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Il 18 aprile delle campagne

Nelle elezioni politiche del 18 aprile 1948 alla Dc va quasi il 50 per cento dei consensi. E la sinistra viene sconfitta. A questo risultato concorrono, in modo preponderante, i contadini che così puniscono il Pci per non aver compreso per tempo una questione di fondo: nelle democrazie moderne c'è un nesso stretto tra rappresentanza dei ceti rurali, consapevolezza dei problemi agricoli e sistema politico. E l’Italia non fa eccezione a questa regola.

Bonomi

Nel 1947 si rompe l’unità tra i partiti antifascisti e viene meno la loro collaborazione nel governo. Da una parte, il Pci stringe legami ancor più forti con l’Unione Sovietica e, dall’altra, la Dc, sospinta anche dai nostri potentati economici, stabilisce rapporti più saldi con gli Stati Uniti. Il Psi si lega con un patto di ferro ai comunisti e non riesce a svolgere alcuna iniziativa autonoma. La conflittualità tra i partiti esplode in modo assordante su tutto e la spaccatura nel Paese viene a coincidere con quella dei protagonisti della “guerra fredda” a livello internazionale: i sovietici da una parte e gli americani dall’altra.

La rottura tra i partiti fa riemergere però le differenze profonde nel modo di concepire la funzione dei contadini nella società e le misure necessarie per avviare lo sviluppo dell’agricoltura. Nelle complesse trattative tra democristiani, socialisti e comunisti per la costituzione della Cgil unitaria – che si erano concluse il 9 giugno 1944 con il Patto di Roma – Di Vittorio aveva proposto la costituzione di un’organizzazione dei contadini autonoma dal sindacato. Era un’indicazione già presente dal 1924 nel programma agrario dei comunisti.

Ma i democristiani Giovanni Gronchi e Achille Grandi, che avevano partecipato agli incontri, volevano sistemare i contadini nella Cgil unitaria per poter bilanciare la maggiore influenza che la sinistra avrebbe avuto tra i lavoratori dipendenti e finirono per avere partita vinta. In realtà, i vertici democristiani non la pensavano allo stesso modo. Alcide De Gasperi era convinto che i coltivatori avessero il diritto di organizzarsi autonomamente rispetto ad altri ceti sociali per far valere il proprio protagonismo nella società. E così il capo della Dc – con gli auspici di papa Pacelli  e con l’aiuto diretto dell’Azione Cattolica – aveva favorito la costituzione (il 30 ottobre del 1944) della Confederazione nazionale dei coltivatori diretti, chiamata anche più brevemente “Coldiretti”.

In casa comunista la nascita della Coldiretti viene vissuta come un “atto scissionistico”. Ma in realtà, la vera scissione la Coldiretti la compie a danno della Confagricoltura, dove la costituzione della nuova organizzazione provoca un serrato dibattito sul se e come rispondere all’operazione favorita da De Gasperi.

Di Vittorio aveva ceduto sulla proposta di organizzare i coltivatori autonomamente dalla Cgil, commettendo un gravissimo errore a cui non si era riparato quando era nata la Coldiretti né si rimedia nel 1948 quando la componente cattolica abbandona la Cgil. In verità, nonostante gli orientamenti abbastanza isolati di Grieco e di Di Vittorio maturati già negli anni Venti, il gruppo dirigente comunista era mosso dall’idea che i contadini avrebbero potuto conseguire un miglioramento delle proprie condizioni solo a patto che la loro azione di tutela si fosse svolta all’interno del sindacato dei lavoratori dipendenti. Settori prevalenti della sinistra marxista non solo continuavano a non riconoscere il primato dell’individuo sul collettivo – che costituiva uno dei tratti originari della cultura contadina – ma guardavano a tale impostazione addirittura con sospetto. E, pertanto, ritenevano che i contadini dovevano organizzarsi solo in strutture a prevalente composizione di lavoratori dipendenti. In siffatto modo avrebbero potuto contenere – secondo tale visione – il loro naturale individualismo sotto la guida della classe operaia, l’unica capace di esprimere – in base a questa teoria – una funzione dirigente.

Ne è prova il dibattito che si sviluppa nella Direzione comunista del giugno 1945 sulla base di una informativa di Di Vittorio sugli atti compiuti dalla Cgil per rintuzzare la nascita della Coldiretti. “I democratici cristiani – egli dice – hanno così una comoda situazione: un’organizzazione con noi e una propria. Nella nostra possono fare anche del sabotaggio. Tale situazione non può durare (…) necessità di studiare il problema dell’organizzazione dei contadini”. Le ipotesi poste sul tappeto sono due: sciogliere la Coldiretti e immettere i suoi organizzati nella Federterra; oppure sdoppiare la Federterra in due federazioni, braccianti e salariati l’una, coltivatori diretti l’altra. Di Vittorio caldeggia ovviamente la prima ipotesi.  Gli interventi che si susseguono si dividono in appoggio alla prima o all’altra proposta. Solo Togliatti che è l’ultimo a intervenire, prende le distanze da quelle posizioni e si diffonde in un’analisi meticolosa di quanto sta avvenendo. Egli riconduce il tutto alla linea più generale che il partito cerca di darsi per penetrare tra i ceti medi delle città e delle campagne in competizione con la DC. “Mi pare che la questione sia molto importante – egli attacca – perché è un problema che riguarda la conquista dei ceti medi. Se sbagliamo organizzativamente sbagliamo anche politicamente”. E continua in modo secco: “Noi non abbiamo seguito la linea che avevamo tracciato. La DC pensava con la massa dei contadini coltivatori diretti di controbilanciare la forza degli operai e dei braccianti. Difficilmente il contadino che impiega mano d’opera è possibile organizzarlo con i braccianti. È inevitabile in Italia la creazione di una organizzazione di coltivatori diretti”. Con parole esplicite avverte: “Non è possibile assorbire l’Associazione coltivatori diretti nella Federterra”. E poi indica una strada da percorrere: “Si può creare accanto alla Federterra un’associazione di coltivatori diretti. Il problema si risolve se creeremo delle organizzazioni di coltivatori diretti che abbiano un carattere regionale. Non bisogna avere la mania di centralizzare. Bisogna essere più elastici. In Italia le condizioni dei contadini cambiano da località a località. La base di tutto è di organizzare provincia per provincia i coltivatori diretti sulla base dei loro bisogni”.

Le indicazioni del segretario del PCI rimarranno lettera morta. La Coldiretti si consoliderà e la sinistra non darà vita per un lungo periodo ad un’autonoma organizzazione di coltivatori come sarebbe stato necessario. E il motivo lo ricorderà senza fronzoli Giorgio Amendola: “In fondo tutto il gruppo dirigente della Confederazione del lavoro non vedeva questa necessità: (i democristiani) facciano pure la loro confederazione di coltivatori diretti – dicevano – noi abbiamo la Federterra”.

Il congresso della Federterra, aderente alla Cgil unitaria, tenutosi a Bologna nel 1946, decide infatti di trasformare l’organizzazione in Confederterra, articolata in quattro sindacati di categoria: braccianti e salariati; mezzadri e coloni; impiegati e tecnici; coltivatori diretti.

La sottovalutazione della questione contadina non riguarda solo il sindacato ma anche la Lega delle Cooperative, che non offre alcuna sponda organizzativa alle cooperative del Mezzogiorno formatesi a seguito dei decreti Gullo, per avviarle verso una gestione efficiente. Fa aggio una prevenzione ideologica tanto tenace quanto semplicistica, ossia che la conduzione divisa delle terre, di gran lunga prevalente nelle cooperative meridionali, fosse un’espressione deplorevole di arretratezza politica e di scarsa propensione a un reale sviluppo dell’associazionismo.

In realtà, questo genere di conduzione, così diffuso al Sud, è dovuto essenzialmente a motivi di ordine strutturale: alla scarsità della terra concessa rispetto al numero dei richiedenti e all’esigenza di perequare il lavoro, e non già il salario, in rapporto alle più elementari esigenze di sopravvivenza delle masse contadine.

Le varie quote vengono assegnate ai singoli soci dietro la corresponsione di un canone annuo e sulla base, sovente, di turni annuali di rotazione. D’altra parte, la conduzione divisa assolve al Sud un altro scopo fondamentale: risolvendosi in una sorta di subaffitto, rimpiazza in pratica con un’organizzazione dei contadini le figure tradizionali degli intermediari nei rapporti tra impresa e mano d’opera, e rende così possibile per la prima volta l’eliminazione di contratti iniqui e vessatori.

La superficialità con cui la sinistra affronta i problemi agricoli emerge anche nella conduzione del passaggio della Federconsorzi dall’inquadramento nel regime corporativo fascista a quello nell’ordinamento democratico.

Tale organismo era stato trasformato dal fascismo in entità economica parastatale. Con un decreto, nel 1944, viene nominato commissario dell’ente il comunista calabrese Francesco Spezzano, indicato dal ministro Gullo, suo compagno di partito e conterraneo, contro il parere dei democristiani, che invece rivendicano l’assegnazione dell’incarico ad una personalità da essi indicata. Al Consorzio Agrario di Matera il ministro nomina commissario il suo amico Michele Bianco, segretario della Federazione provinciale del Pci.

Il primo atto che compie il nuovo commissario della Federconsorzi è la conferma di Leonida Mizzi nell’incarico di “reggente la direzione”. Quest’ultimo è un ragioniere piacentino che durante il fascismo aveva la responsabilità dell’ufficio interregionale di Napoli e che, dopo lo sbarco degli Alleati, aveva assunto il ruolo di “direttore reggente” dell’organismo con l’avallo del Comando americano. Egli guida, di fatto, la struttura perché ne conosce a fondo i meccanismi e la rete territoriale.

In sostanza, i governi di unità democratica non colgono l’urgenza di varare un provvedimento di riforma per restituire immediatamente  alla  Federconsorzi  il  suo  volto  iniziale  di organismo della società civile e di strumento economico degli agricoltori. E la sinistra non si preoccupa di elaborare una proposta di ammodernamento di questa struttura, su cui suscitare una mobilitazione dei produttori e l’iscrizione di nuovi soci, e così contenere l’influenza che la Coldiretti già incomincia ad esercitare in misura significativa all’interno dei consorzi agrari.

E così le chiusure della Cgil e della Lega da una parte, e le manchevolezze dei partiti di sinistra dall’altra, impediscono di dare vita ad un autonomo e coeso movimento contadino, che raccolga e rappresenti le aspirazioni e i bisogni delle campagne in competizione con la Coldiretti. Un errore politico che a breve avrà effetti dirompenti e segnerà l’evoluzione della democrazia italiana.

La Coldiretti viene fondata da Paolo Bonomi, il quale era stato per circa un anno commissario della Federazione Coltivatori Diretti, una delle branche della Confederazione Nazionale Fascista dell’Agricoltura. Proveniente da una famiglia agricola del Novarese, il dirigente sindacale si occupa anche dei problemi della gioventù  rurale  nell’ambito  dell’Azione  Cattolica. Entrato  nella Consulta nazionale, nel 1946 viene eletto deputato dell’Assemblea Costituente nelle file della Dc. Rieletto nel nuovo Parlamento repubblicano, Bonomi sarà riconfermato fino al 1983, cioè quasi fino alla sua morte, nel 1985. Presidente incontrastato della Coldiretti, manterrà la carica dalla fondazione fino al 1980.

Con la sua guida, la Coldiretti  diventa rapidamente la più grande organizzazione degli agricoltori italiani. E agendo direttamente sul piano politico, sia all’interno della Dc che nei governi, essa propugna uno sviluppo agricolo poggiato su due obiettivi: il primo è redistribuire la terra mediante l’esproprio dei terreni dei grandi proprietari assenteisti e l’assegnazione dei poderi ai contadini privi di un fondo da coltivare; il secondo è incentivare l’acquisto agevolato dei terreni per espandere la proprietà coltivatrice. Inoltre, l’organizzazione avanza proposte concrete per sostenere le attività di bonifica e gli interventi volti ad accrescere le conoscenze e a diffondere le nuove tecniche nelle campagne.

D’altro canto, la Cgil, la Lega e i partiti di sinistra, condizionati anche dai propri schemi ideologici, non vanno oltre la tradizionale richiesta di una riforma agraria generale che colpisca la rendita fondiaria e renda più equi i contratti agrari. Gli esiti di questa diversa impostazione si avvertono subito nelle elezioni politiche del 18 aprile 1948. Alla Dc va quasi il 50 per cento del consenso e la sinistra invece viene sconfitta.

In Basilicata la Dc si attesta al 48,5 per cento dei consensi nelle elezioni per la Camera dei Deputati, conseguendo 17 punti in più rispetto alle elezioni per la Costituente. Ma è la sconfitta del Fronte popolare a bruciare di più: solo il 25,6 per cento dei consensi va all’alleanza socialcomunista, quasi 4 punti in meno del risultato conseguito separatamente nel 1946 e soprattutto 5,4 in meno della media nazionale. Anche a Tito, nonostante vi fosse la sinistra ad amministrare il Comune, la vittoria della Dc fu schiacciante: su 2364 elettori andarono a votare 2211 cittadini e, di questi, ben 1300 dettero il proprio voto alla Dc.

1958

Si deve rilevare che si tratta di un risultato a cui contribuiscono in modo decisivo proprio i contadini. Due anni prima, in occasione del referendum istituzionale e dell’elezione dell’Assemblea Costituente si era votato per la prima volta con l’estensione dell’elettorato attivo e passivo alle donne, così completando il lungo percorso verso il suffragio universale. Scelta la Repubblica con il voto determinante dei contadini, le votazioni per l’Assemblea avevano rivelato subito che tre grandi partiti controllavano tre quarti dei voti: la Dc, col 35 per cento, il Psi, con quasi il 21, e il Pci con quasi il 19. Ma le elezioni decisive sono quelle del 18 aprile 1948, in cui si elegge il primo Parlamento a suffragio universale. Da allora fino al 1994 la Dc, con diversi alleati, sarà al governo per l’intera Prima Repubblica, come saranno denominati i quarantasei anni imperniati sulla centralità di questo partito.

E a formare questo scenario concorrono anche i contadini che accordano un consenso molto ristretto a quello che diventa nel frattempo il principale partito antisistema, il Pci, a causa dei suoi ritardi nel comprendere la vera natura dei problemi dell’agricoltura e la funzione dei contadini nella società.

In Basilicata guida la Dc il giovane Emilio Colombo, vice presidente nazionale dell’Azione Cattolica, che intuisce da subito l’importanza delle tematiche agricole e dei ceti emergenti delle campagne e si collega strettamente all’organizzazione di Paolo Bonomi. Non a caso, subito dopo le elezioni, il parlamentare lucano entra nel quinto governo De Gasperi, per operare, da sottosegretario, nello strategico ministero dell’Agricoltura, guidato ancora da Antonio Segni.

C’è, in effetti, un nesso stretto nelle democrazie moderne tra rappresentanza dei ceti rurali, consapevolezza dei problemi agricoli e sistema politico. E l’Italia non fa eccezione a questa regola.

L’impossibilità di un’alternanza nel governo impedirà di perseguire programmi chiari e definiti e si alimenterà uno scontro ideologico senza precedenti, che attraverserà orizzontalmente l’intera società. L’agricoltura ne risentirà enormemente, subendo gli effetti di scelte insufficienti e spesso compromissorie.

Inoltre, permarrà nelle campagne una debolezza endemica delle forme di rappresentanza della società civile, fortemente subordinate agli schemi ideologici dei partiti e alle loro pratiche di organizzazione del consenso.

 

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