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La cittadinanza, antidoto al rancore

Traccia della lezione al Corso di Formazione "DIVENTIAMO GUIDE CIVICHE DI QUARTIERE" promosso dall'UNIAT (Roma 30 novembre -1 dicembre 2018)

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Il luogo “futuro”

Non sappiamo se la cittadinanza possa essere un antidoto al rancore, ma è una pista che ci piace seguire. E così potremmo verificare nei fatti se questa idea può essere condivisa e produrre risultati concreti.

Nella società odierna prevale la logica corrosiva della divisione, dell’individuazione del nemico da combattere, del rancore che impedisce il dialogo e la comprensione reciproca, della paura che chiude in difesa del presente, con una visione del futuro comune che diventa così sempre più buia.

A questa logica si potrebbe controproporre il desiderio di mettere in gioco le energie vitali e positive dei nostri territori. Si tratta di costruire il luogo “futuro” in cui collocare capacità e specificità in coerenza con le trasformazioni del mondo che cambia. Un luogo “futuro” che abbia tutta la forza di attrarci verso di sé, perché rappresenta ciò che possiamo e vogliamo diventare. Un luogo “futuro” in cui essere protagonisti dell’odierna rivoluzione tecnologica e digitale. La quale ha prodotto la globalizzazione (apertura dei mercati, riduzione delle condizioni di miseria nei paesi emergenti, crescita dei fenomeni migratori) e ha svuotato la sovranità degli stati nazionali.

Viviamo una condizione di ansia e di inadeguatezza. Non ne sappiamo abbastanza. Il mondo ci ha trasformato sotto i nostri stessi occhi, ma stentiamo a capire il senso dei cambiamenti e le loro conseguenze. La digitalizzazione delle nostre vite ha cambiato il modo in cui si formano le idee e, soprattutto, si distribuiscono tra gli altri. Tendiamo a negare o sminuire le esperienze innovative di chi accoglie la sfida dei cambiamenti. E questo perché non le vediamo alla nostra portata.

Sbaglieremmo a metterci sulla difensiva, coltivando il mito di un ritorno nostalgico al passato, alle comunità chiuse, alle economie autarchiche, agli atteggiamenti antiscientifici e superstiziosi.

Abbiamo bisogno di imboccare strade nuove. E per farlo avremmo bisogno di coltivare un sentimento di cittadinanza attiva, di partecipazione diretta a difesa della democrazia e delle istituzioni repubblicane in modo da costituire un argine alla diffusione dei sovranismi e dei totalitarismi, un contrasto alla diffusione delle teorie di odio, discriminazione, intolleranza.

Andrebbe colmato un vuoto che da decenni impedisce un ordinato ed efficace ricambio di classe dirigente. In tempi come quelli che viviamo, anche un manager d’impresa dovrebbe saper collegare la propria conoscenza specialistica con la consapevolezza civica più generale del suo ruolo nella propria comunità di valori, interessi e bisogni. L’obiettivo, oltre all’acquisizione di un sapere tecnico-specialistico, è la valorizzazione ideale e civile della formazione. Solo così potremmo guardare al futuro con ragionevoli speranze.

Rimbocchiamoci le maniche

In un componimento poetico di Pier Paolo Pasolini intitolato “Meditazione orale” c’è scritto: “Non si piange su una città coloniale”. “Coloniale” sta per “insediata da una classe dirigente esterna che impone un cambiamento brusco nella storia della città”. Un cambiamento che si è rivelato come falsa modernizzazione.

Il verso pasoliniano è all’interno di una poesia commemorativa dei cento anni di Roma capitale (1970). Esso non va interpretato né in senso assertivo per dire che così è stato e sempre sarà, né in senso spregiativo perché la città coloniale non meriterebbe neppure le lacrime. Va letto, invece, in senso esortativo: “Rimbocchiamoci le maniche per reagire alla crisi della città coloniale”.

Dagli anni ‘70 al Duemila, la città coloniale è diventata la città statale che si è espansa in modo caotico e si è terziarizzata in modo spurio. Con la globalizzazione e la rivoluzione tecnologica e digitale è diventata polo attrattivo dei flussi migratori e luogo privilegiato di estrazione continua e monetizzazione dei dati personali dei cittadini da parte di grandi gruppi.

Oggi Pasolini direbbe: “Non si piange su una città statale”. Dobbiamo rimboccarci le maniche per reagire alla crisi della città statale e costruire la città europea: LA CITTÀ REGIONE ORGANIZZATA COME LE ALTRE CAPITALI EUROPEE PER ESSERE PROTAGONISTA IN UNA NUOVA UNIONE EUROPEA.

 

In cosa consiste lo statalismo di Roma?

In un rapporto tra la città e lo Stato in cui convivono in modo sterile due tendenze: centralismo e rivendicazionismo. Una città priva di una visione, un’identità. Che si è nutrita di grandi eventi e di opportunità insediative e logistiche derivanti dalle funzioni statali senza imprimere un’anima. Una condizione che ha lasciato un’impronta fisica e si è materializzata nei palazzi, nei terreni, nelle scuole, nei luoghi di cura, nelle stazioni, nelle caserme, nei depositi, negli opifici. Un enorme patrimonio pubblico, accumulato in 150 anni di storia, non già da alienare ma da consegnare al futuro della città. Una condizione che ha ingigantito un apparato amministrativo capitolino subalterno alle amministrazioni ministeriali.

 

In che modo diventare protagonisti dell’edificazione di Roma città europea?

Tre proposte:
– Una legge nazionale di riforma della governance (abolire il comune di Roma trasformare i municipi in comuni – federare i nuovi comuni con quelli esistenti dell’hinterland per farne una città metropolitana coi poteri di una regione).
– Un accordo tra città e Stato per la cura e la manutenzione dei beni comuni (patrimonio pubblico).
– Un accordo tra città e Stato per promuovere i progetti sperimentali di innovazione amministrativa, lo sviluppo delle tecnologie digitali come occasione di riorganizzazione dei servizi, una migliore disposizione territoriale delle funzioni e delle attività, forme di coordinamento esemplari tra amministrazione centrale e locale, pratiche civiche di partecipazione e controllo.

Queste tre proposte si possono realizzare se abbandoniamo l’idea del Novecento che la democrazia comporti necessariamente ulteriore spesa pubblica e coltiviamo, invece, la convinzione che tutelare la democrazia significhi riqualificare e ridurre la spesa pubblica, eliminando sprechi, rendite di posizione, clientelismo e assistenzialismo. L’intelligenza artificiale ci può aiutare a realizzare questa trasformazione.

Cittadinanza come autogoverno e sovranità digitale

Dobbiamo poter accedere alla conoscenza come bene comune, agli open data e alle infrastrutture digitali pubbliche basate su algoritmi ad alto impiego di dati, in modo da ripensare il welfare del futuro (per godere di servizi più equi e innovativi) e le modalità della crescita sostenibile per le nostre città. Dobbiamo tendere ad acquisire padronanza di tutto quello che ci circonda.

Acquisire padronanza è conoscere, apprendere, saper coniugare “smart city” e reinvenzione in forme moderne di sistemi tradizionali (sharing economy, uber, blablacar, ecc.). È imparare a usare le tecnologie (digitale, robotica, bioeconomia, blockchein), cogliere i vantaggi del mercato delle informazioni, acquistare beni e servizi votando con il portafoglio (Leonardo Becchetti).

Cittadinanza è intreccio di merito e bisogno

 Merito è esigenza di padronanza, mentre il bisogno è esigenza di essere guidati e sentirci protetti. Una volta erano mondi distinti con differenti forme di rappresentanza e politiche parallele. Ora merito e bisogno coincidono nella stessa persona.

I cittadini che avvertono di più l’esclusione sono coloro che si sentono più vicini alla frontiera dell’inclusione, senza mai riuscire a superarla. I giovani, innanzitutto. Di qui l’esasperazione e l’ira sociale. Occorre tracciare e rendere agibili percorsi che consentano a questi “penultimi” di oltrepassare la barriera dell’inclusione. Riaprendo la speranza anche per gli “ultimi”.

Dovremmo realizzare nuove forme di vita

Preliminarmente con un’azione di accompagnamento delle perso­ne e dei gruppi nel trovare forme più adulte e responsabili (più libere) di esprimere i propri bisogni e interpretare i propri desideri.

Per accompagnare un gruppo non basta definire le persone secondo parametri come l’età, il sesso, la residenza, il reddito, la professione. Quello che conta è quello in cui crediamo, chi ci è vicino, come viviamo, con chi parliamo, cosa ci piace e cosa non ci piace.

Per trasformare i nostri bisogni in proposte dovremmo elaborare un discorso pubblico, saper aprire un dialogo, predisporci ad un reciproco ascolto. Occorre pensiero lungo e pensiero veloce. Dovremmo saper intrecciare l’una e l’altra modalità.

Successivamente, con azioni di promozione di:

a) “Sportelli-Guida”

questi vanno intesi come catalizzatori di interventi, per svolgere, da un lato, il ruolo di raccolta delle informazioni riguardanti iniziative, prestazioni e servizi di prossimità presenti nel territorio e, dall’altro, il ruolo di informazione, sensibilizzazione e comunicazione ai cittadini e ai gruppi;

b) “Mercati-Guida”

questi vanno intesi come reti di economia civile che si generano attraverso lo sviluppo delle relazioni (es. i servizi di orti sociali che sollecitano la nascita di farmer market e di gruppi di acquisto solidali, in collaborazione con produttori agricoli locali, ecc.).

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