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Agricolture civili e immigrazione

Sintesi dell'intervento al Convegno "Agrocities. Il disagio abitativo dei lavoratori migranti stagionali al confine Puglia/Basilicata" promosso dall’Osservatorio Migranti Basilicata a Venosa, presso l'Istituto Padri Trinitari, il 5 giugno 2010

migranti

Gran parte dei migranti trova in Basilicata e in Puglia opportunità di lavoro soprattutto in agricoltura per il carattere stagionale delle sue attività e spesso per i livelli di bassa specializzazione richiesti. Ma le aree rurali stanno subendo un impoverimento delle reti di protezione sociale dovuto alla crisi dei sistemi di Welfare e spesso non sono in grado di garantire spontaneamente l’accoglienza degli immigrati con adeguati servizi. Stanno diventando territori privi di comunità, dove un caporalato totalmente in mano ad organizzazioni malavitose internazionali ha assunto le forme agghiaccianti dello schiavismo.

Questi nuovi fenomeni, intrecciandosi con antiche contraddizioni dello sviluppo agricolo, fanno di queste aree vere e proprie polveriere sociali. Un’agricoltura intensiva dai tratti incivili si è, infatti, innestata nelle aree dove da millenni si è sedimentata la civiltà contadina. E contemporaneamente, nelle aree più interne dell’Appennino, si manifestano preoccupanti fenomeni di spopolamento, di abbandono, di desertificazione.

Nel Mezzogiorno c’è un intreccio molto stretto tra i fenomeni migratori, demografici e climatici, che si potrebbero affrontare congiuntamente valorizzando le molteplici funzioni delle nostre campagne. La provenienza rurale di molti immigrati potrebbe facilitare i processi di integrazione e di dialogo interculturale facendo leva sul capitale sociale delle nostre campagne e sui valori di ospitalità e accoglienza propri della cultura rurale. Le attività di integrazione, dalla formazione allo scambio interetnico, potrebbero costituire un’opportunità importante di diversificazione delle aziende agricole e un filone promettente di evoluzione dell’agricoltura sociale, attraverso la sperimentazione e la diffusione di efficaci forme di Welfare locale in ambiti rurali, capaci di migliorare la qualità della vita.

Considerare l’apporto dei lavoratori stranieri alle attività agricole come una sorta di lavoro tampone da lasciare quanto prima in vista di sbocchi lavorativi più adeguati significa impoverire ulteriormente le comunità rurali e il settore agricolo. Non si realizza una crescita del capitale umano, di cui l’agricoltura necessita enormemente.

Bisognerebbe incominciare a pensare a misure che vadano oltre la tutela dei diritti minimi di cittadinanza, come la tutela del lavoro, un alloggio dignitoso, l’accesso ai servizi e la possibilità di stabilire sufficienti legami comunitari. Si dovrebbero garantire nuove forme di sostegno: accesso alla terra e al credito, formazione, trasporto pubblico locale, ecc.

Facilitare l’accesso alla terra non significa ripercorrere le strade del passato, come le riforme agrarie, dispendiose e di non facile gestione, ma introdurre idonee misure fiscali che incentivino la concessione di beni fondiari in affitto. Un modo di possedere che permette una sicura familiarità con il bene, usandolo, godendolo, gestendolo.

Manlio Rossi-Doria proponeva 50 anni fa di gestire l’esodo rurale pianificando l’emigrazione, accompagnandola con misure riguardanti la formazione professionale e civile, l’assistenza nei luoghi di destinazione e azioni di supporto alla popolazione delle zone di partenza. Quel programma non venne mai preso in considerazione dai governi dell’epoca.

Oggi si tratta di “pianificare” l’immigrazione, ma con programmi che affrontino in modo sistemico i problemi che i fenomeni migratori, demografici e climatici presentano, a partire da indagini sul campo per individuarli in modo puntuale e da processi partecipativi nei territori per rivitalizzare i tratti civili delle nostre campagne.

L’agricoltura può produrre non solo beni alimentari ma anche beni comuni e relazionali che attengono alla manutenzione del territorio, alla tutela della biodiversità, alla protezione della fertilità dei suoli, al risparmio idrico, alle pratiche di mutuo aiuto, alla reciprocità non strumentale, insomma a quelle utilità funzionali all’esercizio dei diritti fondamentali e al libero sviluppo della persona, nonché alla salvaguardia e all’incremento del capitale fisico e civile su cui si reggono le comunità locali.

Per promuovere lo sviluppo delle aree rurali, occorre ammodernare le imprese multifunzionali, migliorare la qualità della vita, rendere competitivi e attrattivi i territori anche mediante nuove forme dell’abitare.

Una nuova PAC dopo il 2013 dovrebbe introdurre meccanismi che incentivino la capacità dell’agricoltura di produrre beni comuni e relazionali.

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