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Agricolture a movente ideale: una mappa

Bioresistenze è un progetto multimediale che nasce dalla collaborazione tra la Confederazione italiana agricoltori (CIA) e il Movimento di Volontariato Italiano (Mo.V.I.) ed è coordinato da Guido Turus, che ha curato diverse ricerche sui temi dell’interculturalità, del servizio civile e della cittadinanza attiva

 

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Nel 2006 Guido Turus curò con Andrea Altobrando il percorso Biodifferenze, dedicato ai progetti agricoli di mantenimento e conservazione della biodiversità in Italia, Brasile e Bosnia ed Erzegovina. A quella ricerca si collega Bioresistenze, un percorso documentato nel volume omonimo edito da ESEDRA (Padova 2014) che si completa con il sito web e con il film in circolazione da alcune settimane. Un percorso di pratiche agricole civili che generano beni relazionali e comunitari. Agricolture a movente ideale che mostrano il coraggio e la coerenza di una scelta. Da qui il sottotitolo Cittadini per il territorio: l’agricoltura responsabile.

Turus spiega bene il senso della ricerca quando, nella premessa, richiama i principi costituzionali e, in particolare, l’esercizio della cittadinanza come pratica democratica – fatta di diritti e di doveri – di ogni singolo individuo nell’impegno per rimuovere gli ostacoli alla realizzazione di ogni persona, e quando cita l’articolo riferito alla terra contenuto nella Dichiarazione sulle responsabilità delle generazioni presenti verso le generazioni future (Onu 1997).

Bioresistenze non si rivolge, dunque, soltanto ad alcuni “eroi coraggiosi”, ma agli agricoltori nel loro insieme perché a tutti è aperta la prospettiva dell’impegno e della responsabilità; e non riguarda solo le imprese agricole, ma anche i consumatori, i quali, con le loro scelte di acquisto, consapevoli e responsabili, possono influire sui meccanismi economici e sulle attività produttive. La peculiarità di questa ricerca sta, dunque, tutta qui: in essa l’agricoltura non è più vista come mero settore produttivo, ma come ambito di vita in cui le persone – tutte e non solo quelle appartenenti ad una determinata categoria – si relazionano tra loro, scambiano beni e servizi, producono, consumano, abitano, contribuendo direttamente con le proprie decisioni e i propri comportamenti alla cura delle comunità locali e delle risorse naturali e ambientali del pianeta. Una visione aperta dell’agricoltura, non da mondo a parte – condizione in cui l’agricoltura tradizionale non si è mai ritrovata da quando nacque diecimila anni fa – che permetterebbe a tutti di declinare il celebre precetto biblico dell’amore per il prossimo – come ha suggerito Enzo Bianchi, il priore di Bose – anche in un’altra direzione: “Ama la terra come te stesso”.

La pubblicazione offre sia la documentazione fotografica delle esperienze incontrate, sia una serie di articoli che riflettono sull’agricoltura da quattro angolature diverse: quella sociale in un mondo globalizzato, quella culturale-antropologica, quella legata alla biodiversità e al rispetto ambientale, quella economica. Di particolare interesse sono le riflessioni di Roberta Carlini, giornalista free lance e saggista, sull’economia della condivisione e sulle trappole della “filiera del noi”, quando si pone contro gli altri o tende ad escludere gli altri, in una visione localistica, autarchica e neonazionalistica. E va menzionato anche l’articolo dell’antropologa Alessandra Guigoni che presenta quattro casi di studio sardi: la Cooperativa Madonna d’Itria di Villamar, la rete d’imprese Casa Verde CO2.0, il pastore-casaro innovativo Michele Cuscusa e l’Associazione culturale Scirarindi che in sardo significa Svegliati. Tutte pratiche di innovazione sociale, fondate su percorsi partecipativi dal basso, di autoapprendimento collettivo e autosviluppo.

Turus avverte la necessità di precisare che la parola resistenza “non va qui mai intesa come volontà di opporsi al rinnovamento o al progresso”, ma rimanda alla “resistenza partigiana”, quando “un pezzo di società si prese l’impegno di cambiare l’ordine esistente, e di farlo unicamente perché era giusto”. Con la differenza – è il caso di aggiungere – che la resistenza partigiana combatteva una guerra contro il nazifascismo, un nemico dell’umanità ben preciso e identificabile. Mentre la resistenza di cui si parla in questo libro serve a combattere abitudini, comportamenti, pigrizie, connivenze, atteggiamenti di indifferenza che permeano la società in modo diffuso e quasi impalpabile e contribuiscono ad erodere il bene comune e ad alimentare sotterraneamente l’illegalità, l’assistenzialismo, la corruzione e le mafie. E tale pratica di liberazione viene compiuta impugnando la Costituzione – coi diritti e i doveri in essa sanciti – e mostrando, con l’esempio, il mutamento possibile. Il Mahatma Gandhi affermava: “Siate voi stessi il cambiamento che volete vedere nel mondo”. Si tratta, infatti, di assumere l’idea di una responsabilità che fa capo a ciascuno di noi in quanto cittadini e in quanto società civile e di doveri individuali e collettivi da adempiere perché nessuna persona potrà vivere e sopravvivere senza volerlo, senza operare la sua rivoluzione, così come nessuno potrà fare la rivoluzione senza sopravvivere.

Bioresistenze ha il merito di rappresentare una prima mappa di quelle agricolture civili che si proiettano verso un terziario innovativo, cambiando dall’interno modelli di produzione e di consumo e introducendo nuove forme di welfare. È da augurarsi che altre mappe saranno tracciate dal pool di ricerca diretto da Guido Turus, per indagare più a fondo il variegato mondo delle fattorie sociali, degli orti di comunità, dei demani civici e delle proprietà collettive. Un patrimonio inestimabile di valori culturali e morali su cui il Paese deve far leva per guardare al futuro con ragionevoli speranze.

 

 

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