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Il pensiero della Chiesa sull’impresa agricola

L'ultimo documento del Pontificio Consiglio Giustizia e Pace ripropone il modello aziendale fondato sul binomio proprietà della terra/unità della famiglia nell'impresa. Eppure le ultime encicliche sociali avevano puntato sulla centralità dell'imprenditore, sulla sua professionalità, lasciando liberi i suoi familiari di svolgere o meno l'attività in azienda

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Il documento intitolato “Per una migliore distribuzione della terra. La sfida della riforma agraria“, redatto dal Pontificio Consiglio Giustizia e Pace e presentato in Vaticano dal Cardinal Roger Etchegaray, presidente del medesimo dicastero, merita di essere valutato con attenzione da chi si occupa di problemi dell’agricoltura. Si tratta di una iniziativa che raccoglie le sollecitazioni pervenute soprattutto dall’Episcopato cattolico dell’America Latina. Nella prima parte sono denunciati i drammatici problemi umani, sociali ed etici provocati dal fenomeno della concentrazione della proprietà della terra in fondi di grandi dimensioni, sviluppatosi a partire dalla seconda metà del secolo scorso nelle aree che furono soggette a dominazione coloniale. Nella seconda parte si sollecitano i responsabili, a vari livelli nazionali e internazionali, ad affrontare i problemi legati alla proprietà della terra e allo sviluppo agricolo. Il testo licenziato dalla Santa Sede si presenta come una vera e propria piattaforma per combattere le condizioni di miseria nelle economie in via di sviluppo.

Ciò che maggiormente ha stimolato il mio interesse è il suo carattere di ricognizione aggiornata dei principi derivanti dalle Sacre Scritture e dall’insegnamento sociale della Chiesa sulle tematiche più complessive dell’agricoltura e delle sue relazioni con lo sviluppo economico. Ed è qui che ho trovato qualche incongruenza di non poco conto tra i principi enunciati e le indicazioni concrete. In ogni caso – desidero immediatamente precisare – gli elementi discutibili non tolgono nulla al fascino del documento pontificio, alla nobiltà e alla forza morale della denuncia – che esso contiene – contro le ingiustizie e la disumanità di una crescita orientata solo dal profitto e che non riconosce le esigenze di libertà e di promozione della persona umana.

Il messaggio biblico viene riproposto ancora una volta in modo suggestivo. La terra compare sin dalla prima pagina della Genesi, quando viene creata e poi donata da Dio alle donne e agli uomini con questa prescrizione: “Riempite la terra, soggiogatela e dominate sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo e su ogni essere vivente, che striscia sulla terra”.

“Soggiogare” e “dominare” sono termini che possono essere facilmente fraintesi. Nel linguaggio biblico significano “prendersi cura”, “esercitare il buon governo”. Pertanto, dominare la terra è un diritto-dovere delle donne e degli uomini perché possano realizzarsi come persone e assumersi la responsabilità di preservarla a vantaggio non solo di se stessi ma anche delle generazioni future.

Il documento evidenzia come, nella prospettiva delineata dalle Sacre Scritture, la Chiesa ha elaborato la sua dottrina sociale sull’appropriazione della terra. Le Encicliche “Laborem exercens” del 1981 e “Centesimus annus” del 1991 sono i testi più recenti che si occupano di questa materia. In esse viene ribadito che la proprietà privata non è un fine ma un mezzo di promozione umana, un prolungamento della libertà; essa costituisce un diritto primario, di per sé valido e necessario, ma da subordinare sempre alla funzione sociale, al principio della destinazione universale dei beni. Da queste enunciazioni la Chiesa trae il proprio atteggiamento di condanna sia verso il latifondo – espressione di un uso socialmente irresponsabile del diritto di proprietà – che nei confronti della proprietà statale della terra, vista come funzionale alla spersonalizzazione della società civile. Ma i punti più innovativi – in vista dell’accesso ai beni della terra – ricavati dalle due Encicliche sociali si possono così sintetizzare:

1. l’importanza prevalente annessa alla capacità imprenditoriale e professionale dell’agricoltrice e dell’agricoltore rispetto alla stessa proprietà della terra;

2. la considerazione del lavoro – giustamente remunerato e senza dover necessariamente coincidere con la proprietà – come un mezzo di importanza cruciale per assicurare la destinazione universale dei beni;

3. l’individuazione dell’agricoltore – in rapporto al bene terra – nello stesso tempo produttore di derrate ed erogatore di servizi ambientali – interessato in modo naturale ad un uso equilibrato delle risorse territoriali – in quanto coerede del lavoro di generazioni e insieme coartefice del futuro di coloro che verranno dopo di lui.

A queste enunciazioni il documento in esame fa corrispondere le indicazioni per una riforma dell’agricoltura da varare nei Paesi in via di sviluppo: espropriazione delle grandi proprietà terriere, successiva suddivisione in unità produttive compatibili con la capacità di lavoro di una famiglia, distribuzione della terra agli assegnatari dei titoli di proprietà, interventi per assicurare l’accesso sia ai fattori e alle infrastrutture volti a migliorare la produttività delle aziende e la commercializzazione dei loro prodotti, sia al godimento dei servizi sociali tesi ad elevare la qualità della vita e la capacità di autopromozione delle persone. Appare chiaramente l’assonanza con le azioni programmate nell’Italia degli anni ’50 e ’60 ed in parte realizzate. Addirittura si rispolvera di quel periodo anche la tipologia di impresa da considerare ideale: l’impresa proprietaria della terra che utilizza prevalentemente nella propria azienda il lavoro familiare. Si propone di modellare anche nel Duemila riforme agrarie sul binomio proprietà della terra/unità della famiglia nell’impresa e di accordare a tale binomio trattamenti preferenziali.

Eppure il pensiero sociale di Giovanni Paolo II, interpretando meglio la realtà dei decenni alle nostre spalle, è andato oltre questo schema, puntando sulla centralità delle agricoltrici-imprenditrici e degli agricoltori-imprenditori, sulla loro professionalità, sul loro impegno a remunerare in modo giusto il lavoro dipendente lasciando liberi i propri familiari di svolgere o meno l’attività in azienda, sulla loro capacità di acquisire i moderni ritrovati della scienza e della tecnica e di combinarli con gli altri fattori di produzione per corrispondere ai bisogni più complessivi della società. Questa acquisizione vale solo per le agricolture dei Paesi industrializzati o può tornare utile anche per i Paesi in via di sviluppo? Credo più alla seconda ipotesi. Si tratta, a mio avviso, di impostare anche lì riforme su due perni. Il primo è l’affermazione del valore dell’impresa agricola, diffusa sul territorio e multifunzionale, curando gli interventi formativi per gli imprenditori ed i lavoratori, garantendo l’acqua, assicurando sementi idonee agli ambienti naturali, promuovendola come forza motrice dello sviluppo rurale, agevolando l’acquisizione dei fondi rustici in proprietà o in affitto e degli altri fattori di produzione per rendere efficienti e competitivi i sistemi territoriali. L’altro è la capacità delle istituzioni di collocare la funzione di salvaguardia del territorio e di valorizzazione del paesaggio – svolta dall’agricoltura – nell’ambito di coerenti e continuative politiche e del loro buon governo, emanando efficaci norme giuridiche e fiscali fino a considerare la terra stessa come soggetto di diritto. È in questo quadro che si può affrontare, senza rigidità e carrozzoni come gli enti di riforma, il problema di erodere il latifondo e rendere disponibile la terra per le imprese agricole, di restituire alle popolazioni indigene la terra che esse tradizionalmente occupavano e di gestire in modo più efficiente le proprietà comuni. Su quest’ultimo aspetto, si tratta di valorizzare e ammodernare le organizzazioni sociali che gestiscono le proprietà collettive per un’acquisizione partecipata delle innovazioni. Anche in tal modo si possono aiutare i popoli indigeni a ricostruire gli ecosistemi, a salvaguardare le biodiversità e a mantenere e sviluppare la loro identità e la loro cultura – dovere a cui efficacemente ci richiama il documento del Consiglio Giustizia e Pace – evitando di suggerire modelli o impostazioni che nei Paesi industrializzati abbiamo dovuto faticosamente superare.

(Questo articolo è stato pubblicato sulla rivista “Agricoltura“, n. 290, Settembre-Ottobre 1998)

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