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La realtà di un’utopia

L'attualità della lezione di Manlio Rossi-Doria è l'idea che lo sviluppo si ottiene fondendo realtà e utopia. Si tratta di coinvolgere i cittadini nell'analisi dei propri problemi, nell'individuazione dei mezzi per superarli e nell'attuazione degli interventi; stabilire proficui rapporti tra essi e le istituzioni politiche; operare sulla base di programmi realistici e non già frutto dell'improvvisazione o, peggio, di interessi particolaristici se non, addirittura, clientelari

Manlio Rossi-Doria, Gilberto Antonio Marselli, Giorgio Ceriani-Sebregondi

Manlio Rossi-Doria, Gilberto Antonio Marselli, Giorgio Ceriani-Sebregondi

Gilberto Antonio Marselli volle presentare la sua relazione sull’impegno di Manlio Rossi-Doria per la programmazione regionale in Basilicata in un convegno che si svolse nel 1989 a Matera e al Castel Lagopesole di Avigliano, aggiungendo al titolo la provocatoria espressione “La realtà di un’utopia”.

Lo fece per affermare un fatto abbastanza evidente: in Italia, la programmazione – e, in particolare, quella regionale – è rimasta spesso confinata nel mondo dell’utopia e quasi mai ha avuto la ventura di tradursi in atti concreti e conseguenti. E questo non già per carenza di strumenti concettuali e metodologici, quanto invece soprattutto per difficoltà di rapporti – e, quindi, di comunicazione – tra i vari protagonisti.

L’altro motivo che lo spinse a quella scelta era per sottolineare che la ricerca – anche quella riferita ad una realtà concreta – ha sempre bisogno di nutrirsi  anche di un’adeguata dose di utopia, senza la quale sarebbe illusorio attendersi quell’utile esplorazione dei tanti possibili laterali che, in sostanza, consentono non solo il progredire della scienza, ma anche ogni altro progresso che si ponga come obiettivo il superamento delle condizioni precedenti.

Infine, voleva dirci che la lezione ancora oggi attuale del suo maestro, con cui aveva collaborato lungamente nel Gruppo di Portici, è l’idea che lo sviluppo si ottiene fondendo realtà e utopia, cioè coinvolgendo i cittadini nell’analisi dei propri problemi, nell’individuazione dei mezzi per superarli e nell’attuazione degli interventi; stabilendo proficui rapporti tra essi e le istituzioni politiche (locali e centrali); operando sulla base di programmi realistici e non già frutto dell’improvvisazione o, peggio, di interessi particolaristici se non, addirittura, clientelari.

L’Utopia di Thomas More non era già un’isola: il suo fondatore, Utopo, tale la rese artificialmente, tagliando la lingua di terra che la collegava al continente, per instaurarvi una comunità il cui ordinamento fosse totalmente diverso, in senso positivo, rispetto a quello delle comunità circostanti. L’utopia è qualcosa che richiama, al tempo stesso, sia l’outopia – cioè quel luogo che non è in alcun luogo – sia l’eutopia, ossia, quel luogo felice per eccellenza. Non già, quindi, l’inseguimento – spesso vano – di un desiderio o di un’aspirazione, quanto, piuttosto, l’effetto di una serie di azioni coscienti – per dirla con Valerio Verra – “frutto di una progettazione sapiente, meditata, dotata di una logica interna altrettanto e forse anche più rigorosa di quella della realtà comune, rispetto alla quale può figurare addirittura come più vera e più persuasiva”.

In tal modo i due termini – l’utopia e la realtà – tendono a sovrapporsi, sin quasi a confondersi l’uno nell’altro e ci predispongono a tutte le soluzioni – a quelle possibili così come anche a quelle apparentemente meno probabili – e a tutti gli adattamenti  richiesti da quelle situazioni concrete.

Marselli ricordò in quella relazione che Rossi-Doria si era attenuto a questo modo di concepire il rapporto tra utopia e realtà quando aveva coordinato, nel 1950, la redazione del Piano lucano promosso dalla SVIMEZ.  Nel gruppo di studio, per la stesura del Piano, erano stati chiamati, tra gli altri, Rocco Mazzarone, a cui era stato affidato il complesso settore della sanità, e Rocco Scotellaro per la scuola e i problemi dell’istruzione e della formazione.

In quel gruppo, la SVIMEZ era rappresentata da Giorgio Ceriani Sebregondi, che l’anno precedente, in un saggio intitolato Natura e portata della pianificazione nelle regioni meridionali, aveva correttamente rilevato che: “un piano economico non può essere fondato sull’univocità di una soluzione tecnica. La concatenazione degli elementi tecnici non è cioè, in sede economica, così consequenziale e univoca da non lasciare adito a numerose alternative di soluzione (…). In altri termini, il piano è una scelta. E quando non si tratti di una scelta ipotetica – a puri fini di studio – è essenzialmente una scelta politica. Poiché, ovviamente, la scelta politica non è nelle nostre possibilità, ogni soluzione preordinata di piano da noi sostenuta potrebbe risultare del tutto opinabile, se non addirittura arbitraria e comunque inoperante. Da questa situazione di fatto discende logicamente l’opportunità che la nostra organizzazione (la SVIMEZ, appunto) non si prefigga la formulazione di piani regionali intesi come programmi preordinati, organici e definiti. Essa dovrebbe tendere piuttosto all’identificazione e formulazione dei procedimenti metodologici e degli elementi di previsione e di giudizio tecnico-economico sulle varie soluzioni possibili, che possano costituire una guida all’orientamento  di chi debba e intenda operare la scelta effettiva”.

In questo spirito e con tali intendimenti, negli anni successivi si era dato vita al Piano lucano. Mentre era in corso l’attività di quel gruppo, in occasione del congresso dell’Istituto nazionale di urbanistica (Inu) sulle esperienze di pianificazione  regionale in Italia (Venezia, 1952), lo stesso Sebregondi era stato invitato a scrivere l’introduzione del volume degli atti. In essa, tra l’altro, partendo dal presupposto – del resto, convalidato da un ampio materiale raccolto nelle varie regioni meridionali, oltre che, s’intende, in Basilicata, attraverso il Piano SVIMEZ – che “la pluralità di soluzioni urbanistiche che si rendono necessarie in corrispondenza delle varie fasi di un processo di sviluppo regionale trovano riscontro nelle diversità di soluzioni che si richiedano per l’intervento in una zona piuttosto che in un’altra – e che – la necessità di rispondere alla duplice e, almeno apparentemente, contrastante esigenza della diffusione e della concentrazione degli investimenti ha sollecitato a riconoscere la fondamentale necessità di individuare, per ogni investimento, una precisa funzionalità rispetto al tutto, ossia di creare un nesso organico tra i vari elementi e aspetti dell’intervento”, egli giungeva ad individuare tre fondamentali tipi di aree di intervento, rispettivamente definite di “sviluppo integrale”, di “sviluppo ulteriore” e di “sistemazione”.

Come Rossi-Doria, anche Sebregondi attribuiva un particolare valore alla “presenza di forze sociali che coscientemente diventino portatrici degli interessi, non in quanto opposizione rivoluzionaria agli interessi dominanti, ma in quanto politicamente capaci di riuscire ad affermare linee generali di indirizzo all’azione di governo, democraticamente mature a far articolare l’intervento pubblico in rapporto alla varietà delle situazioni ambientali, ed efficaci nel suscitare nelle singole comunità iniziative delle popolazioni che concretino comportamenti morali, culturali e sociali di partecipazione alla realtà in sviluppo”.

Purtroppo il Piano lucano SVIMEZ non aveva avuto alcun seguito sul terreno operativo ma aveva notevolmente influito sull’impostazione metodologica – e, per certi aspetti, anche politica – della pianificazione regionale.

I tentativi successivi, fatti a più riprese, sono però sostanzialmente falliti. Ma la causa dei fallimenti non va attribuita al carattere utopico della programmazione, bensì al mancato rispetto dell’impostazione metodologica. L’errore di fondo è stato quello di fare le scelte politiche riguardanti lo sviluppo di una regione o di un territorio dall’alto e senza il coinvolgimento delle comunità interessate. Oppure è stato quello di non scegliere per non assumersi la responsabilità delle conseguenze di una scelta sbagliata. Eppure,  il fatto stesso di permettere ad una comunità territoriale di scegliere, liberamente e consapevolmente, la soluzione di un problema tra tante possibili è già di per sé un’azione di sviluppo perché concretizza la realtà di un’utopia.

 

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3 Responses to La realtà di un’utopia

  1. gilberto marselli Rispondi

    6 settembre 2015 a 18:55

    Non ricordavo proprio quell’episodio del Cunvegno. Non meritavo di avere la mia foto tra quelle di don Manlio e di Giorgio.. GRAZIEEEEE..

    • Alfonso Pascale Rispondi

      7 settembre 2015 a 23:56

      E’ una relazione molto bella e, ancora oggi, molto utile per capire come si fa un programma di sviluppo.

  2. Mr Hamza Rispondi

    27 agosto 2017 a 15:41

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