle grangie erano presenti tutte le professioni e i mestieri: il falegname, il fabbro, il maniscalco, il sarto, il conciatore di pelli, l’infermiere e il cerusico per gli ammalati.  Si provvedeva alla trasformazione dei prodotti ed alla loro conservazione attraverso caseifici, cantine, distillerie. Nei fiumi e ruscelli erano collocate le grandi ruote per macinare il grano. Si producevano grano, orzo, lana, lino, carne suina salata, tessuti, frutta secca pilarda, miele, cera, cestini ed in modo particolare il famoso formaggio denominato anche oggiFiore Sardo. Si coltivava una certa erba profumata chiamata armidda che dava ai formaggi gusto e profumo squisito. C’era un vastissimo apiario. Dal miele si ricavavano il polline e la gelatina reale, utilizzati come farmaci. Per la lavorazione della lana e del lino, le donne utilizzavano il telaio a mano e venivano regolarmente remunerate per questa attività.

Gli scambi con l’ambiente esterno, l’esposizione e la vendita dei prodotti, avvenivano in occasione di fiere che solitamente coincidevano con le feste religiose. I prodotti venivano anche esportati nel continente, attraverso gli scali commerciali di Pisa, Genova e Marsiglia.

Quel modello agricolo, multifunzionale e solidale, oggi  si può rivitalizzare in forme moderne. Ma è importante che i cittadini che vivono nel Marghine si approprino di questa memoria storica che smentisce il luogo comune di un mondo agricolo, per sua natura, individualista, mondo a parte, restio all’innovazione. Si tratta di recuperare le tradizioni di mutuo aiuto, solidarietà, reciprocità, spirito collaborativo che costituiscono un grande patrimonio storico-culturale da valorizzare insieme al ricco patrimonio archeologico, architettonico e paesaggistico

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