Widgetized Section

Go to Admin » Appearance » Widgets » and move Gabfire Widget: Social into that MastheadOverlay zone

Fame e sazietà, oggi

Expo 2015 è un’occasione formidabile per parlare di lotta alla povertà, di crescita economica, di nuovi obiettivi dello sviluppo umano, di democrazia, di diritti umani, insomma di politica e di economia. I rappresentanti delle istituzioni, le forze economiche e i soggetti della società civile dovrebbero saper cogliere le forti interazioni tra i problemi della fame e quelli della sazietà, tra i temi dello sviluppo e quelli della lotta all’insicurezza alimentare

expo_l

Expo 2015 è in pieno svolgimento a Milano all’insegna della parola d’ordine Nutrire il Pianeta. Energia per la Vita. Come le edizioni che l’hanno preceduta, anche questa Esposizione Universale intende favorire il dialogo e la cooperazione tra i popoli e permettere ai partecipanti e ai visitatori un’esperienza culturale, educativa e commerciale di rilievo internazionale. Il tema Nutrire il Pianeta richiama innanzitutto il principale problema che l’umanità ha dinanzi a sé: il persistere della fame nel mondo – un mondo molto più ricco di un tempo – e l’urgenza di sconfiggerla. Guai a considerare la fame una tragedia sostanzialmente inevitabile con cui convivere! Non dobbiamo accettarla e tollerarla quasi fosse elemento integrante del mondo moderno. Il numero di coloro che soffrono la fame si è ridotto negli ultimi decenni ma il fenomeno è ancora presente in tutta la sua incredibile durezza. Debellare la fame è una sfida che richiede l’impegno dei governi, della società civile e dei cittadini partendo da una riflessione comune sulle cause del problema.

Se ancora oggi ci sono 870 milioni di persone denutrite o affamate – ben più di una su dieci sulla terra – non dipende da una penuria alimentare, ma dal fatto che questi individui non sono in condizione di procurarsi il cibo di cui hanno bisogno, acquistandolo o producendolo nel proprio appezzamento di terra. Non basta avere più cibo nel mondo o in un paese, e nemmeno a livello locale, per rendere, di per sé, più semplice il reperimento di cibo da parte di chi soffre la denutrizione. La quantità di cibo che siamo in grado di acquistare dipende dal reddito che abbiamo, dalle attività che svolgiamo, dai servizi che siamo in grado di offrire e dai beni che riusciamo a produrre. In altre parole, dipende dai nostri introiti e questi, a loro volta, dipendono da quello che riusciamo a vendere.

La fame non è un problema di cibo

Parlare della fame senza averne fatto esperienza diretta è molto difficile. Solo scrittori davvero grandi riescono a raccontare le storie drammatiche di chi ha sperimentato la condizione d’inedia. Herta Müller, premio Nobel per la letteratura nel 2009, nel romanzo L’altalena del respiro scrive: “Che cosa si può dire della fame cronica. Si può dire che esiste una fame che fa ammalare di fame. Una fame sempre più affamata che si aggiunge a quella che c’è già. Una fame sempre nuova che cresce insaziabile e si aggiunge alla vecchia domata a fatica. Come si gira per il mondo quando non si sa dire più nulla di se stessi se non che si ha fame. Quando non si riesce a pensare ad altro. Il palato è più grande della testa, una cupola, alto e penetrante fino nel cranio. Quando la fame diventa insopportabile, il palato tira, come se una pelle fresca di lepre ti venisse tesa dietro la faccia ad asciugare. Le guance si seccano e si ricoprono di una peluria pallida”. E ancora in un’altra pagina del romanzo si trova questo brano: “Anche sessant’anni dopo il Lager mangiare per me significa una grande eccitazione. Mangio con tutti i pori. Quando mangio insieme ad altri divento sgradevole. Mangio con prepotenza. Gli altri non conoscono la felicità della bocca, sono socievoli e cortesi nel mangiare. Proprio mentre mangio mi attraversa la mente un goccio di felicità di troppo… Mangio con tanto gusto così che non mi venga voglia di morire, perché allora non potrò più mangiare. Da sessant’anni so che il mio ritorno a casa non ha potuto ammansire la felicità del Lager. Ancora oggi, con la sua fame, stacca a morsi il centro di ogni altro sentimento. In centro a me c’è il vuoto”.

Il premio Nobel per l’economia, Amartya Sen, ha ricordato, ancora una volta, una verità spesso rimossa: la fame endemica, quella che magari non uccide ma debilita i bambini e i giovani e deprime la produttività economica delle persone, non ha a che vedere con la mancanza di cibo in quantità sufficiente a sfamare l’intera popolazione di un determinato paese, bensì con il fatto che le singole persone non hanno la capacità di procurarsi il cibo a sufficienza. L’economista e filosofo bengalese arrivò a questa conclusione già alcuni decenni fa, analizzando le carestie che si erano verificate in India e in Cina. E mise in guardia i governi dal non lasciarsi ingannare dagli andamenti favorevoli dei raccolti. Thomas Malthus si era sbagliato quando – a fine Settecento – aveva previsto terribili disastri qualora la popolazione mondiale fosse cresciuta più velocemente dell’aumento della produzione agricola. La sciagurata profezia fortunatamente non si è mai avverata. Ma anche le autorità che dovevano intervenire in occasione della carestia bengalese del 1943 si erano sbagliate nel tenere sott’occhio esclusivamente l’andamento delle quantità di produzione agricola e nel rifiutarsi di vedere la situazione di fame che stava devastando il paese. Questo non significa – avverte ovviamente Sen – che i livelli di produzione delle derrate non debbano essere tenuti sotto controllo, favorendo la ricerca e l’innovazione per tenere alta la produttività delle colture. A Milano l’economista ha richiamato la Rivoluzione Verde indiana degli anni Sessanta che contribuì in modo decisivo ad eliminare le morti per fame mediante l’applicazione delle biotecnologie alla produzione agricola. E negare questo dato significa esporre a rischi tremendi le popolazioni dei paesi poveri. La privazione alimentare non è, dunque, un problema di cibo, in senso stretto, ma un problema economico generale che attiene a una molteplicità di fattori. Ad esempio, le convenzioni sociali influenzano la condivisione del cibo all’interno dei contesti familiari. Per via di tali convenzioni, spesso discriminatorie verso i soggetti più deboli, la sottoalimentazione è più diffusa tra le giovani donne. Inoltre, per prevenire la denutrizione occorre evitare le malattie endemiche che riducono l’assorbimento delle sostanze nutritive. Investire nell’assistenza sanitaria diventa così un elemento decisivo nella lotta alla fame. Un altro elemento di cui tener conto è il nesso tra sottoalimentazione e livelli d’istruzione. La conoscenza e la capacità di comunicare sono essenziali nell’ottenere lavoro e reddito. La fame e le carestie, infine, non sono influenzate soltanto da fattori culturali, sociali, economici e sanitari, ma anche dal sistema politico. Questo vale soprattutto per le carestie che si verificano nelle società autoritarie, dove non c’è alcuna partecipazione al processo decisionale della politica come avviene, invece, nelle democrazie.

Bisogna capire in profondità molti rapporti di causa ed effetto per debellare e, infine, cancellare lo spettro della fame nel mondo. I problemi da affrontare riguardano le condizioni di povertà e di miseria che si possono eliminare mediante la crescita economica. E questo vale non solo per i paesi poveri ma anche per le nuove povertà nelle metropoli dei paesi ricchi. A Roma, ad esempio, aumenta il numero degli individui alla deriva, senza fissa dimora e che hanno perso il passo. La loro condizione non è il risultato di una scelta: piuttosto, il persistere di una serie di circostanze sfortunate. Privati della possibilità di un vero riposo, vivono sempre coi nervi a pezzi e in preda all’angoscia. Mangiano nelle mense pubbliche e, quando non le trovano, frugano nei cassonetti alla ricerca di un pezzo di pane. Non si tratta di problemi di penuria alimentare, come appare evidente, ma di sviluppo economico e di politiche di welfare capaci di affrontare le antiche e nuove povertà.

Expo 2015 è, dunque, un’occasione formidabile per parlare di lotta alla povertà, di crescita economica, di nuovi obiettivi dello sviluppo umano, di democrazia, di diritti umani, insomma di politica e di economia. I rappresentanti delle istituzioni, le forze economiche e i soggetti della società civile dovrebbero saper cogliere le forti interazioni tra i problemi della fame e quelli della sazietà, tra i temi dello sviluppo e quelli della lotta all’insicurezza alimentare. Un’accorta e lodevole regia dell’evento ha impedito che visioni manichee e pregiudizi occultassero la varietà delle agricolture, la pluralità dei modelli di produzione e di consumo e degli ethos del mercato. Carlo Petrini e Oscar Farinetti hanno tentato di piegare Expo all’immagine bucolica di un’agricoltura fatta esclusivamente di piccole e piccolissime aziende da tenere separate dal resto dell’economia e della società, “salvaguardarle” dalle contaminazioni culturali di altri soggetti e di altri settori, contrapporle alla scienza e alla ricerca scientifica, eventualmente proteggerle con politiche ad hoc. Un’area dorata a cui aggrapparsi per affrontare meglio i rischi della contemporaneità. È evidente che questa idea sottenda un nuovo e più subdolo tentativo di dominazione culturale delle campagne da parte di gruppi che, a discapito dell’interesse generale, fanno prevalere poderosi interessi particolaristici. I contadini e le campagne non sono mai stati un mondo a parte bisognoso di protezione. Solo chi li vorrebbe intruppare nei propri ranghi può coltivare tale visione. Chi intende dare un contributo di idee lo faccia senza strumentalizzare i contadini. Fare cultura non significa fare la guerra a qualcuno ma saper interagire con tutti in modo laico, cioè nel rispetto delle diverse visioni culturali. Se proprio si vuole trarre una lezione dalla millenaria civiltà contadina, è che questa, coi propri valori e la propria cultura, si è sempre mostrata aperta al dialogo e all’interazione con quelle degli altri.

La “Carta di Milano” si apre con una citazione emblematica dello Human Development Report 2011, pubblicazione annuale dell’Ufficio delle Nazioni Unite che si occupa dei programmi di sviluppo in atto o da promuovere nei diversi paesi: “Salvaguardare il futuro del pianeta e il diritto delle generazioni future del mondo intero a vivere esistenze prospere e appaganti è la più grande sfida per lo sviluppo del XXI secolo. Comprendere i legami fra sostenibilità ambientale ed equità è essenziale se vogliamo espandere le libertà umane per le generazioni attuali e future”. Ci vorrebbe, innanzitutto, una consapevolezza diffusa della gravità di questi problemi. E poi occorrerebbe avviare un cambiamento nelle coscienze individuali, nella società civile organizzata, nella politica, nel sistema della conoscenza e nella responsabilità degli Stati che dovrebbero coordinare politiche sempre più complesse a livello globale. La complicazione sta nel fatto che la democrazia è rimasta un fenomeno nazionale e una rete istituzionale per affrontare questi problemi non può essere disegnata mediante deliberazione democratica al livello di un singolo paese, anche il più potente. La rete andrebbe, pertanto, disegnata e costruita attraverso accordi tra Stati sulla base di proposte che la società civile e la politica dovrebbero saper elaborare in una dimensione globale. Expo 2015 potrebbe stimolare la costruzione di una tale rete.

Salvaguardare il futuro

Tutte le precedenti culture, ad esempio le prime grandi civiltà del mondo, come Roma o la Cina antica, vivevano essenzialmente rivolte al passato. Per gli antichi tutto accade secondo necessità. “Per i Greci – scrive Michel Foucault – quel che abbiamo dinanzi agli occhi non è il nostro avvenire, bensì il nostro passato, vale a dire che si entra nell’avvenire con lo sguardo rivolto al passato”. Per spiegare la prosperità o la caduta in disgrazia di una persona o di un popolo ci si serviva delle idee di fato, fortuna o volontà degli dèi. Indistintamente, benedizioni e maledizioni venivano invocate con preghiere rivolte alle divinità. L’antropologo Vito Teti sostiene che l’indistinzione sia rimasta vitale nella cultura contadina del nostro paese dove i santi vengono invocati anche per maledire una o più persone, o intere comunità. In caso di piogge eccessive e rovinose, con frane e smottamenti distruttivi, la preghiera si trasforma in maledizione-imprecazione. Scene di questo tipo si trovano, ad esempio, in Padre padrone di Gavino Ledda e nelle immagini del film omonimo dei fratelli Taviani. In caso di siccità, le statue dei santi, prima invocate per la pioggia, quando le preghiere non sortiscono l’effetto sperato sono portate in processione e punite con una sarda salata posta nella bocca, immerse nei fiumi o in riva al mare fino a quando non abbia piovuto. Nella civiltà contadina paesi, case, santuari, chiese, edicole votive hanno una fondazione mitica, un’origine leggendaria più o meno gloriosa, un rinvenimento miracoloso di un quadro o di una statua, l’apparizione in sogno di un santo o di una Madonna. Anche la fine dei paesi, il loro spopolamento e la loro scomparsa trovano una spiegazione mitica. Alle origini di ogni abbandono c’è sempre una maledizione o anche una terribile bestemmia. Il drammatico sisma del 1908 a Messina viene attribuito alla bestemmia di un ubriaco che, alzando l’ultimo calice di vino, ebbe ad esclamare: “O Gesù Bambino, se sei vero Dio, mandaci un terremoto”.

La modernità si caratterizza, invece, per il proprio atteggiamento rivolto al futuro nel tentativo di determinarlo. Le filosofie del progresso hanno animato le speranze e la fiducia in un futuro dalle “magnifiche sorti e progressive”. Il calcolo del rischio è sempre più diventato il dinamismo che muove una società legata allo scambio; e il welfare state è tuttora, essenzialmente, un sistema di gestione del rischio (riferito alla malattia, agli infortuni, alla perdita del lavoro e alla vecchiaia) mediante l’assicurazione. Ma oggi, con la globalizzazione, l’idea di rischio assume un’importanza inedita e peculiare anche rispetto alla modernità. Il sociologo Anthony Giddens distingue fra due tipi di rischio: il primo è il “rischio esterno”, quello che proviene dagli elementi fissi della natura e della tradizione; l’altro è il “rischio costruito” che è riconducibile all’impatto della nostra conoscenza manipolatoria sul mondo. Questa nuova tipologia di rischio non ha a che vedere coi cattivi raccolti, le inondazioni, le pestilenze e le carestie. Esso riguarda quei pericoli e quelle minacce che derivano dalle attività dell’uomo stesso e dall’impatto delle tecnologie sulla nostra vita e su quello dell’ecosistema. E sono ben pochi i rischi di nuovo genere che riguardino solo singole nazioni. I “rischi costruiti” sono per lo più globali. Non è il caso, tuttavia, di assumere un atteggiamento negativo verso queste nuove forme di rischio ma di disciplinarle perché un’attiva assunzione del rischio sta al centro di un’economia dinamica e di una società innovativa. È meglio mostrare coraggio anziché cautela nel sostenere l’innovazione scientifica e altre forme di cambiamento. Dopotutto nella sua accezione originale “rischiare” significa “osare”. E bisogna continuare ad osare anche nel fronteggiare i rischi determinati da noi stessi per ridurli, tenerli continuamente sotto controllo, con la ricerca e la sperimentazione.

Ma oggi non solo il concetto di “rischio” ha acquisito un nuovo significato. Anche l’idea di “tradizione” non è più quella che girava agli inizi della modernità. Gli illuministi la identificarono con il dogma e l’ignoranza al fine di giustificare la loro attrazione per il nuovo. Un pregiudizio avvilente i cui danni fortunatamente non sono stati irrimediabili. Portando alle estreme conseguenze la nota tesi di Eric J. Hobsbawm e Terence Ranger sulle tradizioni inventate, si potrebbe sostenere che nessuna società tradizionale sia mai stata del tutto tradizionale e che tradizioni e costumi siano sempre stati creati per una molteplicità di ragioni. Con l’avvento della società di massa, tuttavia, l’invenzione delle tradizioni si è fatta particolarmente assidua. Inizialmente, nell’Italia liberale, viene utilizzata per fondare il senso della nazione su di una concezione unilaterale: quella espressa solo dai sovrani. Una concezione parziale che taglia fuori cattolici e socialisti, considerati sovversivi rispetto ai valori nazionali. S’intensificano infatti in quel periodo, le iniziative legislative con cui si limitano le ricorrenze religiose e si moltiplicano quelle civili. E in tale ambito si dà luogo ad una serie di cerimonie in cui protagonisti del Risorgimento, come Mazzini e Garibaldi, vengono celebrati esaltandone gli elementi di patriottismo e oscurando, invece, quelli che riconducono alle loro idealità rivoluzionarie, democratiche e repubblicane. Al che cattolici e socialisti controbattono accentuando, i primi, la partecipazione agli eventi religiosi in funzione antisistema e organizzando, i secondi, eventi alternativi, come la ricorrenza del primo maggio. Anche il fascismo percorre la strada dell’invenzione delle tradizioni quando, intorno al tema della ruralità, tenta di dotarsi di una sorta di identità ideologico-culturale per ottenere un consenso di massa. Servendosi in modo accorto e spregiudicato del cinema e della radio, il regime strumentalizza le campagne che diventano così lo scenario entro cui disegnare un’Italietta autarchica, nazionalista, orgogliosa dei propri assetti passatisti, con qualche sporadica ambizione espansionista in Etiopia, in lotta con il resto del mondo che va in direzioni non gradite e con cui ci si rifiuta di confrontarsi. Il lessico bellicista (battaglia del grano, assalto al latifondo, grano per la vittoria, liberare l’Italia dalla schiavitù del pane straniero, l’aratro segna il solco ma è la spada che lo difende, il vomere e la spada sono entrambi d’acciaio, ecc.) vuole evocare un progetto totalitario al servizio di una visione utopica di rigenerazione interna e di conquista internazionale.

Con la globalizzazione c’è una ripresa delle tradizioni inventate. E la spinta non è data solo dall’idea che le tradizioni evolvono nel tempo e bisogna continuamente inventarle e reinventarle. Si è convinti che le tradizioni diano continuità e forma alla vita. È un’idea da condividere e coltivare perché in fondo è così. C’è un nesso stretto fra tradizione e cambiamento. Per evitare, però, che a caratterizzare le tradizioni restino solo i riti e i simboli specifici, in un vuoto di visione che si chiude al mondo, bisognerebbe inventarle, da un lato aperte al confronto con altre tradizioni o modi di fare le cose e, dall’altro, disposte a lasciarsi trasmettere e consegnare alle generazioni future perché le possano conservare. Del resto, le radici linguistiche della parola “tradizione” sono antiche e risalgono al termine latino tradere, che significa “trasmettere”, “dare qualcosa a qualcuno perché la custodisca”. E così, se le tradizioni si reinventano continuamente e si aprono all’interazione con le altre tradizioni e con le generazioni future, anche l’identità – cioè la percezione di sé – non dovrà mai essere statica ma creata e ricreata in modo molto più attivo e multiforme di prima. Si dovrà ripartire dal territorio nella sua pluridimensionalità dal locale al globale, dalla percezione del passato a quella del futuro. E si dovranno costruire le multiformi identità che ne deriveranno, tutte mutevoli e in continua evoluzione. Identità caleidoscopiche e paritarie, impastate di memoria e creatività, capaci di non blindarsi dinanzi allo straniero. Capaci di riconoscersi negli altri, visti non come minacce ma risorse, non buchi neri ma specchi necessari, a loro modo positivi. Capaci di recuperare e rivitalizzare il senso di fraternità primordiale proprio delle comunità rurali, lo spirito di dialogo che ha preceduto il monologo, il valore dell’ospitalità che è più antica di ogni frontiera.

E così arriviamo al dunque. I nuovi concetti di “rischio”, “tradizione” e “identità” che si vanno forgiando con la globalizzazione hanno un’incidenza notevole nell’alimentazione. Il comportamento dell’individuo e i suoi stili di vita (cioè l’insieme di comportamenti e abitudini connessi in uno schema più o meno ordinato e che riguardano anche il regime alimentare) sono, infatti, elementi centrali per il progetto riflessivo del sé. Tali scelte variano al variare di ambienti e luoghi in quanto riflessivamente aperte al cambiamento in virtù della natura mutevole dell’identità. A questo punto anche il concetto di “gusto” – cioè la capacità del nostro corpo di assaporare i cibi e le bevande e di distinguerli mediante la funzione sensoriale specifica e le emozioni connesse (il plaisir alimentaire dei francesi) – assume oggi un rilievo mai riscontrato in passato e un significato più pregnante. L’”enciclopedismo” con cui Jean Anthelme Brillat-Savarin riscopre il tema del gusto nella prima metà dell’Ottocento si racchiude nella sua definizione di gastronomia come disciplina scientifica trasversale che chiama a raccolta molteplici ambiti d’indagine. Sbaglieremmo però a considerare questa concezione olistica della gastronomia un’invenzione dell’Illuminismo; risale invece al mondo antico. Il Mediterraneo greco-romano che incrocia la cultura araba è la culla della medicina moderna. La relazione tra assunzione di alimenti, salute fisica e disposizione morale degli individui risale a Ippocrate, vissuto nel IV secolo a.C., mentre Galeno stabilisce più tardi (II secolo d.C.) i principi di una medicina umorale in voga fino al XVII secolo. Un’antica tradizione, testimoniata dalle Metamorfosi di Ovidio, considera il filosofo e matematico Pitagora, vissuto nel VI secolo a.C., l’iniziatore del vegetarianismo in Occidente e dunque di una cultura alimentare che fa leva sulla ricca varietà di erbe, radiche, fiori, frutta, semi e tutti i prodotti della terra e si collega all’idea di metempsicosi, secondo cui negli animali non c’è un’anima diversa da quella degli esseri umani. Del “cibo pitagorico ovvero erbaceo” si fa cultore il grande cuoco benedettino Vincenzo Corrado che elabora alla fine del Settecento un vero e proprio ricettario vegetale segnando un’altra grande svolta “salutista”. Fin dal Seicento l’esaltazione dell’equilibrio dell’alimentazione mediterranea è discorso ricorrente – quasi un vero topos – in tutti i dizionari geografici dell’Italia meridionale ed è ripreso dai racconti dei viaggiatori dell’Europa settentrionale che raggiungono le rive del Mare Nostrum. Naturalmente lo squilibrio di cui si parla in tali testi non è riferito al consumo eccessivo di alcuni cibi considerati oggi pericolosi per la salute, bensì alla loro carenza e alla estrema variabilità della produzione di cereali che forniscono fino al 70-75 per cento delle calorie quotidiane. Il concetto di equilibrio alimentare oggi assume nuove valenze. È il filologo e antropologo Piero Camporesi a darci il senso di come oggi questa cultura gastronomica si traduce nella nostra quotidianità: “La cosa potrà sorprendere, ma, sostanzialmente, molti dei nostri piatti fondamentali sono vecchi di secoli, anche se ritoccati dall’inevitabile trascorrere del tempo. Ciò avviene perché la struttura intima dell’uomo difficilmente coincide con le macroscopiche strutture economiche, produttive, sociali e politiche, in cui non si identifica mai completamente e che, almeno in parte, inconsciamente rigetta, rifugiandosi in una endocucina privata e tradizionalista, larvatamente sacrale, le cui manipolazioni acquistano il sapore magico del rifiuto della esocucina anonima, standardizzata, reclamizzata, dell’industria alimentare. Dalla dissacrazione e dalla alienazione del mondo contemporaneo l’uomo cerca di salvaguardarsi anche attraverso manipolazioni rituali e totemiche che hanno in cucina i loro idoli, dove, permettendone lo spazio, ultimo templum vestale, il fumo e il sapore degli intingoli acquistano valore sacrale e lustrale e ripropongono il simbolismo trinitario di istinto, natura e cultura a tutela della vera dimensione dell’uomo; come se nell’alchimia cucinaria l’uomo cuisenier reinventasse il laboratorio dell’’io’ e andasse alla ricerca della sua sempre più labile identità”. Da qui il ritorno all’invenzione di tradizioni alimentari locali che assumono oggi diverso valore dietetico, simbolico e rituale e portano con sé una trasformazione del gusto che – per essere arricchente – dovrebbe avvenire in modo consapevole con il coinvolgimento delle comunità interessate e non sulla loro testa. Un gusto riflessivo, per usare la felice espressione coniata, alcuni anni fa, da Elena Battaglini rileggendo e connettendo la lezione sociologica di Giddens con quella della tradizione gastronomica mediterranea; un gusto rivolto al futuro, potremmo anche dire; un gusto dinamico, inteso come la dimensione corporea, sensoriale e cognitiva dell’individuo capace di scegliere (o di rifiutare) modalità, luoghi e prodotti di consumo nella mutevolezza dell’agire quotidiano; di interagire con il “rischio costruito”, esprimendo con la propria scelta la fiducia (o la sfiducia) in un’azienda produttrice; di associare le sensazioni concesse dall’esperienza della relazione con un alimento o una bevanda alle motivazioni ideali che possono indurre a sostenere determinati progetti imprenditoriali socialmente responsabili. Insomma, salvaguardare il futuro del pianeta, espandere le libertà umane per le generazioni future, esercitare il gusto rivolto al futuro significa anticipare il futuro per mettercene al riparo. Dobbiamo imparare a immaginare il possibile ed elaborare allo scopo modelli cognitivi sempre più sofisticati. La libertà non è soltanto un processo di emancipazione individuale, ma anche collettivo: tanto più cresce se cresce per tutti.

Definire nuove regole

I nuovi termini della fame e della sazietà sono ormai nell’agenda di tutte le sedi formali e informali a livello internazionale. Sta, infatti, crescendo la consapevolezza che questi temi si possono affrontare solo in una dimensione globale. Innanzitutto, andrebbe superata la crisi economica internazionale esplosa nel 2008 e che si manifesta anche con la speculazione sulle derrate agricole. È una crisi che viene da lontano. La prima mossa ad averla innescata risale agli inizi degli anni Settanta, quando Nixon decise di sganciare il dollaro da ogni parità fissa con l’oro. La seconda viene effettuata alla fine dello stesso decennio quando gli Stati Uniti decisero un forte rialzo dei tassi d’interesse. E la terza è attuata agli inizi degli anni Ottanta con la decisione di Reagan e Thatcher di liberare la circolazione dei capitali. Un lungo processo di incubazione della crisi, dunque, che ha prodotto, nel suo svolgersi, la devastazione ulteriore dell’ambiente, l’accentuazione degli squilibri distributivi di risorse e di potere connessi alla globalizzazione, l’erosione dei beni relazionali che si era già manifestata con l’avvento della società dei consumi. Il buon funzionamento del mercato e delle istituzioni poggia, infatti, su alcune risorse indispensabili, che sono la fiducia, la collaborazione, la responsabilità, lo spirito di coesione, la solidarietà. Si tratta del capitale sociale che si costituisce sulla base di un impulso valoriale non egoistico. L’economia finanziaria che si è imposta nella società post-fordista ha prodotto un’accentuazione della spersonalizzazione dei rapporti economici come portato di un’idea riduttiva e avvilente della persona umana. Ha fatto ulteriore breccia l’opinione che vuole gli uomini mossi unicamente da auto-interesse miope e non anche dalla simpatia verso gli altri e dall’etica della responsabilità verso ogni ente. Si è voluto negare che gli esseri umani prima di cercare interessi e guadagni, sono cercatori di stima, di approvazione sociale, di relazioni. La crisi ha così creato nuove ingiustizie e nuove povertà. Ha prodotto emarginazione e solitudine.

Bisognerebbe ora costruire un nuovo sistema finanziario internazionale che stabilisca le regole e le istituzioni entro cui far convivere il capitalismo con la democrazia nel terzo millennio. Si tratta, infatti, di mettersi nelle condizioni di poter tassare le rendite finanziarie e, così, spostare risorse a sostegno dello sviluppo e di nuovi e più efficaci sistemi di welfare. Occorrerebbe diffondere un’economia attenta non solo alla massimizzazione dell’utile, ma anche alla partecipazione di tutti ai beni, al coinvolgimento dei più deboli, alla promozione dei giovani, delle donne, degli anziani, delle minoranze. Un’economia che miri alla messa in comune delle risorse, al rispetto della natura, alla partecipazione collettiva agli utili, al reinvestimento finalizzato a scopi sociali, alla responsabilità verso le generazioni future, secondo una logica di “economia civile”.

Le politiche agricole dei paesi in via di sviluppo dovrebbero privilegiare i mercati locali e regionali e incentrarsi sulle popolazioni rurali presenti sul territorio. Gli interventi internazionali sotto forma di massicci aiuti alimentari a questi paesi stravolgono i mercati locali e pregiudicano la sicurezza alimentare degli stessi produttori agricoli. Gli aiuti dovrebbero, invece, favorire le capacità delle persone e delle comunità locali di accrescere il benessere individuale e sociale. Una particolare attenzione andrebbe rivolta all’elevazione della condizione delle donne sia per valorizzare le loro capacità innovative in agricoltura, sia per correggere il tasso di fecondità. Per combattere la fame non c’è alternativa alla conoscenza e all’innovazione. L’intervento pubblico dovrebbe favorire la ricerca pubblica e rendere praticabili i costi dell’accesso all’innovazione. Non si può continuare ad ignorare che l’ingegneria genetica è ritenuta dalla comunità scientifica la frontiera tecnologica che può permetterci maggiori livelli di produttività agricola e al tempo stesso di salvaguardare meglio le risorse naturali.

La FAO ha definito le linee guida sugli investimenti riguardanti l’utilizzo dei terreni agricoli. Si tratta, in sostanza, di promuovere un accesso equo e sicuro alla terra attraverso il dialogo e la condivisione delle conoscenze e costruire un centro di monitoraggio sulle acquisizioni di terra su larga scala e sul loro impatto dal punto di vista ambientale, sociale ed economico. Andrebbe, inoltre, trovato il giusto equilibrio tra il bisogno di disporre di energia a basso costo per la ripresa economica, la necessità di uno sviluppo sostenibile, a cui le agroenergie danno un contributo straordinario, e l’esigenza di assicurare il diritto al cibo, che mal si concilia con la sottrazione di terreno fertile per finalità agroenergetiche.

L’Europa potrebbe contribuire a risolvere il problema dell’insicurezza alimentare puntando sulla ricerca e l’innovazione, compresa quella che riguarda gli ogm, e sostenendo la capacità delle popolazioni dei Paesi in via di sviluppo ad investire nelle loro agricolture. Gli agricoltori europei non hanno bisogno di risorse elevate per sostenere i propri redditi, ma di redistribuirle in modo più equo tra grandi e piccoli produttori e tra aree forti ed aree deboli, agganciando i sussidi alla produzione di beni pubblici, ambientali e relazionali. L’agricoltura europea ha, invece, estrema necessità di adeguare la politica di sviluppo rurale perché punti effettivamente allo sviluppo territoriale, all’ammodernamento delle politiche di welfare, al miglioramento della qualità della vita nelle aree rurali, al contributo che l’agricoltura può dare per rendere vivibili le aree urbane, nonché alla costruzione di sistemi agroalimentari locali e nazionali capaci di cogliere le opportunità dei nuovi mercati nei Paesi emergenti. La PAC non va affatto in tale direzione ma resta marcatamente protezionistica e caratterizzata da misure, come gli aiuti diretti al reddito, che erodono il già carente capitale sociale delle campagne. Si sostengono, infatti, gli agricoltori individualmente, anziché incentivare forme di aggregazione nelle filiere agroalimentari e relazioni più strette con gli altri soggetti economici e sociali dei territori rurali e urbani. Il paradosso di dover liberalizzare i mercati e, nello stesso tempo, proteggere gli agricoltori si può risolvere solo in un modo: con liberalizzazioni e protezioni a geometria variabile. I Paesi più poveri dei nostri hanno bisogno, per un certo periodo, di proteggersi dalle importazioni dei nostri prodotti agricoli e puntare al proprio sviluppo autoctono. E noi dovremmo dichiararci disponibili a favorire queste legittime e irrinunciabili esigenze. I Paesi industrializzati, invece, qualora le crisi alimentari dovute ai prezzi alti del cibo colpissero le fasce povere della propria popolazione, non dovrebbero nutrirle producendo di più localmente, ma dovrebbero farvi fronte con adeguate politiche di welfare in grado di lottare effettivamente contro le povertà. Lo stesso discorso vale per il Farm Bill americano, anch’esso ancora configurato come un intervento fortemente protezionistico. Bisognerebbe poi essere più coerenti nel regolare il commercio mondiale. Un commercio regolato è quello che integra nelle sue dinamiche decisionali ed applicative i principi e le prassi del diritto all’alimentazione. Gli Stati, le cui popolazioni soffrono una condizione di denutrizione, dovrebbero astenersi dal contrarre obblighi internazionali in contrasto con tali principi per non andare contro i loro popoli. L’Ue e gli Usa dovrebbero, da parte loro, promuovere questo approccio verso gli altri Stati membri dell’Organizzazione mondiale del commercio (OMC), conosciuta anche con il nome inglese World Trade Organization (WTO), per fare in modo che la sicurezza alimentare diventi una vera e propria clausola di salvaguardia negli accordi internazionali.

Scegliere liberamente abitudini e comportamenti individuali

Lo slogan di Expo Nutrire il Pianeta ci interroga anche come semplici cittadini: che livello di libertà di scelta riusciamo ad esercitare per contribuire consapevolmente a delineare un mondo possibile? Scegliere liberamente stili individuali di vita, modelli di produzione e consumo, tipi di ethos del mercato, significa conoscere e distinguere bene le diverse opzioni, accettare lo scambio e l’apertura agli altri per fare in modo che ci siano continuamente ibridazioni. Correggendo direttamente i processi moltiplicativi della modernità che dissipano i beni comuni, i cittadini possono premere con maggiore efficacia verso le istituzioni per ottenere una riforma dell’assetto dell’economia a tutti i livelli, dal locale al mondiale. Un problema complicato da affrontare è come ricostruire il rapporto tra l’uomo e il territorio, come dare un senso al luogo, per usare una bella espressione di Franco Ferrarotti. Non si ottengono risultati significativi lottando contro il cosiddetto consumo di suolo. Consumare non significa solo distruggere, non richiama solo l’idea dello spreco. Tale accezione rinvia ad un’immagine prettamente materiale del consumo e, questa a sua volta, ad una cultura della produzione industriale fordista che si rivela assai persistente, nonostante il frequente richiamo alla terziarizzazione della società e al peso crescente della dimensione immateriale dei beni. Una pluralità di esperienze di consumo enfatizza, invece, un nuovo modo di possedere in un’accezione più ricca del semplice logoramento. Si parla sempre più di consumo critico, responsabile, riflessivo. Si torna, in un certo senso, a modi di essere e di pensare, precipui della cultura rurale, che accompagnavano l’appropriazione e la consumazione di un bene con riti conviviali e consuetudini sociali atte a garantirne anche la riproducibilità. Consumare e fruire tornano ad essere sinonimi perché costituiscono un insieme di atti attraverso i quali definiamo ed esprimiamo la nostra identità, costruiamo la nostra vita quotidiana, entriamo in relazione con altri individui. L’idea spregiativa di consumo riferita al territorio è figlia di una visione urbanocentrica che ancora influenza gli approcci prevalenti alle politiche territoriali. Si fa fatica a capire che il territorio non si divide più con l’accetta in aree cementificate, da una parte, e in aree agricole adibite alla produzione agroalimentare, dall’altra.

Le campagne di Roma, ad esempio, si vanno attrezzando in funzione di una nuova domanda di servizi che i cittadini richiedono: fattorie sociali, centri didattico-educativi, orti urbani. Si guarda all’agricoltura “sui tetti” in serre fotovoltaiche come ad una innovazione per bonificare le croste urbane. Sorgono comunità di cibo, gruppi di acquisto solidale, farmer’s market, co-housing, ecovillaggi. La ricerca di senso e di nuovi stili di vita, da parte di persone provate dal disagio urbano, s’incrocia coi bisogni abitativi di giovani coppie e di nuovi poveri. Di fronte a fenomeni siffatti occorrerebbe battersi per riempire il territorio di nuove attività, che riproducano beni relazionali come condizione per tutelare le risorse naturali. Si tratterebbe di trasformare bisogni diffusi di socialità in domanda strutturata di beni materiali e immateriali per costruire forme di vivibilità, cura, produzione, scambio e consumo, capaci di creare nuovo sviluppo. Questo può avvenire mediante la rigenerazione di un’agricoltura relazionale e di territorio, la fioritura di una leva di neo-agricoltori il cui obiettivo non dovrebbe essere quello di produrre cibo in sé, ma produrlo in un certo modo per ottenere beni pubblici capaci di soddisfare bisogni collettivi. Si tratta di operare una sorta di capovolgimento dei mezzi in fini, per ristabilire un ordine di priorità che si è smarrito con la modernizzazione agricola: è l’uomo coi suoi bisogni e le sue aspirazioni più profonde e sono i beni pubblici, relazionali e ambientali, i fini dell’attività economica, mentre il processo produttivo, il prodotto e la sua scambiabilità sono soltanto i mezzi per conseguirli. In tale solco, già alla fine degli anni ‘70 s’inseriscono le iniziative pioneristiche nell’ambito dell’agricoltura sociale.

Nelle metropoli come Roma si va diffondendo una particolare tipologia di consumatore che vuol essere partecipe del progetto con cui si crea il prodotto agricolo e non semplicemente spettatore passivo nel teatro del marketing; vuole, in sostanza, essere un co-protagonista che interagisce con il produttore. Egli non si limita ad informarsi sui diversi prodotti, guardare l’etichetta e acquistare passivamente il bene in qualunque punto vendita. Vuole invece partecipare attivamente al rapporto di scambio dopo essersi aggregato, anche informalmente, in gruppi di acquisto o in comunità di cibo, le cui esperienze pioneristiche nascono tra la fine degli anni ‘80 e i primi anni ‘90. Le tecnologie digitali permettono di accorciare le distanze nella comunicazione, negli scambi culturali ed economici e nelle relazioni interpersonali e guardare con nuovi occhi alla globalizzazione. Per costruire relazioni vitali non è necessario condannarci all’autarchia e ai nazionalismi, consumando esclusivamente prodotti fatti in casa o nell’orto del vicino. Anzi, andrebbe rivitalizzata la capacità – che nella civiltà greca e poi in quella romana era molto curata – di soddisfare il piacere della tavola con prodotti provenienti anche da altre parti del mondo, di conoscerne le culture e di creare occasioni di contaminazione reciproca delle diverse culture alimentari. Importare ed esportare prodotti alimentari favorisce l’integrazione tra i popoli perché da che mondo è mondo lo scambio di cibi predispone al dialogo e all’accoglienza.

Alcuni osservatori vedono l’agricoltura come il ripiego di un capitalismo in crisi: una sorta di accampamento di fortuna in attesa di tornare quanto prima ad abitare nelle case dissestate. Così fu intesa nell’America di Roosevelt immediatamente dopo la grande crisi del ’29, all’insegna della parola d’ordine Back to the Land. Ma ben presto a quei programmi infuocati subentrarono nuovi e più intensi processi d’industrializzazione e urbanizzazione che produssero nuove marginalizzazioni del settore primario. Oggi corriamo un rischio analogo e lo corriamo come sistema paese e come Unione Europea. In America si è già avviata una nuova fase di sviluppo industriale fondato su internet e sulla robotica e, naturalmente, su una trasformazione totale del lavoro sia dipendente che imprenditoriale e su forme completamente nuove dell’abitare. Noi invece non parliamo più di sviluppo industriale come se la fine del fordismo abbia significato la fine dell’industria e non parliamo più dell’abitare come se l’unica possibilità che abbiamo dopo la cementificazione selvaggia delle aree agricole sia solo quella di adattarci a vivere nel “già costruito”. La rivoluzione tecnologica in atto può aprire, invece, una nuova prospettiva allo sviluppo dei territori e dei mercati internazionali in cui l’agricoltura e l’agroalimentare possono diventare elementi qualificanti e partecipare attivamente con l’insieme dell’economia al salto tecnologico che si sta realizzando.

(Questo articolo è pubblicato nella Rivista culturale “l’albatros”, n. 3 luglio-settembre 2015)

Related Post

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>