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CORVIALE. Prove di innovazione sociale

Intervento introduttivo al Seminario aperto "COLTIVIAMO INSIEME CORVIALE" svoltosi a Roma il 29 marzo 2012

corviale paesaggio

1. Il percorso di progettazione partecipativo dal basso riguardante “Corviale Domani” è volto a proporre un Piano Strategico condiviso in base ai principi della Carta di Lipsia sulle Città Europee Sostenibili. Si tratta di affrontare lo sviluppo urbano con un approccio globale: integrare politiche diverse; potenziare l’economia; creare e assicurare spazi pubblici e infrastrutture di qualità; progettare il territorio andando oltre l’urbano e il rurale; salvaguardare e valorizzare i beni paesaggistici e architettonici, sia storici che contemporanei; irrobustire il sistema della conoscenza; migliorare l’ambiente e l’efficienza energetica; favorire l’integrazione degli immigrati regolari come condizione per elevare i livelli di sicurezza. Federalismo, sussidiarietà ed economia civile dovranno essere i perni di uno sviluppo umano, i cui indicatori, oltre il livello del Pil, siano anche la coesione e la sostenibilità ambientale.

2. Tra le cause della crisi economica e finanziaria iniziata nel 2008 va considerato il venir meno della fiducia, della collaborazione, dello spirito di coesione, della solidarietà. Si tratta di quel patrimonio su cui sono nati il mercato e lo Stato e che costituisce l’ingrediente principale per farli funzionare correttamente. E questo patrimonio lo produce la società civile, che è fatta di relazioni sociali imbastite sulla base di un impulso valoriale non egoistico. Le relazioni sociali sono fatte di amicizia e fiducia, che a loro volta devono sempre andare di pari passo con la responsabilità. La responsabilità è l’obbligo di rendere conto agli altri di quel che si fa e di come lo si fa; è rispondere ai bisogni e alle richieste dell’altro. Se l’amicizia si imposta solo sul vantaggio reciproco e non sul mutuo aiuto è destinata ad estinguersi. Se viceversa l’amicizia si alimenta di fiducia e responsabilità si accresce anche il senso di fraternità. Tra i tre pilastri della Rivoluzione francese, quello della fraternità è stato il pilastro più trascurato: espressione emblematica delle società rurali è stato visto come una palla al piede del progresso e dunque da tenere ai margini; ma oggi riemerge come elemento ineliminabile per il corretto funzionamento delle istituzioni democratiche e dell’economia di mercato.

La ruralità contemporanea – un fenomeno sociale di grande rilevanza avviatosi nelle società industriali tra gli anni Settanta e Ottanta del secolo scorso – è la manifestazione più evidente del riemergere nelle società moderne di bisogni ancestrali legati alle relazioni uomo-terra e uomo-cibo che si erano determinate nell’ambito di assetti comunitari e di forme collettive di utilizzazione delle risorse naturali, considerate da tempi immemorabili come beni comuni. Si tratta di bisogni diffusi di socialità e fraternità che si manifestano, ancora in modo latente e soprattutto nelle realtà metropolitane, come reazione al disagio urbano. Tali bisogni andrebbero trasformati in domanda strutturata di beni materiali e immateriali per poter costruire nuove forme di vivibilità, di cura, di convivialità, di produzione, di scambio, di consumo, e contribuire così ad affrontare la crisi economica e il disagio diffuso delle realtà urbane. Andrebbe, però, abbandonata una cultura architettonica e urbanistica legata ad una visione urbanocentrica del governo del territorio, che vede nettamente sconnesse le funzioni della città da quelle svolte dalla campagna. E occorrerebbe ripensare interamente i modelli di welfare e di governo del territorio, nonché il senso stesso del luogo e dell’abitare, alla luce dei nuovi problemi e delle nuove opportunità che la globalizzazione, l’insicurezza alimentare, il rischio di esaurimento delle risorse naturali, la crisi energetica, i cambiamenti climatici e l’intensificarsi dei flussi migratori hanno dischiuso dinanzi a noi.

3. La ruralità contemporanea può, pertanto, costituire il nuovo scenario entro cui Corviale, da problematico aggregato insediativo, può trasformarsi in aggregatore di socialità positive. Tale evoluzione è possibile se si governano processi che già stanno avvenendo spontaneamente. Infatti, la Città Capitale non cresce più come espansione di nuove articolazioni di un unico insediamento originario, ma si sono sviluppate ulteriori centralità per dinamiche sociali autonome. Inoltre, Roma non cresce più in assoluto e perde quote significative di abitanti, mentre ha preso corpo di fatto un’area metropolitana di ingenti dimensioni che pone l’esigenza di risolvere, in siffatta scala, problemi sociali fondamentali che si sono acutizzati nell’ultimo periodo. Sia all’interno della Città Capitale che nei Comuni vicini, frammenti urbanizzati si alternano con residui di ambienti rurali e con aree di manufatti ereditati dal passato, dando luogo ad insediamenti promiscui. In contiguità con quest’ultimi si estendono, d’altro canto, aree tutelate all’interno di parchi urbani o regionali dove verde urbano, ville e zone a colture di orti inglobano in vario modo casolari, granai e stalle del passato. Ad esempio, Corviale convive con due Riserve Naturali d’inestimabile valore estese per 1350 ettari. Permane altrove, nelle zone di minore densità abitativa, la campagna tradizionale, come si è strutturata dopo gli interventi di bonifica e riorganizzazione fondiaria degli inizi del XX secolo e dopo la riforma agraria dei successivi anni Cinquanta-Sessanta, alternando aziende di dimensioni diversificate. Infine, vi sono zone nelle quali la campagna è attrezzata secondo esigenze che non corrispondono più alla tradizionale funzione di produzione agroalimentare ma ad una domanda di servizi nuovi che i cittadini richiedono: aziende agro-ambientali, agriturismi, fattorie sociali, orti urbani, centri sportivi e per il tempo libero, maneggi, body farm, cliniche per animali, vivai, ecc.

4. Si sono rese più complesse le attese nei confronti degli spazi agricoli e dei sistemi di relazione in cui sono integrati e implicati. Le villettopoli dei ricchi convivono coi tuguri degli immigrati. La ricerca di senso e di nuovi stili di vita, da parte di persone provate dal disagio contemporaneo, s’incrocia coi bisogni abitativi di giovani coppie e di nuovi poveri. Dunque, un nuovo mondo, composito e promiscuo, è protagonista di un fenomeno ancora sottovalutato, che va sotto il nome di “rurbanizzazione”: un sovrapporsi di urbanizzazione e ruralizzazione, una sorta di continuum urbano-rurale, in cui è sempre più difficile distinguere ciò che è città da ciò che è campagna.

La dimensione “rurbana” fa emergere con maggiore evidenza che in altri contesti iniziative innovative come i Gruppi di Acquisto Solidale (GAS) o i Mercati Agricoli di vendita, che ripropongono la cultura del cibo locale o filiera corta, come riconnessione del legame tra produttore e consumatore e tra spazio urbano e spazio rurale e come garanzia di accesso al cibo di qualità soprattutto nelle aree dove si concentra la popolazione a più basso reddito.

Alla luce di questi fenomeni, siamo convinti che occorra conciliare le esigenze di tutela agroambientale e storico-culturale con quelle relative alla vita sociale ed economica, per porre le aree agricole nella condizione di produrre cibo sano e di qualità e fornire servizi sociali, culturali, turistici e ambientali in modo sostenibile, nonché per garantire reale vivibilità ai frammenti urbani.

Oggi la riscoperta della multifunzionalità dell’agricoltura e le componenti strategiche che si vanno affermando nella pianificazione territoriale potrebbero consentire di perseguire più ampi e organici obiettivi di tutela del territorio, sviluppo locale, interazione nel rapporto urbano-rurale. Ci vorrebbe un nuovo approccio interdisciplinare che permetta di integrare l’agricoltura e il sistema alimentare nella crescita urbana, creare attività innovative capaci di forgiare modelli di visione e di dare ad essi valore estetico e avviare percorsi condivisi di sviluppo intesi come nuove costruzioni sociali. Agricoltura “sui tetti”, co-housing, agricoltura sociale, orti urbani, food hubs, economia di comunione sono soltanto alcuni esempi di innovazioni organizzative, in cui le dicotomie città/campagna, modernità/tradizione, complesso/semplice fanno spazio a forme reali, possibili e sostenibili dell’abitare.

5. Principi imprescindibili per progettare il territorio di Corviale sono quelli contenuti nella Convenzione europea sul Paesaggio che definisce “obiettivo di qualità paesaggistica” la formulazione da parte delle autorità pubbliche competenti “delle aspirazioni delle popolazioni per quanto riguarda le caratteristiche paesaggistiche del loro ambiente di vita”. Il che significa fondare lo sviluppo del territorio di Corviale sull’equilibrio tra bisogni sociali, attività economiche e ambiente e sull’aspirazione della popolazione locale di svolgere un ruolo attivo nelle trasformazioni del proprio paesaggio quale elemento fondamentale del patrimonio storico e culturale del Quadrante e fattore di sviluppo. In siffatto contesto diventa decisiva un’azione mirata a promuovere e assicurare spazi pubblici e collettivi, intesi come luoghi di socialità, convivialità, creatività, integrazione e sicurezza. Si tratta di introdurre modelli di welfare che permettano di promuovere processi economico-produttivi capaci di generare ricchezza e contestualmente spazi collettivi e beni relazionali, quali arte, cultura, salute, conoscenza, ecc., potenziando un’economia civile e mercati sociali in grado di creare benessere e rafforzare i legami comunitari.

Gli spazi e gli interessi pubblici andrebbero, altresì, pianificati e gestiti in base al principio di sussidiarietà per superare la pianificazione centralizzata e uniforme e collocare l’esercizio di competenze statali, regionali e comunali all’interno di dimensioni commisurate agli insediamenti attuali e possibili.

Va, inoltre, superata la separazione tra la dimensione istituzionale (Stato, Regione, Comune) e quella della società civile, integrando nei processi di elaborazione e di controllo sia le molteplici competenze tecnico-scientifiche necessarie, sia i gruppi sociali e culturali presenti sul territorio.

6. Gli spazi dell’agricoltura periurbana andrebbero considerati a pieno titolo nell’elaborazione degli strumenti urbanistici. Finora la sola tutela dei terreni agricoli dall’edificazione non è stata, infatti, sufficiente a garantirne il mantenimento perché tali aree, prive di una funzione specifica corrispondente alla propria vocazionalità e alle esigenze di una comunità, diventano “non luoghi” in attesa di essere edificati.

Si tratta di creare le condizioni per superare la separazione tra urbano e rurale e promuovere sviluppo economico e sociale guardando al territorio nel suo insieme. Occorre eliminare una sorta di “divisione del lavoro” tra chi pianifica e realizza i quartieri e i servizi tradizionalmente considerati urbani e ne gestisce le problematicità e chi, invece, è addetto alla pianificazione e gestione delle aree agricole, a partire da quelle protette.

Per progettare le attività produttive e i servizi che si potrebbero svolgere nelle aree agricole periurbane occorrerebbe programmare un mix di azioni: un’indagine precisa sugli andamenti demografici e sul mercato del lavoro del territorio di riferimento; un’inchiesta a tappeto dei bisogni sociali a livello locale; una verifica dei bisogni più suscettibili di tradursi in domanda strutturata di prodotti e servizi; una disamina delle problematiche riguardanti l’offerta di servizi e di prodotti di qualità da parte delle strutture agricole; un percorso formativo per soggetti imprenditoriali di tipo privatistico e non lucrativo a cui affidare la gestione dei patrimoni pubblici, in base a capitolati che prevedano chiari indirizzi di utilità sociale; forme di partecipazione attiva per promuovere utilizzi produttivi e “terziari” del patrimonio privato (casali, ecc.) in un’ottica intersettoriale e integrata che ponga al centro i bisogni sociali e abitativi nel rispetto delle risorse ambientali e paesaggistiche.

7. Si vanno diffondendo anche a Roma pratiche economicamente sostenibili che producono ben-essere e inclusione, mediante processi produttivi e beni relazionali propri dell’agricoltura e delle tradizioni civili di solidarietà e mutuo aiuto del mondo rurale. Si tratta di attività in cui persone provate da varie forme di svantaggio o disagio danno un significato alla propria vita e un senso alle proprie capacità, misurandosi con ritmi naturali, ambienti aperti, processi produttivi che forniscono risultati tangibili, diretti e comprensibili, in termini di miglioramento delle proprie condizioni di salute, e permettono percorsi più efficaci di apprendimento, autostima e partecipazione. Tali esperienze sono legate ad un’idea d’impresa in cui viene praticata una diversa gerarchia degli obiettivi imprenditoriali: in particolare, quelli riferiti alla promozione umana e alla giustizia sociale precedono quello della massimizzazione del profitto. Per i protagonisti di queste pratiche non si tratta di auto-infliggersi un sacrificio e trovarlo gratificante perché finalizzato ad una causa nobile ma di ricercare nuove convenienze economiche in una competizione di mercato intesa come intreccio complesso di cooperazione e concorrenza. Per descrivere la concorrenza cooperativa è stato creato il neologismo co-opetition che distingue tale modello dal prevalente modello competitivo di tipo posizionale (c’è chi vince e c’è chi perde come in una gara sportiva) in quanto si fonda sul mutuo vantaggio dei soggetti dello scambio di mercato. In sostanza, tali soggetti (persone deboli inserite nell’attività, imprenditori agricoli, operatori sociali, consumatori, soggetti pubblici e privati del territorio) agiscono come un team per raggiungere obiettivi comuni in grado di avvantaggiare tutti i partecipanti dello scambio economico. In questa ottica la scelta di perseguire prioritariamente l’obiettivo di produrre beni relazionali inclusivi accresce, nel soggetto imprenditoriale che la compie, reputazione e visibilità nelle comunità locali. In tal modo diventa più facile costruire relazioni con gruppi di acquisto e network di consumatori, al fine di creare ulteriori quote di mercato, in grado di compensare gli eventuali costi aggiuntivi per inserimenti lavorativi rispettosi della dignità umana e per servizi sociali non sempre e non del tutto sostenuti dal pubblico. La co-opetition permette di rendere economicamente sostenibile l’iniziativa imprenditoriale di coloro che scelgono di praticarla perché, negli ultimi decenni, è emersa una novità di rilievo nell’agricoltura e nei rapporti urbano/rurale. Si tratta dell’entrata in scena di una particolare tipologia di consumatore che vuol essere partecipe del progetto con cui si crea il prodotto agricolo e non semplicemente spettatore passivo nel teatro del marketing; vuole, in sostanza, essere un co-protagonista che interagisce con il produttore, diventando un “consumATTORE”. Egli non si limita ad informarsi sui diversi prodotti, guardare l’etichetta e acquistare passivamente il bene in qualunque punto vendita. Vuole invece partecipare attivamente al rapporto di scambio dopo essersi aggregato, anche informalmente, in gruppi di acquisto. Finora le finalità prevalenti di tali aggregazioni hanno riguardato la ricerca del rapporto diretto produttori/consumatori e della genuinità dei prodotti. Si tratta, ora, di proporre una nuova finalità – da aggiungere a quelle esistenti soprattutto nell’ambito di quei gruppi sociali sensibili ai bisogni delle persone svantaggiate – che riguarda il sostegno diretto da parte dei cittadini ai sistemi di welfare mediante l’acquisto di prodotti alimentari delle fattorie sociali (dal momento che quello indiretto, attuato coi meccanismi redistributivi classici, sempre più risulterà insufficiente e inefficace in una società che tende ad invecchiare).

8. Un’altra pratica che si sta diffondendo anche a Roma è quella degli “orti urbani”. Riguarda terreni di proprietà pubblica, privata e collettiva che allo stato attuale comportano solo costi di manutenzione e sorveglianza. Potrebbero, invece, essere valorizzati raccogliendo la domanda di molte persone e famiglie a cui piacerebbe coltivare un orticello come hobby. La gestione potrebbe essere analoga a quella dei circoli sportivi, offrendo al socio una parcella in cui potrà coltivare secondo il proprio desiderio, per produrre per se e per la propria famiglia ortaggi o fiori, piante, erbe aromatiche…., di ciclo annuale. Niente esclude che, in parcelle predisposte, si possa anche organizzare la partecipazione a colture pluriannuali da frutto, oliveti, vigneti…. Per avere questa opportunità il coltivatore hobbista si iscrive al club, ne accetta le norme e ne paga la quota annuale di iscrizione. A quel punto potrà coltivare come e quanto vuole ed eventualmente ricevere anche assistenza tecnica ed aiuto manuale alla coltivazione. Si tratta di costituire degli agro-club, che si configurano come vere e proprie imprese di economia sostenibile e di interesse sociale.

9. Innovativo e praticabile in modo diffuso, soprattutto nelle periferie urbane ultradense, è il sistema di produzione intensiva ortofrutticola idro-aeroponica senza suolo in serre fotovoltaiche. Con tale sistema produttivo è possibile liberare le risorse sociali, economiche ed energetiche degli isolati urbani, trasformandoli in isole produttive per gruppi di acquisto solidali. Inoltre, va considerato che la bonifica della crosta urbana passa attraverso l’armatura ecologica del latifondo urbano improduttivo e inquinante costituito dalle coperture piane. Queste diventano superfici coltivabili a noleggio da parte di gruppi formati da contadini urbani e ingegneri ambientali. Si tratta di ingegnerizzare in modo condiviso la liberazione del patrimonio edilizio, prima che la tigre del fotovoltaico balzi sui tetti. L’innovazione tecnologica e la ricerca hanno ormai tutti gli strumenti; manca solo il coraggio e lo slancio per aprire un nuovo orizzonte soprattutto per le generazioni più giovani.

10. L’obiettivo di queste forme di agricoltura urbana non è produrre cibo in sé, ma produrlo in un certo modo per ottenere beni pubblici capaci di soddisfare bisogni collettivi. Si opera una sorta di capovolgimento dei mezzi in fini, per ristabilire un ordine di priorità che si era smarrito con la modernizzazione agricola: è l’uomo coi suoi bisogni e le sue aspirazioni più profonde e sono i beni pubblici, relazionali e ambientali, i fini dell’attività economica, mentre il processo produttivo, il prodotto e la sua scambiabilità sono soltanto i mezzi per conseguirli. La ricostituzione del nesso agricoltura-comunità permette, inoltre, di riconoscere il rapporto tra agri-colture – natura – culture. Un trinomio che esprime il fondamento della diversità. In questo nuovo approccio territoriale e comunitario viene, dunque, a cadere l’idea di agricoltura come modello unico ma dobbiamo parlare di agricolture, al plurale, legate a specifiche comunità. Questa nuove agricolture che si sono venute a creare e che si potrebbero definire agricolture civili costituiscono un’opportunità per le famiglie e per le istituzioni dal momento che mettono in gioco risorse inusuali, come quelle ambientali e produttive, e legami comunitari fondati sulla reciprocità e informalità per incrementare i servizi socio-educativi all’infanzia, diversificare e personalizzare con maggiore flessibilità i servizi alla persona e realizzare percorsi inclusivi attivi. Esse si presentano come una vera e propria innovazione sociale nei modelli di welfare che integra economie locali e offerta di servizi alla persona, assunzioni di responsabilità diffuse e forme di collaborazione tra soggetti pubblici, soggetti operanti nel terzo settore e soggetti privati secondo il principio di sussidiarietà. Oggi c’è una separazione netta tra un’economia che produce guasti sociali e ambientali e un’area molto autoreferenziale e protetta (no profit, volontariato, terzo settore) che provvede ad aggiustare quei guasti. Le agricolture civili contribuiscono a rompere gli argini e creare sinergie tra imprese profit e no profit su obiettivi di responsabilità e utilità sociale, puntando su progetti innovativi che danno effettivi risultati di ben-essere sociale. Se l’innovazione non è intesa solo come innovazione tecnologica ma soprattutto come innovazione sociale, è facile verificare come le agricolture civili costituiscono delle novità che, allo stesso tempo, incontrano bisogni sociali e creano nuove relazioni o collaborazioni sociali. Producono reti formali e informali di relazioni tra diversi soggetti, che contribuiscono all’ideazione, concretizzazione e sviluppo dell’innovazione sociale. Rivoluzionano i modelli di welfare perché costringono ad ampliare le modalità di utilizzo dell’approccio dell’autoapprendimento, che si distingue nettamente rispetto ad interventi di assistenza e supporto.

11. Nell’ambito di “Corviale Domani” e come sua articolazione andrebbe realizzata una “Rete di agricolture civili” finalizzata al rafforzamento dei legami di comunità. Per raggiungere tale obiettivo bisogna far sì che al partenariato partecipino non soltanto organizzazioni di rappresentanza ed enti pubblici ma anche singole strutture (imprese, cooperative, associazioni, ecc.) e singoli cittadini (persone e gruppi familiari). Il partenariato non va considerato una sede dove le istituzioni e le organizzazioni di rappresentanza mediano interessi, ma deve essere inteso come una tessitura continua di relazioni tra soggetti che decidono di fare un percorso condiviso di progettazione partecipativa. Tanti fallimenti nelle forme di progettazione dal basso e nella costruzione delle reti hanno a che fare con relazioni spente, utilitaristiche, formali, divenute tali perché non più alimentate da fiducia e responsabilità e quindi non più amichevoli e fraterne. La costruzione del partenariato concepita come tessitura di relazioni personali, di amicizia e di fraternità permette di: a) concentrare l’attenzione sul territorio piuttosto che sui singoli settori; b) creare una visione comune circa l’evoluzione del territorio; c) favorire la divisione dei compiti, delle responsabilità, del coordinamento delle azioni, evitando sovrapposizioni o conflitti; d) facilitare la partecipazione dei soggetti più deboli alle attività economiche e sociali del territorio. L’esame del contesto socio-economico del territorio di riferimento è la condizione (e il pre-requisito) fondamentale per avviare la costruzione di una rete di agricolture civili. Si tratta di adottare il modello della ricerca-azione, multi-obiettivo e multi-disciplinare, vale a dire una procedura d’analisi che conduca, nelle sue conclusioni, a pianificare le azioni del progetto che si intende realizzare, da fondare sulle informazioni provenienti dalla ricerca, sulle relazioni che si svilupperanno e sulle potenzialità che da essa emergeranno. Un’analisi dei bisogni e delle risorse territoriali che sia in grado di suggerire, strada facendo, quei cambiamenti che si dovessero rendere necessari al mutare delle esigenze dovrebbe accompagnarsi ad un’azione di verifica, monitoraggio e valutazione. A tal fine, un disegno di valutazione dovrà essere predisposto nella fase iniziale della ricerca, in cui verranno definite metodologie e strutture teoriche di riferimento. La centralità della valutazione in tale processo sarà determinante per monitorare l’andamento dell’analisi e per replicare tra gli attori della ricerca un metodo partecipativo di auto-verifica che si intende diffondere nella comunità oggetto di studio e soggetto d’azione.

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