Parola d’ordine: fare rete

di Claudio Napoli

Intervista ad Alfonso Pascale, Presidente della Rete Fattorie Sociali

Cos’è l’agricoltura sociale?

E’ l’insieme di pratiche in cui persone in difficoltà danno un senso alle proprie capacità mediante il lavoro agricolo. Si tratta di inserimenti lavorativi, in imprese già esistenti, di soggetti svantaggiati oppure della creazione di nuove aziende, mediante processi di autoimprenditorialità, su terreni di proprietà privata, pubblica o collettiva oppure confiscati alle mafie. Vanno, inoltre, considerate le attività svolte dai detenuti su terreni dell’amministrazione penitenziaria. Sono, infine, da annoverare tutti quei servizi sociali erogati da una struttura agricola, come gli agriasili o le attività rivolte a minori in difficoltà o che vedono protagonisti gli anziani o ancora che sono tese a integrare gli immigrati.

Stiamo, dunque, parlando di attività economiche?

Sì, di attività economiche che producono beni relazionali mediante processi propri dell’agricoltura. Ci stiamo riferendo a quei beni pubblici che si possono godere solo se condivisi nella reciprocità: è il dare perché l’altro possa a sua volta dare per l’autorealizzazione della persona. Stiamo parlando di economia civile che si alimenta di virtù civiche, cioè della capacità di discernere il bene comune e di agire in conformità di esso.

L’agricoltura è, tuttavia, un’attività imprenditoriale per produrre cibo e fornire servizi connessi alla coltivazione e all’allevamento…

Nell’agricoltura sociale convive  una pluralità di tipologie. C’è quella imprenditoriale che si caratterizza per la presenza di imprese di responsabilità sociale o di cooperative sociali. Accanto a queste forme esiste anche un’agricoltura sociale di tipo amatoriale che si realizza mediante la produzione di cibo destinato all’autoconsumo su piccoli appezzamenti di terra di proprietà di gruppi familiari, di case di cura o di enti locali che organizzano orti urbani. Tutte queste forme possono creare beni pubblici se inserite in reti di economia solidale che valorizzino il paesaggio, il patrimonio culturale dei luoghi e le capacità creative dei soggetti che operano nei territori.

“Fare rete” sembra essere la parola d’ordine dell’agricoltura sociale. E’ così?

“Fare rete” è una necessità perché nell’agricoltura sociale opera sempre una pluralità di attori. Vanno, infatti, stretti i legami tra soggetti che appartengono a settori diversi (agricoltura, servizio sociale, ecc.) e sono portatori di varie competenze. Ma “fare rete” è anche un’opportunità perché costruendo relazioni tra i differenti soggetti del territorio si amplificano le potenzialità di sviluppo locale.

Come si avvia un progetto di agricoltura sociale?

Tutti coloro che ritengono di poter trarre un beneficio dall’agricoltura sociale possono attivare un processo partecipativo che condurrà alla definizione di un’idea progettuale, alla creazione di un partenariato, alla stipula di un protocollo d’intesa, all’elaborazione e realizzazione del progetto.

Creare una fattoria sociale è avviare un percorso di sviluppo locale?

E’ sicuramente un processo di crescita collettiva. Se si coinvolgono tutti gli attori interessati, gli obiettivi saranno percepiti come impegno comune che andrà a rafforzare ulteriormente i vincoli identitari. Praticando la partecipazione come auto-apprendimento, tutti rafforzeranno la capacità di leggere i bisogni e influenzare le decisioni che li riguardano.