Di Vittorio tra mito e realtà

La fiction “Pane e Libertà” ci consegna tre aspetti della straordinaria figura di Di Vitttorio: la profonda umanità dei suoi comportamenti, le condizioni difficili della sua formazione che sono alla base del mito creatosi negli anni della sua leadership sindacale, l’approccio moderno ai temi dello sviluppo dell’Italia che però è destinato a non divincolarsi dalle fratture provocate dalla “guerra fredda”.

Il regista Alberto Negrin ha ben amalgamato questi tre elementi. Ma nel farlo, egli sacrifica episodi significativi della vicenda del sindacalista, come il sodalizio umano e politico con un'altra figura eccezionale, Ruggero Grieco, anch’egli pugliese, e tramuta la sua posizione favorevole all’intervento dell’Italia nella prima guerra mondiale nell’opzione pacifista che era propria degli altri sindacalisti rivoluzionari.
In realtà, è proprio il suo “interventismo” l’esito più coerente della singolarità del suo sindacalismo rivoluzionario. Già negli anni giovanili gli appartiene, infatti, una visione dell’unità dei lavoratori svincolata da ogni legame politico o credo religioso, ma saldamente fondata sulla pregiudiziale anticapitalista. A questa impostazione unitaria è collegata in modo consequenziale la sua adesione all’”interventismo” perché prevale in lui l’anima nazional-patriottica, che da ragazzo ne aveva fatto un ardente ammiratore di Garibaldi.
Sarà forse apparso complicato al regista tenere insieme rivoluzione e patriottismo ma è proprio questa miscela uno dei tratti distintivi di uomini come Grieco e Di Vittorio. In essi è comune l’attenzione alle specificità delle figure sociali del proletariato meridionale, la conoscenza profonda delle campagne pugliesi, l’ancoraggio a questa realtà e non alle classificazioni derivanti dalle rigidità ideologiche del pensiero marxista-leninista. Ed è proprio sulla base di un’attenta verifica delle differenziazioni sociali che essi danno vita, nel 1924, all’Associazione di difesa fra i contadini del Mezzogiorno, distinta dalla Federterra.
Insomma, si manifesta in modo originale nei due dirigenti comunisti la preoccupazione di garantire ai coltivatori e ai produttori agricoli una struttura autonoma da quella edificata per i braccianti e i mezzadri, come conseguenza del particolare nesso – evidente nel loro pensiero - tra l’idea di classe e il concetto di patria, tra interessi di classe e interesse generale.

La fiction racconta poi con efficacia la fase di ricostruzione del sindacato e l’impegno incessante di Di Vittorio per mantenere unita la grande Cgil. Egli si muove con grande generosità perevitare la rottura, senza però prendere atto che la causa della scissione è nella propria parte politica e non già nel fatto che siano, nel frattempo, venuti a mancare interlocutori più disponibili, come il cattolico Grandi e il socialista Buozzi.
Il leader sindacale non riesce, in sostanza, a prendere sul serio il peso delle posizioni anticapitaliste e dei legami con Mosca, gravante sulla sinistra, nel determinare l’impossibilità a convivere nella stessa casa.

E’ in questo quadro che si collocano anche i due episodi più significativi della singolare vicenda di Di Vittorio: il Piano del lavoro proposto dalla Cgil nel 1949 e la condanna, da parte dello stesso sindacato, dell’intervento dell’Armata Rossa volto a stroncare la rivoluzione ungherese del 1956.
La fiction rappresenta molto bene il conflitto che in ambedue i momenti si apre tra Di Vittorio e il suo partito.

Per quanto riguarda il Piano del lavoro, il leader sindacale appare nella veste di chi propone al paese un “new deal”, fatto di ingenti investimenti per stimolare l’espansione e l’occupazione, sfidando così il governo centrista e la Confindustria sui problemi concreti dello sviluppo e tentando in tal modo di far uscire la Cgil dall’isolamento.
Ma le resistenze verso questa iniziativa egli le incontra soprattutto in Togliatti, che dà una lettura riduttiva del Piano, come di "un complesso di soluzioni transitorie". Ciò che indispettisce la dirigenza comunista è la disponibilità offerta da Di Vittorio ad appoggiare un governo che si impegnasse ad attuare il Piano e la sua apertura a tollerare sacrifici a carico dei lavoratori per facilitare il reperimento di risorse utili a quello scopo.
Di Vittorio propone addirittura ai comunisti di assumere l’atteggiamento della Cgil su questi temi senza rendersi conto di quanto fosse velleitaria tale pretesa. “La linea del Pci – gli risponde a muso duro Togliatti - la fa il segretario del partito; o ti sei messo in testa di prendere il mio posto?”

Nel secondo episodio, è raccontato in modo convincente il contrasto insanabile tra Di Vittorio e Togliatti nel corso della crisi che si apre nel 1956, prima in Polonia, dove una rivolta operaia viene repressa nel sangue dalle forze dell’ordine, e poi in Ungheria, dove la folla insorta contro il regime si ritrova davanti i carri armati sovietici.

Di Vittorio, con tutta la Cgil, deplora l’intervento dell’Armata Rossa e ravvisa nella rivolta ungherese "la condanna storica e definitiva di metodi antidemocratici di governo e di direzione politica".
A seguito di una così esplicita e ferma presa di posizione, nel Pci si apre un "processo a Di Vittorio" in piena regola. E il discrimine diventa la scelta se considerare prioritaria la fedeltà al movimento comunista internazionale o quella alla classe lavoratrice che si oppone ai regimi autoritari sedicenti socialisti. Togliatti propende decisamente per la prima e Di Vittorio per la seconda. Ma nel braccio di ferro, il segretario della Cgil alla fine fa prevalere il suo legame molto saldo con il Pci e ritratta pubblicamente le sue posizioni, sostenendo di avere approvato il comunicato della Cgil solo per evitare divisioni nel sindacato.

Il racconto dei due episodi in “Pane e Libertà” potrebbe, tuttavia, dare adito all’idea di un Di Vittorio riformista. Nulla di più sbagliato. Nel sindacalista è costantemente fermo l’orizzonte finale della fuoriuscita dal capitalismo. E, in linea con la cultura comunista dell’epoca, egli ha una visione sbagliata del capitalismo italiano, considerato ormai decrepito proprio alla vigilia della fase più intensa della sua crescita. Un errore drammatico che impedisce di cogliere i dinamismi sociali e le conseguenti possibilità di miglioramento delle condizioni dei più deboli, senza abbandonarsi all’impotente attesa del crollo del capitalismo.

Di Vittorio, come altri dirigenti comunisti della sua epoca, era profondamente convinto che il Pci stesse svolgendo una funzione essenziale nell’inserire le masse popolari, da protagoniste, nel processo di costruzione dello Stato democratico e che quella funzione si potesse esercitare solo con un forte ancoraggio internazionale.

Egli, tuttavia, a differenza degli altri suoi compagni, aveva anche perfettamente chiara l’idea che un sistema che costringeva i lavoratori a versare il proprio sangue per farsi ascoltare non poteva considerarsi socialista.

Ora, è evidente, che per difendere fino in fondo quel punto di vista e salvaguardare ad un tempo la funzione che il partito svolgeva egli avrebbe dovuto scegliere un nuovo ancoraggio internazionale, coerente con le esigenze di emancipazione dei lavoratori e con la crescita democratica del paese. Avrebbe potuto indicare la socialdemocrazia come punto di riferimento.

Una scelta simile era del tutto fuori del suo orizzonte politico? Davvero la Cgil non aveva alcun rapporto coi sindacati socialdemocratici europei? Solo una indicazione siffatta avrebbe potuto dare, in alternativa al legame con Mosca, un respiro strategico alla funzione nazionale che i comunisti si erano ritagliati. Essa avrebbe comportato l’avvio di una revisione critica dell’itinerario che aveva visto protagonista per circa un cinquantennio il leader sindacale, nonché della cultura politica dei comunisti che lo avrebbero seguito.

Mancò a Di Vittorio il coraggio di fare questo passo? O una tale ipotesi non fu mai presa in considerazione? Penso che la ricerca storica debba proseguire per approfondire questi aspetti della vicenda del sindacalista.

Ma al di là di queste riflessioni che in ogni caso esulano dall’ambito artistico dell'opera, la fiction ci mostra la figura di un uomo politico che sprigiona una forte tensione morale, crede fermamente negli obiettivi che persegue, una persona che ama alla follia le donne della sua vita e i suoi figli, piange senza remore quando è in preda al dolore e sa poi abbandonarsi alla gioia di vivere.
E’ questo essere se stesso sempre e profondamente che nell’interpretazione di Favino mi è piaciuto di più e che mi ha molto emozionato.