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Latifondo caporalesco e nuova ruralità

Se non si affronteranno seriamente con gli agricoltori e con le persone – indipendentemente dalla loro provenienza - che intendono impegnarsi nelle nostre agricolture gli aspetti culturali e civili dello sviluppo, attraverso percorsi di autoapprendimento collettivo e di educazione e formazione all’intraprendere in modo innovativo, non si troveranno mai le soluzioni per adempiere al precetto costituzionale contenuto nell’art. 44 della Costituzione: “Al fine di conseguire il razionale sfruttamento del suolo e di stabilire equi rapporti sociali, la legge impone (…) la trasformazione del latifondo (…)”. Un latifondo che, negli ultimi quarant’anni, si è ricomposto in forme nuove e che ora va trasformato inserendoci pienamente nella rivoluzione tecnologica e nei processi di globalizzazione in atto e producendo, nel pieno della crisi economica e come occasione per uscirne in avanti, un nuovo salto di civiltà

caporalato

La parola “latifondo” significa letteralmente “grande proprietà terriera su cui si pratica un’agricoltura estensiva”. E nelle zone costiere estensive del nostro Paese, fino agli anni Quaranta del secolo scorso, c’era effettivamente un vasto latifondo capitalistico.

Il latifondo capitalistico

Grandi proprietà combinate con le grandi aziende, estensive, primitive, mutevoli quanto si vuole, ma aziende con determinati ordinamenti e rapporti: questo era il latifondo capitalistico. Erano le masserie affidate dai proprietari ai massari (o “curatoli” come venivano chiamati nel Foggiano), i capi dei salariati. Vi lavoravano prevalentemente braccianti, reclutati all’alba sulle piazze dei paesi dai massari, i quali a sera distribuivano paghe da fame. Non di rado ricorrevano a manodopera migrante da regioni contermini disponibile a salari più bassi. E quando avveniva si creavano conflitti coi braccianti locali che sfociavano anche in episodi di violenza. Ne parla Giuseppe Di Vittorio in una lettera al “Corriere delle Puglie” del 1914.

Il latifondo capitalistico era considerato da tutti un sistema arretrato e inefficiente. Anche il liberale Luigi Einaudi votò l’art. 44 della Costituzione che impone la bonifica delle terre e la trasformazione del latifondo. Ad esso fu inferto un colpo mortale con la riforma agraria del 1950 che prescrisse l’esproprio delle proprietà superiori ai 300 ettari. E l’assegnazione in poderi a contadini senza terra. E così, a seguito delle opere infrastrutturali della Cassa per il Mezzogiorno, la gran parte delle pianure meridionali si è potuta trasformare, per iniziativa perlopiù di contadini divenuti imprenditori, in fiorenti agricolture intensive.

Il latifondo contadino

Questo nelle zone costiere. Nel Mezzogiorno interno la parola “latifondo” ha significato qualcosa di più complesso che, per spiegarlo, Manlio Rossi-Doria ricorse nel 1944 ad un ossimoro: “latifondo contadino”. Anche nell’interno c’erano grandi proprietà terriere a pascolo e a cereali. Ma qui le piccole e medie proprietà borghesi generavano  gli stessi rapporti presenti in quelle grandi. Se latifondo era terra nuda, senza investimenti, a destinazioni colturali estensive, sulla quale lavoravano i contadini con rapporti precari su distaccati spezzoni concessi in affitto o in compartecipazione, o sulla quale insistevano embrionali aziende estensive del tipo della masseria, tutta la proprietà, grande o media o piccola che fosse, era latifondo.

Nelle analisi di Rossi-Doria veniva fuori che il termine “latifondo” aveva perduto il significato giuridico originario per riempirsi di un significato più complesso: quello di “sistema di rapporti”, di “struttura economica e sociale”. Tutto il Mezzogiorno interno era latifondistico e rappresentava il latifondo contadino. Era infatti il contadino al centro del sistema. Esso viveva nei grossi borghi perché, da quella postazione centrale, poteva più facilmente raggiungere volta per volta i dispersi piccoli appezzamenti di terra in proprietà, in affitto o in compartecipazione e ricomporre così la sua complessa e segmentata impresa, la quale gli assicurava la sopravvivenza.

Che il latifondo contadino rappresentasse un sistema era dimostrato dal fatto che ogni suo elemento era inseparabile da tutto il resto e dal meccanismo dei rapporti che, in esso operando, conservava e riproduceva continuamente gli stessi ordinamenti, secondo quelle che si potrebbero realmente chiamare leggi sue proprie. Tale immobilità non era l’esito di fattori naturali che rendeva quel territorio refrattario al progresso e all’intensificazione delle colture: terre più misere e difficili di quelle erano state trasformate altrove  dalla mano dell’uomo, dai capitali, dalla tecnica dell’agricoltura progredita. Se il latifondo contadino non si trasformava, lo si doveva principalmente al fatto che quel sistema di rapporti rendeva non conveniente qualsiasi investimento, qualsiasi trasformazione. La difficoltà delle condizioni naturali riduceva, certo, i limiti di convenienza della trasformazione, ma chi li annullava del tutto e costringeva all’immobilità, era il fatto che la proprietà fondiaria , con quel sistema di rapporti, era in grado di ricavare rendite superiori a quelle che si sarebbero ottenute con qualsiasi altro sistema di conduzione dei terreni. La borghesia terriera del Mezzogiorno interno era redditiera per forza, per forza assenteista e parassitaria.

Il latifondo contadino fu sconvolto, nel secondo Dopoguerra, dal fiume in piena dell’emigrazione. Le provvidenze della legge sulla proprietà contadina del 1948 allentarono molto negli anni Cinquanta e Sessanta la tensione tra contadini e proprietari perché permisero ai primi l’accesso alla proprietà con l’acquisto agevolato dei terreni coltivati con contratti agrari iniqui. Troppo tardi (solo nel 1971) arrivò la riforma dell’affitto dei fondi rustici. E non si pervenne mai a programmi organici territoriali di sviluppo da formulare e realizzare con il coinvolgimento e il protagonismo attivo delle comunità locali. Le esperienze di pianificazione territoriale (Piano lucano SVIMEZ del 1950, coordinato da Rossi Doria e dal suo Gruppo di Portici, di cui fecero parte anche Rocco Mazzarone e Rocco Scotellaro) e di studio di comunità (Progetto UNRRA-CASAS e INU “Villaggio La Martella”, realizzato a Matera tra il 1951 e il 1954; Progetti promossi da “Terza Generazione”; Progetto Pilota OECE Sardegna, coordinato da Anna Anfossi; altri Progetti, sostenuti perlopiù da Olivetti) furono ferocemente isolate e vanificate e poi definitivamente abbandonate, a seguito dell’affermarsi (trasversalmente negli ambienti di governo e dell’opposizione) di un’idea di sviluppo forzato dall’alto e incentrato sull’industrializzazione avulsa dalle risorse e dalle economie locali e senza il minimo coinvolgimento delle comunità interessate. Un’idea di sviluppo fallimentare che ha determinato una modernizzazione insana, sfociata, dagli anni Settanta in poi, nell’assistenzialismo e nella costituzione di un nuovo blocco sociale e politico, forte e dominante come il vecchio blocco agrario e tenuto insieme dall’interesse comune a spartirsi, in modo improduttivo e clientelare, il flusso di risorse che confluisce nelle province meridionali attraverso l’enorme edificio della spesa pubblica, dei pubblici servizi e della previdenza sociale.

Il latifondo, oggi

Oggi si può ricorrere al termine “latifondo” se si individua con esso un sistema sociale di rapporti in cui non conta più l’estensione delle aziende e il carattere estensivo o intensivo degli ordinamenti colturali, ma assume importanza il grado di innovazione che le imprese agricole manifestano. Oggi il latifondo è costituito da quelle aree agricole in cui ci sono aziende che da decenni non fanno più investimenti e non innovano prodotti, processi e organizzazione. È latifondo il sistema di aziende che praticano la monocoltura, che non si aprono alla multifunzionalità e alla diversificazione delle attività. Tale sistema è quello più colpito dalla crisi economica. Era il più innovativo agli inizi delle trasformazioni agrarie avvenute con la diffusione dell’irrigazione. Ma dopo quegli investimenti iniziali, non ce ne sono stati altri. E soprattutto è mancato ogni collegamento con la ricerca e la sperimentazione mediante un efficiente sistema di divulgazione. E si è consolidata una lunga fase (un quarantennio ormai) di stagnazione e immobilità, nonostante il massiccio flusso di finanziamenti comunitari che in questi decenni si è riversato nelle nostre regioni.

E dove c’è stagnazione e immobilità s’innestano inevitabilmente tutti i fenomeni negativi, compreso il reclutamento illegale di manodopera, perché manca la spinta a trovare soluzioni tecnologiche e organizzative  alla necessità di manodopera in quantità elevate in alcune fasi colturali. E manca la capacità creativa di sperimentare nuove funzioni agricole e nuove attività aziendali per sottrarsi a filiere dominate, da una parte, dalla grande distribuzione e dall’industria di trasformazione e, dall’altra, dal caporalato, entrambi spesso infiltrati dalle mafie e da nuove organizzazioni malavitose.

Negli anni Settanta, le agricolture europee incominciano a confrontarsi con le agricolture nord-americane e si avvia un processo di graduale e sempre più spinta liberalizzazione dei mercati internazionali che impone di guardare con nuovi occhi al territorio e alla dimensione locale dello sviluppo e di acquisire una capacità adattativa ai nuovi equilibri mondiali e alla pressione dei Paesi emergenti. Le nostre agricolture incominciano, dunque, a differenziarsi lungo un nuovo spartiacque: la nuova ruralità, da una parte, e il latifondo caporalesco, dall’altra. Non a caso la definizione del termine “caporalato” come “sistema illecito di reclutamento per lavori agricoli stagionali sottopagati”, contenuta nel dizionario della lingua italiana Sabatini Coletti, risale al 1978.

I caratteri del latifondo caporalesco

Ovviamente il latifondo caporalesco non è fatto di agricoltura povera. Si tratta invece di produzioni e filiere profondamente inserite nei mercati nazionali e internazionali e diffuse nelle pianure costiere dell’Italia meridionale: il Casertano e la Piana del Sele in Campania; le Piane di Sibari e Gioia Tauro in Calabria; il Siracusano, il Ragusano e il Trapanese in Sicilia; la Piana di Metaponto e la zona dell’Alto Bradano in Basilicata; la Capitanata, il Nord Barese e la zona di Nardò in Puglia. Ciascuno di questi territori presenta delle specificità: ad esempio, vi sono delle differenze rilevanti tra le aree nelle quali si è sviluppata una importante agricoltura in serra, e che quindi richiedono manodopera per quasi tutto l’anno, come il Ragusano o la Piana del Sele, e quelle in cui il picco della domanda di manodopera si verifica nei periodi delle grandi raccolte, come nel caso degli agrumi in Calabria, delle patate nel Siracusano o delle angurie a Nardò. Altri territori hanno caratteristiche miste: nel Foggiano, ad esempio, in agosto la raccolta del pomodoro da industria richiama migliaia di braccianti, mentre nel resto dell’anno sono altre coltivazioni (broccoli, finocchi, oliveti, vigneti) a dare impiego a un gran numero di stranieri. Ovunque, però, gli imprenditori agricoli (e non solo meridionali) ripetono: “Non possiamo pagare ai braccianti il salario previsto dai contratti provinciali, perché i prezzi dei nostri prodotti si abbassano e saremmo fuori dal mercato; il lavoro è l’unico costo che possiamo comprimere, mentre aumentano il gasolio, i concimi, le piantine”.

La presenza di un gran numero di lavoratori vulnerabili e disponibili a salari bassi, insomma, ha consentito a molte aziende di reggere alla crescente pressione sui prezzi dei prodotti agricoli operata da commercianti, industrie conserviere e catene della grande distribuzione organizzata, causata in definitiva dalla competizione internazionale dovuta alla liberalizzazione dei mercati dei prodotti agricoli (e di quelli industriali e dei servizi) come conseguenza inevitabile della “società aperta” edificata dalle democrazie occidentali nel secondo Dopoguerra.

Ma questa situazione, ripeto, vige da un quarantennio nell’immobilità e nella stagnazione. E si è creato così un circolo vizioso fatto di una catena di convenienze che si sono inanellate l’una all’altra e che favoriscono una ripulsa all’innovazione e al cambiamento e spesso un progressivo arretramento. Non è una forzatura dire che l’immobilità e la stagnazione hanno determinato di fatto nuove arretratezze. Le condizioni di maggiore sofferenza si concentrano nelle aziende agricole e nella manodopera immigrata, le prime legate all’altra da uno stato di reciproca necessità e non già dalla condivisione di progetti imprenditoriali. E nel mezzo di questa duplice sofferenza, che non si è mai trasformata in dialogo e ascolto delle reciproche ragioni, si è inserito il caporalato con il suo sistema illegale di servizi.

Le politiche restrittive sull’immigrazione spiegano solo relativamente alcuni aspetti del sistema di relazioni che si è instaurato perché analoghe condizioni di sfruttamento si verificano anche per i lavoratori dei paesi dell’Est europeo, i quali sono liberi di circolare senza particolari vincoli. Ad aggravare il disagio ci sono poi le condizioni abitative dei braccianti, soprattutto stagionali. Nel loro peregrinare per le regioni meridionali (ma anche in alcune zone del Nord) seguendo la domanda di lavoro, essi trovano riparo in casolari abbandonati, in grandi “ghetti” o, al meglio, in centri di accoglienza più o meno militarizzati e destinati ai soli regolari. Poche amministrazioni locali si sono poste il problema del diritto all’abitazione per lavoratori stagionali che contribuiscono alle produzioni agricole del territorio; più spesso, laddove non si verifichino casi di vero e proprio “razzismo istituzionale”, si interviene nell’ottica dell’”emergenza umanitaria” per affrontare una questione che è invece strutturale e ricorrente. Il problema non è soltanto che i braccianti vivono in abitazioni senza luce, acqua, letti e tetti adeguati, ma anche che essi si trovano per lunghe settimane in una situazione di vera e propria segregazione: lontani dai centri abitati, isolati fisicamente e socialmente, alla mercé dei caporali, che invece conoscono bene il terreno e hanno costruito legami forti con aziende e segmenti delle società locali.

Il problema abitativo è legato in maniera strettissima a quello del caporalato, cioè del collocamento. Talvolta descritti come gli unici responsabili della situazione, violenti, schiavisti e mafiosi, i caporali – spesso connazionali dei braccianti – sono certo figure odiose; tuttavia, non sono la causa prima di queste forme di lavoro semi-coatto, dovute piuttosto, in generale, a un mercato dell’impiego nel quale i cittadini di origine straniera sono particolarmente vulnerabili e precarizzati. Non a caso, molti braccianti vedono i caporali come figure da rispettare, indispensabili per potersi muovere e trovare un impiego nelle campagne del Sud. Essi, inoltre, sono estremamente efficienti nel fornire servizi agli imprenditori, tanto che il caporalato, nonostante rappresenti, dal 2011, un reato penale, detiene oggi nel Mezzogiorno un monopolio nell’attività di mediazione che non viene sfidato da nessun attore pubblico o privato: i caporali, insomma, hanno un ampio spazio d’azione in quanto si inseriscono nel vuoto che c’è tra datori di lavoro e braccianti.

La crisi economica

Infine, c’è da considerare la crisi economica generale iniziata nel 2008, che ha reso questo quadro ancora più drammatico. Se fino al 2007 i “ghetti” delle campagne del Sud erano soprattutto luoghi di passaggio, in cui i migranti – soprattutto di origine africana – trascorrevano qualche anno di irregolarità in attesa di una sanatoria e dell’assunzione in qualche fabbrica lombarda, veneta o emiliana, negli ultimi anni questi percorsi sono molto più difficili (non a caso l’ultima regolarizzazione “di massa” è stata rappresentata dal decreto flussi “straordinario” del 2006). Molti migranti fanno oggi il percorso inverso: gli operai che hanno perso il lavoro nel settore manifatturiero nelle regioni del Nord, così come i “figli dell’immigrazione” che, finite le scuole superiori sono alla difficile ricerca della prima occupazione, spesso si dirigono (o tornano) a Sud e si uniscono a coloro che sono appena arrivati dall’Africa, accrescendo la concorrenza tra braccianti.

Le campagne del Mezzogiorno, insomma, diventano una sorta di grande camera di compensazione del mercato del lavoro, non solo agricolo e non solo meridionale, nella quale lavoratori precari e vulnerabili sono alla costante ricerca di qualche giornata di impiego e sopravvivono grazie alla solidarietà di parenti e connazionali, in attesa di occasioni migliori in altri settori e in altre regioni.

Ragionare sui diversi aspetti del problema può aiutare a capire come e perché questioni come quelle che si pongono in maniera così drammatica nel Mezzogiorno possano ripetersi anche in territori dove le filiere agricole sembrano più solide. L’effetto congiunto di fattori quali la presenza di una fascia di lavoratori particolarmente vulnerabile (i migranti) e la necessità delle aziende agricole di comprimere i costi in mancanza di innovazioni tecnologiche, di processo, di prodotto e organizzative rischia infatti, soprattutto in periodo di crisi, di creare situazioni simili anche nelle regioni del Nord. Del resto, casi di caporalato sono stati segnalati  in Romagna, per la raccolta della frutta, e nel Mantovano, per i meloni; da alcuni anni i lavoratori africani che si recano a Saluzzo (Cuneo) per la raccolta della frutta danno vita a insediamenti non dissimili da quelli di Foggia e Rosarno. E sembra essersi diffuso l’utilizzo improprio della forma giuridica della cooperativa per fornire lavoratori a basso costo alle aziende agricole: mediatori non dissimili dai caporali ottengono in questo modo, attraverso subappalti più o meno legali, alcune mansioni del ciclo agricolo, soprattutto le raccolte. Avviene in Piemonte, per la vendemmia, e nel Veronese, per il settore orticolo.

D’altro canto, focalizzare lo sguardo solo sull’Italia è fuorviante. I conflitti avvenuti negli anni scorsi a El Ejido in Andalusia, a Manolada in Grecia e nelle Bouches-du-Rhône in Francia ci mostrano come i lavoratori migranti impiegati in agricoltura siano in condizioni difficili un po’ in tutta Europa, sebbene con modalità differenti. Per non parlare dell’agricoltura californiana, che alcuni economisti e sociologi hanno individuato come il modello – fatto di agricoltura intensiva e ipersfruttamento dei migranti – cui si stanno conformando le agricolture europee, soprattutto mediterranee.

Dalle inchieste giornalistiche alla ricerca-azione

Se tutti questi problemi concorrono nel determinare il fenomeno, appare estremamente difficile capire come migliorare le condizioni delle aziende agricole e quelle di lavoro e di vita dei migranti impiegati in agricoltura. Le inchieste giornalistiche e gli studi finora prodotti lasciano ancora molti vuoti nella descrizione del fenomeno. Periodicamente nascono conflitti e sulla stampa si parla degli episodi luttuosi. Ma se non si interviene in modo organico, i conflitti latenti tenderanno ad esplodere e sarà sempre più difficile trovare soluzioni a problemi destinati a incancrenirsi ancor di più in futuro.

È chiaro che i progetti che mirano a intervenire solo su un aspetto del problema, senza attaccare gli altri, rischiano di non avere gli effetti sperati: creare un centro di accoglienza senza trovare un’alternativa ai caporali per il trasporto sui campi, ad esempio, non servirà a molto; proporre alle aziende di assumere i braccianti tramite il centro per l’impiego non risolverà la situazione, se i lavoratori continueranno a vivere nei “ghetti”;  realizzare la rete del lavoro agricolo di qualità mediante la certificazione etica delle aziende ha poco senso se nei territori non si costruiscono progetti territoriali innovativi che coinvolgano imprese, lavoratori e cittadini-consumatori. E così via.

Se si realizzasse una ricerca-azione e si indagasse in modo approfondito il sistema di rapporti che si è costruito in questi quarant’anni nelle agricolture che compongono il latifondo caporalesco (cioè le agricolture non più innovative, quelle che si sono fermate e immobilizzate dopo la prime grandi trasformazioni agrarie che seguirono le grandi opere irrigue), riusciremmo a capire meglio i diversi aspetti del sistema.

Non appaia superfluo precisare che la nuova ruralità (dall’agricoltura sociale alle forme nuove di accoglienza nelle campagne, dalla valorizzazione della tipicità delle produzioni al miglioramento genetico per tutelare la biodiversità, dalla realizzazione di filiere e reti di qualità che guardano ai processi di globalizzazione alla costruzione di distretti di economia locale) non è nettamente separata dal latifondo caporalesco: spesso i due fenomeni s’intersecano negli stessi territori. La ricerca-azione deve, quindi, necessariamente abbracciare intere aree territoriali sia di pianura che di collina e di montagna, occuparsi delle zone interne che si sono spopolate all’inverosimile e del fenomeno di decrescita demografica, studiando preliminarmente una zonizzazione utile alle finalità dell’indagine e alle azioni che si vogliono compiere.

Una nuova idea di sviluppo

Lo studio deve servire ad agire. In più direzioni. Proporre quello che le istituzioni  dovrebbero fare in quanto promotori, garanti e fornitori di strumenti finanziari e tecnici per l’attuazione dello sviluppo. E mettere a punto quello che dovrebbero fare le imprese, i lavoratori immigrati e autoctoni e i cittadini. Insomma, l’insieme della società civile. Questa è fatta di attori organizzati che dovrebbero dialogare con le istituzioni sul terreno delle scelte concrete di politica economica, sociale e culturale riguardanti il loro territorio, appropriarsi delle opportunità e delle capacità rese disponibili, interpretarle, gestirle e svilupparsi. Lo sviluppo di una società è un processo autopropulsivo nel quale i suoi attori consolidano la propria indipendenza e la loro non soggiacenza al ricatto della situazione presente.

Bisogna però trovare le motivazioni forti che possono indurre al cambiamento che è, innanzitutto, un cambiamento di mentalità tale da sollecitare gli individui e le comunità a volere lo sviluppo, a procurarsi e a utilizzare i mezzi propri e altrui per attuarlo.

Ad esempio, si parla spesso di reddito dando a questa parola un significato angustamente economicistico e non quello che lo vede come complesso di beni e di valori reso disponibile per la soddisfazione dei bisogni umani. Forma il reddito non solo il denaro ma anche una serie di valori culturali, morali, religiosi, affettivi, che sono pur decisivi per il giudizio, la scelta e l’azione anche economica: valori che sono decisivi nell’uomo per giudicare dell’economicità o meno di una determinata azione. Finché dunque l’economia non potrà tenere sistematicamente conto di valori che entrano nel reddito reale degli individui e delle società, non potrà darne misura quantitativa o si sforzerà di valutare a prezzi di mercato valori che non sono oggetto di mercato, non avrà la possibilità di misurare con sufficiente approssimazione la convenienza di determinati impieghi di denaro, di forze di lavoro, di strumenti tecnici e di risorse naturali. Né potrà stabilire con sufficiente approssimazione una corrispondenza fra livello di reddito e grado di sviluppo.

Se non si affronteranno seriamente con gli agricoltori e con le persone – indipendentemente dalla loro provenienza –  che intendono impegnarsi nelle nostre agricolture questi aspetti anche culturali e civili, attraverso percorsi di autoapprendimento collettivo e di educazione e formazione all’intraprendere in modo innovativo, non si troveranno mai le soluzioni per adempiere al precetto costituzionale contenuto nell’art. 44 della Costituzione:  “Al fine di conseguire il razionale sfruttamento del suolo e di stabilire equi rapporti sociali, la legge impone (…) la trasformazione del latifondo (…)”.  Un latifondo che, negli ultimi quarant’anni, si è ricomposto in forme nuove e che ora va trasformato producendo, nel pieno della crisi economica e come occasione per uscirne in avanti, un nuovo salto di civiltà.

Si tratta, in sostanza, di produrre un’innovazione sociale che è tutt’uno con il salto tecnologico da compiere mettendo insieme digitale, robotica, bioeconomia che si fonda sull’utilizzo multifunzionale di risorse biologiche per la produzione di alimenti, mangimi, energia, ecc. L’agricoltura di precisione è oggi utilizzabile a tutte le altitudini e in tutti i settori. La visione IoT (internet degli oggetti) è applicabile nell’agroalimentare, nel turismo, nell’artigianato, nei servizi socio-sanitari, nell’industria culturale. La rivoluzione tecnologica in atto può aprire una nuova prospettiva allo sviluppo dei territori italiani e alla loro presenza nei mercati internazionali.

Le nostre agricolture possono partecipare attivamente al salto tecnologico che si sta realizzando. Si tratta di invertire l’ordine di priorità tra sviluppo e coesione sociale, anticipando la seconda come premessa del primo per civilizzarlo. Bisogna puntare sulla responsabilità delle classi dirigenti locali che devono poter scegliere poche cose da fare e farle bene. Combattendo le povertà, l’evasione scolastica, il disagio giovanile, l’esclusione sociale. Mettendo fine alla corruzione e alle mafie. Si tratta di ridisegnare completamente il rapporto tra legame con il territorio e presenza nei mercati internazionali che non sono strategie alternative. Occorrono politiche industriali per l’internazionalizzazione fondate sull’innovazione sociale, sul “fare squadra” in Italia e all’estero, sul superamento di inutili e costose incombenze burocratiche, sulla nostra capacità di favorire processi di interscambio culturale prima ancora che commerciale, sulla costruzione di reti diffuse e collaborative tra pubblico e privato. Ma partendo sempre dai territori e dalle comunità locali.

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